“Ti racconterò tutte le storie che potrò”

 

 

Racconti di AGNESE BORSELLINO tratti da ” TI RACCONTERÒ TUTTE LE STORIE CHE POTRÒ” con Salvo Palazzolo   Un insieme di appassionati racconti e ricordi affidati alla brillante penna del giornalista e scrittore Salvo Palazzolo.  Agnese Borsellino, scomparsa il 5 maggio del 2013 dopo una lunga malattia, prima di morire ha voluto lasciare una sorta di testamento autobiografico, “un regalo alla famiglia”, la cronaca di vita di due persone che si sono incontrate ed innamorate, di un’unione coronata dalla nascita di tre figli, di una quotidianità semplice, fatta di piccole cose. Il titolo del libro è tratto da una frase che Paolo Borsellino amava ripetere alla sua Agnese: “Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco.” Ed è l’amore verso suo marito il filo conduttore di tutto il “testamento” della vedova Borsellino, un amore tanto grande da portarla ad accettare di buon grado il fatto che il suo Paolo non avesse orari, non potesse essere come quelli che nel pomeriggio escono con le proprie mogli. Sono passati 28 anni dalla strage di Via D’Amelio e ancora non si è fatta luce sulle responsabilità dell’attentato e, ancor meno, sul mistero dell’agenda rossa scomparsa.  

 

 

 

QUANDO AGNESE HA DECISO DI RACCONTARE – di SALVO PALAZZOLO Un giorno di aprile del 2013, Agnese Piraino Borsellino ha deciso di uscire da casa. Nonostante fosse ormai costretta su una sedia a rotelle e i medici le avessero imposto cautela, per il terribile male che affliggeva il suo corpo. È uscita per incontrare i giovani che in corteo dal palazzo di giustizia erano arrivati davanti a casa sua, per esprimere solidarietà al sostituto procuratore Nino Di Matteo e ai magistrati di Palermo e Caltanissetta minacciati di morte per le loro indagini sulla trattativa mafia-stato e le stragi del 1992. A quei giovani Agnese Borsellino ha voluto affidare un messaggio: “Non ci fermeranno,” ha detto, “vogliamo sapere tutta la verità sulla morte di Paolo, Giovanni e di tutti gli altri martiri di Palermo”. E ha rassicurato Nino Di Matteo e il suo collega del pool Roberto Tartaglia: “Io farò di tutto perché la magistratura venga difesa dagli attacchi non solo della mafia, ma anche di certi uomini delle istituzioni”. Agnese ha voluto ribadirlo per telefono anche ai magistrati di Caltanissetta che indagano sui misteri delle stragi, Nico Gozzo e Sergio Lari. Come se sentisse che non c’era più tempo. Come se temesse una deriva pericolosa nel paese. Poi, Agnese ha chiesto a tutti di recitare il Padre nostro. Salvatore, il fratello del giudice Paolo, si è inginocchiato accanto a lei. Gli agenti di scorta hanno poggiato per terra le loro pistole e le loro mitragliette. Così, per il tempo di una preghiera, in quella strada di Palermo si è respirato il sogno di una città diversa. diversa. Una città senza mafia, senza più armi e auto blindate, una città nuova. Quella descritta spesso da Agnese nei messaggi inviati a un gruppo Facebook che porta il suo nome. Qualche mese fa, quel gruppo è nato per difenderla dopo le dichiarazioni di un generale dei carabinieri, Antonio Subranni, a proposito di una deposizione di Agnese Borsellino ai magistrati di Caltanissetta, che indagavano proprio sul ruolo di quell’ufficiale. Subranni aveva dichiarato in un’intervista al “Corriere della Sera”, il 10 marzo 2012: “Purtroppo, la signora Borsellino non sta bene in salute, mi dicono. Forse un Alzheimer, non so quando cominciato…”. “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”, l’hanno chiamato quel gruppo nato sul social network. Presto è diventato una grande piazza della resistenza, in un dialogo continuo fra Agnese e persone di tutte le età, che da nord a sud chiedono di conoscere la verità sulle stragi d’Italia. In quel giorno di aprile, Agnese ha deciso che era venuto il momento di raccontare le sue tante battaglie, prima e dopo il 19 luglio 1992. “Per ridare entusiasmo e speranza al nostro paese,” mi ha detto con un sorriso grande. “Perché io non mi arrendo, devono saperlo gli uomini della mafia e gli uomini dello stato che conoscono la verità sulla morte di Paolo. Le mie parole vivranno per sempre, perché sono un gesto d’amore nei confronti del mio Paolo.” E ha iniziato il suo racconto.

La signora Agnese, ha voluto utilizzare gli ultimi mesi della sua vita per lasciare dietro di sé – ai figli, ai nipoti, alle persone che mantengono vivo il ricordo di Paolo Borsellino e, in definitiva, a tutti gli italiani – i ricordi di una vita accanto a un eroe civile, che era un uomo normale, innamorato della moglie, giocoso con i figli, timido ma anche provocatorio, generoso e indimenticabile.

Ho deciso di fare questo racconto una mattina, una di quelle mattine che avrebbero reso felice Paolo. Mentre sorgeva il sole, lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. Quante volte l’ho guardato strano, in quelle mattine. Gli chiedevo: “Paolo, a chi sorridi?”. Mi diceva: “Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un’altra . E accarezzava i nuovi germogli: “Sai, Agnese,” sussurrava, “sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora a emozionarmi”. Si emozionava per le piccole cose della vita, nonostante i momenti difficili che viveva. Poi diceva: “In ciascuno di noi alberga il fanciullino di pascoliana memoria”. E cominciava un’altra giornata. Intanto, i ragazzi si svegliavano, uno dopo l’altro. Manfredi e Fiammetta erano dei veri dormiglioni, amavano rigirarsi sotto le coperte. Lucia, invece, era già vestita. Allora Paolo iniziava a battere le mani, e alzava le serrande delle stanze dei bambini. Era una festa che si ripeteva con il solito gioioso rituale. Paolo tirava via le coperte, magari apriva anche la finestra, primavera o inverno non faceva differenza, ma Fiammetta e Manfredi erano ancora aggrappati al cuscino. E protestavano per quel trattamento. Mi sembra oggi. Sento l’odore del caffè, che Paolo adorava. Sento la sua voce allegra mentre racconta le solite barzellette. A un certo punto, la voce si fa seria,

Paolo chiede ai ragazzi delle cose di scuola. Poi squilla il campanello di casa, sono gli uomini della scorta. Paolo mette sul fuoco un’altra caffettiera. Quegli agenti sono come dei figli per lui, li tratta con il massimo delle attenzioni. Dopo il caffè, ci saluta tutti con un bacio, ed esce velocemente, perché ci tiene ad arrivare in ufficio alle 8 in punto. Mentre Lucia, Manfredi e Fiammetta scorrazzano ancora per casa sistemando le ultime cose da mettere dentro lo zaino. “Sbrigatevi, si è fatto tardi,” dico all’allegra brigata. E intanto un sole bellissimo entra dalle finestre del salone di casa nostra. Sono una mamma felice, che non smette di sperare e di lottare in silenzio. I nomi che con Paolo abbiamo dato ai nostri figli sono proprio il simbolo della speranza e di un passato nobile che resta immortale, proiettato nel futuro: Manfredi, l’ultimo re di Sicilia; Lucia è la creatura di Alessandro Manzoni; Fiammetta è uno dei personaggi amati dal Boccaccio. Sento che Paolo è ancora qui con me, vivo. Aveva visto giusto mentre accarezzava i suoi germogli. Oggi sarà un’altra giornata bellissima. Con le battaglie di tante donne e tanti uomini che non si rassegnano.

Oggi aspetto soprattutto i miei nipotini: Agnese, Vittoria, Merope, Paolo, Fiammetta e Felicita. E un altro nipotino o nipotina, ancora non sappiamo, è nel grembo di Fiammetta. Le loro vocine allegre riempiranno questa casa. E mi sembrerà di sentire la voce di Paolo che accoglie a braccia aperte i suoi nipoti e a ognuno racconta una storia bellissima. Nessuno di loro ha conosciuto questo nonno così speciale. Ecco un altro motivo per cui ho deciso di scrivere, perché i miei bambini possano portare sempre nel cuore la gioia e la forza di nonno Paolo. Tutti i bambini del mondo dovrebbero crescere con la gioia e con la forza nel cuore. La gioia e la forza di una storia a cui si sono appassionati. Se non ce l’hanno ancora, proverò io a raccontargliela.  dal libro “Ti racconterò tutte le storie che potrò” di Agnese Piraino Leto 

 

I commenti dei LETTORI

Agnese Borsellino ricorda suo marito Paolo – VIDEO


VIDEO PRESENTAZIONI DEL LIBRO

 

 

NEWS

 

AUDIO – Gli interventi della Signora Agnese  

 

Agnese Borsellino racconta. Ricordi, emozioni, giudizi. Ma anche prese di posizione sul presente, in particolare sulla solitudine in cui vengono lasciati i giudici che si misurano con questioni spinose come la trattativa Stato-Mafia. Questi alcuni degli ‘ingredienti’ del libro in cui il giornalista Salvo Palazzolo ha riorganizzato i contenuti delle conversazioni con Agnese Piraino, la vedova di Paolo Borsellino, Ti racconterò tutte le storie che potrò, edito da Feltrinelli.

Già gravemente ammalata, anzi forse proprio perchè consapevole della gravità del suo male, la signora Agnese ha rotto il suo decennale riserbo e ha parlato di sé, di suo marito e della sua famiglia, perchè il bagaglio dei suoi ricordi non andasse disperso. Paolo Borsellino aveva alle spalle un altro tipo di famiglia, più modesta, segnata da momenti difficili e soprattutto dalla morte del padre. Costretto a prendersi cura dei suoi fratelli, aveva lavorato e studiato. Alla ragazza che corteggiava non prometteva rose e fiori ma diceva: “La giustizia lenta è un’ingiustizia per la società. Ecco perchè non posso concedermi molti spazi per me. Tanta gente aspetta una mia decisione”. Agnese sapeva che, scegliendo di sposare Paolo, avrebbe dovuto rinunciare “alle comode e dorate giornate di figlia di papà” e che iniziava per lei una nuova vita. Ma ormai era stata conquistata da questo giovane apparentemente timido, dalla sua carica di umanità, dalle sue “parole semplici, efficaci, dirette”, dalle sue battute dissacranti. Per lui rinuncerà ai salotti esclusivi e alle cene eleganti, ancor prima che il marito si impegnasse nella lotta alla mafia. Borsellino era infatti insofferente verso il tono altezzoso dei membri del bel mondo, verso le vanterie di giovani figli di papà che, ai tempi dell’università, lo avevano disprezzato per il cappotto rotto o le scarpe bucate. Ed era abbastanza trasgressivo da gelare l’atmosfera di un incontro ‘dorato’ con una battuta sferzante. Agnese non poteva nemmeno vantarsi, come le mogli dei suoi colleghi, dei gioielli o degli abiti ricevuti in dono dal marito. A lei Paolo si era impegnato a raccontare “la lieta novella che sta dietro tante storie di ogni giorno”. Le aveva detto: “Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò”.E per lui la lieta novella erano i fatti degli uomini, persino quelli dei mafiosi incalliti. E a rendere lieti questi racconti era lui stesso, “con il suo solito sorriso sornione” ma anche con l’aria severa con cui le diceva: “L’amore si mantiene fresco con una novità ogni giorno. Che non è il fiore o un regalo qualsiasi. Perchè tutto passa. Io ogni giorno mi devo reinnamorare di te. E tu di me. Inventandoci qualcosa di diverso.” La loro vita subisce una svolta nel 1980 dopo l’uccisione del capitano Emanuele Basile. Niente sarà più come prima, “era l’alba di un grande incubo”. Inizia la serie di delitti che insanguinano Palermo e, per loro, la vita blindata su cui Paolo riusciva persino a scherzare “Pensa, noi giudici siamo in libertà vigilata, i boss e i latitanti vanno invece al mare e al ristorante”. Agnese scrive “Non la chiamavamo neanche più vita blindata. Era la sua vita, anzi la nostra vita, punto e basta.” Le scelte di Paolo diventano le scelte di tutta la famiglia, coinvolgono la moglie, i figli. Del rapporto del marito con i figli Agnese sottolinea la dolcezza, l’attenzione, la complicità. “Paolo non ha mai smesso di essere presente a casa con la sua vulcanica organizzazione e con l’immancabile buonumore” anche dopo le lunghe giornate trascorse nel bunker del palazzo di giustizia. E quando la figlia Lucia gli chiese: “Se io farò un lavoro diverso dal tuo, come potrò lasciare un’impronta in questa terra?”, il padre rispose: “Ascolta Lucia, io farei il mio lavoro con lo stesso spirito anche se fossi il portiere di un condominio. Non è importante cosa si faccia, è importante che qualunque cosa sia fatta con amore e con tutte le proprie forze”. Non c’è solo nostalgia e ancora tanto amore nei ricordi di Agnese, c’è anche indignazione e rabbia per “la mancanza di verità e di giustizia”. Agnese è morta nel maggio del 2013 con la certezza che ci fossero ancora molte cose non chiare dietro la morte di suo marito. Si chiedeva che fine avesse fatto la sua agenda rossa, non riusciva ad accettare che qualcuno sapesse e non parlasse. Il suo è anche un invito a continuare a cercare la verità. “Ormai sono ridotta su una sedia a rotelle. Però non mi rassegno. Ecco perchè scrivo.”  ARGO

 

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AGNESE BORSELLINO:   “Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco”.   “Ho deciso di fare questo racconto una mattina, una di quelle mattine che avrebbero reso felice Paolo. Mentre sorgeva il sole, lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. Quante volte l’ho guardato strano in quelle mattine. Gli chiedevo: ‘Paolo a chi sorridi’? Mi diceva: ‘Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un’altra bella giornata’ E accarezzava i nuovi germogli: ‘Sai, Agnese’, sussurrava, ‘sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora ad emozionarmi’.”Da “Ti racconterò tutte le storie che potrò”

