LE SIGARETTE DI PAOLO BORSELLINO

 

 

 

Di Pippo Giordano

Siamo pronti a scendere. Con un gesto indico ai ragazzi di precederci, di bonificare la zona e seguirci nel percorso fino a piazza della Libertà, a Roma, nell’edificio che aveva già ospitato l’Alto commissario antimafia. Sono giorni che non ci muoviamo dall’appartamento. Così, con tranquillità, entro nell’autocivetta con Gaspare Mutolo. Faccio il percorso ripassando in testa il film dei racconti del pentito che mi aveva fatto in quelle lunghe settimane stipati nell’appartamento che avevo predisposto per custodire il pentito. Lui poteva costituire la svolta, era una delle memorie storiche di Cosa nostra.  

Ad aspettarci c’è Paolo Borsellino.  Non ci vedevamo da quasi dieci anni. Quando arrivo e lo vedo, non dico una sola parola. Ci stringiamo la mano e subito dopo ci abbracciamo. Siamo rimasti in silenzio a guardarci negli occhi per un po’. Non c’era bisogno di aggiungere niente, sapevamo che il nostro compito era molto gravoso: dovevamo dare un nome agli autori della strage di Capaci. Bisognava mettersi al lavoro, immediatamente.

C’era una strana sensazione diffusa, come se a disposizione avessimo veramente poco tempo.  Borsellino poi mi ha presentato i suoi due colleghi, Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte. Ci sediamo intorno alla scrivania, tutto è pronto per l’interrogatorio e Mutolo comincia a lamentarsi.  Dice che non gli va bene la presenza degli altri due magistrati, che vuole parlare solo con Borsellino
Ed ecco che il magistrato, che stava leggendo alcuni appunti sulla sua agenda rossa, alza lo sguardo, si toglie gli occhiali e dice con decisione: «Questi due miei colleghi sono come i miei figli». Il tono della sua voce dice molto più delle sue parole. Mutolo non accenna neanche a continuare le sue rimostranze, così possiamo procedere senza che il pentito si lamenti oltre.

Paolo Borsellino aveva l’abitudine di pianificare gli interrogatori secondo uno schema: prima l’organigramma di Cosa nostra, poi gli omicidi, infine le collusioni con le istituzioni. Del resto era la stessa metodologia usata dal giudice Giovanni Falcone, quando abbiamo interrogato Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia. Un aspetto chiarito a me e a Mutolo, che valeva per ogni interrogatorio, fino all’ultimo, quello del 17 luglio 1992, due giorni prima della strage di via D’Amelio. Eravamo sempre a Roma, questa volta in via Carlo Fea. Mutolo parlava ormai da ore. La stanchezza era così tanta che neanche la sentivamo più.

A un certo punto interviene Natoli, vuole i nomi dei collusi nelle istituzioni.
Mutolo non tentenna neanche un secondo e li caccia fuori. Dice: «Bruno Contrada, il giudice Signorino… ». Borsellino si infuria. Non era quello il momento. Dice a Mutolo di tacere. Era furioso, preoccupato, nervoso.
Tanto da accendere una sigaretta, mentre un’altra accesa era ancora appoggiata sul posacenere.

A me li aveva già fatti quei nomi, ma facevano parte di quei segreti che ero chiamato a custodire, almeno fino a quando non fossero diventati dichiarazioni ufficiali.  Io pure mi sono incazzato. Mutolo stava disattendendo il programma, così, per istinto, gli ho dato un calcio sugli stinchi. Il rumore sordo del colpo è riecheggiato nella stanza ancora assorta su tutto quanto significassero quei nomi.  
Il numero tre del servizio segreto civile, Bruno Contrada, e un collega di Borsellino, Natoli e Lo Forte: Domenico Signorino, pubblico ministero al maxiprocesso di Palermo a Cosa nostra. Roba da fare accapponare la pelle.

