Inutili i controlli se l’Italia non crede che può «guarire»

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di Lionello Mancini

di Lionello Mancini

Dalla Guardia di Finanza alla Commissione Ue, dalla Banca d’Italia a Confindustria, la realtà del Paese così come affiora dalle parole di questi autorevoli protagonisti e osservatori è una realtà dura e avvilente. Ma questa oggettiva crudezza non deve incrinare la speranza di poterla rovesciare, anzi: deve contribuire a scuotere menti e coscienze per individuare le mosse necessarie a evitare ulteriori sfregi.

«Secondo quanto documentato dalla GdF, il denaro sporco immesso nel circuito finanziario ed economico ha abbondantemente superato nel 2013 il 10% del Pil, ed è stimato in 170 miliardi di euro all’anno (75 dei quali sottratti al Fisco). Più redditivo di tutto resta il narcotraffico (7,7 miliardi), seguito da estorsioni (4,7), sfruttamento della prostituzione (4,6), contraffazione (4,5)» (la Repubblica).

«Nessuno dei 28 Stati membri della Ue – secondo la Commissione europea – è indenne dalla piaga della corruzione, che costa all’economia europea circa 120 miliardi di euro all’anno. Quanto all’Italia, la legge anticorruzione del 2012 è stata un importante passo avanti, ma ha lasciato molti problemi irrisolti, come prescrizione, falso in bilancio, autoriciclaggio, voto di scambio, concussione e molto altro ancora» (Il Sole 24 Ore).
Per il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, «l’illegalità nelle sue diverse forme – dalla corruzione nell’esercizio di pubblici servizi, alle violenze della criminalità organizzata – condiziona pesantemente la crescita economica, impedisce la corretta allocazione
di fondi pubblici per lo sviluppo, si ripercuote a volte sulla stessa possibilità di operare delle imprese»
(Corriere della sera).

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ripete alla Commissione bicamerale per la semplificazione: «L’Italia è ostaggio di una burocrazia soffocante. Bisogna invertire una rotta che altrimenti ci porterà alla deriva e poi al naufragio. Ma anche il fisco è punitivo, complicato, incerto e assoggetta l’impresa a migliaia di adempimenti e altrettanti controlli» (Il Sole 24 Ore).

Va innanzitutto notato che tali pesantissime evidenze non hanno originato i soliti balletti, contrasti e polemiche cui siamo stati purtroppo abituati. Segno, forse, che ormai sui fatti nessuno si azzarda più a discettare o a barare. Un passo avanti. Dato questo quadro, ormai sufficientemente condiviso, occorre subito dopo riconoscere che solo l’impegno di migliaia (milioni) di persone può erodere il macigno economico e reputazionale che ci schiaccia. E non ci stiamo, ovviamente, riferendo agli addetti ai controlli – spesso solo frustrati inseguitori di buoi scappati dalla stalla – ma ai tanti che dovrebbero con decisione serrare i ranghi dell’etica, della deontologia, della professionalità, della sana intrapresa.
Infine – è bene ricordarlo senza timore di ripetersi – che se le degenerazioni unanimemente indicate sono, per tipologia e vastità, in grado di fiaccare qualunque Paese ne fosse affetto, nel caso dell’Italia spalancano le porte a quei temibili poteri criminali con cui non sempre il Paese ha dimostrato di voler chiudere i conti.

Sole 24 Ore 10.2.2014