L’ultimo giorno di Paolo Borsellino

 

 

                                                            Paolo Borsellino e Pietro Giammanco

 

19 LUGLIO1992 – Un’insolita telefonata mattutina l’ultimo giorno della sua vita. Borsellino è già in piedi dalle 5. A quell’ora, infatti, è arrivata la telefonata di Fiammetta dalla Thailandia. Dopo aver parlato con la figlia, il giudice si ritira nel suo studio per rispondere ad una lettera. È indirizzata a una scuola di Padova, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del liceo. Quell’invito però a Borsellino non era mai arrivato e la missiva contiene una forte protesta: “essere un giudice famoso e stracarico di lavoro, non deve far dimenticare le buone maniere”. Alla lettera è anche allegato un questionario con dieci domande. Borsellino, con una pazienza davvero infinita, risponde con una lunga lettera risentita,  che oggi rappresenta un testamento spirituale.

Alle 7, squilla nuovamente il telefono. A quell’ora, è una chiamata insolita. La moglie Agnese si preoccupa, si alza dal letto, raggiunge lo studio, ascolta. La conversazione dura pochi minuti. Agnese sente Paolo replicare infuriato: «No, la partita è aperta». Poi il rumore della cornetta sbattuta sul telefono. «Che succede?» Borsellino alza gli occhi, si accorge di averla svegliata, ma è troppo arrabbiato persino per scusarsi: «Lo sai chi era? Quel… Era il Procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco». Poi, congestionato per la rabbia, le racconta che il procuratore l’ha chiamato dicendogli che per tutta la notte non ha chiuso occhio, al pensiero di quella delega sulle indagini di mafia a Palermo, al pensiero delle polemiche sugli interrogatori di Mutolo. I tempi sono maturi, gli annuncia Giammanco, perché finalmente questa delega gli venga conferita. Il capo la firmerà domani mattina, in ufficio, e gliela consegnerà prima della sua partenza per la Germania.

Sì, ma perché lo chiama di domenica? A quell’ora? «Ma perché tanta fretta?» chiede Agnese. Quella delega la aspetta da mesi. Eppure Borsellino, piuttosto che contento è turbato, arrabbiato. Passeggia, si agita, fa su e giù per il corridoio di casa. Riferisce alla moglie: «Lo sai che mi ha detto? Così la partita è chiusa». «La partita? E tu?» Borsellino alza ancora la voce: «E io? Non l’hai sentito? Gli ho urlato: la partita è aperta». Altro che chiusa, sono comportamenti di cui Giammanco dovrà rendere conto al momento e nella sede più opportuna, spiega Borsellino alla moglie.

Poi si accorge che nello studio è arrivata pure Lucia. «Oh Lucia, pure tu ti sei svegliata? Mi dispiace… Senti, gioia, vuoi venire con noi a Villagrazia? Magari riuscirò a vederti un po’abbronzata.» Borsellino ora sorride, programma all’istante la giornata: subito a Villagrazia a prendere il sole, poi insieme a Lucia a prendere la nonna per portarla dal cardiologo, infine ritorno a casa: la ragazza a studiare, lui a lavorare. Ma Lucia è irremovibile. «Non posso, mi dispiace, lo sai che domani ho un esame.» Neanche Manfredi, quella domenica, accetta di accompagnare papà al mare, nel villino estivo, in un orario così mattiniero. «La sera prima –ricorda il ragazzo – avevo fatto tardi, volevo prendermela comoda, così gli dissi: vai avanti, papà, poi ti raggiungo.» Né Lucia né Manfredi lo accompagnano. Borsellino è un po’ seccato, ma non cambia i suoi programmi. Agnese esce di casa per prima, quella mattina, si avvia a Villagrazia con un cugino, il marito la raggiungerà verso le 10. Quando più tardi anche Manfredi arriva a Villagrazia, sono già le 11, e il ragazzo trova davanti al villino gli agenti della scorta. Lo informano: «Suo padre è uscito in barca, con l’amico Vincenzo Barone, è andato a fare un bagno al largo.» Dopo il bagno, con il motoscafo i due amici vanno a Marina Longa, si intrufolano in un condominio privato in cui si entra dal mare. Lì c’è un ristorante dove Agnese è andata a comprare del pesce, con un’amica. Il giudice spera di incontrarla per tornare in barca, insieme a lei. Ma non la vede. La moglie, infatti, è appena rincasata a piedi. Quando torna a casa, Borsellino si affretta verso il villino di Pippo e Mirella Tricoli, vecchi amici di famiglia, per pranzare con loro.

“Alle 16.30, quando sono venuti gli altri sei uomini della scorta”, ha raccontato la signora Agnese, “Paolo è andato dalla sua mamma perché doveva accompagnarla dal cardiologo. Ha baciato tutti, ha salutato tutti, come se stesse partendo. Lui aveva la borsa professionale, e da un po’ di giorni non se ne distaccava mai. Allora mi è venuto un momento di rabbia quando gli ho detto “Vengo con te”, e lui “No, no, io ho fretta”. Ed io: “Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te”. Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l’uscita del viale, allora ho detto: “Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone...”. Sono arrivata a dire queste ultime parole”.

Sono circa le 16.30. Le tre macchine di Paolo Borsellino e della sua scorta lasciano Villagrazia di Carini, a 20 km da Palermo, e si dirigono verso via D’Amelio, a casa dell’anziana madre del magistrato. Antonio Vullo, agente di scorta di Paolo Borsellino e unico sopravvissuto, racconta: «Siamo arrivati in Via D’Amelio, mi sono soffermato perché ho visto tante auto parcheggiate ci siamo un pò preoccupati. Il giudice è entrato direttamente, ha parcheggiato l’auto proprio al centro della carreggiata, ed io ho fatto scendere i componenti della mia scorta per fare una bonifica all’interno dello stabile. Avrò fatto altri 5-6 metri con l’auto e sono stato investito da una nube caldissima. L’auto si è sollevata e si è spostata di qualche metro.

Il resto è storia … ancora tutta da raccontare.

 

 a cura di Claudio Ramaccini, Direttore -Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF