MAFIA e MASSONERIA deviata

 

 

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I rapporti tra mafie e massonerie deviate sono una questione molto complicata, forse più complessa di quanto accada in tutti gli altri rapporti intessuti dalla mafia con altri soggetti esterni. In Italia, la ‘ndrangheta e la mafia siciliana da sempre hanno nutrito interesse nei confronti delle massonerie. Lo dice la storia, i processi e varie Commissioni parlamentari antimafia che si sono succedute nel tempo, da ultima quella presieduta da Rosy Bindi. Le interconnessioni tra mafie e massonerie emergono in modo palese in varie inchieste giudiziarie in Sicilia e in Calabria, soprattutto riguardo a fatti legati al condizionamento dell’azione dei pubblici poteri mediante corruzione.Negli atti d’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia Bindi, emerge che dal 1990 a fine 2016 tra gli affiliati alle logge massoniche di Sicilia e Calabria ci siano stati circa duecento soggetti con precedenti penali per delitti di mafia. Negli elenchi esaminati c’erano persone iscritte che lavoravano nei tribunali, nelle forze dell’ordine, nel comparto militare e negli ordini professionali di varia natura. Un legame dunque non solo esistente ma aggiungerei forte. Sui rapporti tra queste due organizzazioni è illuminante Tommaso Buscetta il quale interrogato da Giovanni Falcone racconta che fino al 1980 non aveva mai sentito parlare di uomini d’onore massoni. Conferma però i rapporti, tra le due entità. Il pentito dice a Falcone che il cognato di Stefano Bontate, ad esempio, era un massone. Nel 1970 per il golpe Borghese sono i massoni che si rivolgono a Cosa Nostra. Racconta anche che Carlo Morano, uomo d’onore, aveva un fratello massone coinvolto nel golpe. Buscetta però parla sempre di rapporti mai d’identificazione. Le mafie entrano, direttamente o indirettamente, nelle logge massoniche per interessi economici (per aggiudicarsi appalti, riciclare proventi illegali o percepire aiuti economici pubblici) per interessi giudiziari (per avere trattamenti di favore nei processi ove sono coinvolti) per motivi politici (gestire il voto e governare negli enti pubblici). La vera forza dei mafiosi risiede tutta nei loro legami con il potere politico, economico e finanziario. Senza la connivenza della cosiddetta “area grigia”, la mafia sarebbe solo una banda di criminali di strada, come più volte disse Totò Riina. Le mafie sono cresciute e diventate sempre più potenti anche grazie ai rapporti con le massonerie deviate. I mafiosi in questi consessi incontrano politici, avvocati, magistrati, imprenditori, industriali, professionisti vari e da questi contatti possono certamente trarre benefici di ogni genere, in primis di natura economica. Si tratta di un rapporto basato fondamentalmente sul “do ut des” e cioè do affinché tu mi dia. Faccio qualcosa in cambio di qualcos’altro. Mi adopero per te solo se, da te, posso ottenere un beneficio per me. Insomma, una mera questione di tornaconti personali soprattutto di natura lucrativa. Le passate inchieste del dottor Agostino Cordova sono tornate nuovamente attuali a distanza di oltre trent’anni. All’epoca, assieme a Falcone e poi a Borsellino, ci aveva visto giusto. Aveva individuato in anticipo su tanti la componente mafiosa immateriale, silente, mercatistica, massonica, che dialogava direttamente con le istituzioni e il potere. Oggi rispetto ad allora c’è una nuova progressione: l’integrazione delle varie mafie con le massonerie deviate forma un unico sistema criminale. Esiste un legame fra mafie, servizi segreti deviati e massonerie deviate confermato anche da fonti interne alle mafie. Il siciliano Gioacchino Pennino dichiarava: “Mio zio si recava in Calabria dove, mi disse, aveva messo insieme massoni, ‘ndrangheta, servizi segreti, politici per fare affari e gestire il potere”. “Una sorta di comitato d’affari perenne e stabile”. C’è una mafia visibile e c’è una invisibile, in quest’ultima operano le massonerie deviate e i poteri forti, multinazionali comprese. I mafiosi si iscrivono alla massoneria oltre che per quanto ho detto in precedenza, anche perché la segretezza delle logge massoniche agevola gli incontri tra parte della classe dirigente e i boss. Sono due lati oscuri e misteriosi che s’incontrano. Le logge massoniche sono spesso celate sotto diversi appellativi. Non si conoscono gli iscritti, anzi questi sono esortati a non svelarsi mai come tali. Molte attività sono occulte. Tutto questo garantisce il basso profilo ricercato dai mafiosi. Capaci e via D’Amelio in cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vedono coinvolti in stretta cooperazione mafie, massonerie deviate, terroristi di destra e servizi segreti deviati che assieme – a mio parere – hanno contribuito anche a destabilizzare la democrazia nel nostro Paese. Una verità cui probabilmente, sempre secondo la mia opinione, erano arrivati vicinissimi Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tre giudici che stranamente hanno avuto identica sorte: saltati in aria con il tritolo. Quando fu ucciso Borsellino, sparì l’agenda rossa che portava sempre con sé e dove conservava tutti gli appunti sulle indagini da lui svolte in prima persona sulla strage di Capaci. Perché è sparita e che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino? Se l’avessimo sicuramente potremmo ottenere molte risposte anche sul tema di questo post. Vincenzo Musacchio. HUFFPOST


12.4.2021 «LA MASSONERIA DI VIBO AVEVA L’ORDINE DI “GESTIRE” I MAGISTRATI»Virgiglio traccia la “mappa” delle logge coperte. Agli avvocati il compito di avvicinare le toghe, ufficialmente bandite dalle logge «All’inizio del 2000 mi fecero rientrare in Massoneria in Calabria scegliendomi una delle Logge più carismatiche e più pulite che erano i Garibaldini d’Italia e che aveva sede a Vibo Valentia e non a caso, perché Vibo Valentia è indicato come un Oriente importantissimo, forse il più importante che c’è in Italia, sul potere decisionale di determinate logiche, chiamiamole così». Cosimo Virgiglio conosce bene la massoneria. Ne ha scalato i ranghi, partendo da apprendista ai tempi dell’università a Messina, per conoscere i vertici nazionali delle logge più importanti. Sono quei vertici a rimandarlo nella sua terra d’origine per gestire una fase complessa, che il pentito ha raccontato ai magistrati.  I suoi verbali sono stati depositati nei processi che hanno segnato e segnano la recente storia giudiziaria della Calabria. In ‘Ndrangheta stragista ha offerto un contributo importante per ricostruire il contesto in cui è maturata la strategia eversiva delle mafie. A Rinascita Scott l’esordio del suo interrogatorio del 9 marzo scorso (ve lo abbiamo raccontato qui) serve per mettere nella giusta prospettiva il peso degli ambienti massonici della provincia di Vibo Valentia: sono tra i più potenti d’Italia. Il documento integrale offre spunti, ovviamente da passare al vaglio del dibattimento, su una fase cruciale della recente storia della Calabria.

A Roma, Virgiglio si relaziona soprattutto con Giacomo Maria Ugolini, che «era già stato ambasciatore in Egitto e in Etiopia» e «all’epoca era poi divenuto decano di tutti gli ambasciatori. Lui era il gotha, definiamolo così» e «aveva grossi rapporti con la Calabria, principalmente con Vibo e Crotone, anche Reggio». E Virgiglio, come sua persona di fiducia, viene rimandato nel profondo Sud per gestire relazioni delicatissime. I suoi racconti, per i quali sono necessari i riscontri del caso, descrivono la Calabria come l’epicentro di molte trame. E le sue logge come crocevia di rapporti delicatissimi. 

Simboli e affari: l’importanza della loggia di Vibo  Non a caso arriva a Vibo, dove in breve diventa Gran Maestro. Il simbolismo è (quasi) tutto nella massoneria. È grazie ai simboli che il lignaggio massonico di quelle logge è di alto livello. A Vibo «vi era stato il passaggio, nel mio Tempio, di Giuseppe Garibaldi». Quel passaggio «lasciò dei cimeli, lasciò una bandiera dei Garibaldini ancora intrisa di sangue e ancora oggi custodita, un obolo, un Maglietto fatto da un pezzo di legno e all’epoca lasciò anche delle… i cosiddetti testamenti massonici». Simboli, certo. Ma anche affari. Perché – «collochiamo il periodo di cui noi stiamo parlando», va al sodo il pentito – «era un periodo di fermento, perché su Gioia Tauro stavano arrivando tanti, e sono poi arrivati, tantissimi soldini». E quei denari andavano gestiti, «si dovevano gestire gli aspetti politici, che poi sarebbero stati importanti per gestire quelli sanitari, si parlava della costruzione tra l’altro di un grande, di un grosso polo clinico». Tutto si tiene: soldi, sanità e politica in un cliché consolidato. 

«Si dovevano gestire i magistrati»  Non è tutto. Altri poteri interessano a quello massonico. Forse anche più della politica. Da gestire c’erano anche «i magistrati, perché dalla famosa tornata del 1993 che fu fatta a Capo Verde si decise che i Magistrati non dovevano mai più entrare in Massoneria, perché poco affidabili, ma ci doveva essere chi doveva gestirli e quindi era la grande flotta dei nostri avvocati che avevamo tra le fila». Sono frequenti i riferimenti del collaboratore di giustizia alla «tornata di Capo Verde del 1993». Virgiglio parla di una riunione dei più alti livelli della massoneria, che si sarebbe tenuta a Santiago di Capo Verde in un momento molto delicato della storia d’Italia. «Era partita Tangentopoli – racconta –, c’erano state le famose stragi in Sicilia, era ingestibile una situazione sia politica che mafiosa». E allora «si presero una serie di decisioni» come quella, proposta dall’armatore partenopeo «Elio Matacena» di chiudere le porte alle toghe: «In Italia non ci sarebbero stati più gli ingressi neanche “sussurrati all’orecchio” di magistrati, quelli che c’erano rimanevano fino alla loro, alla loro volontà, quindi fino alla loro esistenza in vita rimanevano, ma altri no». È la massoneria, secondo la lettura che dà il pentito, a non fidarsi: «”Ci possono essere – perché all’interno si parla così (Virgiglio riporta pezzi di conversazioni, ndr) – ci possono dei Magistrati che a volte usano il proprio potere in maniera recondita, e quindi noi dobbiamo aiutare il fratello che ha dei problemi in maniera che lui ritorni sulla retta via”. E quindi furono incaricati, dice: “Allora, dobbiamo incaricare chi è vicino, chi è stato compagno di studi, chi si incontra tutti i giorni”, quindi gli Avvocati dovevano essere coloro i quali entravano in contatto e vedere se il Magistrato era disposto o meno a dare degli aiuti». 

La mappa delle logge coperte  Quando parla di “sussurrati all’orecchio”, il pentito si riferisce a «personaggi che hanno una carica istituzionale o politica o proprio, ecco, autorità giudiziaria, o esposti insomma in maniera diversa» e «preferiscono non comparire nel listato ufficiale che la legge in Italia ti impone». In alcuni casi, il “sussurrato all’orecchio” «non è altro che una persona tipo un Magistrato, un Agente delle Dogane, un Finanziere, un Agente dell’Esercito, un qualcuno insomma che è esposto anche politicamente». In questo caso, a sapere dell’appartenenza massonica è soltanto il Gran Maestro. 

C’è un’altra categoria di massoni “coperti”: sono i “Sacrati sulla Spada”, cioè «coloro che hanno problemi di giustizia che, per il Maestro Venerabile, sono stati errori giudiziari». Il pm Antonio De Berardo incalza: «Si riferisce anche ad appartenenti alla criminalità organizzata?». «Sì, sì – risponde Virgiglio – per quel che mi consta sì, tant’è che Luigi Sorridente, il nipote prediletto del capo ‘ndrangheta di Gioia Tauro Peppino Piromalli era un appartenente proprio al Sacrato sulla Spada e come lui anche altri soggetti». È qui che l’interrogatorio si addentra negli angoli bui delle logge coperte, quelle che «non venivano riportate in nessun archivio, in nessun registro. (…) Su Reggio Calabria, cioè sul Tirreno, ce n’era una che era la nostra, proprio iniziata dal Principe Alliata e da Giacomo Maria Ugolini era, avevamo trovato come Oriente quello di Rizziconi e ne ho parlato abbondantemente in altri Procedimenti. Su Catanzaro, Crotone, Vibo avevamo la “Pitagora”; su Tropea avevamo “Amor di Patria” 1784, che operava tra Tropea, Nicotera e Limbadi. Queste erano le nostre, cioè erano le… quelle calabresi». Nel Vibonese, i “Sacrati sulla Spada” «venivano convogliati principalmente» nella loggia di Tropea. I «Garibaldini», continua Virgiglio, ne avevano chiesto la chiusura con decreto, «cosa che non era mai avvenuta». Il guaio era che l’esistenza di quella loggia era diventata (quasi) di dominio pubblico e «poteva innescarsi un altro Agostino Cordova e non era il caso, non ne avevamo bisogno noi di determinati soggetti presenti all’interno e anche perché, come ho detto in altri Procedimenti, non era mai stata la ‘Ndrangheta a andare a trovare né la Massoneria e né il politico in quel periodo, ma era viceversa, quindi a che pro mettere determinati soggetti quando tu ce l’hai sempre nelle mani?». 

La massoneria mostra i muscoli. «Non abbiamo paura di nessuno»  In quel contesto, fatto di intrecci tra logge ufficiali e coperte, di affari da monitorare e magistrati da gestire, Virgiglio torna in Calabria per osservare quella che descrive come una prova di forza della massoneria a Vibo. «Il momento più scottante – sottolinea – fu quell’agosto del 2004 quando il dottore Petrolo, quindi in questi casi il Maestro Venerabile Petrolo della Loggia Morelli» organizza «una premiazione, una borsa di studio cosiddetta “Tedeschi” e che era intitolata a un ragazzo che era morto per una brutta malattia, era un premio che lui voleva dare ai neolaureati di Messina di Medicina». In realtà «era la scusa per far scendere Gustavo Raffi, il capo del Goi (Grande Oriente d’Italia, ndr), in questi casi il Gran Maestro del Goi, a Vibo Valentia e quindi rendere, cioè ostentare quello che era il vero potere». Ogni loggia tira fuori «i propri assi e noi facemmo arrivare direttamente Giacomo Maria Ugolini e ci fu questa grande… fu pubblica, tant’è che Petrolo invitò a livello pubblico Elio Costa, che era già sindaco; poi invitò Bruni che era il presidente della Provincia, invitò insomma una serie di personaggi proprio pubblici proprio a sfidare, per dire: “Noi non abbiamo paura di nessuno, abbiamo tutti. Abbiamo la Magistratura, abbiamo il politico“, questo era l’obiettivo e lo fecero al Resort, fu una cosa pubblica, quindi non stiamo dicendo nulla di nuovo». Ci sarebbe stato, però, anche un lato privato, un dietro le quinte dell’evento: «In realtà il giorno prima lì andarono a spartire quelli che erano i prossimi poteri, quindi le elezioni governative, le elezioni regionali, i posti di potere e i posti pure principalmente della Port Authority di Gioia Tauro. Arrivò Cassodonte da Soverato, fece il suo portafoglio di nomi e lì ci fu, ecco, questa era la situazione che io trovai a Vibo in quel periodo».  12/04/2021 CORRIERE DI CALABRIA di Pablo Petrasso


11.3.2021 – RINASCITA SCOTT  – LA MASSONERIA SECONDO VIRGIGLIO: RICERCA DI VOTI E APPOGGI IN MAGISTRATURA. «IN CALABRIA È MOLTO POTENTE» Il collaboratore di giustizia svela i legami nascosti tra le logge, i clan e i colletti bianchi. «C’era anche un gruppo di toghe. E Pittelli poteva “raggiungerle”»  Il motto della massoneria, inequivocabile, è «si entra per dare». Lo spiega il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio, noto per la sua militanza nelle logge e gli addentellati nei servizi segreti. Su queste basi vengono scelti coloro che faranno parte di una loggia e, ancora di più coloro che vengono scelti per e appoggiati per una elezione. Nel 2006 – spiega Virgiglio interrogato dal sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo – su intercessione dell’avvocato Cassadonte, decano di una loggia massonica catanzarese, si decise di appoggiare la candidatura a senatore dell’avvocato Giancarlo Pittelli appartenente alla stessa loggia di Cassadonte. «Cassadonte ci aveva informato – dice Virgiglio – del fatto che Pittelli aveva capacità di relazionarsi e interfacciarsi con i magistrati». 

«Per le elezioni la massoneria si rivolgeva alla ‘ndrangheta» «Quando c’era interesse a eleggere un nostro rappresentate era la massoneria che si rivolgeva alla ‘ndrangheta attraverso quei soggetti, definiti “in giacca e cravatta”, come medici e avvocati che grazie al proprio lavoro erano i personaggi privilegiati per fare da collegamento con la criminalità organizzata». Anche per Pittelli – spiega il collaboratore rispondendo alle domande dell’avvocato Salvatore Staiano – venne coinvolta la criminalità organizzata. In quell’occasione Virgiglio andò a Rocca di Neto e si rivolse a Sabatino Marrazzo, maestro venerabile, che guidava sia la loggia Pitagora deviata che quella pulita. Sabatino Marrazzo «ha innescato subito i meccanismi per la campagna elettorale del 2006. Marrazzo si rivolse a un avvocato di Catanzaro appartenente alla propria loggia». 

Inflazione di iscritti in massoneria in Calabria Nel primo decennio del 2000 – Virgiglio comincia a collaborare dal 30 dicembre 2009 – la massoneria è molto potente in Calabria. «Non è un caso che le più grandi inchieste sulla massoneria siano state fatte in Calabria – dice Virgiglio –. Ci sarà un perché se nel 2004 ci si riunisce in Calabria per parlare degli investimento sul porto di Gioia Tauro e sulla sanità. All’epoca c’era un’inflazione di iscritti. In ogni paese si voleva aprire una loggia. E per quanto riguarda la massoneria deviata la provincia di Vibo era la più potente e impregnata. «Reggio non è neanche un satellite rispetto a Vibo», dice Virgiglio. 