Mutolo li doveva fare quei nomi, ma solo quando Borsellino glieli avrebbe chiesti. Doveva rispettare le regole, ormai era un ex mafioso, doveva sottostare alla legge. E io dovevo farglielo capire. Io li conosco bene gli uomini d’onore. Sono nato e cresciuto a Palermo, nella borgata di Acqua dei Corsari, porta d’ingresso orientale della città e, allo stesso tempo, periferia estrema. Mutolo era solo l’ennesimo pentito che veniva affidato alle mie mani.

Ero appena arrivato alla Dia di Roma, dove ero stato trasferito subito dopo la strage di Capaci. Il direttore, Gianni De Gennaro, mi aveva informato che Gaspare Mutolo aveva appena saltato il fosso e di lì a qualche giorno mi sarebbe stato dato in consegna. Io allora ho cercato un luogo dove poterlo nascondere, trovando un anonimo appartamento a Roma. Sono andato a prendere Mutolo in Toscana con altri agenti della Dia che ci facevano da scorta. Siamo rimasti sempre tappati in quella casa, solo i ragazzi uscivano ma unicamente per comprare i viveri. La forzata convivenza con Mutolo mi ha concesso la possibilità di conoscerlo.

La nostra giornata iniziava di buon mattino, facevamo colazione e con la memoria riattraversavamo le nostre esperienze parallele: la mia di sbirro e la sua di mafioso. Io, purtroppo, ricordavo i vari fallimenti quando mi sono messo sulle sue tracce e su quelle del suo padrino, Rosario Riccobono. Un pezzo da novanta di Cosa nostra, a capo della famiglia di «Partanna-Mondello» e boss di primo livello nel traffico di droga e anche nei rapporti «strategici».  Non è un caso che sia stato proprio Mutolo, il suo braccio destro, a fare il nome di Bruno Contrada, con cui Rosario Riccobono era in contatto. E mentre parlavamo, la mia testa faceva mille collegamenti. Tante domande che nel corso della mia vita mi sono posto cominciavano ad avere una risposta credibile anche se difficile da accettare.

Ecco come Mutolo e Riccobono riuscivano sempre a farla franca, a sfuggire ai nostri tentativi di catturarli. Come quella volta, era il 1982. Ninni Cassarà, il capo della sezione Investigativa della mobile di Palermo, chiama tutta la squadra in ufficio. Bisogna fare un blitz, non sappiamo ancora alla ricerca di chi o cosa. Il capo preferisce non dirlo, troppe volte da quell’ufficio erano uscite notizie importanti. Così partiamo in forze dalla mobile andando nella zona della Fiera, a Palermo. Ci fermiamo di fronte a un palazzo, in via Jung. Cassarà ci chiama intorno a sé. «Allora, qui c’è nascosto Rosario Riccobono», avverte e assegna a ognuno i compiti. Scatta l’operazione, io mi porto sul retro dello stabile, per controllare che non scappi. Altri cingono il perimetro del palazzo mentre si fa irruzione nell’appartamento.

C’è silenzio, nessuno sparo, niente grida. Passano alcuni minuti e Cassarà viene fuori dal palazzo. «Non ci siamo riusciti», dice rabbiosamente. Lo vedo molto preoccupato. Lui mi prende in disparte e mi fa: «Pippo, qualcuno ha parlato».

Nell’appartamento individuato c’erano ancora i piatti caldi sul tavolo. Il pranzo era servito, il latitante era stato lì fino a qualche minuto prima che facessimo irruzione. Ora, dopo una decina d’anni, nell’appartamento romano in cui lo tenevo al sicuro, Mutolo mi dice che è tutto vero. Conferma tutto. I pezzi si vanno mettendo in ordine. Riccobono quel giorno era insieme alla moglie e i figli. Stavano pranzando come una qualsiasi famiglia. Ma a un tratto è arrivata una telefonata e di corsa sono fuggiti, andandosi a rintanare in un altro appartamento dello stesso palazzo. Sarebbe bastato scendere di alcuni piani per beccarlo. E del resto la presenza di Contrada era una costante alla squadra mobile di Palermo, anche se lui non ne faceva più parte essendo già allora nei servizi segreti, a coordinare i centri di Sicilia e Sardegna.