IL FIGLIO dice che la madre “ha fatto un bel regalo a tutti noi” lasciandoci queste pagine. Dentro ci sono i segni delle sue tante vite, prima e dopo il 19 luglio del 1992. E con tenero stupore ammette che neanche loro –  lui, Manfredi, e le sue sorelle Lucia e Fiammetta  –  conoscevano certi dettagli sul padre. Agnese non ha voluto tenerli solo per sé. Poi parla del libro, che non è una biografia e non è una raccolta di testimonianze ma “il tuo ultimo atto d’amore verso papà”. Manfredi lo chiama con il nome per intero, come ogni tanto piaceva chiamarlo anche a me sul giornale quando era vivo: Paolo Emanuele Borsellino. Quell’Emanuele che era riportato sulla carta d’identità e si palesava a sorpresa in qualche bigliettino di ringraziamento e molto di rado sugli atti giudiziari che firmava, mi ha sempre incuriosito. Ma al giudice non ho mai chiesto nulla su quel suo secondo nome, che a volte c’era e tante altre volte invece spariva.  “Non ne so molto nemmeno io di quella sua firma che occasionalmente cambiava, però nella presentazione del libro mi è venuto istintivo scrivere Paolo Emanuele Borsellino… E poi avrei voluto chiamare Emanuele il mio secondo figlio, ma è arrivata una bimba”, racconta Manfredi mentre esprime ancora meraviglia per “quelle confidenze” che la madre, nei suoi ultimi giorni, ha voluto consegnare a Salvo Palazzolo.   Manfredi Borsellino fa il poliziotto, commissario a Cefalù. In questi anni, ci siamo ritrovati di tanto in tanto a conversare e soprattutto a ricordare. Di solito in via Cilea, a Palermo, nella casa dove abitavano il giudice, la signora Agnese e loro, i figli. L’ultima volta nella primavera scorsa, un pomeriggio. In cucina c’era la madre sulla sedia a rotelle, accudita amorevolmente da due infermieri. Manfredi le girava intorno, lei lo guardava e gli sorrideva. Sembrava fragile a vederla così, tormentata dalla malattia. Ma Agnese è sempre stata una donna siciliana di coraggio, non si arrendeva mai. “Mamma ha una voglia di vivere incredibile”, diceva Manfredi che intanto mi aveva già trascinato sul divano del salone aprendo i cassetti più nascosti, quelli dove conserva le foto di famiglia.  Il matrimonio di Agnese e Paolo a Villa Igea, dicembre 1968. Papà e Manfredi in vacanza a Tropea, estate 1981. Papà e Fiammetta a Palermo, metà anni Settanta. Papà e Lucia al Parco nazionale d’Abruzzo, fine anni Settanta. E poi tutti insieme all’Asinara, agosto 1985, quando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone – con figli e mogli – vengono deportati e rinchiusi per venticinque lunghissimi giorni sull’isola sarda del supercarcere. Motivi di sicurezza, dall’Ucciardone era arrivata la soffiata che i boss avrebbero voluto uccidere i due giudici, “prima l’uno e poi l’altro”. Come è avvenuto sette anni dopo. Via Cilea, una lunga fila di palazzi tutti uguali, a metà strada la “zona rimozione auto” per il pericolo di attentati. La prima volta ci sono andato tanto tempo fa, nel 1986 o forse nel 1987, si stava ancora celebrando il maxi processo a Cosa nostra. Era sera, molto tardi. Paolo Borsellino ha aperto la porta e sono entrato in una stanza piena di fumo, una sigaretta che bruciava ancora nel posacenere e l’altra già fra le dita, i calendari dell’Arma dei carabinieri alle pareti, i fascicoli – con dentro appunti dei suoi incontri e ritagli di giornale – tutti in ordine sulla piccola libreria a muro.    Della casa di via Cilea, per anni ho conosciuto soltanto quella stanza: lo studio del giudice. Geloso della sua intimità familiare, Paolo Borsellino non mi ha mai fatto varcare la vetrata che divideva lo studio dal salone. Ho sempre immaginato quella stanza come una casa nella casa, quasi fosse staccata dagli altri ambienti. La signora Agnese e Manfredi, molto tempo dopo, avrebbero confermato la mia sensazione svelandomi un piccolo segreto. Quella stanza – lo studio del giudice – apparteneva in origine alla casa accanto e i Borsellino, avendo la necessità di allargare il loro appartamento, l’avevano successivamente acquistata dai vicini.  Ma sono altri e più intensi, i ricordi e i “segreti” che la signora Agnese ha deciso di affidare a Palazzolo per il loro libro. Già il titolo, Ti racconterò tutte le storie che potrò, scopre in copertina chi era Paolo Emanuele Borsellino. La famiglia Borsellino nel racconto di sua moglie – di ATTILIO BOLZONI – La Repubblica 


Cara mamma, ci hai fatto un gran bel regalo, in parte anche inaspettato, malgrado ti frullasse nella mente già da tempo l’idea di mettere ordine ai tuoi ricordi e alle tante vite che hai vissuto. Hai fatto un grande regalo soprattutto ai tuoi sette nipoti, che potranno conoscere anche attraverso questo testo quella nonna affettuosa, premurosa e così piena di voglia di vivere che la leucemia ha sottratto loro troppo presto. Neanche noi figli conoscevamo tutti gli aneddoti e le confidenze che –stupendoci –ci hai voluto lasciare in questo racconto affidato a Salvo Palazzolo, prima che la tua malattia prendesse definitivamente il sopravvento. Leggendo queste pagine ritrovo l’incredibile metamorfosi che la tua vita e il tuo stesso tratto caratteriale hanno avuto dopo quel primo incontro con papà, presso lo studio notarile Furitano. Mi colpiscono, ancora una volta, la tua voglia di vivere, l’amore per le piccole cose, anche quelle un po’ frivole, e soprattutto l’inesauribile speranza di ritrovare la luce in fondo a quel tunnel in cui pensavano di averti cacciato definitivamente coloro che ti hanno privato troppo presto dell’amore della tua vita. C’è tutto questo e molto altro ancora nelle pagine che ci hai lasciato in dono: non sono una biografia, una raccolta di testimonianze o una ricostruzione storica di eventi più o meno noti. Queste pagine sono molto di più: il tuo ultimo atto d’amore verso papà, anzi sono la vostra storia d’amore. Così, adesso, ogni altra mia parola sarebbe di troppo. La parola deve essere lasciata a te e al tuo cuore, perché il lettore possa ascoltare direttamente dalla tua voce chi è stata e chi continua a essere Agnese Piraino, la grande moglie del giudice Paolo Emanuele Borsellino.“  MANFREDI BORSELLINO

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AGNESE BORSELLINO è un’inguaribile romantica, è una passionaria. Non ha mai perso il senso dell’ironia, che sembra quello del marito. “Mi chiamano la Capitana”, tiene a ribadire. “Vorrei essere un Capitano che guida un esercito di giovani coraggiosi.” Le dico: “Le sue parole sono già diventate una guida importante, per giovani e meno giovani, credo che questo racconto sarà una buona iniezione di speranza”. Lei annuisce: Ecco, così dovrà essere. Io forse non arriverò a tenerlo in mano questo libro, ma mi piacerebbe che nel finale arrivasse spontaneo un sorriso. Non rivolto al passato, ma al futuro. Un sorriso che vuol dire: noi non ci rassegneremo”. Dal libro “Ti racconterò tutte le storie che potrò” di Agnese Borsellino e Salvo Palazzolo

 

 

La famiglia Borsellino nel racconto di sua moglie – di ATTILIO BOLZONI  IL FIGLIO dice che la madre “ha fatto un bel regalo a tutti noi” lasciandoci queste pagine. Dentro ci sono i segni delle sue tante vite, prima e dopo il 19 luglio del 1992. E con tenero stupore ammette che neanche loro  –  lui, Manfredi, e le sue sorelle Lucia e Fiammetta  –  conoscevano certi dettagli sul padre. Agnese non ha voluto tenerli solo per sé. Poi parla del libro, che non è una biografia e non è una raccolta di testimonianze ma “il tuo ultimo atto d’amore verso papà”. Manfredi lo chiama con il nome per intero, come ogni tanto piaceva chiamarlo anche a me sul giornale quando era vivo: Paolo Emanuele Borsellino. Quell’Emanuele che era riportato sulla carta d’identità e si palesava a sorpresa in qualche bigliettino di ringraziamento e molto di rado sugli atti giudiziari che firmava, mi ha sempre incuriosito. Ma al giudice non ho mai chiesto nulla su quel suo secondo nome, che a volte c’era e tante altre volte invece spariva.  “Non ne so molto nemmeno io di quella sua firma che occasionalmente cambiava, però nella presentazione del libro mi è venuto istintivo scrivere Paolo Emanuele Borsellino… E poi avrei voluto chiamare Emanuele il mio secondo figlio, ma è arrivata una bimba”, racconta Manfredi mentre esprime ancora meraviglia per “quelle confidenze” che la madre, nei suoi ultimi giorni, ha voluto consegnare a Salvo Palazzolo. Manfredi Borsellino fa il poliziotto, commissario a Cefalù. In questi anni, ci siamo ritrovati di tanto in tanto a conversare e soprattutto a ricordare. Di solito in via Cilea, a Palermo, nella casa dove abitavano il giudice, la signora Agnese e loro, i figli. L’ultima volta nella primavera scorsa, un pomeriggio. In cucina c’era la madre sulla sedia a rotelle, accudita amorevolmente da due infermieri. Manfredi le girava intorno, lei lo guardava e gli sorrideva. Sembrava fragile a vederla così, tormentata dalla malattia. Ma Agnese è sempre stata una donna siciliana di coraggio, non si arrendeva mai. “Mamma ha una voglia di vivere incredibile”, diceva Manfredi che intanto mi aveva già trascinato sul divano del salone aprendo i cassetti più nascosti, quelli dove conserva le foto di famiglia.  Il matrimonio di Agnese e Paolo a Villa Igiea, dicembre 1968. Papà e Manfredi in vacanza a Tropea, estate 1981. Papà e Fiammetta a Palermo, metà anni Settanta. Papà e Lucia al Parco nazionale d’Abruzzo, fine anni Settanta. E poi tutti insieme all’Asinara, agosto 1985, quando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone – con figli e mogli – vengono deportati e rinchiusi per venticinque lunghissimi giorni sull’isola sarda del supercarcere. Motivi di sicurezza, dall’Ucciardone era arrivata la soffiata che i boss avrebbero voluto uccidere i due giudici, “prima l’uno e poi l’altro”. Come è avvenuto sette anni dopo.  Via Cilea, una lunga fila di palazzi tutti uguali, a metà strada la “zona rimozione auto” per il pericolo di attentati. La prima volta ci sono andato tanto tempo fa, nel 1986 o forse nel 1987, si stava ancora celebrando il maxi processo a Cosa nostra. Era sera, molto tardi. Paolo Borsellino ha aperto la porta e sono entrato in una stanza piena di fumo, una sigaretta che bruciava ancora nel posacenere e l’altra già fra le dita, i calendari dell’Arma dei carabinieri alle pareti, i fascicoli – con dentro appunti dei suoi incontri e ritagli di giornale – tutti in ordine sulla piccola libreria a muro.  Della casa di via Cilea, per anni ho conosciuto soltanto quella stanza: lo studio del giudice. Geloso della sua intimità familiare, Paolo Borsellino non mi ha mai fatto varcare la vetrata che divideva lo studio dal salone. Ho sempre immaginato quella stanza come una casa nella casa, quasi fosse staccata dagli altri ambienti. La signora Agnese e Manfredi, molto tempo dopo, avrebbero confermato la mia sensazione svelandomi un piccolo segreto. Quella stanza – lo studio del giudice – apparteneva in origine alla casa accanto e i Borsellino, avendo la necessità di allargare il loro appartamento, l’avevano successivamente acquistata dai vicini.   «La storia di via D’Amelio mi ha distrutto la vita. È una situazione apocalittica, mio figlio non vuole più che legga i giornali, che senta queste cose perché giustamente mi dice mamma, gli ultimi giorni che ti restano ti avveleni la vita più di quanto te la sia avvelenata. A me resta solo piangere, anche dopo vent’anni. Perché per me è come fosse stato ieri». Io non dimentico

