La mafia? Non è così forte come appare

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di Lionello Mancini

 

di Lionello Mancini

«Il primo stadio, il più rozzo, si può semplificare con l’apertura di una pizzeria nella città d’origine dell’organizzazione criminale. E ciò è avvenuto molti anni fa. Aprire una pizzeria a Lecco è una fase successiva. Passare a un’azienda di costruzioni o di movimento merci attraverso prestanome è uno sviluppo ulteriore.

Il progressivo ingresso nel tessuto economico del Nord ha portato a forme più sofisticate, attraverso il ricorso a consulenti. Ma, per ora, qui siamo: le aziende mafiose conservano le loro caratteristiche criminali, il loro obiettivo non è ancora il successo imprenditoriale». Così, con la semplicità della competenza vera, il professor Ernesto Savona, direttore di Transcrime (Università Cattolica), ha spiegato al “Corriere della Sera” come funziona il contagio mafioso.
Nel nostro Paese il contrasto alla criminalità è stato troppo a lungo affidato alla concitazione dello stress sociale acuto. Ben venga, perciò, la complessa ricerca condotta da Transcrime, ricca di dati inediti e utilissima a erudire il fronte dell’antimafia, purtroppo afflitto da ricorrenti tempeste di luoghi comuni, cifre in libertà, iperboli propagandistiche e ricette infondate che si alimentano di allarme in allarme, convegno dopo convegno. Ma la linea del fronte non avanza.

Tanto per cominciare, lo studio rileva che la ricchezza a disposizione della criminalità organizzata è una parte dei 26 miliardi generati ogni anno da narcotraffico, estorsioni, prostituzione eccetera. Di questo ammontare, stimano gli analisti, la mafia rastrella una quota che va dal 32 al 51%, pari a 8-13 miliardi l’anno. Tantissimi soldi, ma niente a che vedere con le cifre astrali agitate per anni dalle eccitate Cassandre di cui pullula il nostro fronte.

La composizione della ricchezza illegale era in parte nota, ma da Transcrime giunge la conferma di quali serissimi pericoli corra l’economia normale. Quasi 8 miliardi da traffico di droga vanno sommati ai 4,7 dello sfruttamento sessuale. Ma le “fonti” successive quotano 11 miliardi e, per la loro tipologia – estorsioni, contraffazione, usura, tabacco, traffico di rifiuti – sono quasi interamente attribuibili alle mafie. Il che sposta i loro ricavi verso la parte alta della forchetta degli 8-13 miliardi.
Che fine fa questo denaro? Dove e come viene investito? Molte e dettagliate le risposte (per le quali si rinvia al sito https://www.investimentioc.it/
), qui ci limitiamo a pochi cenni qualitativi: i criminali non amano rischiare e perciò investono per lo più in immobili; non sanno (né interessa loro) far rendere le aziende, le spolpano; la misurazione scientifica della dislocazione geografica delle cosche toglie senso all’espressione “dilagare” e, anzi, obbliga a distinguere anche nelle stesse quattro regioni vittime del fenomeno. Ancora: la condizione che più attrae e favorisce i boss, è quella dei mercati bloccati, protetti, senza competizione, quello delle concessioni e assegnazioni dirette, quei mercati in cui il politico o l’amministratore corrotti amplificano il potere di influenza degli “imprenditori” inetti e svelti solo di mano. Non serve aggiungere molto altro per cogliere i punti su cui concentrarsi per presidiare gli ingressi dell’economia vera.

Sole 24 Ore 21.1.2013

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