Quella volta non beccammo Riccobono, ma già la sua stella stava comunque smettendo di brillare. Le sorti della sua famiglia erano in decadenza, i «corleonesi» erano in piena ascesa e si erano impossessati di Palermo. La mia città. Quella dove sono sempre tornato, anche quando la mia vita era ormai sistemata. Nel 1980 stavo a Forlì, lavoravo alla squadra mobile. Poche indagini, furti in appartamento o di biciclette, tanti suicidi. Ogni tanto per ravvivare il turno arrivava una rapina in banca.

Ero un brigadiere della polizia e nella cittadina romagnola avevo coltivato un mio piccolo orticello. Le mie operazioni erano sempre sulle prime pagine dei giornali locali. Ero rispettato e apprezzato dai colleghi e dai magistrati. Avevo la mia bella famiglia –una moglie e tre figli –e tutto andava per il meglio. Ma ciò non riusciva a frenare il mio spirito d’avventura. Eppure lavoravo alla mobile dove, per la stessa natura dell’ufficio, la noia non esiste. Avevo bisogno di dare sfogo al mio spirito nomade, sentivo come una chiamata, una terra che come una calamita mi stava chiamando a sé. Ho detto basta e fatto la scelta che ha cambiato la mia vita: il trasferimento a Palermo. Lì c’erano le mie radici, i miei genitori, i miei fratelli, il mio mare. E, anche lì, la squadra mobile.

Quell’edificio in piazza Vittoria che da piccolo guardavo e ammiravo per la sua solidità. Mi intrigava, mi aveva sempre incuriosito da quando avevo conosciuto un cliente fisso della locanda di mio padre ad Acqua dei Corsari. Una borgata così chiamata per via della leggenda. I corsari approdavano dal mare sulla baia di Palermo per rifornirsi d’acqua da una sorgente che fluttuava dagli scogli. Da bambino ci andavo con gli amici a dissetarmi spesso alla fontana de ’u puricino.

Quel cliente abituale di mio padre era un poliziotto ma lo vedevo arrivare vestito da sacerdote, postino, muratore. Io avevo solo 13 anni, non avrei mai potuto immaginare che avrei seguito quelle orme, che sarei diventato uno sbirro. Così ho fatto le valigie e sono tornato a casa.

Da Forlì a Palermo c’erano oltre 20 ore di treno. Nonostante fossi stremato dal viaggio, una volta arrivato, sono entrato nella mia vecchia casa, ho abbracciato e baciato i miei familiari e sono subito salito in terrazzo, da dove si poteva ammirare tutta la costa di Palermo, da Monte Pellegrino a Capo Zafferano, con gli agrumeti alle mie spalle. Ricordo ancora l’odore di zagara misto a quello del mare che mi avvolgeva in quella sera. Erano passati vent’anni da quando avevo lasciato Palermo ma quello scenario non l’avevo mai dimenticato. Anzi, lo ricordavo periodicamente, come un film che scorreva su uno schermo immaginario. Rivedevo nitidamente le immagini gioiose della mia infanzia, le tante premure e le attenzioni dei miei genitori e gli occhi mi si riempivano di lacrime. Da bambino ero di costituzione gracile e spesso mi ammalavo: avevo bisogno di tanto amore. Amore che anche i miei fratelli non mi hanno mai fatto mancare. Ripensavo ai pellegrinaggi al santuario della Madonna di Tagliavia, a Corleone, circa 50 chilometri da Palermo. Si saliva a piedi per onorare il voto alla Madonna.

Alla mia famiglia si aggregavano altri parenti e conoscenti, eravamo una carovana. Per viaggiare avevamo un carro a quattro ruote, ’u strascinu, come i coloni americani del Far West, con un telo bianco a fungere da copertura. E, dopo la visita al santuario, arrivava il momento conviviale, che noi siciliani non ci facciamo mai mancare. Ci mettevamo all’ombra di un carrubo per ripararci dalla calura. Mangiavamo pasta al forno e la salsiccia, arrostivamo tutto sul posto. E non potevano mancare le melanzane. Era una gran festa, un accampamento variopinto con fuochi sparsi qui e lì. Tante famiglie, unite, gioiose e spensierate. Un paesaggio arido con un intenso colore pastello, un po’ la rappresentazione della «sicilianità» dei contadini onesti e del loro duro lavoro nei campi. C’erano delle terrazze naturali che disegnavano un bellissimo saliscendi sul terreno. Con alcuni tratti verdi della macchia mediterranea. Le ombre delle terrazze sembravano pennellate messe un po’ a caso, un quadro disegnato per deliziare il pellegrino. In quello scenario mi perdevo, mi è entrato dritto nel cuore. Sì, ero un picciriddu, ma nel calore del sole cocente riconoscevo la mia appartenenza. La stessa che mi ha richiamato indietro da Forlì all’inizio degli anni Ottanta. E continuavo a domandarmi come fosse possibile che da quelle terre bellissime, da me tanto amate, potessero provenire persone che hanno scritto le pagine più nere della storia siciliana e dell’intero Paese.

Gente come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e tanti altri «corleonesi» di Cosa nostra. Con Paolo Borsellino, quando ero alla mobile di Palermo, non ho avuto molte occasioni di incontro come con Falcone. Gli interrogatori di Mutolo mi hanno permesso di intensificare i rapporti fino all’ultimo venerdì della sua vita, due giorni prima della strage di via D’Amelio. La mattina del 17 luglio del 1992 mi sono alzato presto, dovevo predisporre il trasporto di Mutolo alla sede della Dia a Roma. Il luogo dell’interrogatorio l’ho conosciuto soltanto la sera prima.  Paolo Borsellino era al centro, fra Natoli e Lo Forte, dall’altra parte c’eravamo io e Mutolo

Borsellino ha acceso la prima sigaretta e tirato fuori l’agenda rossa dalla borsa con un fascicolo. Ha messo gli occhiali a ha cominciato a fare domande specifiche su alcuni mafiosi.  Mutolo era un fiume in piena e Natoli, approfittando di una pausa di Borsellino che consultava gli appunti sull’agenda rossa, l’ha interrotto per chiedergli di parlare degli uomini delle istituzioni collusi con la mafia.

L’iniziativa di Natoli non è stato affatto gradita da Borsellino che è andato su tutte le furie e, siccome Mutolo era diventato molto loquace, è stato lo stesso magistrato a interromperlo bruscamente. Certo, il giudice lo sapeva già, ma non voleva che i nomi uscissero prima della verbalizzazione. L’argomento era stato programmato per i giorni a seguire, in quel momento si stava ricostruendo l’organigramma di Cosa nostra. La decisione è stata categorica e abbiamo continuato l’interrogatorio mentre Borsellino si faceva serioso e contrariato.

Mutolo i nomi ormai li aveva fatti: Bruno Contrada, Domenico Signorino. Mi ricordo che in un altro interrogatorio Borsellino, a un tratto, si è dovuto assentare perché doveva fare visita al ministero dell’Interno: ho saputo immediatamente che si era incontrato col capo della Polizia Vincenzo Parisi e proprio con Bruno Contrada.

 

Probabilmente è vero quanto racconta Gaspare Mutolo, che al suo ritorno aveva acceso due sigarette contemporaneamente. Ma non sarebbe stata la prima volta.
In altre occasioni avevo visto il magistrato accenderne una, mentre un’altra era appoggiata sul portacenere.

 

Terminato l’interrogatorio, comunque, ci siamo congedati.  Borsellino mi ha salutato con una stretta di mano e mi ha dato appuntamento alla settimana seguente. Lunedì ero nuovamente al centro operativo di Roma, ho incontrato Mutolo, con le lacrime agli occhi ci siamo abbracciati e fiondati sul lavoro. Dovevamo continuare e completare al più presto gli interrogatori. Avevamo sul collo il fiato dell’urgenza, abbiamo perso il conto delle volte che abbiamo cambiato posto e dei pranzi saltati. Se la strage di Capaci destava il sospetto che fosse coinvolta qualcosa oltre Cosa nostra, quella di via D’Amelio ne dava quasi la certezza. Da IL SOPRAVVISSUTO  di Pippo Giordano Dipartimento Antimafia Polizia Palermo