 


FALCONE, BORSELLINO E L’AMORE DELLA SIGNORA AGNESE –  Intervista a Salvo Palazzolo. Era il 23 maggio 1992 quando un bomba fece saltare in aria l’auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi della scorta. Dopo poche settimane, il 19 luglio, il destino era segnato anche per il giudice Paolo Borsellino e altri poliziotti che cercavano di proteggerlo. Il nostro impegno deve essere costante nel ricordare il sacrificio di tutti coloro che hanno lottato contro la criminialità organizzata – ciascuno a suo modo – perchè queste persone hanno lottato anche per noi. Il loro impegno, quindi, deve essere anche il nostro per ripristinare la cultura della legalità, dell’onestà e della giustizia. Ecco, quindi, che vogliamo onorare la memoria di Borsellino e di sua moglie, la Signora Agnese Piraino Leto che ci ha lasciati da poco, suggerendo la lettura del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto dal giornalista Salvo Palazzolo con la signora Agnese, edito da Feltrinelli. Un testo importante e intimo che racconta l’etica di un uomo, ma anche l’amore di una coppia e il calore di una famiglia. Abbiamo rivolto alcune domande a Salvo Palazzolo che ringraziamo di cuore per averci concesso l’intervista.

Perché a signora Leto Borsellino ha deciso di regalare ai lettori una storia così personale? La signora Agnese sapeva di avere un terribile male, sapeva di non avere più molti giorni da vivere. Eppure, non rinunciava a partecipare alla vita del paese. E si arrabbiava quando sentiva che i magistrati di Palermo e Caltanissetta erano minacciati con delle pesanti lettere anonime. “Non arrivano dalle celle dei mafiosi – mi disse il giorno in cui ci incontrammo, nel febbraio dell’anno scorso – ma da uomini infedeli delle istituzioni”. Ecco perché Agnese aveva deciso di scrivere, per accendere i riflettori su una situazione drammatica: “Quelle minacce puntano a creare un clima di tensione – mi disse ancora – è lo stesso clima che ho vissuto prima della morte di Paolo”. Così, iniziò il suo racconto, “il racconto delle tante vite che ho vissuto” ripeteva lei: “E’ un racconto che dovrà dare forza e speranza, perché non si ripeta più l’incubo delle stragi mafiose”.

Un romanzo, un saggio, una denuncia. Come sono stati gli anni successivi a quel tragico 19 luglio 1992? Per Agnese Borsellino sono stati anni di grande impegno civile, per chiedere verità sui delitti di mafia rimasti impuniti. Diceva: “La verità appartiene a tutti gli italiani, ecco perché non possono essere solo i magistrati a cercarla”. Dopo quel drammatico 1992, tanto si è fatto per arrivare alla verità, ma tanto è stato ostacolato, proprio sulla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: non sappiamo ancora chi ha messo in atto quel terribile depistaggio del falso pentito Scarantino, di certo un depistaggio istituzionale che nasconde ancora alcuni degli autori della strage di via d’Amelio.


La signora parla apertamente di una telefonata di Francesco Cossiga in cui si fa riferimento ad un colpo di Stato: ci può spiegare meglio quel momento e il senso di quella telefonata? 
E’ uno dei misteri che Francesco Cossiga si è portato nella tomba. Se lo chiedeva anche Agnese, e l’ha scritto nel libro: “Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so”. E ha aggiunto: “Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai: via d’Amelio è stata da colpo di Stato, così disse. Evidentemente, voleva togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa”. Scrive proprio così la signora Borsellino: “Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. È un silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella terribile estate del 1992 c’era un dialogo fra la mafia e lo Stato. Ma ancora non sappiamo in che termini, e soprattutto non conosciamo tutti i protagonisti”.

Lucia, Manfredi e Fiammetta sono i figli della signora Agnese e di Paolo Borsellino: quale il rapporto con un padre diventato, suo malgrado, un eroe civile? Loro portano nel cuore e nella mente il ricordo di un papà premuroso, sensibile, un papà giocherellone, che amava raccontare storie sempre divertenti. Nel suo libro, Agnese ha voluto lasciarci il ritratto di una famiglia normale, che ha saputo sempre trovare dentro di sé la forza di reagire ai momenti difficili: all’inizio degli anni Ottanta, Paolo Borsellino aveva iniziato la sua vita blindata, per istruire con Giovanni Falcone e con gli altri colleghi del pool il primo maxiprocesso alle cosche. Erano gli anni in cui Cosa nostra avviava la grande mattanza a Palermo. Paolo Borsellino trovava una grande forza proprio nella sua famiglia.

Qual è l’appello che la signora  Borsellino ha voluto lanciare con questo libro? Agnese ha lasciato a tutti noi un incarico importante: quello di raccontare le storie della nostra terra. Storie, come quella di Paolo Borsellino, che ha fronteggiato l’organizzazione Cosa nostra sforzandosi innanzitutto di capire le ragioni del fenomeno, che è così subdolo per le sue complicità all’interno delle istituzioni e della società civile. Agnese ci invita a raccontare le tante storie di ribellione e riscatto che ci sono nelle nostre città, storie spesso sconosciute o dimenticate. Credo che questo ci abbia voluto dire lasciandoci un grande racconto di speranza. PER I DIRITTI UMANI 30.12.2015

 

 

Libri, Agnese Borsellino lascia “un regalo”: ecco ‘Ti racconterò tutte le storie che potrò’.La vedova del giudice Paolo consegna al giornalista Salvo Palazzolo il suo testamento: una storia d’amore d’altri tempi, una famiglia che diventa numerosa, una felicità coltivata fino a quando un’auto imbottita di tritolo riduce tutto a brandelli. E lancia un ultimo appello: “Aprire gli archivi di Stato”. Una storia d’amore d’altri tempi, una famiglia che diventa numerosa, una felicità coltivata fino a quando un’auto imbottita di tritolo riduce tutto a brandelli. Racconti in bianco e nero che diventano a colori, particolari inediti e aspre considerazioni personali della donna che più di ogni altra è stata vittima collaterale della strage di via d’Amelio. È questo il testamento di Agnese Piraino Leto, vedova del giudice Paolo Borsellino, scomparsa il 5 maggio scorso, ventuno anni dopo l’attentato che fece strage del marito e degli uomini della scorta.  Consapevole dell’incalzante malattia da cui era affetta, la signora Agnese ha voluto lasciare una traccia, da lei stessa definita come un regalo alla famiglia: Ti racconterò tutte le storie che potrò (edizioni Feltrinelli, pagg. 224, 18 euro) è il prodotto dei ricordi che la signora Agnese affida al giornalista Salvo Palazzolo, durante alcuni incontri nella scorsa primavera. Il titolo prende spunto da una frase utilizzata da Borsellino per spiegare alla moglie l’origine del loro legame. “Alle feste – racconta la signora Agnese – guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella». La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perch. Lungo tutti i capitoli, che iniziano con il primo incontro dei coniugi Borsellino nello studio di un notaio amico comune, la signora Agnese snocciola ricordi del passato, mette a nudo un’immagine intima del magistrato, ironico e dissacrante con amici e familiari, si rivolge direttamente al suo Paolo, ma cita anche le migliaia di persone che da tutta Italia la hanno sostenuta negli ultimi anni. Non mancano anche particolari inediti sui giorni successivi alla strage del 19 luglio 1992, chiaramente il periodo più doloroso della sua esistenza. “In quei giorni – dice sempre la signora Agnese nel libro – ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Su Paolo, sulle sue indagini, su ciò che aveva fatto dopo la morte di Giovanni Falcone, sulle persone di cui si fidava. Mi sussurravano domande dentro quei saloni bellissimi pieni di gente importante. E mentre mi chiedevano mi sembrava come se mi stessero osservando, anche se facevano altro: mangiavano una tartina, sorseggiavano un prosecco, ascoltavano il discorso dell’autorità di turno, o magari danzavano.   Ora so. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo, se mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime”.    Anni dopo a cercare di mettersi in contatto con la signora Agnese, c’è anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, autore poco prima di morire di una breve e inquietante telefonata in casa Borsellino. “Mi disse – racconta – Via d’Amelio è stata da colpo di Stato. E mise giù il telefono. Un mese dopo, Cossiga morì. Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so. Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai. Evidentemente, voleva togliersi un peso”.  Per anni i familiari del giudice palermitano hanno vissuto cercando di evitare l’eccessiva esposizione mediatica. Negli ultimi tempi però la signora Borsellino non ha rinunciato a spendersi in appelli pubblici per tutelare i magistrati della procura di Palermo, come Nino Di Matteo, destinatario di inquietanti lettere anonime negli ultimi mesi, e poi messo sotto inchiesta dal Csm. E proprio mentre a Caltanissetta è in corso il processo per individuare i depistaggi che inquinarono la prima indagine sull’assassinio di Borsellino, Agnese Piraino Leto decide di affidare alle pagine del suo libro una richiesta di verità sulle stragi che nel biennio 1992-93 insanguinarono l’Italia. “Innanzitutto – spiega la vedova di Borsellino – bisognerebbe aprire gli archivi di Stato. E guardarci dentro. Perché, purtroppo, tante verità sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni. La verità bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano: a loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso. Perché loro sono degli irriducibili. Questi uomini si devono mettere solo alla berlina, si devono sbeffeggiare, come avrebbe fatto oggi Paolo Borsellino”.  di Giuseppe Pipitone | 19 NOVEMBRE 2013 IL FATTO QUOTIDIANO


 

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Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine

Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino – pagina FB



La moglie di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, è morta il 5 maggio del 2013. Aveva 71 anni ed era malata da tempo. Non smise però  mai di cercare la verità sulla morte di suo marito e manifestò sempre il suo impegno contro la mafia. Ha lasciato un bellissimo libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, un racconto straordianario da lei stessa definito come un regalo alla famiglia. Agnese e Paolo si sposarono il 23 dicembre del 1968. Dal loro matrimonio nacquero tre figli: Fiammetta, Lucia e Manfredi. In occasione della sua ultima apparizione pubblica, l’inaugurazione della nuova sede della Dia a Palermo, già provata dalla malattia, aveva pronunciato poche parole dense di significato “Questa città deve resuscitare, deve ancora resuscitare. Proprio a causa della malattia, non aveva potuto partecipare alla cerimonia per il ventennale delle stragi, ma aveva inviato un messaggio ai giovani “Dopo alcuni momenti di sconforto – aveva scritto – ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui.”  Nei giorni antecedenti alla sua morte aveva preso il via a Caltanissetta il quarto processo per la strage di via D’Amelio e lei, che era già stata sentita in fase di istruttoria, era indicata tra i principali testimoni del dibattimento. Tra le altre cose, aveva dichiarato che le inquietudini del coniuge si erano accentuate dopo la strage di Capaci. “Paolo mi disse: ‘Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno’.” Il testamento di Agnese Borsellino Ti racconterò tutte le storie che potrò”: è questo il titolo le libro-testamento pubblicato lo scorso novembre. Agnese Borsellino ha voluto affidare alle pagine di un libro i ricordi di una vita: dal primo incontro con quell’uomo che poi sarebbe diventato suo marito al giorno della strage, passando per tutte le persone che l’hanno sostenuta negli anni. Il libro è il risultato di una serie di interviste con il giornalista Salvo Palazzolo. Il titolo nasce da una frase pronunciata dal giudice “Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella. Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco.” Non mancano particolari inediti sui giorni successivi alla strage del 19 luglio 1992 “In quei giorni – racconta la signora Agnese nel libro – ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo, se mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime.”

 

 

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LA TESTIMONIANZA DI AGNESE BORSELLINO AL PROCESSO PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO


La lettera di Agnese a suo marito Paolo Borsellino in occasione del ventesimo anniversario della strage di via d’Amelio (Audio)   “Caro Paolo, da venti lunghi anni hai lasciato questa terra per raggiungere il Regno dei cieli, un periodo in cui ho versato lacrime amare; mentre la bocca sorrideva, il cuore piangeva, senza capire, stupita, smarrita, cercando di sapere. Mi conforta oggi possedere tre preziosi gioielli: Lucia, Manfredi, Fiammetta; simboli di saggezza, purezza, amore, posseggono quell’amore che tu hai saputo spargere attorno a te, caro Paolo, diventando immortale. Hai lasciato una bella eredità, oggi raccolta dai ragazzi di tutta Italia; ho idealmente adottato tanti altri figli, uniti nel tuo ricordo dal nord al sud – non siamo soli. Desidero ricordare: sei stato un padre ed un marito meraviglioso, sei stato un fedele, sì un fedelissimo servitore dello Stato, un modello esemplare di cittadino italiano, resti per noi un grande uomo perché dinnanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, “la vita”, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze. Quanta gente hai convertito!!! Non dimentico: hai chiesto la comunione presso il palazzo di giustizia la vigilia del viaggio verso l’eternità, viaggio intrapreso con celestiale serenità, portando con te gli occhi intrisi di limpidezza, uno sguardo col sorriso da fanciullo che noi non dimenticheremo mai. In questo ventesimo anniversario ti prego di proteggere ed aiutare tutti i giovani sui quali hai sempre riversato tutte le tue speranze e meritevoli di trovare una degna collocazione nel mondo del lavoro. Dicevi: ‘Siete il nostro futuro, dovete utilizzare i talenti che possedete, non arrendetevi di fronte alle difficoltà’. Sento ancora la tua voce con queste espressioni che trasmettono coraggio, gioia di vivere, ottimismo. Hai posseduto la volontà di dare sempre il meglio di te stesso. Con questi ricordi tutti ti diciamo ‘grazie Paolo'”.


IL TESTAMENTO DI AGNESE BORSELLINO di Giorgio Bongiovanni.Agnese Piraino Leto in Borsellino non ha mai smesso di parlare e chiedere verità. Da quando quella bomba, vent’anni prima, le aveva portato via il marito con il quale aveva condiviso una vita blindata e perennemente sotto scorta, non si è mai tirata indietro quando c’era da puntare il dito contro chi aveva voltato le spalle allo Stato e a Paolo Borsellino. Uno Stato defraudato della sua accezione più profonda proprio dai suoi rappresentanti, che non hanno disdegnato di sedersi al tavolo della trattativa insieme ai vertici di Cosa nostra. Per chi ha nascosto le proprie responsabilità dietro ipocrite dichiarazioni di amicizia e sostegno, non poteva esserci perdono. “L’uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio” aveva infatti replicato all’indirizzo dell’ex ministro Mancino, quando subito dopo il funerale di Paolo aveva messo le forze dello Stato a sua disposizione. Agnese era insieme silenzio nel dolore e grido di giustizia, grido di accusa contro chi, all’indomani della strage di Capaci, abbandonò ulteriormente suo marito, rimasto a combattere una battaglia che da solo non poteva vincere: “Falcone rappresentava per lui come uno scudo. Senza il quale la sua esposizione è aumentata. Da qui probabilmente nasce l’esigenza di mio marito in quei 57 giorni di annotare scrupolosamente spunti di indagine, valutazioni, memorie personali di cui si riprometteva di parlare con i PM allora in servizio alla Procura di Caltanissetta, titolari dell’inchiesta su Capaci. Nessuno però in quei lunghi 57 giorni lo chiamò mai. E’ possibile che nelle pagine dell’agenda rossa, usata per i progetti di lavoro e per annotare i fatti più significativi, avesse scritto cose che non voleva confidare a noi familiari. Quell’agenda è stata recuperata sul luogo della strage ma, come si sa, è scomparsa. Se esistesse ancora e se fosse nelle mani di qualcuno potrebbe essere usata come un formidabile strumento di ricatto”. La famiglia Borsellino aveva segnalato l’esistenza di quell’agenda ad Arnaldo La Barbera (morto nel 2002, ndr) che aveva guidato il gruppo investigativo all’indomani della strage di via d’Amelio, ma lui si limitò a replicare “che questa agenda era il frutto della nostra farneticazione”. Dagli ultimi sviluppi delle indagini risultò poi che La Barbera, negli anni precedenti alla nomina di Capo della Squadra Mobile a Palermo, era stato per un periodo al soldo dei servizi segreti con il nome in codice “Catullo”. Non solo. Nell’ambito dell’inchiesta su via d’Amelio La Barbera aveva studiato il teorema investigativo a tavolino, trovando in seguito quei ‘pentiti’ che avrebbero portato in dibattimento una falsa verità. ”Forse qualcuno – rifletteva la ‘vedova di guerra’, come lei stessa si definiva – aveva l’ansia di arrivare celermente a un risultato. Ma mi chiedo come mai anche ai magistrati, nei tanti filoni processuali e nei vari gradi di giudizio, siano sfuggite le incongruenze del racconto di Scarantino”. “Posso solo dire, per esserne stata testimone oculare, che mio marito si adirò molto quando apprese per caso dall’allora ministro Salvo Andò, incontrato all’aeroporto, che un pentito aveva rivelato: è arrivato il tritolo per Borsellino. Il procuratore Pietro Giammanco, acquisita la notizia, non lo aveva informato sostenendo che il suo dovere era solo quello di trasmettere per competenza gli atti a Caltanissetta”. “Quella volta – ricordava in una nota dell’Ansa la signora Agnese – ebbe la percezione di un isolamento pesante e pericoloso. Non escludo che proprio da quel momento si sia convinto che Cosa nostra l’avrebbe ucciso solo dopo che altri glielo avessero consentito”. Parole difficili da dimenticare: “Mio marito non era amato assolutamente in Procura. Paolo mi disse ‘la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno’, queste sono parole che sono scolpite nella mia testa, e sino a quando sono in vita non potrò dimenticare”. In un cerchio che, in piena trattativa Stato-mafia, si stringeva sempre di più sul giudice Borsellino: “Ci furono due trattative Stato-mafia. E mio marito fu ucciso per la seconda. Quella che doveva cambiare la scena politica italiana” diceva nella sua ultima intervista al Corriere della Sera. In un susseguirsi di tasselli che la moglie di Paolo prova a far combaciare per conoscere finalmente la verità: “Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c’era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato” affermava in un suo intervento alla trasmissione Servizio Pubblico, per poi aggiungere: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”. E ancora: “Mio marito mi disse testualmente che c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato’. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la ‘mafia in diretta’, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”. “Mi disse che il gen. Subranni era ‘punciuto’ – (punto in un rito di affiliazione a Cosa Nostra, ndr) – Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l’Arma dei Carabinieri era intoccabile”. Uno stillicidio che si trascinò fino al giorno della strage: “Quel caldo pomeriggio del 19 luglio 1992, quando è stato eliminato un servitore scomodo dello Stato e i suoi angeli custodi ho avuto la sensazione di subire impotente una guerra combattuta da un nemico senza una precisa identità”. Le cui indagini hanno subito un pesante depistaggio “perchè sono venduti e comprati tutti. – diceva in un’intervista a Left – Quando succedono queste cose sono coinvolti tutti.

 

 

 

Agnese Borsellino, una vita aspettando Verità e Giustizia  – 5 maggio 2013 – Agnese Piraino Leto  Borsellino se ne è andata, nella discrezione e nel silenzio che le era congeniale;  lei vedova di uno dei più grandi magistrati che ha avuto questo paese, ucciso per non farlo indagare e non solo su cosa nostra; lei donna nobile d’animo e donna “gentile” di educazione palermitana che incarnava  la forza d’animo ed anche  la ferma volontà dei palermitani e siciliani  onesti di arrivare alla Verità sulla morte del marito e della sua scorta in quel torrido 19 luglio 1992. Agnese Borsellino non amava né le interviste, nè le apparizioni pubbliche. Subito dopo la strage di Via D’Amelio  si era chiusa nel suo dolore  con i figli ed i familiari più vicini, aspettando con la sua grande forza d’animo, che si facesse luce su quell’auto bomba devastante che ,per altro, il marito Paolo, pochi giorni prima gli aveva anche anticipato, confessandole d’aver saputo che era arrivato in Sicilia il tritolo che avrebbero usato per lui. Non aveva paura Paolo: ma temeva per  i suoi familiari, per la scorta che pure doveva avere,: e per lei, Agnese ed i loro figli. Ma Agnese lo aveva rincuorato: capiva i timori del marito, ma  lei e la sua famiglia, sarebbero stati sempre con lui, vicino a lui ed ai suoi ideali. Così fu,una promessa mai mancata. Non era possibile; perché Agense, Paolo ed i loro figli erano una cosa sola.È morta all’età di 71 anni Agnese Piraino Leto Borsellino. A dare la notizia il fratello del magistrato, Salvatore, con un post su Facebook: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”. Agnese, figlia del presidente del tribunale di Palermo Angelo, si era sposata con Paolo Borsellino, allora giovane magistrato, il 23 dicembre 1968. Dal loro matrimonio sono nati tre figli: Lucia, 44 anni, che oggi ricopre l’incarico di assessore regionale alla Sanità, Manfredi, 41 anni, attuale dirigente del commissariato di polizia di Cefalù, e Fiammetta, di 40. Una vita felice la loro, segnata anche dall’impegno di Paolo Borsellino come magistrato, dalla sua  battaglia giudiziaria contro la mafia, dal suo impegno come magistrato che ha sempre fatto, innanzitutto, il proprio dovere; sino a quel maxi processo che istruì con Giovanni Falcone, aprendo finalmente  gli scenari nascosti di cosa nostra, ma segnando la rottura  di quel patto tra mafia e politica che aveva governato per anni in Italia. Lì l’Italia della società civile si schierò con i magistrati palermitani, la politica dei poteri forti, si incagliò  in quella rottura del patto. Borsellino e Falcone da eroi della lotta contro la mafia, diventarono quasi imputati, rei d’aver rotto gli equilibri: il corvo, i trasferimenti, la chiusura dell’esperienza del pool antimafia di Palermo, segnarono quegli anni a cavallo della caduta del muro di Berlino. E che non dovevano concludersi con la sentenza definitiva della Cassazione che sancì l’ottimo lavoro di Borsellino e Falcone con la condanna definitiva alla cupola di cosa nostra. Con quella sentenza e con  l’assassinio di Salvo Lima, la mafia sancì anche la morte di Falcone a Capaci, il 23 maggio del 1992. Borsellino sopravvisse a quel dolore perche voleva scoprire chi era stato,  doveva capire se  dietro quella strage c’erano apparati dello Stato,  se c’era un altro patto scellerato: lo capì presto e chi di noi , la sera del giugno 1992 era alla Casa Professa di Palermo a sentire la sua ricostruzione dei fatti davanti a centinaia di studenti, capì che quell’uomo sapeva, aveva capito ed aveva fretta di arrivare alle sue conclusioni giudiziarie. E che  impersonava  la speranza di una mondo che voleva finalmente chiudere con la mafia. Ma proprio ad Agnese, la sua Agnese che l’aveva seguito sempre, anche  all’Asinara  con la famiglia  quando Giovanni e Paolo dovevano redigere il rinvio a giudizio che avrebbe poi portato  al maxi processo; alla sua Agnese, Paolo aveva confidato i propri timori, i suoi sospetti,  il perché di quelle  notti insonni e di quegli appunti sull’agenda rossa dalla quale non si separava mai ( e che infatti sparì con lui a Via D’Amelio). Agnese  era rimasta con i suoi segreti e dubbi, evitando al massimo le sue apparizioni ed interviste, limitandosi a presenziare a poche cerimonie pubbliche in ricordo del marito. Ma nonostante questo, aveva sempre detto con chiarezza il suo pensiero nell’impegno antimafia, nella vicinanza ai giovani  che si schieravano, in nome di Paolo e Giovanni, contro  le mafie e per la rinascita della sua Sicilia.La sua riservatezza non le aveva mai impedito di chiedere la verità sulle stragi e la giustizia vera, volendo arrivare sino in fondo per capire chi fossero i mandanti veri di quella stagione di bombe italiane,  quel 1992-1993 che aveva segnato la vita sua e della sua famiglia.  Non avrebbe mai potuto stare sempre in silenzio, perché di Paolo, suo marito, fu veramente compagna e partecipe in ogni decisione ed in ogni momento, soprattutto in quelli più difficili: e con gli anni che avanzavano e mentre  sui motivi di quelle stragi si aprivano scenari di trattative tra stato e mafia, volle finalmente parlare.  Solo nelle sedi opportune, però.  Solo in occasione delle udienze del processo per la strage di via D’Amelio aveva riferito le confidenze e le preoccupazioni del marito alla vigilia dell’attentato del 19 luglio 1992. Proprio in questi giorni è iniziato a Caltanissetta il quarto filone processuale sull’attentato. Agnese era stata sentita durante la fase istruttoria, era indicata fra i testimoni principali del dibattimento. Aveva tra l’altro riferito sulle inquietudini del coniuge che si erano moltiplicate dopo la strage di Capaci nella quale vennero uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Aveva parlato di quell’agenda scomparsa,dei tanti perché che si erano accavallati dopo Via D’Amelio, domande sinora senza risposta. Ma aveva  sempre riportato nelle sedi giudiziarie la fiducia che si potesse  arrivare, alla fine, a far luce su quei misteri. Non ce l’ha fatta: ma altri, a partire dai figli, porteranno avanti la sua ricerca di Verità e  Giustizia.


AGNESE BORSELLINO, DONNA CORAGGIO DEL NOSTRO TEMPO 5 maggio 2014 – “Nel corso dell’ultimo incontro con Agnese, nel quale si preparava alla morte, mi ha comunicato il suo desiderio che emergesse la verità sulla morte di Paolo. Agnese ha dato tutta se stessa nella sua vita. E’ stata una roccia salda. Sperava di riuscire a veder nascere il bambino di Fiammetta ma non ce l’ha fatta. Lo vedrà dall’alto”. Le parole che padre Scordato pronunciò durante l’omelia, ai funerali di Agnese Piraino Leto in Borsellino, riecheggiano ancora ad un anno di distanza nella chiesa di Santa Luisa di Marillac, a Palermo.E cos’altro vedrà ancora, la signora Agnese, guardando dall’alto questa Italia che tanta sofferenza le ha causato in vita? Con profonda amarezza possiamo dire che il suo più profondo desiderio non è stato ancora avverato. “Voglio sapere la verità, perchè è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perchè lo hanno fatto e non voglio nient’altro”. Agnese non chiedeva la verità solo per se stessa e per Paolo, ma anche per gli altri martiri di mafia e soprattutto per le giovani generazioni che non hanno avuto la possibilità di conoscerlo. Su iniziativa del procuratore aggiunto Domenico Gozzo, era stato creato un gruppo a lei dedicato, “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”, a seguito dell’intervista rilasciata dal generale Antonio Subranni nella quale sosteneva che la moglie di Borsellino soffrirebbe di Alzheimer, in quanto era stato da lei definito come “l’amico traditore” di cui parlava il marito. Molti ragazzi che le si sono avvicinati, delle stragi del ’92 e ’93 a volte non conservano nemmeno il ricordo. La moglie del giudice Borsellino aveva imparato ad amarli, quei giovani che le inviavano così tanti messaggi affettuosi, e anche quando la malattia l’ha poi costretta a restare a casa su una sedia a rotelle, Agnese non smetteva mai di leggere e rispondere alle lettere che arrivavano dalla parte più pulita dell’Italia. Per loro, per i suoi figli e nipoti, continuava a dare voce e fiato alla sua richiesta di giustizia.

Parole inascoltate   Chi, però, ha davvero ascoltato le parole di Agnese? Non certo gli uomini delle istituzioni, nei confronti dei quali la moglie di Paolo aveva le idee chiare: “A loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso” diceva. Nell’ultimo anno il livello di tensione attorno ai magistrati che in Sicilia si occupano di indagini di mafia, e in particolare ai pm di Caltanissetta e Palermo, è salito ulteriormente. Di questo già se ne angosciava, Agnese Borsellino, quando nell’ultimo periodo della sua vita apprese di una lettera minatoria indirizzata ai pubblici ministeri Nino Di Matteo, Domenico Gozzo e Sergio Lari: “Mi sembra di rivivere un incubo… Non c’è solo la mafia dietro queste parole minacciose, ne sono sicura. Perchè quei magistrati hanno toccato con le loro indagini alcuni nervi scoperti dello Stato”. Oggi Di Matteo, pm di punta del processo trattativa Stato-mafia e condannato a morte da Totò Riina, è nella lista dei magistrati in questo momento più a rischio. Nonostante ciò, per lui non è stato ancora predisposto il bomb jammer (come era stato invece annunciato, ndr) il dispositivo che intercetta i segnali radio impedendo così l’esplosione di una bomba collegata a un telecomando. Lo stesso dispositivo che, se fosse stato predisposto per Falcone e Borsellino, avrebbe bloccato lo scoppio del tritolo a Capaci e in via D’Amelio. Sul processo che si occupa dei dialoghi tra Stato e mafia – quella trattativa per la quale Borsellino si era messo di traverso, consapevole del grave rischio che correva e poi pagato con la vita – è stato detto di tutto. Proprio recentemente i legali degli imputati Mori, De Donno e Subranni hanno avanzato la richiesta di spostare il dibattimento ad altra sede (facendolo così ripartire da zero) richiesta che la Cassazione ha rispedito al mittente. La trattativa è stata considerata (nel libro scritto a quattro mani da Fiandaca e Lupo) non solo “presunta”, ma condotta addirittura “a fin di bene” per far cessare le stragi piuttosto che cedere alle richieste dei boss mafiosi, nonostante la tragica sequenza di eventi di quei primi anni ’90 ci dica palesemente il contrario. Un muro di ovattato silenzio è ancora presente attorno alla morte di Paolo e ai misteri del ’92, che da una certa parte si è rinsaldato ulteriormente. Proprio alcuni giorni fa l’ex ministro Nicola Mancino (imputato al processo trattativa Stato-mafia per falsa testimonianza) è comparso davanti ai pm di Caltanissetta del Borsellino quater avvalendosi della facoltà di non rispondere (legittima, per carità, ma certamente discutibile). D’altronde, è coinciso che a seguito del conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano in merito alle conversazioni con Mancino, non un esponente degli ambienti politici (di oggi e di allora) si è fatto avanti per contribuire alle indagini con nuove verità. Un vero e proprio silenzio di tomba è calato sui palazzi del potere.

Il coraggio di cambiare “Dobbiamo chiedere perdono al Signore per le cose che non siamo riusciti a portare alla luce, per le cose che ancora non sappiamo. Dobbiamo lavorare per costruire una società degna di essere vissuta” continuava l’omelia di padre Scordato il giorno 6 maggio 2013. Da allora molto è stato fatto, e da diverse città d’Italia una parte della società civile ha dato vita a iniziative, cortei, sit in e movimenti per sostenere le battaglie in cui Agnese Borsellino credeva. Agnese, che da “signorina dei pizzi e merletti” – il nome con cui era conosciuta da giovane, come racconta nel libro “Ti racconterò tutte le storie che potrò” (editore Feltrinelli Fuochi) scritto prima di lasciare questo mondo insieme al giornalista Salvo Palazzolo – era diventata la donna forte che ha accompagnato Paolo per tutta una vita. La sua voce ha fatto rivivere una storia d’amore che, rileggendo quelle pagine, sembra non abbia mai avuto fine. Agnese è l’esempio di vita di una donna che, guardando in faccia un Paese colpevole e vigliacco, con profondo amore e bruciante indignazione – anche se “Io, di certo, non vivrò abbastanza per conoscere la verità” – ha saputo infondere la speranza e la fiducia che un giorno le cose cambieranno. Una parte di questo Paese ha risposto al suo richiamo d’amore e, lo ripetiamo, da allora molto è stato fatto. Non è poco, ma non è neanche tutto. Perchè le cose cambieranno davvero solo se la morte di Paolo e delle altre vittime di mafia saranno considerate delitti perpetrati ai danni di ogni singolo cittadino, al quale ognuno è chiamato a rispondere con coraggio “per costruire una società degna di essere vissuta”. E per non cancellare il ricordo di Agnese, che oggi ci piace ricordare ancora una volta al fianco del suo Paolo, più viva che mai.


I VERTICI DELLO STATO SAPEVANO. “PAOLO AVEVA CAPITO TUTTO” di Sandra Amurri – Il Fatto Quotidiano del 17 giugno 2012   Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora. E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”. A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi? Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere. Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone? Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto. Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati? Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse. Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi. Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava. Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”? Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro. Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra? Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione. Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale? Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono. Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire? Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.

 

 

La moglie di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, è morta il 5 maggio del 2013. Aveva 71 anni ed era malata da tempo. Non smise però  mai di cercare la verità sulla morte di suo marito e manifestò sempre il suo impegno contro la mafia. Ha lasciato un bellissimo libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, un racconto straordianario da lei stessa definito come un regalo alla famiglia. Agnese e Paolo si sposarono il 23 dicembre del 1968. Dal loro matrimonio nacquero tre figli: Fiammetta, Lucia e Manfredi. In occasione della sua ultima apparizione pubblica, l’inaugurazione della nuova sede della Dia a Palermo, già provata dalla malattia, aveva pronunciato poche parole dense di significato “Questa città deve resuscitare, deve ancora resuscitare. Proprio a causa della malattia, non aveva potuto partecipare alla cerimonia per il ventennale delle stragi, ma aveva inviato un messaggio ai giovani “Dopo alcuni momenti di sconforto – aveva scritto – ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui.”  Nei giorni antecedenti alla sua morte aveva preso il via a Caltanissetta il quarto processo per la strage di via D’Amelio e lei, che era già stata sentita in fase di istruttoria, era indicata tra i principali testimoni del dibattimento. Tra le altre cose, aveva dichiarato che le inquietudini del coniuge si erano accentuate dopo la strage di Capaci. “Paolo mi disse: ‘Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno’.” Il testamento di Agnese Borsellino Ti racconterò tutte le storie che potrò”: è questo il titolo le libro-testamento. Agnese Borsellino ha voluto affidare alle pagine di un libro i ricordi di una vita: dal primo incontro con  quell’uomo che poi sarebbe diventato suo marito al giorno della strage, passando per tutte le persone che l’hanno sostenuta negli anni. Il libro è il risultato di una serie di interviste con il giornalista Salvo Palazzolo. 

TI RACCONTERO’ TUTTE LE STORIE CHE POTRÒ GLI AUTORI

 

Agnese Piraino Borsellino (1942-2013) è stata la moglie di Paolo Borsellino, ucciso con i poliziotti della scorta il 19 luglio 1992 a Palermo. Negli ultimi anni  della sua vita, ancorché malata, non ha rinunciato a testimoniare con forza la sua volontà di verità riguardo alle stragi del 1992 e il suo appassionato appoggio ai magistrati che su quei fatti continuano a indagare. Feltrinelli ha pubblicato Ti racconterò tutte le storie che potrò (con Salvo Palazzolo; 2013).

Salvo Palazzolo, giornalista, lavora a Palermo per il quotidiano “la Repubblica”. Ha scritto Bernardo Provenzano. Il ragioniere di Cosa nostra (con Ernesto Oliva; Soveria Mannelli, 2001); Falcone Borsellino. Mistero di Stato (con Enrico Bellavia; Edizioni della Battaglia, 2002), Voglia di mafia. Le metamorfosi di Cosa nostra da Capaci a oggi (con Enrico Bellavia; Carocci, 2004), Il codice Provenzano (con Michele Prestipino; Laterza, 2008), I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia (Laterza, 2010), Se muoio sopravvivimi, la storia di mia madre che non voleva essere più la figlia di un mafioso (con Alessio Cordaro; Melampo, 2012) e Ti racconterò tutte le storie che potrò (con Agnese Piraino Borsellino; Feltrinelli, 2013).

Una stupenda raccolta dei ricordi più belli e significativi della vita professionale  e soprattutto privata di Paolo Borsellino. Leggendo questo libro si ha la possibilità di conoscere la persona e non solo il magistrato che tutti conoscono. E’ possibile conoscere aspetti della sua vita privata prima sconosciuti e apprezzare la grandezza, la bontà, la simpatia dell’uomo/marito/papà.


DEDICHE…

Questo libro mi ha accarezzato, fin dall’inizio con la dedica speciale di chi me l’ha regalato, e fino alla fine con la forza, il coraggio e l’onestà della donna che l’ha fortemente voluto.

Un atto d’amore verso gli italiani, i giovani italiani soprattutto, affinché questi possano sentir nascere dentro quella speranza che ti da la forza per credere in te stesso, che ti rende talmente libero da farti rinunciare, nonostante le difficoltà e i traguardi incerti, a facili scorciatoie, favori e raccomandazioni, che ti spinge a far appello esclusivamente alle tue forze per ottenere ciò che meriti.

Un libro semplice che vuole solo che questo paese non dimentichi mai chi ha pagato con la vita l’incrollabile fede negli ideali di giustizia.

Un libro che vuole solo ricordare che non è normale un paese che non si indigna, che non ha ancora verità e giustizia e che non le pretende. 

Un paese che non ha vergogna per non essere andato a fondo, che è ancora silente…a volte addirittura connivente…

Un libro semplice che fa quello che il mare faceva al grande giudice Borsellino: ti fa sentire libero, ti fa sentire la bellezza di quel fresco profumo di libertà che non può e non deve essere barattato con niente!   LINDA PIEROTTI


Se mi dicono perché l’hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché si arrivi ad una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l’hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire, di fronte al coraggio io mi inchino, da buona cristiana dire perdono, ma a chi? Io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito.  AGNESE BORSELLINO


La FAMIGLIA BORSELLINO


 a cura di Claudio Ramaccini – Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco