Lucianeddu

 

 

 Chi era


MAFIA E POLITICA ATTRAVERSO LA STORIA DI LUCIANO LIGGIO/LEGGIO


Luciano Leggio, meglio conosciuto come Liggio dall’errore di trascrizione di un brigadiere, detto Lucianeddu (Corleone, 6 gennaio 1925Nuoro, 15 novembre 1993), legato a Cosa Nostra e detto anche “La primula rossa di Corleone“. Liggio fu uno dei maggiori imputati al maxiprocesso di Palermo del 19861987 e morì in carcereLuciano Liggio nacque a Corleone da una famiglia contadina e, ancora giovanissimo, venne affiliato nella locale cosca mafiosa dallo zio paterno Leoluca Leggio, detto u ziu’ Luca. Nel 1944 fu denunciato per porto d’armi abusivo; il 2 agosto 1944 fu arrestato, in flagranza di reato, per il furto di alcuni covoni di grano, da due guardie campestri, aiutate dalla guardia giurata Calogero Comajanni. Venne condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, ma la pena venne interamente condonata. Sempre in questo periodo, Liggio divenne campiere di Corrado Caruso, proprietario di una grossa azienda agricola, subentrando al precedente campiere Stanislao Punzo, ucciso il 29 aprile 1945Il 28 marzo 1945 fu ucciso Calogero Comajanni, la guardia giurata che aveva collaborato all’arresto di Liggio. Il 18 marzo 1948 Liggio fu denunciato come autore dell’omicidio di Leoluca Piraino, avvenuto il 7 febbraio 1948, ma ne fu prosciolto il 21 giugno 1950. Nel 1948 Liggio venne accusato di essere l’esecutore dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, eseguito su ordine del suo capo Michele Navarra, e, per queste ragioni, nel novembre 1948 fu proposto per l’assegnazione al confino, ma non si presentò all’udienza e quindi iniziò la sua lunga latitanza. Nel 1952 Liggio venne assolto per insufficienza di prove dall’omicidio Rizzotto, ma rimase latitante perché ricercato per altri reati, rendendosi anche responsabile dell’omicidio di Claudio Splendido, un sorvegliante di un cantiere stradale che fu ucciso il 6 febbraio 1955 perché aveva visto Liggio e i suoi gregari riunirsi in prossimità del cantiere ed aveva denunciato il fatto alla poliziaNegli anni cinquanta Liggio costituì una società di autotrasporti e partecipò, anche se non in forma ufficiale, a una società armentizia costituita nel 1956 a Corleone in contrada “Piano di Scala” come copertura alla sua attività di furto e macellazione illegale di bestiame; tra i suoi soci nella società figuravano numerosi suoi parenti e membri della sua banda: Francesco e Leoluca Liggio, Angelo Di Carlo e Francesco Placido Liggio, padre dello stesso Luciano. Inoltre Liggio avrebbe voluto partecipare alla costruzione di una diga e di un serbatoio idrico a “Piano di Scala”, volendo accaparrarsi il trasporto dei materiali per la costruzione. Ma la cosca dei Greco di CiaculliCroceverde, che si occupava delle forniture di acqua agli agrumeti della Conca d’Oro e ne stabiliva il prezzo, intervenne presso Michele Navarra perché contraria alla diga e gli chiese di adoperarsi per bloccarne la costruzione; nonostante ciò, nel 1957 Liggio divenne socio di Gaetano Badalamenti, vicecapo della cosca di Cinisi, con il quale creò un servizio di autotrasporti per la costruzione dell’Aeroporto di Punta Raisi di Palermo[6]. Per la costruzione della diga, Liggio entrò in contrasto con Navarra e con la sua banda, in particolare con il mafioso Angelo Vintaloro, proprietario di un terreno confinante con un fondo di proprietà della società armentizia con il quale aveva in comune una masseria, il quale era contrario alla diga perché le acque avrebbero invaso il suo terreno; per queste ragioni, Liggio e la sua banda compirono atti di vandalismo contro la proprietà di Vintaloro, rubando i suoi covoni di grano e distruggendo le botti della sua cantina. A causa di questi contrasti, il 24 giugno 1958 Liggio fu vittima di un attentato mentre si trovava in una capanna insieme con altre persone. Furono sparati molti colpi, ma Liggio riportò soltanto una leggera ferita di striscio ad una mano, mentre gli altri rimasero incolumi. L’arresto nel maggio 1964 di Luciano Liggio In seguito all’attentato da lui subito, Liggio decise la soppressione di Navarra, che venne massacrato il 2 agosto 1958 mentre rientrava a casa in automobile[4]. Dopo l’uccisione del boss, Liggio e la sua banda scatenarono l’offensiva contro i suoi luogotenenti: il 6 settembre 1958 vennero uccisi in un conflitto a fuoco a Corleone i mafiosi Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri e nel periodo successivo si verificarono altre uccisioni e numerosi casi di «lupara bianca»[7]. Mentre a Corleone continuava l’offensiva contro gli ex-uomini di Navarra, Liggio divenne proprietario a Palermo di un’officina meccanica e di un garage, da dove avrebbe controllato l’afflusso della sua carne macellata illegalmente e si sarebbe associato ai mafiosi Angelo La Barbera, Rosario Mancino, Vincenzo Rimi e Salvatore Greco, con cui però non mantenne buoni rapporti. Liggio era nascosto nella casa di Leoluchina Sorisi, la fidanzata di Placido Rizzotto[9], il sindacalista che lo stesso Liggio aveva ucciso sedici anni prima Durante l’arresto avvenuto il 14 magio 1964 fu trovato con un catetere e Liggio stesso confessò ai carabinieri di essere affetto dal morbo di Pott[4]. Liggio fu incarcerato all’Ucciardone, ma nel dicembre 1968 venne assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia ed anche in quello svoltosi a Bari nel 1969, in cui era imputato per gli omicidi avvenuti a Corleone a partire dal 1958.

La fuga, il nuovo arresto e la morte  Dopo l’assoluzione al processo di Bari, Liggio si trasferì a Bitonto, in provincia di Bari, accompagnato dal suo luogotenente Salvatore Riina. Poco tempo dopo però si trasferì a Roma, facendosi ricoverare nella clinica “Villa Margherita”; durante la degenza, il Tribunale di Palermo emise un’ordinanza di custodia precauzionale contro Liggio, che il 19 novembre 1969 riuscì a fuggire dalla clinica dove era ricoverato e si rese irreperibile, aiutato dal mafioso Giuseppe Corso, cognato del boss Frank Coppola[13]. Nel periodo successivo Liggio tornò a Palermo e partecipò all’organizzazione della cosiddetta «strage di viale Lazio» per punire il boss Michele Cavataio: infatti Liggio incaricò i suoi luogotenenti Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella di far parte del commando di killer che uccise Cavataio. Nel 1970 Liggio si recò a Zurigo, Milano e Catania per partecipare ad alcuni incontri insieme agli altri boss per discutere sulla ricostruzione della “Commissione” e sull’implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese; durante gli incontri, Liggio costituì un “triumvirato” provvisorio insieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per ricostruire la “Commissione“, benché Liggio si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina perché si era trasferito a MilanoLiggio inoltre fu sospettato di essere implicato nella sparizione del giornalista Mauro De Mauro perché strettamente legato al commercialista Antonino Buttafuoco, il quale ebbe un ruolo nella sparizione e visitò spesso Liggio durante la degenza nella clinica “Villa Margherita” nel 1969. Da queste circostanze scaturì anche l’omicidio del procuratore Pietro Scaglione, che coordinava le indagini sulla sparizione del giornalista e che si era incontrato proprio con De Mauro pochi giorni prima che questi scomparisse il delitto Scaglione venne quindi ispirato ed eseguito dallo stesso Liggio insieme al suo vice Riina nel territorio di Porta Nuova, dove operava la cosca del boss Giuseppe Calò, che già da allora era fiancheggiatore di Liggio e dei suoi uomini[.  Nel 1971 Liggio ordinò il sequestro a scopo di estorsione di Antonino Caruso, figlio dell’industriale Giacomo, ed anche quello del figlio del costruttore Francesco Vassallo a Palermo; nel frattempo, durante il soggiorno a Milano, organizzò anche i sequestri dell’industriale Pietro Torielli a Vigevano e quello del conte Luigi Rossi di Montelera a Torino, venendo anche coinvolto nel clamoroso rapimento di Paul Getty III, grazie ai suoi legami con Mico Tripodo, boss della ‘ndrangheta. Inoltre Liggio aveva stretti rapporti con i fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, i quali gestivano per suo conto una grande tenuta agricola in Campania ed avviarono con lui un contrabbando di sigarette estere. Indagando sui sequestri di persona avvenuti nell’Italia settentrionale, gli uomini della Guardia di finanza del colonnello Giovanni Vissicchio arrestarono Liggio il 16 maggio 1974 in una casa di via Ripamonti a Milano mentre era insieme a una sua compagna, Lucia Parenzan, e al figlio nato dalla loro relazione[. Nel 1975 Liggio venne processato dal giudice Cesare Terranova e condannato all’ergastolo per l’assassinio di Michele Navarra. Anche dalla prigione, Liggio commissionò l’omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo ai suoi luogotenenti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, che venne eseguito nel 1977Morì di infarto, nel carcere di Badu ‘e Carros a Nuoro, nel 1993. Venne sepolto a Corleone dopo una cerimonia svolta senza coinvolgimento pubblico per divieto della questura.

 

 

Le due facce di Corleone: Luciano Liggio e Placido Rizzotto Il piccolo paese di Corleone, situato nell’entroterra siculo a poco più di 50 chilometri da Palermo, dal 1944 si trovava sotto il controllo del medico mafioso Michele Navarra, succeduto al capomafia Calogero Lo Bue dopo aver sbaragliato la concorrenza di Vincenzo Collura, inviato dai boss americani per insediarsi come nuovo capo della cosca del suo paese d’origine.
Uno dei principali luogotenenti di Navarra era Luciano Liggio, detto Lucianeddu, il quale all’età di vent’anni si era già macchiato dell’omicidio di Calogero Comaianni, la guardia campestre che qualche tempo prima aveva provveduto al suo arresto mentre era intento a razziare il grano rimasto in un campo dopo la mietitura.
Nel corso del primo dopoguerra la Sicilia costituiva il palcoscenico dello scontro frontale tra i potenti latifondisti, che godevano del beneplacito della mafia locale, e tutte quelle cooperative di agricoltori che cercavano di prendere possesso dei terreni non coltivati. Il sindacalista e noto membro del partito socialista Placido Rizzotto, che durante la seconda guerra mondiale aveva militato come partigiano nella Brigata Garibaldi, dopo essere tornato a Corleone capeggiò il movimento contadino, organizzando numerose occupazioni delle terre e battendosi per l’applicazione dei “Decreti Gullo”, che prevedevano l’obbligo di cedere in affitto alle cooperative dei contadini le terre incolte o malcoltivate dai proprietari, attirando verso di sé l’astio di Navarra e dei latifondisti che lo appoggiavano. Addirittura, durante una rissa nel pieno centro di Corleone, Placido Rizzotto arrivò a umiliare pubblicamente Luciano Liggio aggredendolo fisicamente e appendendolo all’inferriata della Villa Comunale. Un’offesa troppo pesante, plateale e scenografica per non essere foriera di spiacevoli conseguenze.
La reazione del tirapiedi di Navarra non tardò ad arrivare e, nel racconto del tragico scontro finale tra Liggio e Rizzotto, ha spazio anche una “storia nella storia” altrettanto lugubre. L’11 Marzo 1948 un pastore di tredici anni di nome Giuseppe Letizia, colpito da una forte febbre, fu ricoverato da Michele Navarra, il quale era divenuto direttore dell’ospedale di Corleone dopo l’uccisione del suo predecessore Carmelo Nicolosi nel 1946; a lui il ragazzino raccontò che la sera prima, ai piedi della Rocca Busambra (un rilievo montuoso appartenente ai Monti Sicani che sorge nel territorio di Corleone, sopra il bosco della Ficuzza), era stato testimone oculare dell’uccisione di un contadino non meglio identificato. L’uomo del racconto del giovane era Placido Rizzotto, il quale era stato freddato da Luciano Liggio con alcuni colpi di pistola e il cui cadavere era stato abbandonato dentro un burrone. La vita del ragazzino, affidata alla professionalità del dottor Navarra, si spense misteriosamente dopo un’iniezione.
Le indagini sull’omicidio di Placido Rizzotto furono affidate all’allora capitano dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Ad essere arrestato fu Vincenzo Collura, il quale ammise di aver preso parte al rapimento di Rizzotto in concorso con Luciano Liggio e la cui testimonianza rese possibile agli inquirenti rinvenire alcune tracce del sindacalista ucciso dalla mafia corleonese.

A Corleone si era ufficialmente aperta una stagione di morte che, nel lungo periodo, avrebbe avuto un’influenza determinante sulla storia e sulle strutture di Cosa Nostra palermitana. La furia omicida e l’intelligenza criminale dell’astro nascente Luciano Liggio, che poteva contare sull’amicizia e sull’impegno delinquenziale dei giovani corleonesi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, non avrebbe tollerato nessun ostacolo rispetto all’obiettivo della “modernizzazione” delle attività illegali corleonesi e della creazione, negli anni a venire, di un “ponte” affaristico con la più ricca e moderna mafia della città di Palermo. Michele Navarra, che aveva probabilmente sottovalutato la potenziale pericolosità delle ambizioni del suo scagnozzo, sarebbe stato il primo a farne le spese.
ANTIMAFIA DUEMILA 23 Dicembre 2019 di Stefano Baudino

 

Le tante, troppe voci su Liggio Il nome dell’ipotetico mandante del sequestro di Mauro De Mauro non costituisce, a questo punto, una sorpresa. Esso infatti potrebbe essere stato proprio il plurinominato Vito Guarrasi per conto di Eugenio CEFIS (oltre che per se stesso).
E tanto risulta non perché questa polizia giudiziaria abbia svolto delle specifiche indagini nei suoi confronti, ma perché emerge esclusivamente dalla raccolta degli elementi che lo riguardavano e che erano già conosciuti nel 1970.
Questa p.g. si è limitata al tentativo – parzialmente riuscito – di “recuperare” alcuni importanti indizi che sono “andati perduti” all’epoca delle indagini, evidentemente nell’ambito dei citati depistaggi.
Così è avvenuto per i rapporti ante sequestro intercorsi tra Buttafuoco e Vito Guarrasi. Così è avvenuto per una “misteriosa telefonata” fatta da Guarrasi a Buttafuoco, della quale tutti i giornali avevano parlato, senza che se ne sia trovata traccia agli atti della procura e della polizia. E, infine, così è avvenuto per le notizie apparse sulla stampa nazionale che avevano dato per imminente l’arresto di Guarrasi, senza che – nuovamente – vi sia la minima traccia di indagini sul suo conto, tanto nel fascicolo della procura quanto in quello della polizia.
Il nome di Vito Guarrasi, nonché il suo coinvolgimento nel sequestro di Mauro De Mauro, era emerso percorrendo la strada conducente alla pista “ENI/Mattei”, partendo proprio dall’arresto di Antonino Buttafuoco. Questi aveva agito non di propria iniziativa ma per conto di qualcuno. E questo qualcuno non poteva che essere Vito Guarrasi, almeno così aveva concluso la polizia.
Per introdurre la complessa ricostruzione degli elementi che erano stati individuati a carico di Vito Guarrasi, pare opportuno iniziare con un ampio stralcio del libro, di Giuliana Saladino, “De Mauro – MAFIA ANNI 70”, che era stato pubblicato nel 1972. E’ un libro-diario retrospettivo che ricostruisce gli avvenimenti palermitani dell’epoca, ponendo in primo piano il sequestro di Mauro De Mauro e le indagini sviluppate da polizia e carabinieri. L’opera è permeata di ironia indirizzata verso tutte le pubbliche istituzioni che si sono interessate del caso di Mauro De Mauro.
Inizia, naturalmente, il 16 settembre e termina il 31 dicembre 1970.
Di seguito si riportano le parti ritenute più significative perché ricostruiscono, in modo semplice ma efficace, quanto era emerso sul conto di Vito Guarrasi. E’ una versione dei fatti che trova, nelle attuali indagini, obiettivo riscontro anche nei casi messi in forma dubitativa dall’autrice:

“12 novembre – … La strada in salita che porta in alto, di cui ha parlato con bella immagine il presidente dell’antimafia, non è maestra, piuttosto un sentiero tortuoso e ripidissimo … E’ la strada che porta al signor X? La polizia dice di si. E che pista è? Forse è Mattei, ma notizie fuggite da chi sa dove – dalla questura è probabile – fanno pensare a un audace triangolo: Buttafuoco, Liggio, il signor X. In base a che? Dicerie, mezzi accenni, mezze frasi. Alla polizia tira aria di fiducia, di sicurezza, e il questore afferma “siamo in navigazione, quando si è in mare è difficile valutare le distanze, l’obbiettivo comunque lo vediamo.” Il capo della squadra mobile cela a stento un sorriso furbesco, è euforico, i cronisti che lo incontrano lo definiscono “frizzante”.
Saltano fuori intanto voci di sospette telefonate fatte da Buttafuoco, salta fuori che Buttafuoco appena arrestato temette che lo stesse sequestrando un commando travestito da poliziotti, che Buttafuoco andò a trovare il bandito Liggio in clinica. Dicerie, notizie confuse e contraddittorie fanno il giro della città che sente salire la febbre a quaranta in attesa di clamorosi imminenti arresti. …
Intanto, prima cautamente, poi con particolari più precisi, poi con dettagli, con date, con riferimenti netti – tutto fuorché un nome – in questi giorni si compone pezzo per pezzo, soprattutto sui giornali del Nord, un’intera biografia – con tante lacune, si sa così poco di lui -, infine il signor X acquista contorni precisi, esce come una farfalla da un bozzolo lungamente covato: è l’avvocato Vito Guarrasi. …
Lo ha perduto una telefonata. Da Parigi ha chiamato Buttafuoco e hanno parlato di De Mauro, questa la notizia precisa nei dettagli, anche se non confermata. Se confermata non si capisce bene cosa resterebbe del potente dell’astuto dell’insospettabile mandante del sequestro che parla al telefono del colpo con il compare e si lascia beccare come l’ultima mezza tacca. Ma non c’è solo la telefonata, la polizia ha certamente tutto in mano.
Fulmineo, prima ancora che arrivi in edicola a Palermo, Guarrasi querela il settimanale che per primo osa fare il suo nome, passerà poi a querelare tutti coloro che più o meno velatamente hanno accennato.
Palermo è a rumore. La psicosi del colpo di scena si diffonde e accentua. Ora lo arrestano. Che pista è? Mattei, la droga, l’edilizia, il segreto tributario? Pista Mattei. Che si dissero Guarrasi e Buttafuoco per telefono? La polizia sa tutto e l’euforia monta.
Valanga di ipotesi avanzate e vagliate, cui manca solo quella giusta: che non è vero niente, che Guarrasi e Buttafuoco per telefono non hanno mai parlato, né da Parigi né da Palermo, che la squadra mobile regge tra le mani un granchio colossale, con chele dal morso velenoso.
13 novembre – Alla procura della repubblica il rapporto di polizia col grosso nome nero su bianco, con Guarrasi tirato fuori allo scoperto, è atteso di ora in ora. Cronisti, inviati speciali, fotografi e corrispondenti di agenzie attendono fin dal mattino. Alle dodici ancora nulla, né all’una, né alle due. Delusione. Niente nel tardo pomeriggio, la squadra mobile non invia il rapporto già annunciato da una settimana, i CC si fregano le mani. Che accade? Il questore si chiude in difesa, il capo della mobile nega di avere mai tirato fuori un signor X. Sconcertante.
Signor questore, è vero che state indagando su Guarrasi? “Noi stiamo indagando su tutto … Non possiamo dire niente, può darsi che qualcuno ha fatto un grosso errore…”
Sconcertante. Intorno al corpo scomparso di Mauro De Mauro si è aggrovigliato un giallo politico a vasto spettro che abbraccia dai servizi segreti internazionali alla banda di Alcamo, dallo spionaggio industriale al bandito Liggio, da cosa nostra ai ricatti della classe dirigente siciliana. Intorno al suo nome – l’unica cosa che resta – il turbinare di interessi del capitale pubblico e di quello privato, i colossi ENI e Montedison, la vendetta di fazioni e di correnti, gli imbrogli del rinnovo delle cariche regionali. Ora il solo suo nome serve a mettere paura e a ricattare …”
25 novembre – … Sempre in questi giorni è stato annunciato ed atteso un rapporto dei carabinieri: è quello appunto che in tutta solennità il colonnello Dalla Chiesa, accompagnato dai suoi ufficiali, consegna stamane alle 11 al procuratore capo Scaglione col quale si intrattiene in breve colloquio ed esce dalla porta di servizio per non incontrare i cronisti affamati di notizie e tenuti a stecchetto da tanto.
30 novembre – … Lasciando i discorsi in generale, si avanza in particolare l’ipotesi che nelle indagini sul caso De Mauro quel che più è mancato e manca tuttora alle polizie – granchi a parte – è la copertura alle spalle: una copertura che né la procura né la classe dirigente politica hanno inteso o intendono minimamente assicurare a chi si avventuri sulle strade in salita che portano molto in alto.”

In buona sostanza, il racconto della Saladino riepiloga l’essenza dei fatti riportati nel presente documento. Per esempio, come non pensare subito all’intervento del direttore del S.I.D. di fronte al voltafaccia del questore Li Donni?
Essendo la “vicenda Guarrasi” molto complessa, perché è stato necessario “scoprire” quali elementi aveva la polizia sul conto dell’avvocato, si ritiene opportuno fissare i seguenti argomenti, fornendo le relative fonti di prova:

Guarrasi aveva avuto rapporti con Buttafuoco?;
era veramente intercorsa la telefonata tra i due?;
Guarrasi stava per essere arrestato dalla polizia?;

 


E il boss Luciano Liggio rompe il silenzio e racconta di un golpe

Il primo marzo successivo, il Presidente dava inizio alla fase degli interrogatori degli imputati, i quali in massima parte si riportavano alle dichiarazioni rese in istruttoria, ribadendo la loro estraneità ai fatti contestati, come si evince dalle trascrizioni integrali allegate ai verbali di dibattimento, cui si fa espresso rinvio. All’udienza del 3 aprile 1986, revocando la precedente rinunzia a comparire, si presentava l’imputato Buscetta Tommaso, in consegna temporanea all’autorità giudiziaria degli Stati Uniti d’America, il quale si dichiarava disposto a rendere il proprio interrogatorio.

Tale atto istruttorio si protraeva fino all’udienza del 10 aprile successivo, allorché la Corte, rigettando le altre istanze, disponeva il confronto del medesimo con l’imputato Calò Giuseppe.

Alla successiva udienza dell’11 aprile 1986, anche Contorno Salvatore, l’altro imputato in consegna temporanea agli Usa per motivi di giustizia, rendeva il proprio interrogatorio, che proseguiva nel corso delle udienze del 14, del 15, del 16, del 17 e del 18 aprile 1986.

Su istanza della difesa, la Corte, all’udienza del 17 aprile 1986, aveva precedentemente disposto la ricognizione degli imputati Prestifilippo Girolamo, Prestifilippo Santo e Spadaro Francesco da parte di Contorno Salvatore, il quale aveva riconosciuto con sicurezza le persone indicate, anche se non era stato in grado di distinguere tra i due Prestifilippo quello a nome Girolamo e quello a nome Santo. Al fine di consentire la celebrazione da parte di altro giudice di un processo a carico di taluni degli imputati, il dibattimento veniva sospeso e rinviato all’udienza del 5 maggio 1986.

Nel susseguirsi degli interrogatori degli imputati, i quali pedissequamente rimanevano ancorati alle loro posizioni di completa innocenza, all’udienza del 15 maggio 1986, Di Marco Salvatore, il quale in istruttoria aveva collaborato efficacemente con l’autorità procedente, ammettendo la propria responsabilità e palesando quella dei correi nella perpetrazione di numerose rapine e reati connessi, finiva con il tenere un atteggiamento ambiguo, rifiutandosi di rispondere e, a specifica richiesta, sia di confermare che di ritrattare le precedenti dichiarazioni.

Atteso tale comportamento processuale, la Corte rigettava le richieste, avanzate dalla difesa di altri coimputati, di ulteriori atti di istruzione dibattimentale (confronti e ricognizioni) che richiedevano la necessaria collaborazione del Di Marco Salvatore.

All’udienza successiva il pm produceva: certificato di morte dell’imputato Ganci Giuseppe, copia di una nota della Polizia Tributaria con allegata fotocopia di un assegno di L.6.000.000 tratto dall’imputato Lipari Giuseppe a favore di Caltagirone Silvio; copia in lingua italiana del controinterrogatorio di Buscetta Tommaso effettuato, nel corso del processo cosiddetto della “Pizza Connection” che coevamente si celebrava a New York, dall’avvocato Kennedy difensore di Badalamenti Gaetano; copia della sentenza ordinanza emessa dal Giudice Istruttore di Firenze il 21 dicembre 1985 contro Spadaro Tommaso ed altri.

La Corte ammetteva tale produzione con ordinanza emessa all’udienza del 21 maggio 1986, con la quale si disponeva, altresì, perizia grafica su di un assegno emesso da Barbarossa Nunzio all’ordine di Lombardo Giovanni, per accertare se la firma ivi apposta fosse opera grafica di quest’ultimo.

Le conclusioni peritali, favorevoli all’assunto difensivo, in quanto escludevano tale corrispondenza, venivano poi depositate all’udienza del 6 giugno 1986.

Il 23 maggio 1986, il Presidente procedeva all’interrogatorio dell’imputato Leggio Luciano, il quale contrariamente a quanto aveva fatto in istruttoria, ove si era avvalso della facoltà di non rispondere, ammetteva di avere conosciuto altri coimputati quali Riina Salvatore, Greco Salvatore, inteso “Cicchiteddu”, e tra gli altri anche Buscetta Tommaso in occasione della preparazione di un colpo di stato negli anni 70, cui però non aveva dato la sua adesione.

Nella medesima udienza, perveniva, altresì, notizia da parte del nucleo operativo dei Carabinieri di Palermo, della morte dell’imputato Ingrassia Andrea, ed inoltre il pm produceva una relazione di servizio, redatta dal Carabiniere Mangogna Marco, in servizio nell’aula di udienza, il quale aveva riferito intorno al contenuto di una conversazione avvenuta da una cella all’altra tra il citato Leggio e Greco Michele, da poco tratto in arresto dopo una lunga latitanza.

Quest’ultimo veniva poi interrogato all’udienza dell’Il giugno 1986 e protestava la propria innocenza in ordine ai numerosissimi gravi delitti contestatigli, sostenendo, tra l’altro, l’erronea individuazione, da parte dei chiamanti in correità, nella sua persona di un componente della famigerata famiglia Greco dei Ciaculli, sostenendo di appartenere alla distinta famiglia dei Greco di Croceverde-Giardini. Nel corso della stessa udienza si dava inizio all’interrogatorio di Sinagra Vincenzo, nato nel 1956, il quale, nel ribadire punto per punto, anche nelle udienze successive, le dichiarazioni rese in istruttoria, rievocava, tra l’altro, le raccapriccianti scene di uccisioni, distruzioni ed occultamenti di cadavere, a cui aveva partecipato o di cui comunque aveva avuto conoscenza.

Il Sinagra confermava anche, nel corso dei confronti (richiesti dalla difesa ed ammessi dalla

Corte all’udienza del 17 giugno 1986) con Rotolo Salvatore e con Alfano Paolo, le accuse loro rivolte e procedeva, altresì, alla ricognizione dell’imputato Guttadauro Giuseppe, richiesta dal P.M. nel corso dell’udienza del 18 giugno 1986.

La Corte, quindi, al solo fine di allegare agli atti una versione degli interrogatori dell’imputato Contorno Salvatore in integrale lingua italiana (e quindi di più facile e spedita lettura rispetto alle

trascrizioni originali spesso in linguaggio dialettale), effettuati con ordinanza dibattimentale del 19 giugno 1986 nominava come interprete il professore Correnti Santi, il quale depositava poi l’elaborato scritto all’udienza del 4 settembre 1986.  IL DOMANI

 

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto San Francesco