ANCHE IL CIELO S’INCUPÌ

 

 

19 Luglio 2019 – Palermo Via D’Amelio

 

Il cielo sopra Palermo s’incupisce quando il corteo delle tre Croma blindate entra nella città svuotata dalla calura della domenica estiva. All’improvviso l’azzurrissimo di una giornata splendida è sporcato da nubi inattese. Le vetture, sulle quali viaggiano Paolo Borsellino e i sei poliziotti incaricati di custodirlo, attraversano incroci deserti, strade senza passanti. Giungono in via Sampolo, svoltano in via Autonomia Siciliana. Sulla sinistra comincia via Mariano D’Amelio, palazzoni residenziali a uno sputo dalla Fiera del Mediterraneo. La Croma di testa, condotta da Antonio Vullo, si ferma all’imbocco. Via D’Amelio è un enorme parcheggio di auto su entrambi i lati. Vullo ha un soprassalto: né un cartello di sosta vietata né un cartello di rimozione forzata. Possibile? Dall’eccidio del 23 maggio a Capaci–in cui sono stati sterminati Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo, tre agenti (Antonio Montinari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani)–gli uomini delle scorte vivono con l’incubo degli attentati esplosivi, delle macchine imbottite di tritolo. Attorno agli obiettivi più sensibili–le case, gli uffici, le sedi istituzionali–sono state predisposte zone estese di sosta vietata. In via D’Amelio no, benché al 19 ci vivano la sorella Rita, sposata Fiore, e la madre di Borsellino, il procuratore aggiunto erede materiale e spirituale di Falcone, del quale ha raccolto il testimone dopo averne condiviso indagini, pericoli, polemiche. Tutti a Palermo sanno che Borsellino, legatissimo alla mamma, si ritaglia appena può lo spazio per una visita. E tutti l’hanno udito annunciare qualche sera prima, durante un affollatissimo convegno, di ritenersi un condannato a morte.

Allora che senso ha agevolare il compito ai macellai in agguato non tenendo lontano le auto da quel palazzo? D’altronde, è dovuto intervenire il capo della polizia, Vincenzo Parisi, per imporre che la grande vetrata nell’ufficio di Borsellino venisse sostituita con una a prova di proiettili. Vullo rivolge un’occhiata interrogativa al collega Claudio Traina, seduto accanto. Che facciamo? Pochi secondi d’indugio, la Croma guidata da Borsellino li supera e si arresta fra il civico 19 e il civico 21. Borsellino è venuto a prendere la madre per condurla alla visita cardiologica fissata di lì a un’ora. La mossa del magistrato detta i tempi alla scorta, elimina ogni dubbio, ogni precauzione: Vullo affianca con la sua la macchina di Borsellino, balzano fuori Traina e il poliziotto sistemato dietro, Vincenzo Limuli, il più giovane, 22 anni, dei sei agenti. Si fa sotto anche la terza Croma. Vullo porta avanti la propria: ha il compito di posizionarsi a un’estremità della strada per impedire l’accesso a ogni vettura. Scopre che questa parte di via D’Amelio è delimitata da un muro e tira un sospiro di sollievo. Butta l’occhio sullo specchietto retrovisore. Dalla terza Croma stanno scendendo Agostino Catalano, l’esperto caposcorta, 42 anni, ancora provato dalla scomparsa della moglie; Claudio Walter Cosina, che dovrebbe essere di riposo, ma si è offerto di regalare un giorno in più di ambientamento al suo sostituto appena giunto da Trieste; Emanuela Loi, l’inconfondibile zazzera bionda: ha già annunciato l’imminente matrimonio, i colleghi hanno cominciato la raccolta dei soldi per il regalo. In teoria Catalano, Cosina e Loi non dovrebbero trovarsi attorno a Borsellino. Secondo gl’insegnamenti del corso, con la loro Croma dovrebbero chiudere la seconda estremità di via D’Amelio, qualcuno magari rimanere sull’auto, gli altri prendere posizione. Ma Catalano è legatissimo al magistrato, gli cammina accanto nel desiderio di proteggerlo e Walter ed Emanuela gli stanno dietro con pistole, mitra dalla canna corta, gli occhi che roteano intorno alla ricerca del pericolo. Vullo, quindi, non si stupisce di vederli dirigersi tutti assieme verso l’ingresso del palazzo: sei italiani perbene, il difensore della legge e i suoi angeli custodi. Borsellino s’avvicina al citofono per avvertire i familiari che è giunto… Il boato scuote mezza città. Lo sentono all’Arenella e a Resuttana, lo sentono a San Lorenzo e a Cruillas, quartieri nei quali è stata scritta la cronaca più nera di Palermo; lo sentono al parco della Favorita e in viale Regione Siciliana, nei cui pressi, dentro il complesso di via Bernini, conduce un’agiata latitanza Totò Riina, all’apparenza il capo indiscusso di Cosa Nostra. Lo sentono i tanti mafiosi ai quali Riina ha garantito che sta per imporre le proprie condizioni allo Stato (« Si sono fatti sotto, ci devono dare quanto vogliamo »). Lo sentono i mille complici invisibili: bravi borghesi che si sono sottomessi, rappresentanti delle istituzioni che con i «mammasantissima» preferiscono accordarsi anziché combatterli, politici affamati di potere. Ciascuno insegue un polposo tornaconto. Che grondi sangue innocente è ritenuto un mero accidente della storia. La Croma di Vullo è investita da una fiammata. L’auto viene sollevata dall’asfalto e rovesciata. Vullo apre lo sportello ed esce prima che la macchina esploda. Via D’Amelio è un susseguirsi di scoppi, di esplosioni. Vullo estrae meccanicamente la pistola, procede barcollando tra fumo, macerie, pioggia di detriti. Scorge un corpo dilaniato e bruciato, ma non riesce a riconoscerlo. Aumenta l’andatura, avanza in mezzo a brandelli di carne, s’accorge di essere fermo sopra un piede amputato. Dalla nebbia di polvere vede sbucare un poliziotto della prima volante che è accorsa, attirata dal boato. Vullo sviene, si risveglierà in ospedale. Sono le 16.58 del 19 luglio 1992. La storia d’Italia cambia per l’ennesima volta in questo complicato mezzo secolo di repubblica. E non è un caso che il primo dei cambiamenti sia avvenuto a cinquanta chilometri da qui. Quarto Mulino, frazione di San Giuseppe Jato: alle 17.17 del 2 settembre 1943 Salvatore Giuliano uccise il carabiniere Antonino Mancino per sfuggire a un posto di blocco. Era il suo primo omicidio, ma avrebbe mutato per sempre il destino della mafia e il nostro. In via D’Amelio lo scenario è da guerra: facciate dei palazzi trafitte da centinaia di schegge, vetri frantumati, infissi divelti, mobili sconquassati dentro le stanze prospicienti la strada, dove le fiamme serpeggiano tra i resti delle auto. Puzza di carburante, di gomma arsa, di carne bruciata: resti di Emanuela sono appiccicati sulla facciata e colano in terra. Il corpo carbonizzato di Borsellino viene individuato tra l’inferriata e il giardinetto dell’appartamento al pianterreno: il braccio destro è stato troncato di netto. Pur mancando il riconoscimento ufficiale, i poliziotti, i carabinieri, i magistrati lo identificano immediatamente. L’Ansa lo sancisce con il dispaccio delle 19.08. Cinquanta minuti più tardi sono resi noti pure i nomi dei cinque poliziotti. Neppure il giorno del rapimento di Moro o il giorno in cui le Brigate rosse hanno fatto rinvenire il suo cadavere l’Italia ha conosciuto tanta rassegnata disperazione. Persino quanto è avvenuto cinquantasette giorni prima a Capaci pare meno devastante di tanto scempio. Molti avvertono che è stato toccato il punto di non ritorno. Abituati a leggere sui giornali e a vedere nei Tg scene simili in Colombia o a Beirut, serpeggia il terrore che siamo avviati verso una sorte peggiore. Ma non tutti piangono e s’abbattono. Nel tardo pomeriggio in casa di Vito Priolo si brinda alla riuscita dell’operazione. Alla bicchierata partecipano i due Ganci, Raffaele e il figlio Domenico, ras della Noce, il mandamento che sta nel cuore di Riina, e Salvatore Cancemi, il reggente di Porta Nuova. Nei giorni seguenti Giovanni Brusca, il macellaio di Capaci, si reca da Aglieri e Greco per i complimenti di rito. Gli fa da autista Santino Di Matteo, detto «mezzanasca» per la forma del naso. Dopo poco lo arrestano per il suo ruolo nella strage di maggio sull’autostrada e lui avvia la collaborazione. Per obbligarlo a tacere gli rapiscono, il 23 novembre 1993, il figlio dodicenne Giuseppe. Il suo calvario commuove il mondo. Invano il nonno, di cui il nipotino porta il nome, si offre in cambio. Ormai ridotto a un’ombra senza volontà–un «cagnuliddu », racconterà uno dei carnefici–Giuseppe è strangolato il 9 marzo ’95 da Vincenzo Chiodo con l’assistenza di Giuseppe Monticciolo ed Enzo Brusca. I telegiornali hanno appena annunciato che Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella sono stati condannati all’ergastolo quali assassini di Ignazio Salvo. Così Giovanni Brusca si vendica delle accuse rivoltegli da «mezzanasca» anche per l’omicidio dell’ex potentissimo esattore. Il cadavere di Giuseppe viene affidato a Gaspare Spatuzza per essere sciolto nell’acido. In un’agghiacciante intervista televisiva, Santino Di Matteo rovescia la colpa di quanto è accaduto anche sui propri congiunti. Sostiene che si sarebbero dovuti comportare come Peppino Di Maggio, il quale, dopo il passaggio del figlio Balduccio con lo Stato, ha avvertito i Brusca: se toccate uno dei nostri, ci rifaremo con le vostre donne. «Anche i Di Matteo», dice «mezzanasca», «si sarebbero dovuti regolare allo stesso modo. Un’ora dopo che io ho cominciato a collaborare, qualcuno sarebbe dovuto andare dalla madre dei Brusca ad avvisare: occhio per occhio, dente per dente. Non l’abbiamo fatto e ha pagato il più innocente di tutti.» L’inizio del sequestro, che esemplifica anche agli scettici di quale incontrollabile ferocia siano portatori gli uomini del disonore, rimette in primo piano i tanti interrogativi sorti già nel ’93 su via D’Amelio. Dalla casa sicura in cui vive a Roma, Di Matteo sparisce poche settimane dopo il rapimento del figlio. Cerca agganci, s’informa sulla contropartita richiesta dai rapitori. Rientra trentasei ore dopo. Nella capitale lo raggiunge la moglie, Franca Castellese, donna determinata e forte. I due hanno un colloquio tempestoso. Franca singhiozzando dice al marito: «Tu devi pensare a tuo figlio». E cita per tre volte via D’Amelio. Della morte di Borsellino e dei cinque agenti di scorta «mezzanasca» dovrebbe parlare in un interrogatorio già fissato per dicembre. Fino al 23 novembre, con una scusa o con un’altra, evita di rispondere sui motivi dell’eliminazione di Borsellino. In pratica continuerà a farlo e questo suo atteggiamento può anche far pensare che Giuseppe sia stato portato via non per vendetta, ma per indurre il padre a tacere ciò che sa su via D’Amelio. Ma che cosa può sapere l’antico «soldato» della «famiglia» di San Giuseppe Jato? Di Matteo ha presenziato ai colloqui di Brusca con Pietro Aglieri, «capofamiglia» di Villagrazia, l’ex regno di Stefano Bontate, la principale vittima della campagna di morte scatenata dai corleonesi nel 1981 per sancire la conquista di Palermo e del governo mafioso, la commissione interprovinciale. Brusca era stato il regista di Capaci e ci teneva a veder confermato il proprio ruolo anche per Borsellino. Riina aveva, invece, deciso che se ne dovesse occupare Aglieri assieme al braccio destro, Carlo Greco. E Brusca aveva a malincuore autorizzato Di Matteo a consegnare i telecomandi avanzati da Capaci. Di Matteo, dunque, conosce qualche delicato dettaglio della mattanza, le cui cause sono ignote a gran parte dei mafiosi. I macellai sapevano soltanto di dover fare in fretta. Talmente in fretta da fregarsene della contrarietà espressa da alcuni boss in galera, timorosi di pagare le conseguenze, e da contravvenire alla secolare prudenza dei clan. La regola è che non s’interviene quando sono in ballo precisi interessi. E infatti non sono avvenuti omicidi durante il maxiprocesso. Viceversa, la strage di via D’Amelio ha coinciso con l’esame in parlamento del decretone, che introduceva il carcere duro (41 bis), sospendeva i benefici per i galeotti, spalancava le porte dei penitenziari ai collaboratori di giustizia e ne aumentava i benefici economici. Tali norme, volute dal ministro di Grazia e Giustizia Martelli, risultavano inesplicabilmente invise alla sinistra e alle sue correnti del Csm (Consiglio superiore della magistratura). Un nuovo attentato non poteva che spingere le camere ad approvarle, anzi a inasprirle, ma i fautori non hanno deflesso di un millimetro. Evidentemente hanno ritenuto compatibile con i benefici futuri il sostanzioso prezzo da pagare. A gestire il mattatoio è stato un gruppo ristretto di boss giovani, intraprendenti: Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano. Hanno conquistato gradi e ricchezza durante lo sterminio delle vecchie «famiglie» mafiose voluto da Riina nel 1981: un migliaio di cadaveri e la fuga in America dei pochi ai quali è stata concessa la possibilità di scamparla, i famosi «scappati». A ogni agguato, a ogni uccisione eccellente Aglieri, Biondino, Graviano hanno guadagnato una promozione. Hanno accettato di sottostare ai «viddani» (villani) di Corleone per conquistare il potere e i «piccioli», che i grandi casati, spesso presenti su piazza fin dall’Ottocento, non volevano spartire. Così i Badalamenti, i Bontate, gl’Inzerillo, i Di Maggio, i Greco di Ciaculli, i Marchese si sono trovati senza alleati fino a diventare carne da macello per le squadre della morte di Riina. E a sparare sono sempre stati i fedeli alleati di Palermo. Pietro Aglieri è detto «’ u signorinu» come il nonno, che interamente vestito di bianco amava percorrere sul calessino le rive del fiume Oreto dalle parti di Villagrazia. Era l’antico dominio dei Bontate, nobiltà mafiosa con tutti i quarti giusti, ma sono stati spazzati via senza riguardi. Dopo Stefano, definito il «principe di Villagrazia», è toccato al fratello minore fratello minore Giovanni, ucciso nel settembre 1988. Doveva stare all’Ucciardone a scontare la pena per traffico di eroina, ma soffriva di cuore e gli avevano concesso gli arresti domiciliari. Si era rinserrato in casa avendo compreso di essere finito sulla lista nera. Ha però aperto la porta a un terzetto guidato da Pietro Aglieri, che già all’inizio degli anni Ottanta, con al seguito il futuro vice, Carlo Greco, si era distinto nel dare la caccia ai componenti dei clan perdenti. Secondo i collaboratori di giustizia è stato Aglieri a premere il grilletto contro Bontate e la consorte Francesca Citarda, altro cognome di peso nella geografia di Cosa Nostra. In premio Aglieri ha ricevuto da Riina nell’ 88 la guida della cosca di Villagrazia e nel ’92, quale ricompensa per via D’Amelio, è stato promosso capomandamento della Guadagna. Salvatore Biondino è un quarantenne che ha avviato la scalata gerarchica nel giugno 1983. Quella sera, assieme a Raffaele e Domenico Ganci, a Francesco Paolo Anzelmo e a Michelangelo La Barbera, ha eliminato in via Cristoforo Scobar il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo e i suoi due collaboratori, Giuseppe Bonmarito e Pietro Marici. D’Aleo aveva sostituito il capitano Basile, ammazzato nel 1980, alla guida della compagnia di Monreale. Sfruttando il lavoro del predecessore, aveva individuato l’organigramma del nuovo vertice corleonese. Qualcuno aveva però avvisato Riina e Provenzano: la sentenza capitale si era abbattuta sui tre carabinieri. Erano anni nei quali gli uomini della legge fungevano da prede e i fuorilegge da cacciatori. All’inizio Biondino è un «soldato» del potente mandamento di San Lorenzo, guidato da Giuseppe Giacomo Gambino, detto «’ u tignusu» (calvo) per distinguerlo fra i numerosi Gambino, che hanno meritato l’attenzione di giornali e forze dell’ordine di qua e di là dell’Atlantico. Un suo cugino, Girolamo, è tra i boss del quartiere. Anche Salvatore ottiene in pochi anni una posizione di assoluto prestigio grazie alla fiducia di Riina.

Le doti di organizzatore gli hanno consentito di partecipare agli eventi più tragici, dall’agguato al vicequestore Ninni Cassarà alla mancata uccisione di Falcone all’Addaura. Il suo ruolo nelle fasi finali dell’attentato è vago, gli attribuiscono il compito di supervisore delle vedette incaricate di comunicare l’arrivo delle tre Croma. Nella scia di Riina è cresciuto pure Giuseppe Graviano (29 anni), il boss di Brancaccio. La sua firma è apparsa nei cruciali delitti dell’ascesa corleonese. Insieme con il fratello Filippo (31 anni) ha condiviso il piano per eliminare Falcone. Le fortune della dinastia sono cominciate con il padre, Michele, che all’inizio degli anni Ottanta si schierò con Riina e pagò con la vita. Ma la strada per i figli era spianata. Imputati e condannati al maxiprocesso, dei tre fratelli Graviano solo Benedetto (35 anni) ha lasciato il carcere alla scadenza dei termini di custodia cautelare, nel 1990. Giuseppe e Filippo hanno invece riconquistato la libertà in anticipo: così si sono occupati della «famiglia» e del territorio, che dal quartiere originale si è esteso fino a Settecannoni e Sperone, periferia sud-est.

 

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Alfio Caruso