- Chi era
- Il ricordo dell’ANM
- Un magistrato scomodo
- Il primo delitto eccellente
- Il suo ricordo. ANM
- Il ricordo del procuratore nazionale antimafia
- L’omicidio
- Funerali di Stato da Scaglione a Borsellino
L’omicidio di Pietro Scaglione e l’alba della stagione dei delitti eccellenti
Il crepuscolo di un mattino di maggio
Pietro Scaglione era un uomo di abitudini ferree, quasi rituali. Ogni mattina, prima di varcare la soglia del Palazzo di Giustizia, si recava al cimitero dei Cappuccini per un momento di raccoglimento sulla tomba della moglie Concetta, scomparsa quattro anni prima. Era un gesto di amore e di pietà che i suoi assassini conoscevano perfettamente. Quella mattina del 5 maggio, intorno alle 10:30, il magistrato risalì sulla Fiat 1500 nera di servizio, sedendosi sul sedile posteriore, mentre al volante l’appuntato Antonio Lo Russo si apprestava a percorrere l’ultimo chilometro verso il tribunale.
La dinamica dell’agguato rivela una pianificazione militare e una conoscenza millimetrica del territorio. Via dei Cipressi, all’altezza del civico 242, presenta una strozzatura che costringe le vetture a rallentare vistosamente. È in questo punto che una Fiat 850 affiancò l’auto del magistrato. I killer non diedero scampo: due raffiche di mitra e diversi colpi di pistola esplosi a bruciapelo colpirono prima Lo Russo, che cercò disperatamente una manovra evasiva, e poi Scaglione. Il silenzio del quartiere fu interrotto dal fragore delle armi automatiche, ma subito dopo tornò una calma irreale, tipica di una città che aveva già imparato a non vedere e a non sentire.
L’istantanea di un’aggressione brutale
La scena del crimine, come ricostruita dai primi inquirenti giunti sul posto intorno alle 10:55, offriva un quadro di spietata efficienza criminale. L’auto di servizio giaceva ferma al centro della carreggiata, crivellata da decine di proiettili. Antonio Lo Russo, 42 anni, era riverso sul volante, finito con un colpo di rivoltella alla nuca, un marchio di fabbrica delle esecuzioni mafiose. Pietro Scaglione, 65 anni, giaceva sul sedile posteriore, colpito ripetutamente al torace e al capo. Sul selciato rimasero decine di bossoli di mitra e di pistola, a testimonianza di un fuoco incrociato che non doveva lasciare superstiti.
Pietro Scaglione: l’uomo che sapeva troppo
Nato a Lercara Friddi il 2 marzo 1906, figlio di un possidente agricolo, Pietro Scaglione non era un magistrato qualunque. Era entrato in magistratura a soli 22 anni, nel 1928, attraversando il ventennio fascista con una rigorosa indipendenza che gli sarebbe valsa la stima dei colleghi nel dopoguerra. La sua carriera era stata una lenta e inesorabile discesa nei gironi infernali dei misteri siciliani: dai processi per la strage di Portella della Ginestra del 1947 alle indagini sull’uccisione del sindacalista Salvatore Carnevale nel 1955.
Come Procuratore Capo dal 1962, Scaglione si era trovato a gestire gli anni più caldi del “sacco di Palermo” e della prima guerra di mafia, culminata nella strage di Ciaculli del 1963. Non fu un burocrate, ma un implacabile accusatore di Luciano Liggio e della cosca dei Corleonesi, dirigendo nel 1966 la prima grande operazione di polizia internazionale contro gli affiliati di quella che allora veniva chiamata semplicemente “la cosca dei viddani”.
C’era però un episodio che, più di altri, gettava un’ombra inquietante sulla sua morte: l’incontro mai avvenuto con Gaspare Pisciotta. Nel febbraio del 1954, il luogotenente del bandito Giuliano, detenuto all’Ucciardone, aveva chiesto di parlare con Scaglione per rivelare i mandanti politici della strage di Portella della Ginestra. Il magistrato si recò in carcere, raccolse le prime dichiarazioni esplosive e promise di tornare l’indomani per formalizzare il verbale. Ma quella notte, Pisciotta morì dopo aver bevuto un caffè alla stricnina. Scaglione portò con sé il peso di quella verità soffocata per diciassette anni, diventando il custode di segreti che lambivano i vertici dello Stato e i centri di potere occulto.
Le tappe di un’esistenza in prima linea
Il profilo di Pietro Scaglione emerge come quello di un magistrato completo: laureatosi giovanissimo nel 1927, fu vicepretore e poi Pubblico Ministero negli anni quaranta, distinguendosi per un garantismo rigoroso unito a una fermezza operativa senza sconti. Nel 1957 divenne Magistrato di Cassazione e, dopo un breve periodo a Roma, tornò a Palermo dove assunse la direzione della Procura nel 1962. Fu tra i primi a intuire che la mafia aveva origini politiche e che per combatterla bisognava “snidare” i mafiosi all’interno delle pubbliche amministrazioni, una visione che lo portò a scontrarsi con i poteri forti della città durante gli anni delle speculazioni edilizie.
Antonio Lo Russo: la fedeltà oltre il dovere
Accanto alla figura imponente del Procuratore, la storia ha spesso dimenticato il sacrificio di Antonio Lo Russo, un uomo la cui vita è l’emblema della lealtà silenziosa verso le istituzioni. Appuntato degli Agenti di Custodia, Lo Russo non era un semplice autista, ma l’ombra protettiva di Scaglione. Originario di Ruvo di Puglia, si era trasferito a Palermo dove viveva con la moglie e i due figli piccoli, Felice e Salvatore.
La sua dedizione era tale che aveva rinunciato alla promozione a vice brigadiere pur di non lasciare il fianco del Procuratore, consapevole del rischio crescente che quell’incarico comportava. Il destino volle che tra i primi ad accorrere in via dei Cipressi dopo gli spari ci fosse suo fratello, Rocco Lo Russo, anch’egli appuntato, che si trovò di fronte alla straziante visione del corpo senza vita del congiunto. Lo Russo fu riconosciuto “Vittima del Dovere”, e alla sua memoria è stata successivamente intitolata la casa circondariale di Palermo Pagliarelli, a imperituro ricordo di un uomo che scelse la fedeltà estrema in una terra di tradimenti.
L’inchiesta e il muro dell’omertà
Le indagini sull’omicidio di Pietro Scaglione iniziarono sotto il segno di uno shock istituzionale senza precedenti. Era la prima volta che la mafia colpiva al cuore la magistratura siciliana, violando quel patto non scritto che fino ad allora aveva garantito una sorta di incolumità ai vertici giudiziari. Le prime piste si concentrarono sulla cosca dei Corleonesi. I collaboratori di giustizia, anni dopo, avrebbero fatto nomi pesanti: Luciano Liggio, Totò Riina e Pippo Calò sarebbero stati i mandanti, mentre al volante della Fiat 850 dei killer sedeva Pino Greco “Scarpuzzedda”.
Eppure, nel 1971, la parola “mafia” era ancora un tabù per molti settori dello Stato. Durante i funerali, il sindaco di Palermo parlò di “società pervertita e ubriacata dalla materia”, mentre un sottosegretario definì l’agguato come “espressione tipica dell’anarchismo sociale”. Nessuno, nelle sedi ufficiali, ebbe il coraggio di chiamare Cosa Nostra per nome, nonostante Scaglione avesse passato la vita a combatterla.
La geografia criminale di un delitto eccellente
L’omicidio fu consumato nel territorio della cosca di Porta Nuova, ma con la partecipazione di killer provenienti da Santa Maria di Gesù e Corleone, a dimostrazione di una decisione presa collegialmente dai vertici di Cosa Nostra. Il movente, secondo le ricostruzioni più accreditate, non fu una vendetta personale, ma una mossa strategica: Scaglione stava per lasciare Palermo per assumere l’incarico di Procuratore Generale a Lecce. La mafia temeva che, da quella nuova posizione, potesse continuare a influenzare le indagini sui misteri siciliani che ancora gestiva o che la sua partenza potesse segnare il passaggio di consegne a magistrati ancora più determinati, innescando una reazione terroristica volta a intimidire l’intero corpo giudiziario.
L’iter processuale: una giustizia in esilio
Il processo per l’omicidio Scaglione seguì una parabola comune a molti “delitti eccellenti” dell’epoca: lo spostamento per legittima suspicione. Il dibattimento fu trasferito alla Corte d’Assise di Bari, lontano da una Palermo considerata troppo condizionabile. Tuttavia, la distanza non facilitò la ricerca della verità. In quegli anni, la magistratura italiana faticava a trovare prove che reggessero il vaglio di tribunali che richiedevano riscontri quasi impossibili per i crimini mafiosi.
Nonostante le indagini condotte con “autorevole fermezza operativa” da magistrati come Gaetano Costa (che anni dopo avrebbe pagato con la vita lo stesso impegno), il processo di Bari si concluse con una serie di assoluzioni largamente dovute alla insufficienza di prove. Nel 1991, il giudice istruttore di Genova Dino Di Mattei dichiarò definitivamente il non doversi procedere nei confronti dei presunti responsabili, poiché non era stato possibile individuare elementi di riscontro oggettivo alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta e Antonino Calderone. Una verità giudiziaria che, per decenni, è rimasta una ferita aperta, incapace di coincidere con la realtà storica dei fatti.
La macchina del fango: la delegittimazione post-mortem
Forse l’aspetto più crudele della vicenda di Pietro Scaglione non fu l’agguato in via dei Cipressi, ma ciò che accadde subito dopo: la sistematica operazione di delegittimazione volta a infangarne la memoria. Come scrisse Paolo Borsellino nel 1987, la mafia attuò una “campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che avevano intuito qualcosa”, e quando non bastava il piombo, scattava la calunnia.
Per anni, circolarono voci malevole che dipingevano Scaglione come un magistrato “morbido” nei confronti di certi ambienti, o addirittura colluso con Luciano Liggio, facilitandone la latitanza nel 1969. Si trattava di accuse infondate, spesso alimentate da settori dell’opinione pubblica e della politica che avevano interesse a indebolire l’istituzione che Scaglione rappresentava. Questo “secondo omicidio” serviva a isolare la figura del magistrato, facendolo apparire non come un eroe caduto per lo Stato, ma come una vittima di oscuri regolamenti di conti interni a un sistema ambiguo.
L’analisi critica dei colleghi: Falcone e Borsellino
Giovanni Falcone fu tra i primi a comprendere il valore profondo del sacrificio di Scaglione, scrivendo che l’omicidio aveva lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa Nostra non era stata intimidita dalla repressione e che era pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino. Anche Paolo Borsellino sottolineò come Scaglione fosse stato lasciato solo dallo Stato, diventando un bersaglio facile proprio perché isolato. Entrambi i magistrati videro nel delitto del 1971 il prototipo della strategia mafiosa: colpire il simbolo, delegittimarlo e poi condannarlo all’oblio.
Testimonianze e società civile: una città sospesa
Le testimonianze raccolte all’epoca descrivono una Palermo divisa tra lo sgomento e il terrore. Alberto Sensini, sul Corriere della Sera, scrisse che il caso Scaglione segnava “un confine che non può essere oltrepassato, un punto di non ritorno”. Eppure, la risposta della società civile fu timida, soffocata da un’omertà che in via dei Cipressi si era fatta muro fisico. Un tassista dell’epoca ricordava come molti preferissero fare lunghe deviazioni pur di non passare davanti al civico 242, per il terrore di essere anche solo visti dagli occhi indiscreti della cosca della Ziza.
I colleghi magistrati, riuniti in assemblea subito dopo l’omicidio, approvarono un documento di straordinaria importanza storica, in cui ribadivano la volontà di non farsi intimidire, ma chiedevano anche che si smettesse di formulare giudizi superficiali sulla figura di Scaglione senza averne la documentazione. Tra le voci più ferme vi fu quella di Cesare Terranova, che difese sempre l’integrità del suo Procuratore, ricordandone il rigore morale e la capacità di visione in tempi in cui lo Stato sembrava non avere né bussola né volontà di lotta.
Il lungo cammino verso la riabilitazione
La riabilitazione completa di Pietro Scaglione è stata un processo lento, durato mezzo secolo. È passata attraverso la tenacia della famiglia, in particolare del figlio Antonio Scaglione, ordinario di diritto processuale penale, e attraverso una riconsiderazione storica degli atti giudiziari dell’epoca. Il punto di svolta istituzionale arrivò nel 1991, quando il Consiglio Superiore della Magistratura lo riconobbe ufficialmente come “magistrato caduto vittima del dovere e della mafia”.
Questa riabilitazione non è stata solo simbolica, ma ha comportato una rilettura dell’intera “linea Scaglione”: un modo di fare giustizia che, pur nei limiti normativi del tempo, aveva saputo colpire i legami tra mafia e politica amministrativa in un modo che sarebbe stato compreso appieno solo decenni dopo. Nel giugno 2022, il conferimento della medaglia d’oro al merito civile da parte del Presidente della Repubblica ha suggellato definitivamente la memoria di Scaglione e Lo Russo come pilastri della resistenza democratica contro la violenza mafiosa.
Il riconoscimento del merito civile
Il decreto presidenziale del 2022 recita che Pietro Scaglione e Antonio Lo Russo sono stati “esempio di assoluta dedizione al servizio delle istituzioni”, sottolineando come la loro morte sia avvenuta in un contesto di “intransigente contrasto alla criminalità organizzata”. Questo atto formale ha cancellato decenni di calunnie e di zone d’ombra, restituendo alla storia d’Italia due figure che avevano scelto di abitare la frontiera della legalità quando questa era ancora terra di nessuno.
Eredità di un delitto: tra inchiesta e memoria
Rileggere oggi la morte di Pietro Scaglione significa guardare nell’abisso di un’epoca in cui la mafia stava diventando Stato. Il suo omicidio non fu solo l’eliminazione di un giudice scomodo, ma un test di stress per la democrazia italiana. La capacità di Cosa Nostra di colpire il Procuratore Capo della Repubblica di una delle città più importanti d’Italia, e di restare impunita per cinquant’anni, racconta la fragilità delle istituzioni di allora e la potenza di un sistema criminale che sapeva integrare piombo e fango.
L’inchiesta su via dei Cipressi rimane, per molti versi, un’inchiesta aperta nello spirito dei cittadini onesti. Se gli autori materiali sono rimasti senza volto nelle sentenze, la verità storica ci consegna un magistrato che ha combattuto la mafia dei latifondi e quella dei colletti bianchi, un uomo che ha visto morire Pisciotta e che ha tentato di dare un nome ai mandanti della strage di Portella della Ginestra. La riabilitazione di Scaglione non è dunque un atto di pietismo, ma un atto di giustizia verso un pioniere dell’antimafia che ha pagato il prezzo più alto per aver compreso, troppo in anticipo, che la mafia è un fenomeno politico prima ancora che criminale.
La memoria di Antonio Lo Russo, infine, ci ricorda che non ci sono vittime di serie B. La sua Fiat 1500 nera, ferma in quella strozzatura di via dei Cipressi, è il monumento silenzioso a tutti quegli agenti, scorte e autisti che hanno reso possibile il lavoro dei magistrati, diventando bersagli mobili di una guerra che non avevano cercato, ma che hanno combattuto con la dignità del dovere quotidiano.
Roberto Greco
In ricordo di Pietro Scaglione
Pietro Scaglione (Palermo, 2 marzo 1906 – Palermo, 5 maggio 1971) Procuratore della Repubblica di Palermo, assassinato dalla mafia.
Il dottor Pietro Scaglione viene assassinato a Palermo il 5 maggio 1971. Il magistrato e l’autista Antonio Lo Russo percorrono in auto via dei Cipressi quando vengono affiancati da una Fiat 850 dalla quale alcuni killer esplodono due raffiche di mitra. Scaglione e Lo Russo muoiono sul colpo. Il magistrato come ogni mattina, anche quel tragico 5 maggio del 1971, si era recato al cimitero dei Cappuccini per far visita alla tomba della moglie Concetta scomparsa da qualche anno. Quelli erano gli ultimi giorni di vita siciliana per Scaglione, che era già stato destinato a ricoprire le funzioni di Procuratore Generale a Lecce.
A oggi non sono noti i nomi dei sicari né è stato pienamente acclarato il movente del vile attentato. I collaboratori di giustizia hanno fornito elementi utili alle indagini, ma essi si sono rivelati privi di sufficienti riscontri.
Pietro Scaglione è il primo giudice siciliano ucciso dalla mafia. Nell’editoriale del Corriere della Sera pubblicato all’indomani dell’omicidio, Alberto Sensini scrive: “Il caso Scaglione segna un confine che non può essere oltrepassato, un punto di non ritorno”. La sorella del magistrato, Rosa, quando esce dall’obitorio urla: “Hanno ucciso il Procuratore. In questo momento ridono perché non li prenderanno mai”.
Pietro Scaglione nasce a Palermo il 2 marzo del 1906; è figlio di un possidente agricolo. Si laurea giovanissimo ed entra in magistratura nel 1928. Dopo essere stato Vicepretore e Pretore, approda alla Procura di Palermo dove gli vengono affidati i processi per la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Nel febbraio del 1954, Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, e condannato all’ergastolo, chiede di parlare con un magistrato. È di turno Scaglione. Pisciotta ricostruisce a lui i particolari e la dinamica di quella strage. Il magistrato assicura che tornerà l’indomani con un cancelliere. Ma l’indomani Pisciotta muore dopo aver bevuto un caffè alla stricnina. Scaglione si occupa anche dell’assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso nel 1955, negli anni del latifondismo e delle lotte contadine. Da Procuratore capo indaga sulla strage di Ciaculli e con l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo contribuisce a reprimere efficacemente la mafia, come attesta anche la Relazione della Commissione parlamentare antimafia. Scaglione si batte per la introduzione di nuove norme antimafia di contrasto della criminalità organizzata e per il soggiorno obbligato da infliggere ai mafiosi anche in mancanza di diffida.
Le ricostruzioni operate in quegli anni anche sui mezzi di informazione, sottolineano che, prima come Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di appello e poi come Procuratore capo, Scaglione, fu un implacabile accusatore di Luciano Liggio e di tutti gli affiliati alla cosca mafiosa di Corleone dirigendo personalmente nel 1966, per la prima volta, un’operazione di polizia, a livello internazionale, nei confronti degli stessi. Fu poi convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. È il tempo del cosiddetto braccio di ferro tra il magistrato e i politici, il tempo in cui la “linea” Scaglione portò ad una serie di procedimenti nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici. Vi furono tentativi di mafia diretti a offuscare la figura del Procuratore. Come ricordò Paolo Borsellino nel 1987, la mafia decise, a partire dall’omicidio di Scaglione, “una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che avevano intuito qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolate, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino calunniati. Accadde così per Scaglione…”. Come è stato scritto, a partire dall’omicidio del Procuratore Scaglione, la “costante di ogni delitto eccellente” della mafia consisterà nel fatto che “prima, oppure dopo il tritolo o il piombo, scatta sempre un’opera di delegittimazione” volta a indebolire la figura della personalità uccisa. L’uccisione del Procuratore Scaglione – come scrisse a sua volta Giovanni Falcone – ebbe sicuramente “lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino”.
Subito dopo l’uccisione di Pietro Scaglione, i magistrati della Sicilia, riuniti in assemblea, approvarono un documento che, anche sotto gli aspetti appena indicati, è di grande importanza. Vi si legge: “I Magistrati del Distretto di Palermo, con l’intervento dei magistrati degli altri Distretti della Sicilia, riuniti in assemblea, profondamente costernati per l’infame assassinio che ha turbato gravemente la opinione nazionale; dichiarano che la temeraria sfida non attenuerà, né rallenterà l’opera di prevenzione e di repressione della criminalità e del fenomeno mafioso; anzi ribadiscono la decisa e ferma volontà di impegnare tutta la loro abnegazione ed energia in questo difficile compito.
Pietro Scaglione, un magistrato scomodo che la mafia ha cercato di screditare anche da morto
LE INTERCETTAZIONI DI TOTO’ RIINA SULL’EX PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI PALERMO CI RICORDANO CHE LA VERITA’, SUI FATTI DI MAFIA, E’ SEMPRE PROBLEMATICA. SPECIE SE DI MEZZO C’E’ LO STATO ITALIANO
Scrive su facebook Enzo Napoli, dirigente del PD siciliano di pensiero laico e autonomo: “Sono sconcertato dall’enfasi che i mass media danno alle intercettazioni di Riina. Ma il dubbio che sappia di essere intercettato e lanci apposta precisi messaggi (e disposizioni), viene solo a me?”.
Considerazione intelligente, che cozza, però, con un’Italia conformista. Che, oltre a dover fare i conti con gli storici che non sempre raccontano la verità (vedi il Risorgimento in Sicilia) affida la ricostruzione di eventi tutto sommato non lontani alle parole dei mafiosi.
Di tutte le rivelazioni del boss dei boss Totò Riina ce n’è una, in particolare, che ci ha colpito: la ricostruzione dell’omicidio di Pietro Scaglione avvenuto il 5 maggio del 1971.
Scaglione è stato un grande magistrato. Quando venne ucciso ricopriva la carica di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. Riina – intercettato mentre parla nel carcere dov’è rinchiuso – dice che ad uccidere l’alto magistrato è stata la mafia.
In effetti, nel 1984, Tommaso Buscetta, pentito storico di Cosa nostra, dice al giudice Giovanni Falcone che Scaglione era un magistrato integerrimo, grande nemico dei mafiosi. E aggiunge che ad ucciderlo sono stati i corleonesi di Luciano Liggio e di Totò Riina, con il “sì” di un altro grande capo mafia, Pippo Calò.
E’ grazie anche alle ricostruzioni di Falcone che viene messa la parole fine a tutti i tentativi, durati oltre un decennio, di screditare la figura di Scaglione.
Sono stati due, grosso modo, i filoni con i quali si è cercato di appannare l’immagine di Scaglione.
Il primo filone, per così dire, si sostanzia nei dubbi manifestati da Giorgio Pisanò, storico dirigente del Movimento sociale italiano, parlamentare e componente della Commissione Antimafia nazionale. Autore, tra le altre cose, di una delle due relazioni di minoranza scritta a chiusura dei lavori della prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nel 1976 (la seconda relazione di minoranza è stata scritta da Pio La Torre, storico dirigente del Pci siciliano ucciso il 30 aprile del 1982).
Pisanò rimproverava a Scaglione la mancata cattura di Liggio nel 1969. In realtà, in quell’occasione, con molta probabilità, il magistrato era stato tratto in inganno da ‘qualcuno’. E, in ogni caso, la sceneggiata organizzata per non catturare Liggio andava ben oltre Scaglione, che probabilmente è stato vittima di questo ‘caso’.
Pisanò è stato un bravo parlamentare. Molto informato sulle vicende contorte del nostro Paese (si è occupato anche del crack di Michele Sindona e della P2). Ma su Scaglione, con molta probabilità, è stato informato male.
Un secondo filone utilizzato per denigrare Scaglione è stato il ‘caso’ di Gaspare Pisciotta. Le cronache più o meno interessate, nel decennio che va dalla sua uccisione fino agli primi anni ’80 del secolo passato, ricordavano spesso che Scaglione, nei primi giorni del 1954, allora nei panni di pubblico ministero a Palermo, aveva interrogato Gaspare Pisciotta – braccio destro del bandito Salvatore Giuliano – qualche giorno prima che lo stesso Pisciotta venisse avvelenato al carcere Ucciardone di Palermo con un caffè ‘corretto’ con la stricnina.
Ma se nel caso della mancata cattura di Liggio ‘qualcuno’ era stato abile a imbrogliare le carte tirando dentro Scaglione, nel caso dell’omicidio di Gaspare Pisciotta le accuse mosse allo stesso Scaglione sono sempre state illogiche. Se Scaglione avesse fatto parte del ‘gioco’ che porterà all’eliminazione di Pisciotta (forse uno dei pochi a conoscere la verità su Salvatore Giuliano) che motivo avrebbe avuto di andarlo a interrogare in carcere?
Chi ha fatto uccidere Pisciotta l’ha fatto per eliminare un testimone scomodo. E l’ha eliminato per evitare che parlasse.
Scaglione va ad interrogare Pisciotta proprio perché non è a conoscenza di tutti i retroscena e degli ‘intrighi’ di quello che il giornalista Pietro Zullino, nel libro“Guida ai misteri e piaceri di Palermo”, definisce “L’intrigo fondamentale”.
La verità è che Scaglione era un magistrato scomodo in una Palermo in quegli anni acquiescente. Quando si parla di Scaglione molti dimenticano che negli anni ’60 – gli anni roventi del ‘sacco edilizio’ di Palermo – Scaglione aveva più volte a provato a creare seri problemi a Salvo Lima e a Vito Ciancimino. Che lo detestavano ‘amabilmente’.
L’omicidio di Scaglione apre in Italia – e non soltanto a Palermo e in Sicilia – una stagione tragica che arriva fino al 1992 e, forse, oltre.
Scaglione era perfettamente al corrente dei legami tra mafia e politica. Quando diventa Procuratore della Repubblica di Palermo la sua nomina non è ben vista da certi ambienti politici. Siciliani e romani.
Oltre alle dichiarazioni di Buscetta risulta molto interessante la ricostruzione fatta da un altro pentito di mafia, Antonio Calderone. Che ha dichiarato che l’omicidio di Scaglione va inquadrato in un contesto di azioni eversive messe in atto dai mafiosi in seguito al fallito golpe Borghese.
Azioni eversive che i mafiosi, in quegli anni, hanno messo in atto con ‘pezzi’ dello Stato. Proprio come è avvenuto con le stragi del 1992 che hanno portato all’eliminazione di altri due grandi magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ultima notazione. Scaglione, come già ricordato, venne ammazzato il 5 maggio del 1971. Si trovava a bordo di una Fiat 1500 guidata dal suo agente di custodia, Antonio Lo Russo.
Erano appena usciti dal cimitero dei Cappuccini. Imboccata la via dei Cipressi, l’automobile nella quale viaggiavano Scaglione e Lo Russo venne bloccata da un’altra automobile. Dalla quale uscirono due, forse tre uomini armati di tutto punto. Il procuratore della Repubblica e il suo agente di custodia vennero travolti da una tempesta di piombo.
Nel volto di Scaglione morto qualcuno notò uno sguardo strano, quasi un accenno di stupore. Troppo poco, ovviamente, per affermare che il procuratore potesse aver riconosciuto qualcuno dei suoi killer.
Ma il dubbio – incrociandolo con le dichiarazioni di Calderone – potrebbe anche starci. Chissà.
