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COMO  – Scarantino ritratta: âSu Borsellino ho mentitoâ â Davanti ai giudici del processo  che si sta svolgendo a Como, Scarantino si è rimangiato tutto.
Crolla e ritratta Vincenzo Scarantino, il pentito chiave del processo per la strage di via DâAmelio. E con lui rischia di crollare lâintero impianto accusatorio messo in piedi dalla procura di Caltanissetta. Davanti ai giudici del processo bis, che si sta svolgendo a Como, Scarantino oggi si è rimangiato tutto. âIo dellâomicidio di Borsellino sono innocenteâ, ha detto lâuomo che si era accusato di aver procurato la Fiat 126 poi imbottita di tritolo che è costata la vita al giudice antimafia e ai cinque uomini della scorta. Grazie alle dichiarazioni di Scarantino, nella prima tranche del processo erano stati condannati allâergastolo Pietro Scotto, Giuseppe Orofino e Salvatore Profeta. A lui stesso erano stati inflitti diciotto anni di carcere.
Immediata la replica del pubblico ministero. Che ha chiesto â insieme ai difensori degli imputati â che Scarantino fosse sentito non piĂš come imputato ma come testimone: con lâobbligo quindi di dire la veritĂ , pena lâincriminazione per falsa testimonianza. Ma lâaccusa è andata oltre, paventando lâipotesi di atti intimidatori ai danni del collaboratore di giustizia. âChiediamo â ha detto il pubblico ministero Antonio Di Matteo â lâesame di funzionari di polizia su quanto accertato in relazione a tentativi di arrivare a convincere Vincenzo Scarantino a ritrattare. Mi riferisco in particolare a movimenti di denaro sino a qualche giorno faâ.
Scarantino ha poi spiegato lâennesima versione del suo pentimento. Lo ha fatto platealmente, chiedendo agli agenti che lo circondavano di farsi da parte, perchĂŠ le telecamere potessero riprenderlo. Forti pressioni degli inquirenti mentre era in carcere, ha detto: âA Pianosa ho passato quaranta giorni indimenticabili. Scrivevo sui muri del bagno che se io facevo il bugiardo era perchĂŠ mi volevano ammazzareâ. Prigionia dura, denuncia Scarantino, âcibo scarso e con i vermiâ, con unâunica via dâuscita: parlare. E allora Scarantino decide di collaborare, raccontando ciò che sapeva sul traffico di droga a Palermo. âMa il dottor La Barbera (al tempo dei fatti capo del gruppo antistragi, ndr) disse che gli interessavano solo gli omicidiâ, ha detto oggi Scarantino. Aggiungendo: âLa Barbera mi disse che mi sarei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbe dato duecento milioni. Ma a me non interessavano i piccioliâ. Un altro clamoroso dietro front, quindi. Lâultimo della lunga serie di colpi di scena che hanno accompagnato la storia di questo strano pentito. Anomalo perchĂŠ prima dellâarresto di lui, anche in ambienti investigativi, si sapeva poco quanto niente. Un delinquente di quartiere, secondo alcuni nemmeno un mafioso. Viveva alla Guadagna, la zona controllata da Pietro Aglieri, con la moglie Rosaria Basile e tre figli. Ma rispondeva gli ordini del cognato, Salvatore Profeta, della cosca di Santa Maria di GesĂš. Poi lâarresto e subito dopo â è il 24 giugno del â94 â le prime dichiarazioni. Che consentono di ricostruire la dinamica della strage di via DâAmelio e di risalire ai responsabili. Scarantino accusa, e si autoaccusa.Passa piĂš di un anno, ma il 10 ottobre 1995 Rosalia Basile, la moglie, esce allo scoperto. Dice che il marito mente, che le sue dichiarazioni sono state estorte âa forza di botte e minacceâ dai magistrati di Caltanissetta. Abbandona il marito, che viveva con lei sotto protezione, e con i figli torna alla Guadagna. Ma su Scarantino in quei giorni sparano tutti. Gli avvocati degli imputati cercano di dimostrare che lui non può essere pentito di mafia perchĂŠ uomo dâonore non è stato mai. Chiamano in ballo due transessuali, che affermano di avere avuto rapporti con lui. Cosa che, secondo il codice dâonore di Cosa nostra, impedirebbe di entrare nellâorganizzazione. Ma anche i boss pentiti dicono di non conoscerlo, lo fanno Cancemi, La Barbera e Di Matteo.Le sue dichiarazioni però reggono. I riscontri ci sono. Lui ribadisce di essere un âleale collaboratore di giustiziaâ. E le condanne al primo âprocesso Borsellinoâ arrivano. Scarantino continua a parlare e fa altri nomi. Quelli di Giovanni Brusca e Raffaele Ganci, cha danno il via alla nuova inchiesta. âNon ho fatto prima i loro nomi per pauraâ, dice. Anche la moglie torna sui suoi passi e lâ8 marzo 1997 si riconcilia col marito, rinunciando al divorzio. Il pentito Scarantino guadagna credibilitĂ , diventa sempre piĂš il pilastro su cui si regge lâintero processo. Un pilastro che si credeva stabile. Fino a oggi.  (15 settembre 1998) LA REPUBBLICA
COMO â Il pentito-chiave ritratta salta il processo Borsellino?  Il pentito chiave della strage Borsellino, Vincenzo Scarantino, ritratta e accusa. Lo fa a Como dove era stato chiamato per alcuni confronti con altri pentiti di mafia.  Ma il programma salta per lâ apparente e improvvisa decisione dellâ ormai ex pentito sulle cui accuse è stato in gran parte costruito lâ impianto accusatorio che ora rischia di essere gravemente compromesso. Tra primo, secondo e terzo processo sulla strage di via Dâ Amelio, ci sono oltre 50 imputati. Tre sono stati giĂ condannati allâ ergastolo e lo stesso Scarantino ha avuto inflitta una pena a 18 anni di reclusione. Ma ieri, come aveva provato a fare altre volte, ha ritrattato tutto e dietro questo clamoroso dietro fronte ci sarebbe la regia non tanto occulta di Cosa Nostra. Un professionista, forse un avvocato, avrebbe mediato con Scarantino per indurlo a ritrattare. Il âpentitoâ avrebbe giĂ ricevuto un âaccontoâ di 40 milioni ed âassicurazioniâ per la moglie ed i suoi due figli. E lui avrebbe accettato, Cosa Nostra gli avrebbe dato piĂš âgaranzieâ dello Stato e cosĂŹ quando ieri mattina, dopo lo scontro in aula tra Brusca e Di Matteo, è stato chiamato per essere interrogato ha subito esordito: âHo inventato tutto io assieme alla polizia e ai giornali. Lâ unica cosa vera è la droga, perchĂŠ io lavoravo con la droga. Sono quattro anni che (giudici e inquirenti ndr) mi minacciano, mi levano i figli, ed io ho paura di essere ammazzato dalla Poliziaâ. Scarantino è un fiume in piena e per sostenere il suo âravvedimentoâ, per âpulirsi la coscienzaâ, fa la cronistoria della sua vicenda. Dice che in carcere gli davano da mangiare pasta con i vermi, brodo con lâ urina, che lo picchiavano selvaggiamente per costringerlo a pentirsi e ad accusare. E chiama in causa gli stessi pubblici ministeri del processo, Anna Palma e Antonino Di Matteo, i capi del gruppo âFalcone-Borsellinoâ, la squadra di poliziotti guidata prima dallâ attuale questore di Napoli, Arnaldo La Barbera e dal vicequestore Mario Bò. âI magistrati esercitavano pressioni psicologiche ed anche minacce, âaggiustavamoâ le dichiarazioni, ma non era vero niente. Io â dice Scarantino â non so nulla della strage di via Dâ Amelio, ho accusato persone innocenti ma perchĂŠ mi ci hanno costretto ed a casa ho anche fotografie degli imputatiâ. Anche le accuse a Silvio Berlusconi sono false (aveva dichiarato che da Palermo i boss gli inviavano cocaina ndr):âHo accusato Berlusconi perchĂŠ lui era contro i pentiti e allora ho fatto quelle dichiarazioniâ. Ma dalle domande dei pubblici ministeri emerge chiaramente che qualcuno â per conto di Cosa Nostra â negli ultimi mesi e anche lâ altro ieri, ha avvicinato Scarantino e lâ ha convinto a fare marcia indietro.  La Repubblica 16.9.1998
Deposizioni nei processi di Vincenzo Scarantino AUDIO
- VINCENZO SCARANTINO
- Il caso Scarantino
- Interrogatorio  28/9/2009
- Interrogatorio   17/9/2009
- Interrogatorio   9/6/2011
- Como, udienza del 14 settembre â98 del processo per la strage di via DâAmelio bis
- La difesa contro i motivi del proscioglimento
LA STORIA DI VINCENZO SCARANTINO, IL FALSO âPENTITOâ CREDUTO DA TROPPI MAGISTRATI. SOLO UN INCREDIBILE ERRORE?
Dopo 11 processi sarĂ inevitabile un processo di revisione per assicurare una veritĂ giudiziaria alla strage di via Mariano DâAmelio. E questo per lâapprossimazione, lâimperizia, i gravi errori e forse il dolo con cui le indagini sulla vicenda sono state condotte. Lâintera vicenda giudiziaria, cominciata poche ore dopo il massacro, si è sviluppata attorno a tre dibattimenti con i relativi gradi di giudizio (il primo, il bis e il ter), ma non si è ancora conclusa per i filoni dâinchiesta aperti dopo le dichiarazioni di nuovi âpentitiâ e del dichiarante Massimo Ciancimino, figlio dellâex sindaco di Palermo. Le nuove indagini potrebbero portare a processi di revisione per imputati innocenti giĂ condannati, oltre a processi per nuovi indagati. Nel primo processo erano imputati, quali esecutori, Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Vincenzo Scarantino. In primo grado i primi tre furono condannati allâergastolo e Scarantino, falso âpentitoâ e accusatore degli altri, a 18 anni. In appello lâergastolo è stato confermato solo per Profeta, la condanna di Orofino è stata portata a 9 anni per favoreggiamento e Scotto è stato assolto. Confermati i 18 anni a Scarantino. Le condanne sono diventate definitive dopo la sentenza della Cassazione. Il processo bis, nel quale erano imputati gli uomini della cupola e i capi mandamento di Cosa nostra, si è concluso il 18 marzo del 2004 con 13 ergastoli. Il carcere a vita è stato confermato anche in Cassazione per Totò Riina, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Gaetano Scotto, Francesco Tagliavia. Ergastolo anche per Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana che in primo grado erano stati invece assolti. Il processo Borsellino ter, accorpato a uno dei filoni processuali della strage di Capaci, si è concluso nel 2006, dopo che la Cassazione aveva parzialmente annullato la sentenza del 2003 della Corte dâAppello di Caltanissetta, trasferendo il fascicolo a Catania. Inflitte condanne a vita a Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci, Francesco e Giuseppe Madonia, Giuseppe e Salvatore Montalto, Filippo Graviano, Cristoforo Cannella, Salvatore Biondo il âcortoâ e Salvatore Biondo il âlungoââ, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto âNittoâ Santapaola, Mariano Agate, Benedetto Spera. I due âcollaboratori di giustiziaâ Antonino GiuffrĂŠ e Stefano Ganci sono stati condannati rispettivamente a 20 e 26 anni di reclusione. Condannati anche altri tre âpentitiâ: Salvatore Cancemi (18 anni e 10 mesi), Giovanni Brusca (13 anni e 10 mesi), Giovambattista Ferrante (16 anni e 10 mesi).
IL FALSO âPENTITOâ
Lâaspetto piĂš scabroso di questa vicenda giudiziaria riguarda un falso âpentitoâ, a lungo utilizzato dalla procura di Caltanissetta, anche attraverso delle forzature, e creduto da piĂš di una corte. Il falso âpentitoâ è Vincenzo Scarantino, 27 anni al momento dellâarresto avvenuto il 29 settembre 1992, a poco piĂš di due mesi dalla strage.  Scarantino viene accusato di concorso in strage e di furto aggravato. La prima accusa è collegata a quella di concorso nel furto aggravato della Fiat 126 che gli artificieri di Cosa nostra imbottirono con 80 chili di plastico. Questa autobomba venne fatta esplodere domenica 19 luglio con un radiocomando ed è lâordigno che uccise il procuratore aggiunto di Palermo e cinque dei sei agenti di polizia della sua scorta. Che la cattura di Scarantino sia una cattura anomala lo dimostra la mobilitazione che si crea attorno al suo caso. Il 2 ottobre una manifestazione in suo favore si svolge nel rione palermitano della Guadagna dove abita la famiglia del giovane. Un centinaio di persone, tra cui numerosi parenti di Scarantino, si radunano nella piazza principale e attraversano in corteo le strade del quartiere. Sui cartelli di protesta, affidati a un gruppo di bambini, spiccano le scritte: âEnzo è innocenteâ; âRidate Enzo alla sua famigliaâ; âNon si può credere a violentatori infami e viliâ. Questâultima affermazione si riferisce a Salvatore Candura, 31 anni, Luciano e Roberto Valenti, 28 e 21, arrestati per un caso di violenza carnale e accusati in seguito di essere gli autori materiali del furto della Fiat 126 utilizzata per lâattentato. I tre avrebbero confessato di avere rubato lâutilitaria a Pietrina Valenti, parente di Luciano e Roberto, su commissione di Vincenzo Scarantino. Il 3 novembre 1993 Vincenzo Scarantino compare davanti ai giudici della quarta sezione del Tribunale di Palermo per rispondere dellâaccusa di detenzione e spaccio di stupefacenti assieme al fratello Umberto. Venti giorni dopo Scarantino, viene condannato a nove anni di carcere per detenzione di droga. Eâ forse proprio questa pesante condanna a trasformare il piccolo delinquente di borgata Vincenzo Scarantino nel âsuperpentitoâ, testimone della strage di via DâAmelio. Il 20 dicembre Scarantino, giĂ in carcere da piĂš di un anno, comincia uno sciopero della fame. Il 3 gennaio 1994 la procura di Caltanissetta chiede il rinvio a giudizio delle quattro persone a suo dire responsabili di avere partecipato alla strage di via DâAmelio: il presunto boss Salvatore Profeta, suo cognato Vincenzo Scarantino, Pietro Scotto e Vincenzo Orofino. A condurre lâindagine è stato Arnaldo La Barbera del Servizio Centrale Operativo della polizia, coordinata dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra e dai sostituti Paolo Giordano, Ilda Boccassini, Carmelo Petralia e Fausto Cardella. Questâultimo è il pm che una volta trasferito a Perugia chiederĂ il rinvio a giudizio del senatore a vita Giulio Andreotti â accusato dellâomicidio del giornalista Mino Pecorelli â che poi sarĂ assolto con formula piena. Al momento lâinchiesta della procura di Caltanissetta ha in mano solo un balordo come Vincenzo Scarantino, accusato da altri delinquenti di quartiere di aver fatto rubare la Fiat 126 utilizzata per la strage. Dallâarresto di Scarantino gli investigatori sono risaliti al cognato Salvatore Profeta, (arrestato il 9 ottobre 1993, indicato come vice capo della famiglia di Santa Maria di GesĂš), a Pietro Scotto e a Vincenzo Orofino. Profeta, secondo lâaccusa, sarebbe stato il âcoordinatoreâ della strage; Scotto, impiegato in una azienda telefonica, avrebbe allestito una âsala dâascoltoâ in un appartamento vicino allâabitazione della madre del magistrato ucciso, intercettando una telefonata del giudice Borsellino che quel giorno preannunciava una sua visita; Giuseppe Orofino avrebbe invece tenuto in custodia la Fiat 126 nella sua officina dove venne imbottita di esplosivo. Siamo solo alle prime battute dellâinchiesta eppure, incredibilmente, il procuratore Tenebra si sbilancia fino a dire: âQuesta parte dellâinchiesta ci sembra definita ed a nostro giudizio è abbastanza solida da reggere al dibattimentoâ. Lâ11 febbraio i familiari di Scarantino rinnovano la loro protesta, questa volta davanti al palazzo di Giustizia di Palermo. Secondo loro, le dure condizioni carcerarie cui è sottoposto a Pianosa il loro congiunto (che ha giĂ tentato il suicidio) servirebbero ad indurlo a âpentirsiâ. Puntuale, sei mesi dopo, arriva la notizia del âpentimentoâ di Vincenzo Scarantino che è possibile datare al 24 giugno 1994. Uno dei legali del neo âpentitoâ, lâavv. Paolo Petronio, denuncia: âLâatteggiamento a dir poco ambiguo, nonchĂŠ di scarsa considerazione del ruolo del difensoreâ. E aggiunge: âI difensori di Scarantino non sono stati nĂŠ avvisati nĂŠ revocati in relazione allâinizio di una collaborazione del loro assistito ed il ricorso ad escamotage sleali ci danno la misura dellâesercizio di uno strapotere da parte degli organi inquirenti assolutamente inconcepibile in uno stato di diritto dove viene di fatto ipocritamente strombazzata una paritĂ tra accusa e difesa in concreto inesistente. In tal senso eloquente è la circostanza che il difensore di Scarantino, giunto a Piombino sabato 9 luglio scorso per raggiungere Pianosa, si è visto negato lâimbarco per andare a conferire con il detenuto Scarantino, con la scusa che lo stesso era âapplicato ad altra attivitĂ â e pertanto non poteva incontrare il difensore. Ed ancora ieri lâaltro difensore, avv. Mario Zito, ha potuto conferire regolarmente con Scarantino affrontando addirittura argomenti difensiviâ. La nota del difensore cosĂŹ conclude: âLa copertura dellâinizio dellâattivitĂ di collaborazione di Scarantino ci dĂ lâimpressione di una strumentalizzazione della stessa nella misura in cui la si vuol rivelare soltanto in coincidenza con la data del 19 luglio, secondo anniversario della strageâ. Il 23 luglio, a seguito delle polemiche sorte su un âpentimentoâ troppo annunciato, il procuratore di Caltanissetta Tinebra è costretto a precisare che âScarantino non ha subito nessun tipo di violenza o di imposizione. Si è autonomamente deciso a collaborare e ciò ha fatto in maniera che ci ha pienamente convintiâ. Intanto le dichiarazioni di Scarantino consentono lâemissione di 16 nuovi ordini di custodia cautelare per la strage di via DâAmelio. Il 9 agosto nuovo intervento pubblico della procura di Caltanissetta, questa volta affidata al sostituto Carmelo Petralia che, sempre a proposito del âpentimentoâ di Scarantino, dice: âEâ una decisione che è andata maturando⌠di tanto in tanto tramite canali assolutamente legittimi ed istituzionali Scarantino chiedeva, per esempio, di essere interrogato dai magistrati della procura di Caltanissetta. Grazie allâuso dellâistituto del colloquio investigativo (âŚ) Scarantino ha avuto un contatto con un ufficiale di polizia giudiziaria, Arnaldo La Barbera, ed ha potuto probabilmente maturare in modo piĂš sereno il suo proposito di collaborare con la giustiziaâ. Il 30 settembre, lâavv. Luigi Ligotti, meglio noto come âlâavvocato dei pentitiâ dal momento che nella sua carriera ne ha assistiti decine, rinuncia alla difesa di Scarantino. Il motivo: non meglio precisate âragioni di ordine processualeâ. Il 20 ottobre cominciano a filtrare le prime dichiarazioni del neo âpentitoâ al sostituto Ilda Boccassini. âMi sono macchiato di crimini orrendi e di orrendi omicidiâŚâ, dice Scarantino. Nel ricostruire la sua storia criminale, Scarantino liquida lâimmagine del piccolo malavitoso di borgata, dedito a furti dâauto ed al piccolo spaccio di droga, ma tuttavia buono dâanimo, tanto da indossare il saio di una confraternita religiosa per seguire la statua del santo portato in processione. Al magistrato Scarantino dice di essere stato un âuomo dâonore riservatoâ, presenti suo cognato Salvatore Profeta, Pietro Aglieri e Carlo Greco. âAl termine della cerimonia â ricorda Scarantino â abbiamo mangiato e poi ci siamo baciati tutti, ed io diventai uomo dâonore riservato per non essere a occhio della polizia e degli altri uomini dâonore, tranne quelli della mia famigliaâ. Invitato a parlare delle sue vittime, il âpentitoâ cita Benedetto Bonanno, 22 anni, ucciso con colpi di pistola il 24 marzo del 1988, del cui cadavere si disfece dandolo alle fiamme e poi i fratelli Santo e Luigi Lucera, di 54 e 44 anni: dice di averli sgozzati in una casa di campagna, a Santa Maria di GesĂš. Ma anche i magistrati si accorgono che alcune ârivelazioniâ di Scarantino sono in rotta di collisione con quelle di altri due âpentitiâ di rango, Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera, i quali hanno per altro ammesso le loro responsabilitĂ per la strage di Capaci. Scarantino, ad esempio, sostiene, come testimone oculare, che la strage di via Dâ Amelio venne decisa da Totò Riina nel corso di una riunione, tenuta nella villa di Giuseppe Calascibetta, alla quale intervennero anche La Barbera e Cancemi, i quali negano con decisione. Il 24 gennaio 1995 emerge la notizia che Sacarantino ha provato ad accreditarsi come un âpentitoâ in grado di parlare anche dei politici, sostenendo che Cosa nostra forniva cocaina a Silvio Berlusconi, in quel momento solo ex presidente del Consiglio. Anzi dal verbale, datato 24 giugno 1994, appare chiaro che il nome di Berlusconi è stato tra i primi fatti. Scarantino sostiene di avere appreso dal boss Ignazio PullarĂ che questâultimo âmandava cocaina a Berlusconiââ. E poi aggiunge: âBerlusconi conosceva altri boss come Luciano Liggioâ e inoltre âmanda 50 milioni lâanno alla famiglia di Santa Maria di GesĂšâ. Il 24 maggio, Scarantino compare per la prima volta in corte dâAssise al primo processo per la strage di via DâAmelio in corso a Caltanissetta. Dice Scarantino: âMi sono pentito un mese e mezzo dopo essere stato arrestato, nel settembre â92, ma ho cominciato a collaborare solo nel giugno â94. Avevo paura delle minacce di Profeta, e mi vergognavo anche del fatto che avrei dovuto dire a quei magistrati che avevo ucciso un loro collega. Di tutti gli omicidi che ho fatto quello di Borsellino è stato quello piĂš brutto. Non sapevo però come fare, ho pure tentato il suicidio in carcere, prima cercando di impiccarmi e poi tagliandomi le vene. Ma dopo un colloquio con mia moglie mi decisi a parlareâ. E cosĂŹ continua: âEro il guardaspalle di Salvatore Profeta e un giorno, tra la fine di giugno e inizio luglio del â92, lo accompagnai ad una riunione in una villa ai Chiarelli, a Palermo. Io mi fermai fuori, insieme ad altre sei persone, ma dentro si tenne una riunioneâ. Scarantino, su invito del pubblico ministero, omette di dire i nomi dei partecipanti a questa riunione, come anche di altre persone con le quali era entrato in contatto nel corso della preparazione della strage. Poi aggiunge: âNon sentivamo di cosa si discutesse dentro, ma ad un certo punto parlarono di Borsellino, di Falcone e di esplosivoâ. Al termine della riunione Profeta gli chiede di procurargli una macchina di piccola cilindrata. âA mia volta â dice Scarantino â chiesi a Salvatore Candura di procurarmi la macchina, ed una decina di giorni prima del 19 luglio il Caldura mi portò una Fiat 126â. Il 17 luglio del â92, il venerdĂŹ precedente la strage, âinsieme ad altre persone portai la 126 davanti alla carrozzeria di Giuseppe Orofino, in via Messina Marina. Lâindomani, mentre stavo nel bar Badalamenti, alla Guadagna, insieme ad altre persone, arrivarono Gaetano e Pietro Scotto, e âTanuzzuâ parlando ai presenti disse che erano riusciti a intercettare il telefono: âstavolta a chistu lâincucciammu (questo stavolta lâabbiamo in pugno. Ndr), è stata la risposta dei presenti. Nel pomeriggio, insieme ad altre persone, in tutto otto, abbiamo portato la macchina nella carrozzeria di Orofino. Qualcuno portò dentro la carrozzeria la 126, e dopo un poâ arrivò una Suzuki jeep che, secondo me, portava lâesplosivo. Io non entrai nella carrozzeria, ma, insieme ad altri due, giravamo con le moto intorno lâedificioâ. Il compito di Scarantino e delle altre persone era quello di intercettare eventuali pattuglie della polizia o dei carabinieri, sparargli e farsi eventualmente arrestare pur di salvare le persone dentro la carrozzeria. âDopo circa quattro ore â continua Scarantino â uscirono dalla carrozzeria e tornammo tutti a casa. Lâappuntamento era per lâindomani, domenica 19 luglio, alle 5,30 di mattina. Allâalba, insieme ad altre persone, siamo andati a prendere la macchina, quindi, con un corteo di tre automobili e la 126 in mezzo siamo andati in piazza Leone, dove ci aspettavano altre tre persone. LĂŹ ci siamo fermati, gli abbiamo consegnato lâauto e ce ne siamo andati. Io sono tornato a casa, ho parlato al telefono con la mia ragazza, ho pranzato, ho chiamato al telefono la mia amante, poi, nel pomeriggio, alle 17,30, ho sentito persone in mezzo alla strada che gridavano âhanno ucciso Borsellino, hanno ucciso Borsellinoâ. Sono subito andato da Salvatore Profeta per dargli la notizia, a casa sua, e lâho trovato sdraiato sul divano che guardava alla televisione le immagini della strage di via DâAmelio. In seguito mi dissero che a compiere la strage erano stati quei tre che ci aspettavano a piazza Leone, quei tre âdalle corna dâacciaioââ. Il 26 luglio, per la prima volta, si diffondono âvociâ secondo le quali Scarantino avrebbe deciso di ritrattare le sue accuse. Tramite il sostituto Carmelo Petralia la procura smentisce, ma Concetta Scarantino, sorella di Vincenzo, e la cognata Maddalena Mastrolembo (moglie di Domenico â fratello del âpentitoâ â in carcere per ricettazione di auto) riferiscono ai cronisti di avere ricevuto due telefonate e poi una terza (che hanno registrato) nelle quali Scarantino affermerebbe di âvoler tornare in cella, di volere parlare con i magistrati per ritrattare le accuseâ. Ma lo stesso giorno il âpentitoâ viene rintracciato da un giornalista di âStudio Apertoâ a cui dichiara di aver âdeciso di dire tutta la veritĂ e di non collaborare piĂš, perchĂŠ ho detto tutte bugie. Non è vero niente, sono tutti articoli che ho letto nei giornali e ho montato tutta questa cosaâ. Alla domanda del giornalista che lo aveva rintracciato se âquindi sono tutti innocenti quelli che lei ha nominato?â, Scarantino risponde: âTutti innocenti, me ne vado in carcere e lo so che mi faranno orinare sangue e mi faranno morire in carcere. Però morirò con la coscienza a postoâ. Il giorno dopo, Scarantino fa marcia indietro: âEâ stato solo un momento di sconforto, confermo la mia volontĂ di collaborare con la giustiziaâ. Lo dice al pubblico ministero di Caltanissetta Carmelo Petralia. In relazione al âcaso Scarantinoâ la procura di Caltanissetta diffonde una nota nella quale definisce âgrave il comportamento di quanti hanno strumentalizzato un comprensibile desiderio di affetto per fini processuali che nulla hanno che vedere con una vicenda che presenta tratti esclusivamente umaniâ. Aggiunge lâaltro pm del processo, Anna Maria Palma: âLa mobilitazione, non nuova, della sua famiglia e di un intero quartiere conferma, se mai ve ne fosse bisogno, la caratura del personaggio e lâimportanza delle dichiarazioni che ha resoâ. Ma il 10 ottobre, in un esposto consegnato alla procura di Palermo, Rosalia Basile, moglie di Scarantino, accusa i magistrati della procura di Caltanissetta di avere estorto al marito le sue confessioni. Sempre secondo lâesposto, Scarantino avrebbe confidato alla moglie che i pubblici ministeri Carmelo Petralia ed Ilda Boccassini lo avrebbero indotto ad accusare il cognato Salvatore Profeta: âSe non lo fai non sei credibileâ gli avrebbero detto. âMio marito mi disse che i pm giocano sporcoâ â si legge ancora nellâesposto â Rosalia, devi vedere come mi difendono, pur sapendo che sono tutte bugie, perchĂŠ se questo processo finisce male possono andare a difendere i processi dei minoriâ. In unâaltra occasione, sostiene la moglie, il âpentitoâ sarebbe venuto a Palermo per individuare lâofficina carrozzeria di Giuseppe Orofino dove la 126 venne caricata con il tritolo. âMio marito non sapeva dove si trovasse â sostiene la donna â e con un gesto uno dei poliziotti gliela indicòâ. Nellâesposto si prospettano comportamenti illeciti da parte dei magistrati inquirenti sulla strage di Caltanissetta, con riferimento a una presunta falsa verbalizzazione od a rifiuto di verbalizzare ed infine al divieto che sarebbe stato imposto a Scarantino di parlare con i magistrati di Palermo in assenza di quelli nisseni. Informata dellâesposto, presentato dalla moglie di Scarantino, il sostituto procuratore di Caltanissetta, Anna Maria Palma, pubblico ministero dâaula al processo per la strage di via DâAmelio, cosĂŹ commenta: âQuesto conferma ancora una volta le incredibili pressioni che la Basile riceve dalla famigliaâ. Intanto stanno emergendo nuovi particolari sulla personalitĂ di Scarantino e soprattutto sulla sua vita sessuale che potrebbe essere incompatibile con un uomo dâonore. Il 31 ottobre in Assise vengono chiamati a testimoniare âMargotâ, âFlaviaâ e âFiammettaâ (un transessuale e due omosessuali) e cioè Michela DâAmico, 35 anni, Mario Ingrassia, 34, e Giovanni Nicchia, 40. âMargotâ, che ha cambiato sesso e si è sposata cinque anni prima con un imprenditore toscano, conferma che dal 1982 al 1984 ebbe una relazione con Scarantino: âLo conobbi per strada a Palermo. Enzo mi offrĂŹ un passaggio ed io accettai. Da quel giorno abbiamo vissuto per quasi due anni assieme, ne ero innamorataâ.Vengono poi ascoltati Mario Ingrassia e Giovanni Nicchia, che abitavano nello stesso cortile dove âMargotâ viveva con il âpentitoâ. I due testi confermano lâesistenza di una relazione tra il transessuale e Scarantino. Il 2 novembre altro colpo di scena: Scarantino riafferma di essere âpentitoâ e leale collaboratore della giustizia. Rivela inoltre che la moglie gli confidò di avere ricevuto pressioni telefoniche da Pietro Aglieri ed altri latitanti perchĂŠ lo inducesse a ritrattare. PiĂš volte durante lââinterrogatorio della moglie, Vincenzo Scarantino (protetto in aula da cinque carabinieri) grida âbugiardaâ alla moglie che risponde: âBugiardo sei tu, dilla tutta la veritĂ â. Rosalia Basile dichiara inoltre che in occasione della deposizione del marito al processo âgli fecero avere le carte un mese prima e lo fecero studiareâ. âSono qui â prosegue â per dire tutta la veritĂ e anche mio marito la deve dire. A luglio mio marito voleva tornare a Palermo e ritrattare tutto. Diceva che il verbale lo aveva fatto il pm Petralia e lui aveva firmato. Poi gli hanno fatto fare un confronto con altri pentiti, Cancemi, Di Matteo, La Barbera e anche con Marino Mannoiaâ. âQuando chiesi di tornare a Palermo â sostiene la teste â vennero i Pm Palma, Petralia e lâavv. Lucia Falzone. Volevo tornare a casa quando Enzo mi disse che era innocente. Ma non potevo uscire perchĂŠ ero sequestrata in casa. Dopo che mio marito voleva ritrattare ci trasferirono in una villa dove pagavano quattro milioni al mese. In quella villa venne lâispettore Luigi Pagano che disse a mio marito che poteva richiedere una bella somma se mi convinceva a rimanere, 500 milioni. La dottoressa Palma venne a trovarmi e mi disse che io al processo dovevo avvalermi della facoltĂ di non rispondere. Ma ho deciso di tornare a casa, lâho fatto per la mia coscienza. Nei giorni scorsi mio marito mi ha telefonato dicendo âAttenta a quello che dici al processoâ. Le telefonate sono state registrate, ho le bobine a casaâ.
A questo punto Scarantino chiede al presidente della corte Di Natale di parlare: âGiuro su Dio e sulla vita dei miei figli che nessun magistrato, nĂŠ poliziotto, mi ha detto mai nienteâ. Rosalia Basile, nella seconda parte della sua lunga testimonianza che si protrae fino a sera, parla ancora delle pressioni che sarebbero state fatte sul marito per indurlo al âpentimentoâ.
40 giorni dopo Scarantino ribadisce la sua âcollaborazioneâ. Interrogato a Messina, per motivi di sicurezza, dai giudici della corte dâAssise di Caltanissetta, Scarantino spiega di avere ritrattato per una crisi di sconforto. Il 27 gennaio 1996 arriva la prima sentenza per la strage di via DâAmelio: ergastolo per Orofino, Scotto e Profeta. Il âpentitoâ Vincenzo Scarantino viene condannato a 18 anni di reclusione. Con ordinanza separata la Corte concede la scarcerazione di Scarantino, giĂ da tempo detenuto in struttura extra carceraria, osservando che con âla sua scelta di collaborare ha rotto ogni legame con gli ambienti criminaliâ. Il 7 agosto 1996 sulla scena processuale compare un altro âpentitoâ, Giovanbattista Ferrante il quale tra i motivi che lo hanno indotto alla âcollaborazioneâ dice che câè anche il desiderio di scagionare una persona da lui ritenuta innocente: Pietro Scotto, il tecnico dellâElte (impiantistica telefonica) condannato allâergastolo con lâaccusa di avere intercettato lâutenza della madre del giudice Paolo Borsellino per raccogliere informazioni, indispensabili al commando omicida, sugli ultimi spostamenti del procuratore aggiunto. Ferrante esclude che lâutenza fu intercettata ed avrebbe spiegato il modo in cui Cosa Nostra apprese che il magistrato si sarebbe recato a casa della madre. Secondo il pm Anna Maria Palma, Ferrante ha partecipato solo alla fase finale dellâattentato: âIl collaboratore di giustizia non conosce le fasi precedenti e quindi non sa del ruolo di Scotto che è stato ampiamente provatoâ. Tanto âampiamente provatoâ che Scotto sarĂ assolto nel processo dâAppello. Il 27 maggio 1997, gli avvocati impegnati nella difesa dei 18 imputati del processo bis per la strage di via DâAmelio, nel corso di una conferenza stampa, affermano che âI pm hanno tenuto nel cassetto confronti discordanti tra pentitiâ. Gli avvocati ribadiscono che i pm Anna Palma e Antonino Di Matteo avrebbero depositato con anni di ritardo il testo dei confronti tra il âpentitoâ Vincenzo Scarantino ed altri tre collaboratori (Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera e Santo Di Matteo) nel corso dei quali il teste-chiave del processo viene smentito in molti punti. In particolare sulla presunta riunione in cui i boss avrebbero deciso la strage. Secondo i legali, i verbali dei confronti, svolti nel gennaio del â95, non vennero depositati allâudienza preliminare del â96: âSe il Gip li avesse letti â dice lâavv. Scozzola â avrebbe potuto o dovuto concludere in maniera diversaâ. Il mancato deposito di quei confronti avrebbe impedito di chiarire la posizione di alcuni soggetti imputati e detenuti con il regime del 41 bis per i quali âsi aveva la sola accusa di Scarantinoâ. Il 22 luglio, quasi a ribadire lâattendibilitĂ di Sacarantino, il gip del tribunale di Caltanissetta, Gilda Loforti, dispone con due decreti il sequestro preventivo di fotografie, negativi, filmati, identikit e âin ogni caso â si legge nella nota che accompagna i provvedimenti â di tutte le immagini comunque ritraenti il collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantinoâ e di sua moglie, Rosalia Basile. Scarantinoâ. Il 16 settembre 1997 Scarantino revoca il mandato al suo legale, lâavv. Lucia Falzone. La Falzone aveva assunto la difesa del âpentitoâ nel settembre del 1994. Sacrantino nomina lâavv. Enzo Guarnera, altro legale esperto nellâassistenza ai âpentitiâ. Il 24 luglio 1998 viene ascoltato al processo Borsellino bis Rosario Scarantino, fratello di Vincenzo. Rosario riferisce che il fratello si è inventato tutto perchĂŠ, dopo essere stato arrestato e sottoposto al carcere duro, per ingraziarsi i magistrati ha accusato gli altri imputati del processo. Lo scopo, secondo il fratello del âpentitoâ, era quello di ottenere â come poi è avvenuto â delle agevolazioni e quindi la libertĂ . Il 15 settembre Scarantino si âpenteâ nuovamente di essersi âpentitoâ e annuncia una nuova ritrattazione. La ritrattazione avviene davanti ai giudici della corte dâAssise di Caltanissetta nel corso dellâudienza del processo bis in trasferta a Como. Scarantino compare assieme al fratello Rosario per un confronto e sostiene di essere estraneo alla strage. Per questo motivo sia i difensori degli imputati che i pm chiedono che Scarantino sia interrogato come teste. I pm chiedono anche âlâesame di funzionari di polizia su quanto accertato in relazione a tentativi di arrivare a convincere Vincenzo Scarantino a ritrattareâ. âMi riferisco â dice il pm De Matteo â in particolare a movimenti di denaro sino a qualche giorno faâ. Che Vincenzo Scarantino avesse intenzione di fare un colpo di scena, lo si sospetta fin dal momento in cui si siede davanti alla corte ed chiede che vengano allontanati gli agenti che gli facevano da paravento e che le telecamere riprendano le sue dichiarazioni. Scarantino racconta di essere giunto alla decisione di âcollaborareâ dopo aver subito un violento e duro trattamento in carcere: âA Pianosa ho passato quaranta giorni indimenticabili. Scrivevo sui muri del bagno che se io facevo il bugiardo era perchĂŠ mi volevano ammazzareâ. Poi dice di aver dichiarato di essere pronto a âcollaborareâ e a rivelare notizie sul traffico di droga a Palermo. E aggiunge: âMa il dottor La Barbera disse che gli interessavano solo gli omicidi. Io di quello di Borsellino sono innocenteâ. Fu il trattamento carcerario (âcibo scarso e con i vermiâ) a convincerlo a cambiare atteggiamento. Gli fu quindi detto che avrebbe incontrato lâallora capo del gruppo antistragi Arnaldo La Barbera, il pm Ilda Boccassini e lâavv. Luigi Li Gotti. âLa Barbera â dice ancora Scarantino â mi disse che mi sarei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbe dato 200 milioni. A me non interessavano i piccioli (soldi, ndr). Poi entrarono la Boccassini e Li Gottiâ. Conclusa la dichiarazione, Scarantino chiede al presidente di essere rimandato in carcere insieme a detenuti comuni. âTutte bugie. Ho inventato tutto io, assieme alla polizia e ai giornali. Lâunica cosa vera è la droga, che io lavoravo con la drogaâ. Con queste parole alla ripresa pomeridiana dellâudienza, Vincenzo Scarantino ribadisce la sua ritrattazione. Sostiene di aver raccontato bugie per ottenere un trattamento migliore in carcere, di aver deciso di ritrattare dopo che è passata in giudicato la condanna per il primo processo sulla strage di via DâAmelio (nĂŠ il suo legale, nĂŠ i pm hanno proposto appello e quindi la condanna è definitiva. Ndr).  âIo â aggiunge lâex âpentitoâ â con chiunque ho parlato, con i pm, che Dio mi perdoni, ho giurato falsamente. Io di mafia non so nienteâ. Poi precisa di aver fatto dichiarazioni ai magistrati in base a notizie raccolte da processi o sui giornali o ascoltando tv o Radio Radicale. Accusò alcuni degli imputati per motivi personali, di vendetta. Per questi motivi infatti indicò Santo Di Matteo come colui che aveva riempito di esplosivo lâauto-bomba che uccise Borsellino e Gioachino La Barbera, la cui foto aveva visto in tv, come presente alla riunione organizzativa della strage. Poi dichiara di aver temuto che qualcuno volesse infettarlo col virus dellâAids: âIo sono qua per pulirmi la coscienza. So bene che mia moglie e i miei figli saranno gettati in mezzo alla stradaâ. Infine afferma di non aver mai ricevuto denaro da nessuno per ritrattare. âSe muoio â avverte Scarantino, rispondendo al controesame del pm Antonio Di Matteo â è per ordini superiori della Squadra Mobile di Napoli o Palermo. Io non ho intenzione di ammazzarmiâ. âIo chiedevo soldi, la macchina â ha detto ancora â E mi accontentavano. Io sono una pedinaâ. Infine Scarantino sostiene di aver âcollaborato con la giustiziaâ dopo essersi arreso alle pressioni psicologiche dei pm. Emerge nel frattempo anche un particolare sconvolgente: nonostante si fosse accusato di quattro omicidi commessi a Palermo, la procura di Gian Carlo Caselli non ha mai creduto al âpentimentoâ di Vincenzo Scarantino, non ha mai utilizzato le sue dichiarazioni in nessun procedimento di mafia e, conseguentemente, non ha mai chiesto il suo inserimento nel programma di protezione previsto per i collaboratori. Scarantino aveva confessato di avere assassinato, tra gli altri, i âpicciottiâ Luigi e Santo Lucera, zio e nipote, uccisi nel quartiere Guadagna il 9 marzo del 1990. Poi alzò progressivamente il livello delle sue dichiarazioni chiamando in causa anche lo 007 del Sisde Bruno Contrada e lâon. Silvio Berlusconi. Ma neanche in questi casi la procura di Palermo ritenne di utilizzare le dichiarazioni del âpentitoâ. Il 19 ottobre 1998, al processo dâappello per la strage di via DâAmelio, Scarantino torna a ribadire la sua ritrattazione. âNegli ultimi anni â racconta lâex âpentitoâ â telefonavo spesso alla dottoressa Palma per informarla che volevo dire la veritĂ , cioè finire di fare il falso pentito, ma lei replicava sempre: âScarantino, stia calmo la finisca di fare cosĂŹ, lo Stato le ha dato la casa, la villetta a mare, lâautomobileââ. Scarantino afferma che, per rendersi âpiĂš credibileâ, accusò soprattutto il cognato Salvatore Profeta (uno dei tre imputati condannati al carcere a vita, ndr): âAd ognuno degli imputati affibbiavo due accuse per lâattentato di via DâAmelio, cosĂŹ se venivano assolti per la strage rimaneva sempre il reato di omicidio. Io comunque mentivo per fare un piacere ai magistrati, e loro mi hanno fatto dare da unâispettrice di polizia un libro scritto da Buscetta per imparare come era composta Cosa nostra. Dicevano che ero troppo grezzo come pentito, cioè non conoscevo lâorganigramma della mafia. Prima, infatti, parlavo di quartieri della Guadagna, della Noce, e cosĂŹ, via mentre poi appresi che dovevo dire famiglieâ. Scarantino aggiunge che âsu altri omicidi so che la procura di Palermo non ha mai creduto a quello che ho raccontato e commentando con i pm del processo Borsellino dicevo, âma come, per la strage sono credibile, mentre per gli altri delitti no?â La dottoressa Palma, però, mi rassicurava dicendo che le cose per me si sarebbero aggiustate anche a Palermoâ. Il 22 ottobre i penalisti di Palermo fanno quadrato attorno ai colleghi Paolo Petronio e Giuseppe Scozzola, accusati dai pm del processo Borsellino bis di avere pianificato la ritrattazione di Scarantino. La Camera penale chiede lâintervento del Csm, del ministro della Giustizia e del pg presso la Corte di Cassazione affinchĂŠ sia valutata âla necessitĂ che i pm Anna Maria Palma e Nino Di Matteo continuino a sostenere lâaccusa nel processo e a svolgere indagini sulla ritrattazioneâ di Scarantino. Il giorno dopo il procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tenebra accoglie la richiesta della Palma e di De Matteo di essere sollevati dalle indagini sui retroscena della ritrattazione di Scarantino e affida il fascicolo processuale ai sostituti Salvatore Leopardi e Roberto Condorelli. I due pm continuano, invece, a sostenere lâaccusa nel processo bis per la strage di via DâAmelio. Il giorno successivo (23 ottobre), Scarantino torna ad accusare i pm di averlo manovrato. Parla di dichiarazioni non verbalizzate, audiocassette di interrogatori âmesse da parteâ perchĂŠ ânon graditeâ, persino la confidenza, fattagli, a suo dire, da magistrati di Caltanissetta, che le sue rivelazioni avevano âprovocato la caduta del governo Berlusconiâ. Il 29 ottobre, nel corso di unâudienza del processo dâappello sulla strage, lâavv. Scozzola, difensore di Scotto, chiede la trascrizione del primo interrogatorio da âpentitoâ di Vincenzo Scarantino e la trascrizione delle bobine del confronto tra lo stesso ex âpentitoâ e il collaborante Salvatore Cancemi. Il legale ha ipotizzato una manomissione dei verbali redatti dal gruppo investigativo che indaga sulle stragi. La presunta manipolazione riguarderebbe alcune dichiarazioni rese da Scarantino il 24 giugno del 1994 e la âcancellazione misteriosaâ di 40 secondi di registrazione del confronto con Cancemi. Nellâinterrogatorio Scarantino, parlando di Gaetano Scotto, lo indica come un âpicciottoâ. Lâex âpentitoâ chiarisce poi che intendeva indicare un âpicciotto di 40 anni che era anche atletico, ma in effetti volevo dire un cristianoâ. La difesa, invece, sostiene che nel verbale è stata lasciata appositamente la definizione âpicciottoâ che in dialetto indicherebbe una persona di non piĂš di 25 anni. Il 13 novembre, nel corso di unâudienza del processo dâAppello per la strage lâavv. Fabio Passalacqua, nuovo difensore di Scarantino, deposita alcuni documenti che erano in possesso del suo cliente. I legali Giuseppe Scozzola e Paolo Petronio, difensori degli imputati Pietro Scotto e Salvatore Profeta, diramano una nota nella quale sostengono che il processo avrebbe assunto âconnotazioni a dir poco sconvolgentiâ. Tra i documenti prodotti dal legale, secondo Scozzola e Petronio, ci sarebbero ânumerose annotazioni su verbali da correggere, vari appunti su discrasie da sanare, foto di imputati e verbali diversi o nuovi rispetto a quelli depositati ed in possesso delle difese nei due tronconi del processo. Le annotazioni sono scritte in stampatello e non pare proprio possano attribuirsi allo Scarantino, in quanto pressochĂŠ analfabetaâ. Il 24 novembre, sempre in aula, Scarantino parla di âbigliettiniâ posti come segnalibro tra le pagine di atti processuali che lo riguardavano. Per gli avvocati degli imputati gli appunti sarebbero prova di un presunto inquinamento processuale. Lâex âpentitoâ afferma che a consegnargli i âbigliettiniâ sarebbero stati due agenti di polizia, Fabrizio Mazzei e Michele Ribaldo. Il processo si conclude il 23 gennaio 1999: due tre imputati del primo processo per la strage, Scotto e Orofino, vengono assolti in Appello. Eâ evidente che la corte ha creduto Scarantino âcredibileâ ma solo per un terzo, visto che lâergastolo è stato confermato solo a Profeta. Ciononostante la procura di Caltanissetta non molla e per bocca del sostituto procuratore Luca Tescaroli afferma: âPer il nostro ufficio le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, se riscontrate, continueranno ad essere utilizzateâ. Tescaroli aggiunge: âNonostante questa sentenza noi crediamo ancora al pentitoâ. Lâostinazione giudiziaria della procura anche di fronte alla piĂš palese delle evidenze viene confermata dal procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra: âLa sentenza della Corte dâ Assise dâAppello non rappresenta una sconfitta per la procura il cui impianto accusatorio ha rettoâ. Lo stesso giorno, in una nota, lâavv. Giuseppe Scozzola definisce âincomprensibile lâassenza dello Stato nella gestione di questo processoâ. PerchĂŠ, si chiede il legale, ânon è stata mai disposta alcuna ispezione alla procura di Caltanissetta per appurare come Scarantino abbia potuto avere la copia degli interrogatori, quasi tutti annotati, mentre la difesa ancor oggi ha copie parziali degli stessiâ. Scozzola afferma ancora che âla sentenza di oggi dimostra come, laddove le regole del processo vengono rispettate nella loro interezza, è possibile che lo stato di diritto abbia una sua piena esplicazioneâ. Il 13 febbraio, con sette ergastoli per i componenti della Cupola, considerati mandanti dellâagguato, si conclude anche il primo grado del processo âBorsellino bisâ. In corso a Caltanissetta è invece ancora il processo âBorsellino terâ. Il 31 agosto viene arrestato per traffico di stupefacenti Domenico Scarantino, 40 anni, fratello di Vincenzo, A dicembre del 1999 i giudici delle Assise di Caltanissetta condannano allâergastolo altri 17 accusati nel terzo filone dâinchiesta denominato âBorsellino-terâ. Fra i condannati a pene per complessivi 175 anni di reclusione, anche tre âcollaboratori della giustiziaâ, Salvatore Cancemi (a 26 anni), Giovan Battista Ferrante (a 23 anni) e Giovanni Brusca (a 16 anni).
Dopo quasi otto anni gli ergastoli inflitti per la strage sono 25. Ma i misteri della strage di via DâAmelio, e la stessa vicenda Scarantino è ancora lontana dal potersi dire conclusa. Il 23 maggio 2001 i dubbi sulle indagini effettuate e sulla loro modalitĂ , i contatti telefonici fra esponenti mafiosi e uomini dei servizi segreti, lâipotesi che uomini di Cosa nostra sarebbero stati utilizzati come manovalanza da apparati statali per mettere a segno lâattentato sono al centro della deposizione del vice questore Gioacchino Genchi. Il funzionario di polizia, interrogato dai giudici della corte dâAppello di Caltanissetta del processo âBorsellino bisâ che riguarda gli esecutori materiali della strage, parla di âanomalieâ nelle indagini. Ex componente del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, Genchi, rispondendo alle domande del presidente della corte, Francesco Caruso, afferma che la procura di Caltanissetta si sarebbe âchiusa a riccioâ dopo che âerano emersi contatti fra i boss coinvolti nella strage ed apparati istituzionaliâ. Per Genchi la procura non avrebbe dato il via libera ad indagare su questi fatti. Genchi esprime inoltre perplessitĂ sulla gestione dellâormai ex âpentitoâ Vincenzo Scarantino. Il funzionario avanza unâaltra ipotesi investigativa, giĂ illustrata a suo tempo ai magistrati di Caltanissetta. Secondo il teste, le persone che hanno premuto il pulsante che ha provocato lâesplosione non si potevano trovare nelle vicinanze di via DâAmelio perchĂŠ sarebbero state raggiunte dallâonda dâurto. Gli investigatori avevano individuato come possibile base il Castello Utveggio, che sovrasta la cittĂ , dove ha sede la scuola di formazione del Cerisdi e dal quale con un binocolo si poteva controllare la strada in cui avvenne la strage. In questo punto di osservazione, secondo Genchi, si sarebbe insediato per un periodo, un gruppo del Sisde. Il funzionario fa notare alla Corte che nei tabulati di Scotto, lâesperto di telefonia poi assolto, risulta la chiamata a un numero telefonico intestato al Cerisdi. Il 19 luglio, allâudienza dâAppello del âBorsellino bisâ, la corte accoglie le richieste dellâavv. Rosalba Di Gregorio, acquisendo al fascicolo del dibattimento anche la âproposta sanitariaâ dellâospedale militare di Chieti che esonerò dal servizio di leva Vincenzo Scarantino. Nel referto, Scarantino viene definito âneurolabileâ, un soggetto che âminaccia reazioni al minimo stimolo esogeno non graditoâ. Il 1° febbraio 2002 ennesimo show di Scarantino che in aula, nel processo dâAppello, afferma: âHo ritrattato perchĂŠ mi hanno minacciato, la verità è quella che ho detto nel processo di primo gradoâ. La ritrattazione della ritrattazione, secondo Scarantino, fu determinata dapprima da una serie di segnali e successivamente da precise indicazioni di un tale Antonio (nipote di Pietro Scotto) che conobbe a Padova quando era in regime di protezione con la sua famiglia. Racconta Scarantino: âConobbi Antonio, detto Tonino, in un bar dove andavo a giocare la schedina e parlavamo di pallone. Lui diceva che era catanese, io che ero messinese, ma in realtĂ eravamo tutti e due di Palermo. Lui, tra una chiacchiera e lâaltra, parlava dei pentiti e diceva, âsono morti che camminanoâ. Quella frase mi colpĂŹ tantoâ. E aggiunge: âHo chiesto di essere trasferito anche perchĂŠ una cosa simile mi era giĂ successa quando stavo sotto protezione a Roma dove incontrai un certo Franchino, fratello di Salvatore Tomaselli (condannato a otto anni e mezzo nel processo di primo grado per la strage di via DâAmelio, n.d.r.) proprio a pochi metri da casa mia, dove abitavo con mia moglie e i miei figli. A un certo punto, a Padova, cominciai a vedere Tonino anche davanti alla scuola dei bambini e davanti casa, spesso mi chiedeva come stavano, come crescevano. CosĂŹ un giorno andai a Modena da mio fratello e gli dissi che volevo ritrattare, lui doveva diffondere la voce a Palermo. E cosĂŹ feceâ. Quindi Scarantino racconta del giorno in cui Tonino gli svelò che lui sapeva tutto: ââAncora non lâhai capito â mi disse â io lo so che tu sei Scarantino, so tutto quello che fai. Cerca di ritrattare, devi dire che sono stati la polizia e i magistrati che ti hanno fatto fare quelle dichiarazioni. Tu puoi uscirne fuori, ti facciamo dare lâinfermitĂ mentale, câè una nuova legge, ti fissiamo un appuntamento con gli avvocati Petronio e Scozzola. Era il maggio 1998â. Scarantino riferisce ancora che in luglio andò a Palermo per fare vedere che era sua volontĂ ritrattare tutto: âIntanto mia moglie con me era spenta e i miei bambini erano diventati tristi. Nellâultimo colloquio di gennaio mia moglie mi ha chiesto il divorzio e mi ha restituito la fedeâ.
Lâex âpentitoâ tornato âpentitoâ spiega ancora che precedentemente la moglie con i figli erano andati a vivere in Germania dove abitano altri parenti della famiglia: âIo invece ho sempre detto che volevo stare in carcere per motivi di sicurezzaâ.
A Scarantino il sostituto procuratore generale chiede se il fratello Rosario avesse avuto una parte nella ritrattazione: âSĂŹ â risponde â Rosario mi disse di rimangiarmi tutto. In cambio della ritrattazione ottenni che mi liquidassero le mie proprietĂ che erano state sottratte dalla mafia in seguito alle mie dichiarazioni nel processo di primo grado. I miei parenti erano contenti della mia scelta, ma ormai anche con mia madre e i miei fratelli i rapporti si sono raffreddati e ognuno va per la sua stradaâ.
22 novembre 2002: Scarantino viene condannato a otto anni di reclusione dal Gip di Roma Renato Croce per calunnia nei confronti dei pm palermitani Anna Palma e Carmelo Petralia oltre che del defunto Arnaldo La Barbera. Il 31 maggio 2003 viene ucciso a Palermo Rosario Scarantino, un operaio di 30 anni, cugino del nuovamente âpentitoâ Vincenzo. La dinamica dellâomicidio è chiaramente mafiosa. Trascorrono cinque anni e il 15 ottobre 2008 diventa ufficiale il âpentimentoâ di Gaspare Spatuzza, killer del gruppo di fuoco dei fratelli Graviano, boss di Brancaccio. Spatuzza fa una rivelazione che spiazza e sbugiarda definitivamente Scarantino. Dice Spatuzza. âFui io a rubare la 126 usata come autobomba per la strage di Via DâAmelio. A commissionarmi il furto furono i fratelli Gravianoâ. Il sicario, che ha sulle spalle una quarantina di delitti tra cui quello di don Pino Puglisi, parla da 4 mesi, ma non è stato ancora ammesso al programma di protezione. I magistrati ne stanno valutando lâattendibilitĂ soprattutto alla luce delle contraddizioni tra la sua ricostruzione della strage e quella del âpentitoâ Vincenzo Scarantino. Sui racconti di questâultimo poggia infatti la veritĂ giudiziaria sancita dal primo dei tre processi celebrati su via DâAmelio.
Il 1° dicembre si apprende che indagini difensive dirette alla revisione del processo per la strage di via dâAmelio sono state avviate nei mesi scorsi dai difensori di uno degli imputati condannato definitivamente allâergastolo: Gaetano Scotto. Secondo Scarantino, insieme ad altri avrebbe ricevuto la notizia che Borsellino era stato intercettato dal boss Gaetano Scotto, fratello di Pietro, tecnico di telefonia, che avrebbe compiuto lâintercettazione, questâultimo assolto però definitivamente. La difesa di alcuni imputati condannati per la strage sta puntando alla revisione del processo in cui sono stati inflitti decine di ergastoli.
Il 21 aprile è ufficiale che le dichiarazioni di Spatuzza sono state riscontrate in tutti i punti che riguardano la strage di via DâAmelio e che quindi Scarantino è un falso âpentitoâ a cui, nella migliore delle ipotesi, troppi magistrati hanno creduto ciecamente.
Spatuzza apre cosÏ alcune crepe sul processo che si è già concluso definitivamente per mandanti ed esecutori della strage. Inoltre, nel corso di un confronto che i pm di Caltanissetta hanno fatto fra Candura e Scarantino, il primo ammette di aver mentito. Candura viene indagato per autocalunnia e Scarantino per calunnia.
Il 29 luglio la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta avvia indagini per accertare se davvero â come Scarantino aveva ammesso in passato â sia stato aggiustato il primo verbale di interrogatorio reso, nel 1994, dallo stesso. Lâipotesi si inserisce nellâambito di un presunto depistaggio che potrebbe esserci stato nellâinchiesta sulla morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. Lâanalisi dei magistrati parte da quel primo verbale. Il documento, agli atti del processo giĂ definito con sentenze di condanne allâergastolo, è pieno di annotazioni e suggerimenti scritti a mano a margine delle pagine. E anche in base a questo verbale i giudici avrebbero emesso le loro sentenze di condanna. I magistrati hanno accertato che a scrivere le note è stato un poliziotto. Il giorno dopo tornano a parlare i familiari di Scarantino. Dice la madre: âMio figlio non câentra niente. Lâhanno costretto a dire cose non vere e ad accusare gente innocente. Erano tutte invenzioni. Noi familiari sapevamo che Enzo era innocente e per questo avevamo protestato pubblicamente nel â94â.  Dice ancora la madre: âSono stati poliziotti e magistrati a costringere mio figlio a dire cose false. Qui tutti lo sanno, come lo sanno anche i magistrati, furono loro, quelli interni allo Stato, a fare la strageâ. Insomma verbali aggiustati, il famoso papello annunciato dal figlio di Ciancimino, indagini su cui grava lâombra del depistaggio, veri e falsi âpentitiâ e undici ergastoli definitivi che un probabile giudizio di revisione potrebbe mettere in discussione. 17 anni dopo la strage di via DâAmelio emerge la concreta ipotesi che alcuni investigatori abbiano estorto false confessioni e false accuse. Chi tentò di indurre Scarantino a mentire? Eâ la stessa domanda che si facevano gli avvocati che hanno assistito prima al âpentimentoâ di Scarantino, poi alla sua ritrattazione e infine alla ritrattazione della ritrattazione. In prima fila, ad esprimere dubbi sul collaboratore câera, allora, lâavv. Rosalba Di Gregorio, difensore di quattro degli 11 imputati che grazie alle dichiarazioni di Scarantino sono stati condannati allâergastolo. E ancora lâavv. Piero Milio che, da senatore della lista Pannella, nel febbraio del 1999, presentò unâinterrogazione al ministro della Giustizia proprio sul verbale âaggiustatoâ del 1994. âScarantino â dichiarò in quellâoccasione Milio â ha addirittura prodotto atti e documenti non firmati e da lui acquisiti durante il periodo in cui è stato sottoposto a regime di rigorosa protezione. Per questo ho chiesto ai ministri se non ritengano di dover disporre una seria indagine ispettiva anche al fine di accertare come Scarantino abbia potuto disporre â e chi gliela abbia data â della copia degli interrogatori, quasi tutti annotati, mentre la difesa degli imputati ha avuto, a suo tempo, rilasciate solo copie parzialiâ. Quellâinterrogazione, presentata ai ministri del governo di centrosinistra presieduto da Massimo DâAlema, ânon ebbe mai alcuna rispostaâ.
Il 31 luglio 2009 arriva la notizia che Gaspare Spatuzza è considerato âattendibileâ. Lo dicono le procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che hanno espresso parere favorevole per il riconoscimento delle misure di sicurezza provvisorie allâaspirante âpentitoâ, prima tappa per lâaccesso al programma di protezione definitivo.
Il 21 novembre lââattendibilitĂ â di Spatuzza si rinforza. Vittorio Tutino, uomo della cosca palermitana di Brancaccio, nel corso di un interrogatorio a Caltanissetta davanti ai magistrati del pool che indaga sulle stragi del â92, fornisce una versione coincidente con quella di Gaspare Spatuzza.
La versione di Vincenzo Scarantino è cosĂŹ definitivamente smontata. Ma il mistero Scarantino rimane intatto.  Misteri dâItalia 2009Â