I processi dei Marrazzo La massoneria non disdegna di inserire tra le proprie fila forze dell’ordine e magistrati. «C’era un tenente colonnello che ci riferiva di tutte le indagini grosse che c’erano sul tirreno», racconta il collaboratore. Così il maestro venerabile Sabatino Marrazzo non esitò a rivolgersi all’amico Virgiglio e al gran maestro della loggia dei garibaldini d’Italia, Pino Francica, quando suo fratello, Agostino Marrazzo, venne arrestato per omicidio. «Sabatino ci chiese un intervento per il fratello imputato per omicidio e voleva un interessamento a livello di magistratura. Io non lo avallai perché non ero convinto dell’innocenza del fratello, come diceva lui. Francica invece lo indirizzò verso un avvocato di Cosenza». «Agostino uscì assolto per la prima volta dall’accusa di omicidio», ricorda il collaboratore. 
In epoca più recente, il 17 dicembre 2020, ricordiamo per dovere di cronaca, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, nell’ambito del procedimento antimafia denominato Six Towns, ha assolto Agostino Marrazzo per l’omicidio di Franco Iona avvenuto l’8 ottobre 1999, e la sua pena è stata rideterminata dall’ergastolo, inflitto in primo grado, a 10 anni di reclusione. Nella stessa sentenza Sabatino Marrazzo, 8 anni in primo grado, è stato assolto. I tre fratelli Agostino, Giovanni e Sabatino Marrazzo vengono considerati dall’accusa collocati nella cosiddetta società Maggiore con la dote di “santisti”, per i quali la Dda aveva ottenuto il 41 bis, ovvero il carcere duro.

Il gruppo dei magistrati C’è un locale a Settingiano dove, a detta del collaboratore, si svolgevano le riunioni della massoneria. «Era uno dei posti preferiti perché sapevamo dai “fratelli” nelle forze dell’ordine che non c’era il pericolo di essere ascoltati», spiega Virgiglio. A queste riunioni Cosimo Virgiglio ricorda di avere incontrato i fratelli Torchia, sia l’avvocato che il professore, Sabatino e Agostino Marrazzo, Saverio Zavettieri, il senatore Speziali e Franco Corrado, il segretario particolare di Giuseppe Chiaravalloti il quale «è venuto anche lui a cena con noi al locale». Secondo quanto racconta Virgiglio l’ex governatore della Calabria Chiaravalloti «gestiva la loggia coperta nella zona del catanzarese anche se il tempio era a Praialonga. Chiaravalloti è entrato nella massoneria nel ’93 insieme a Franco Tricoli. Facevano parte del gruppo dei magistrati».

«Abbiamo creato le banche»«Noi abbiamo creato delle vere e proprie banche – afferma Virgiglio –, il credito cooperativo di San Ferdinando lo abbiamo creato noi. Siamo intervenuti con la banca popolare di Crotone quando è stata fondata, e anche con la Banca di credito cooperativo di Maierato alla quale erano interessati i Mancuso». di Alessia Truzzolillo 9.3.2021 CORRIERE REGGIO CALABRIA


QUARANTANNI DI DELITTI, RICATTI E TRAME OCCULTE: LA P2 È MORTA, MA IL PIDUISMO VIVE La loggia segreta di Licio Gelli, scoperta il 17 marzo 1981, era uno Stato nello Stato: 962 massoni infiltrati in tutte le istituzioni. Dal crack Ambrosiano alla strage di Bologna, da Tangentopoli a Berlusconi, l’eredità nera di sistema che sopravvive al suo creatore e condiziona ancora la democrazia  La P2 sembra morta e sepolta, ma il piduismo vive ancora. Sono passati 40 anni dalla storica scoperta dell’elenco degli affiliati alla loggia massonica segreta di Licio Gelli. Un sistema di potere occulto che si era impadronito delle istituzioni. Lui, il grande burattinaio, non c’è più: è deceduto nel dicembre 2015 nella sua villa di Arezzo, libero da anni, nonostante svariate condanne per reati gravissimi. Con il marchio di organizzatore e principale beneficiario della rovinosa bancarotta dell’Ambrosiano. E di stratega dei depistaggi di Stato che hanno ostacolato le indagini sulla strage di Bologna, per favorire i neofascisti dei Nar. Oggi, certo, l’Italia è cambiata, non è più il paese del terrorismo e dei servizi deviati, della mafia padrona e delle banche criminali. Ma le reti di mutuo sostegno nate in quegli anni neri hanno continuato a condizionare la nostra democrazia. Con dinastie di piduisti rimasti in posizioni chiave, nella politica, nell’economia, nei media. Con strategie e parole d’ordine che restano le stesse di allora. Tra soldi spariti, complicità mai confessate, dossier e ricatti che funzionano ancora.

Quarantanni fa, il 17 marzo 1981, inizia il declino della P2, non la sua sconfitta. Quel giorno viene perquisita a sorpresa la Giovane Lebole (Giole), nota azienda d’abbigliamento con sede a Castiglion Fibocchi. L’ordine è firmato da due giudici istruttori di Milano, Giuliano Turone e Gherardo Colombo. Indagano su due misfatti che si rivelano collegati: l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore delle banche private di Michele Sindona, e il finto sequestro dello stesso banchiere siciliano, incriminato per bancarotta fraudolenta in Italia e negli Usa. Questa genesi non va dimenticata: la loggia di Gelli viene smascherata dalle inchieste che portano alla condanna di Sindona, piduista, come mandante dell’omicidio dell’«eroe borghese» Ambrosoli. E che fanno emergere la complicità tra il banchiere e le famiglie italo-americane di Cosa Nostra, diventate ricchissime con il boom dei traffici di droga. Fuggito da New York nell’estate 1979, Sindona si rifugia in Sicilia, protetto dai boss palermitani. E per simulare di essere stato rapito da terroristi di sinistra, si fa sparare a una gamba da un medico massone. Che risulta in stretto contatto con Licio Gelli.

Turone e Colombo selezionano una squadra di finanziari incorruttibili e ordinano di perquisire, senza informare i superiori, quattro indirizzi. Nei tre ufficiali, compresa villa Wanda, non c’è niente d’importante. L’archivio segreto è nell’ufficio in uso a Gelli alla Giole. Nella cassaforte c’è una lista ordinata, con 962 nomi di affiliati alla misteriosa loggia massonica “Propaganda 2”. Ci sono quattro ministri, 44 parlamentari, tutti i capi dei servizi segreti, l’intero vertice della Guardia di finanza, decine di generali e colonnelli dei carabinieri, esercito, marina, aviazione. E poi prefetti, funzionari centrali e periferici, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali. Una struttura segreta, con gradi e gerarchie, cementata dal vincolo massonico. Uno Stato nello Stato. Che obbedisce a Gelli.

I giudici milanesi si sentono in dovere di consegnare l’elenco al presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani. A riceverli a Roma è il suo capo di gabinetto: piduista anche lui. Il 20 maggio il premier democristiano è costretto a pubblicare la lista. Lo scandalo scuote l’Italia. Una settimana dopo, Forlani si dimette. Nasce il primo governo laico, guidato dal repubblicano Giovanni Spadolini. Il parlamento vara una commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dall’ex partigiana bianca Tina Anselmi. Nel 1982 viene approvata una legge che vieta le associazioni segrete: mai più P2.

La commissione Anselmi, che ha poteri inquirenti, conclude la sua maxi-inchiesta stabilendo che la lista di Gelli è autentica e certifica vere affiliazioni, con riscontri oggettivi come i pagamenti delle quote d’iscrizione, versate su un deposito anonimo alla Banca Etruria. L’elenco però è incompleto: Gelli ha nascosto molte altre carte, centinaia di piduisti restano senza nome. Anche il livello superiore è oscuro. La relazione Anselmi usa la famosa metafora della clessidra: Gelli è al vertice della piramide visibile, ma è a sua volta controllato da strutture più potenti, rimaste occulte.

La svolta per la legalità, democrazia e trasparenza si esaurisce in pochi mesi. Già nell’estate 1981 la Cassazione strappa a Milano l’indagine giudiziaria sulla P2 e la trasferisce a Roma, dove viene insabbiata per tutto il decennio. I ministeri chiave avviano procedure amministrative che mettono in dubbio la lista sequestrata a Gelli, consentendo ai funzionari massoni di continuare a fare carriera. Caduto Spadolini, illustri piduisti tornano al potere. Il ministro del Bilancio del primo governo Craxi, ad esempio, è Pietro Longo (Psdi), passato alla storia come uno dei pochissimi politici italiani condannati per corruzione ancora prima di Tangentopoli.

Lo scandalo ha effetti profondi nella finanza e nei media, ma solo per ragioni economiche e giudiziarie, non per iniziative politiche. Il Banco Ambrosiano, motore del sistema, fallisce con perdite record per 1.193 miliardi di lire. Le sentenze spiegano che la banca cattolica guidata da Roberto Calvi (ucciso nel 1982 a Londra) era diventata la tesoreria occulta dei capi della P2. Ma anche la cassaforte estera dei fondi neri dello Ior, la banca vaticana, guidata da un cardinale americano che ottiene l’immunità diplomatica. Gelli e il suo braccio destro, Umberto Ortolani, vengono dichiarati colpevoli, in tutti i gradi di giudizio, per aver rubato montagne di soldi, usati tra l’altro per impadronirsi del gruppo Rizzoli-Corsera. Dopo l’arresto in Svizzera, Gelli risarcisce 300 milioni di dollari, ormai sequestrati. Mentre lo Ior ne rimborsa altri 250 «senza ammissioni di colpa».

Una società simbolo del sistema P2 è una offshore anonima, denominata Bellatrix: custodisce il pacchetto di controllo del Corriere della Sera, ma nessuno la rivendica, per non auto-accusarsi della bancarotta. A liquidarla sono i giudici di Milano che liberano la Rizzoli dalla P2. Calvi e Sindona furono due pionieri della finanza offshore, che oggi è una patologia mondiale.

Con lo scandalo P2 anche i vertici dei servizi segreti vengono spazzati via dalle indagini giudiziarie, quelle sul terrorismo di destra. Risultano piduisti, in particolare, tutti gli ufficiali condannati per aver depistato le inchieste sulle stragi nere, da Milano a Peteano, da Brescia a Bologna. Invece di contrastare il terrorismo, facevano scappare i ricercati con documenti falsi, distruggevano intercettazioni, nascondevano prove, pagavano i latitanti per farli tacere. Lo stesso Gelli è stato condannato come mandante del più spaventoso depistaggio di Stato: armi ed esplosivi nascosti dai militari piduisti del Sismi su un treno per Bologna.

La relazione Anselmi definisce la P2 «unorganizzazione criminale» con due fasi. La prima è «eversiva»: fino al 1974 Gelli arruola soprattutto militari di destra con tendenze golpiste. E ottiene coperture internazionali da un fronte anti-comunista che va dai servizi americani alla dittatura argentina. La linea cambia in coincidenza con la caduta di Nixon per lo scandalo Watergate. A partire dal 1976 nella P2 entrano imprenditori, politici, banchieri, funzionari, giornalisti. Ora l’obiettivo è conquistare il potere salvando le apparenze della democrazia, come nel «golpe bianco» progettato dal nobile piduista Edgardo Sogno.

Fuori dal perimetro dei processi penali, la P2 rinasce dalle sue ceneri. La relazione Anselmi cita Silvio Berlusconi (tessera 1816) come esempio di imprenditore favorito dalle banche controllate da piduisti, come Montepaschi e Bnl, «al di là di ogni merito creditizio». Lui smentisce (sbugiardato dalle sentenze) e negli anni Ottanta crea il suo impero televisivo, che sembra realizzare lo slogan del «piano di rinascita nazionale» sequestrato alla figlia di Gelli: «Dissolvere il monopolio pubblico in nome della libertà d’antenna». Il gruppo Fininvest accoglie molti ex affiliati, tra cui spicca Maurizio Costanzo, l’intervistatore ufficiale del «signor P2». A fare concorrenza alle tv private dovrebbe pensare la Rai, dove diventa presidente il socialista Enrico Manca: nella lista di Gelli c’era anche il suo nome, ma non si può scrivere che fosse piduista. A escluderlo è una sentenza romana firmata da Filippo Verde, un giudice che incassava soldi in Svizzera, poi assolto o prescritto da tutte le accuse. E la «prova a discarico» che scagiona Manca è una testimonianza orale di Costanzo. Che intanto ammette la propria iscrizione alla loggia segreta. Ed è tuttora il grande vecchio della televisione italiana, pubblica e privata.

Della P2 si torna a parlare con Tangentopoli. A partire dal 1992 le indagini sulla corruzione svelano il ruolo cruciale di molti piduisti. Come Duilio Poggiolini, corrottissimo capo della commissione farmaci. La maxi-inchiesta Mani Pulite comprova anche lo scandalo del Conto Protezione, descritto in uno dei dossier ricattatori sequestrati nel 1981 alla Giole: una tangente di 7 milioni di dollari, versati da una società estera dell’Ambrosiano a Bettino Craxi e Claudio Martelli, su un conto svizzero prestato dal faccendiere amico Silvano Larini. Soldi chiesti da Gelli a Calvi, che in cambio ottiene prestiti dall’Eni, smistati da un dirigente socialista e piduista, Leonardo Di Donna.

Nel processo simbolo per la maxi-tangente Enimont, invece, trova spazio un altro affiliato, Luigi Bisignani, scoperto a riciclare soldi della Montedison attraverso lo lor: la stessa banca vaticana del crack Ambrosiano. E di tanti scandali successivi, fino alle grandi pulizie ordinate da papa Francesco con la prima riforma anti-riciclaggio.

Nel 1994, con la nascita di Forza Italia e la vittoria di Berlusconi, Fini e Bossi, tornano al governo e in Parlamento schiere di reduci della P2: da Fabrizio Cicchitto ad Antonio Martino, Vito Napoli, Aventino Frau, Publio Fiori, Gustavo Selva. Mentre Massimo De Carolis (tessera 1815) diventa presidente del consiglio comunale di Milano, prima di dimettersi dopo una condanna per corruzione (tangenti sul depuratore, divise con altri ex piduisti).

Il ventennio berlusconiano è costellato di progetti di matrice piduista, di cui Gelli rivendica la paternità in un’intervista a Repubblica: leaderismo e presidenzialismo, riduzione del peso dei partiti, separazione delle carriere tra giudici e pm, attacchi ai magistrati «comunisti». Da allora, nei palazzi del potere, riemergono figure intramontabili: da Vittorio Emanuele di Savoia, riaccolto in Italia con una modifica della Costituzione, a Gian Carlo Elia Valori, il super dirigente pubblico che fu espulso dalla P2 perché faceva concorrenza a Gelli. Mentre Flavio Carboni, il faccendiere condannato per l’Ambrosiano, torna agli arresti con la cosiddetta P3 (tangenti sull’energia eolica, gestite da massoni sardi). E l’eterno Bisignani è tuttora sotto processo a Milano per corruzione, dopo essere stato intercettato con l’amico manager Paolo Scaroni mentre trattava affari con l’Eni in Nigeria e dispensava consigli a ministri.

Per completare il quadro, si potrebbero citare le straordinarie posizioni di potere conquistate, anche in tempi recentissimi, dai figli ed eredi di numerosi piduisti, che però hanno diritto di non rispondere delle colpe dei padri. Per misurare la forza persistente dei legami di loggia, piuttosto, basta studiare le nuove indagini della procura generale di Bologna, che accusa Gelli e Ortolani di essere stati i «mandanti e finanziatori» dell’orrenda strage del 2 agosto 1980. Quarant’anni dopo, la ricerca di verità e giustizia continua a scontrarsi con reticenze di ex ufficiali dei servizi, documenti spariti, menzogne depistanti, mediatori che non ricordano a chi hanno consegnato valigie di soldi della P2, complicità inconfessabili. Un caso esemplare è l’interrogatorio di un generale che ha comandato il centro Sid di Padova, una roccaforte della P2. I magistrati di Bologna gli contestano che, nel luglio 1980, aveva ricevuto «il preannuncio della strage» da un giudice anti-terrorismo, Giovanni Tamburino, allertato da un detenuto di destra (poi pestato a sangue). Il generale ha 90 anni, è malato. I magistrati gli mostrano le carte dell’epoca firmate da Tamburino, ma lui nega perfino l’evidenza dell’incontro. E piuttosto di parlare, sceglie di affrontare, poco prima di morire, un’accusa infamante di falsa testimonianza sulla strage. L’ombra della P2 si allunga su molti altri delitti politici irrisolti, dall’omicidio Pecorelli all’assassinio di Piersanti Mattarella. L’ex giudice Giuliano Turone, oggi, commenta: «La P2 fa ancora paura».di Paolo Biondani11 MARZO 2021 L’ESPRESSO


27.1.2021 – “Una loggia massonica segreta si occupa della spartizione di appalti pubblici”: 18 perquisizioni tra Calabria e Basilicata

22.1.2021  Gratteri: ”’Ndrangheta e massoneria deviata controllano interi settori della sanità calabrese” Il Procuratore capo di Catanzaro replica a chi lo attacca: “Con le mie inchieste non faccio politica”. “Io non faccio politica con le mie inchieste e non sono né di destra, né di sinistra. Lo ribadisco ancora una volta”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, intervenendo questa mattina a “Buongiorno regione”, la trasmissione mattutina della Tgr Calabria, sul caso Cesa, coinvolto nell’inchiesta della Procura di Catanzaro che ieri ha portato all’arresto di 48 persone da parte della Dia. Il magistrato calabrese è tornato sul punto dopo le polemiche sula “giustizia a orologeria” sollevata da certa politica per l’avviso di garanzia che ha visto coinvolto il segretario dell’Udc.  “Le giuro che i tempi della politica non c’entrano – ha detto in un’intervista al Corriere della Sera – Noi abbiamo saputo che dovevano arrestare l’assessore Talarico, assieme agli altri, quando è arrivata l’ordinanza del gip, all’inizio di gennaio, a un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione. Le elezioni in Calabria erano fissate per il 14 febbraio, avremmo aspettato il 15 per non interferire sulla campagna elettorale, ma poi sono state rinviate ad aprile: non potevo lasciare arresti in sospeso per decine di persone altri tre mesi”.  Sulla crisi di governo, su CESA e Udc entrati nel gioco dei ‘responsabili’ in soccorso del premier Conte, Gratteri ha sottolineato: “Io fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza, quindi questo problema non si è posto. Se ora qualcuno vuole sostenere il contrario lo faccia, ma io l’ho sentito con le mie orecchie”. Anche in un’altra intervista a Repubblica, Gratteri riguardo a Lorenzo Cesa, uno dei principali “costruttori”, ha aggiunto: “L’altra notte avevo capito che era all’opposizione, ma questo non interessa. Dovrei dire che la magistratura ha i suoi tempi che non possono essere quelli della politica. Ma in realtà in questo caso ci siamo posti i problemi dei tempi. Che era quello delle elezioni regionali calabresi, però”. Poi ha evidenziato: “Questa indagine è la sintesi di quello che vediamo da anni, perché ci troviamo di fronte la ‘Ndrangheta che spara di meno e corrompe di più”. E poi ancora: “Noi ci basiamo sui fatti riscontrati e dobbiamo procedere con le verifiche, perché quest’inchiesta rappresenta un ulteriore passo avanti nell’evoluzione della ‘Ndrangheta nelle sue relazioni con il potere”, che porta “un’organizzazione criminale a entrare nei salotti buoni della società grazie a imprenditori, avvocati, notai. Ci sono rapporti diretti con la pubblica amministrazione, coltivati da professionisti che hanno piena consapevolezza di avere interlocutori espressione della criminalità”. “E’ quello che avevamo visto arrivare venti anni fa: la ‘Ndrangheta che si traveste da imprenditore. E bussa alla politica. E la politica, per lo meno un pezzo importante di essa, risponde. Aprendo la porta; ci troviamo di fronte la ‘Ndrangheta che spara di meno e corrompe di più. Ci sono sempre più reati che riguardano il potere politico e sempre più reati che riguardano il potere economico. ‘Ndrangheta e massoneria deviata controllano interi settori della sanità calabrese”. Secondo il magistrato, dunque, servirebbe “una rivoluzione del codice di procedura penale e del regolamento penitenziario che inasprisca le pene le nostre indagini dimostrano che delinquere è ancora troppo conveniente”. AMDuemila 22 Gennaio 2021

MASSONERIA, MAFIA E STATO: TRAME DI UN’ALTRA TRATTATIVAPAOLO BELLINI Il pentito: “I carabinieri mi chiesero i quadri rubati da Maniero, in cambio i boss volevano aiuti per Calò, Liggio e Brusca”

La massoneria trapanese ebbe un ruolo nelle trattative Stato-mafia a cavallo delle stragi del 1992 e 1993 ovviamente sotto l’ala di Matteo Messina Denaro, oggi 53 anni e latitante proprio dal ’93. È il convincimento della Procura di Caltanissetta anche conseguentemente alle parole di Paolo Bellini, “pentito” con un passato nell’estrema destra di Avanguardia nazionale, tanto da essere indagato per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, ma anche mafioso al soldo della ’ndrangheta in Emilia. Il più pericoloso latitante italiano al mondo, Messina Denaro, è l’unico imputato in questo processo a Caltanissetta, la cui sentenza è attesa nelle prossime settimane.
Bellini ha parlato a lungo (il verbale è pubblicato integralmente in un pezzo di Rino Giacalone sul numero 128 del mensile S in uscita) di quanto gli riferì il boss palermitano Nino Gioè, morto suicida a Rebibbia nel luglio 1993 lasciando una lettera per invitare a chiedere conto proprio a Bellini dei contatti tra Cosa Nostra e “settori” dello Stato.

Ma qual era il legame tra Bellini e Gioè? Il pentito al pm Gabriele Paci risponde così: ci siamo incontrati “prima delle stragi di Falcone e Borsellino, parlavo con lui che avevo avuto la possibilità di recuperare i famosi quadri della Pinacoteca di Modena (…), che io avevo avuto l’incarico dal maresciallo, mi scusi, no Tempesta, dall’ispettore Procaccia di darmi da fare per recuperare queste cose”.Il riferimento è al furto delle opere d’arte della Pinacoteca di Modena nel 1992 attribuito alla mafia del Brenta di Felice Maniero. Roberto Tempesta, carabiniere del Nucleo tutela beni artistici, si rivolge a Bellini –secondo il racconto dell’ex estremista di destra –per recuperare il bottino, incontrandolo anche in giorni in cui Bellini era impegnato in omicidi per conto della ’ndrangheta. “Tempesta rappresenta il viatico per cui mi potevo infiltrare, cioè le opere d’arte, è uno del settore”, che poi “mi disse che ne avrebbe parlato con le persone adatte”, “i Ros me lo dice lui nel 1992”. E poi, in Emilia, l’incontro con qualcun altro ci fu: “Era allarmato che io scendessi in Sicilia e che si sarebbero fatti risentire, che lui era Aquila Selvaggia, non mi ha fatto vedere tesserini. Ho avuto l’ordine di non dire niente a nessuno ”. Un’altra specie di trattativa, insomma, per usare Bellini da infiltrato per recuperare le opere d’arte di Modena. E a sua volta Bellini si rivolge al boss Gioè. Che gli consegna una busta con le foto dei quadri da consegnare ai carabinieri.
Bellini non vede le foto ma un elenco con nomi di mafiosi detenuti da “aiutare”, usando le opere d’arte per creare un canale di dialogo tra Stato e Cosa Nostra: tra gli altri il cassiere della mafia Pippo Calò, Bernardo Brusca, Luciano Liggio e Giuseppe Gambino. E si arriva a Trapani e alla massoneria, cioè all’ombra di Messina Denaro, che potrebbe aiutare nel recupero delle opere d’arte come avrebbe spiegato Nino Gioè. Ecco al riguardo le parole di Bellini: “Nino mi disse io ci posso arrivare con la massoneria di Trapani, noi siamo addentrati. Una discussione che è stata fatta quando iniziamo con la trattativa dei quadri”. Nell’ottobre 1992, però, qualcosa s’inceppa: Bellini e Gioè s’incontrano di nuovo e il primo gli dice che non c’è nulla da fare per i nomi dei boss della lista. Gioè diventa furente e afferma che sarà distrutta con un attentato la Torre di Pisa. Nel frattempo la massoneria a Trapani ha continuato a protendere i propri tentacoli, come scritto sulla relazione della commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi, e Messina Denaro, secondo ultimissime indagini, sarebbe non solo capo incontrastato del Trapanese, ma avrebbe messo anche definitivamente le mani su Palermo attraverso il mandamento di Brancaccio (Filippo Guttadauro è il cognato di Messina Denaro) e creato due strutture parallele: “Nella prima ci sarebbero imprenditori apparentemente puliti attraverso i quali il boss intrattiene collegamenti con i politici e quindi controlla gli appalti; nell’altra vi è la manovalanza mafiosa”. L’inchiesta del pm Paci di Caltanissetta riconduce a Messina Denaro la strategia stragista cara a Totò Riina, ma anche la capacità di sposare ed emulare la “sommersione mafiosa”poi scelta da Bernardo Provenzano. Di Giampiero Calapa’ Da il FQ del 3 Ottobre 2020


COMMISSIONE ANTIMAFIA: AUDIZIONI SUI RAPPORTI TRA MASSONERIA E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI MAFIOSE  Il 3 agosto 2016 si è svolta l’audizione del gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi. Il 13 ottobre 2016 è stata ascoltata la Procura della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria (seduta parzialmente segretata); il 23 novembre 2016 e l’11 gennaio 2017 la Procura presso il tribunale di Palermo (sedute anch’esse parzialmente segretate). Nelle sedute del 18 ottobre 2017,  24 gennaio 2017,  25 gennaio 2017  e 31 gennaio 2017 sono stati auditi, in qualità di testimoni, i rappresentanti di alcune logge massoniche, cui sono stati anche richiesti gli elenchi degli iscritti. Il dott. Gratteri, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro, è stato ascoltato nella seduta del 22 febbraio 2017 (seduta parzialmente segretata). Nella seduta del 1° marzo 2017 sono stati ascoltati i professori Isaia Sales e Enzo Ciconte e l’8 marzo 2017 il procuratore generale presso la Corte di appello di Palermo (seduta segretata). Il 15 febbraio 2017 è stato ascoltato l’Amministratore unico di Riscossione Sicilia S.p.A. (seduta parzialmente segretata con riferimento alla relazione tra massoneria e mafia); successivamente è stato audito il Presidente della Regione Sicilia (seduta del 14 marzo 2017).Qui di seguito sono sintetizzati gli aspetti più rilevanti, sulla base degli stenografici pubblicati.

Le argomentazioni del responsabile del Grande Oriente d’Italia. Stefano Bisi ha rivendicato l’azione svolta dal Grande Oriente d’Italia (attualmente composta da oltre 23.000 fratelli, divisi in 850 logge) nei suoi 200 anni di storia, sia per le iniziative pubbliche a difesa della Costituzione che per quelle di natura sociale, sottolineando le regole rigide su coloro che chiedono di aderire all’organizzazione, i controlli effettuati sul rispetto delle regole interne (soprattutto negli anni della sua presidenza) e negando l’esistenza di logge segrete nell’ambito del Grande Oriente d’Italia ed il coinvolgimento di iscritti alla sua organizzazione.

Le contestazioni della Commissione. Sono stati richiesti puntuali chiarimenti in ordine a quanto emerso da indagini giudiziarie (ad esempio dall’inchiesta “Mammasantissima”), dichiarazioni di collaboratori di giustizia, intercettazioni telefoniche degli stessi esponenti mafiosi (in particolare ’ndranghetisti), dalle quali emergerebbe un rapporto organico tra massoneria e mafie (taluni analisti parlano di “masso-mafia”, per descrivere un’organizzazione alla quale appartengono esponenti sia delle organizzazioni criminali che della massoneria). Si tratterebbe di logge e massoniche segrete, deviate, utilizzate dalle associazioni criminali mafiose per infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni, come confermato anche dalle dichiarazioni al riguardo di alcuni ex iscritti al Gran Oriente. La Commissione chiede di conoscere quali provvedimenti siano stati assunti, a partire dagli anni ‘80, nei confronti di soggetti affiliati delle organizzazioni malavitose – cosa nostra, ’ndrangheta, sacra corona unita – presenti all’interno del Grande Oriente d’Italia e di altre organizzazioni massoniche. Stefano Bisi afferma di voler collaborare con la Commissione nella lotta alle mafie ma non fornisce riscontri su specifici provvedimenti assunti dall’organizzazione nei confronti di iscritti sospettati di essere in rapporto con gruppi criminali né sulle ragioni che hanno portato allo scioglimento di alcune logge (come quelle di Locri, Brancaleone e Gerace). E solleva forti obiezioni sulla presentazione della lista degli iscritti (richiesta espressamente dalla Commissione, in omaggio ai principi di trasparenza, sulla base dei poteri ad essa attribuiti), invocando a tale riguardo la tutela della privacy, anche per salvaguardare l’incolumità dei membri dell’organizzazione da possibili attentati e ritorsioni. La Commissione chiede delucidazioni anche sul forte radicamento della massoneria a Castelvetrano, in provincia di Trapani (dove opera la loggia Francisco Ferrer) e sul comportamento di tre assessori massoni del comune, due dei quali iscritti al Gran Oriente, che hanno rilasciato dichiarazioni ambigue in ordine alla volontà di collaborare alla cattura del boss mafioso Matteo Messina Denaro (che è nato proprio a Castelvetrano) e hanno attaccato anche la Commissione antimafia e la sua Presidente.

Le indagini della procura distrettuale di Reggio Calabria. I magistrati evidenziano il fortissimo radicamento attuale dell’’ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria, dove anche l’apertura di un bar o lo svolgimento di piccoli lavori di manutenzione degli edifici è soggetta all’autorizzazione da parte delle cosche locali. Le inchieste giudiziarie hanno evidenziato che un controllo del territorio così penetrante non sarebbe possibile in assenza di una “rete segreta”, composta da avvocati, professionisti, amministratori locali, appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti, magistrati, che svolge un’importantissima opera di supporto e appoggio all’’ndrangheta con particolare riferimento agli appalti pubblici: un’associazione segreta in grado di condizionare le scelte delle amministrazioni locali grazie ad una fittissima rete di rapporti. Si tratta di soggetti “invisibili”, che cioè debbono rimanere “coperti” per svolgere il proprio ruolo: ed è per questo che risulta spesso molto difficile, anche ricorrendo ai collaboratori di giustizia, avere notizie su di essi. In parallelo l’ndrangheta ha deciso da molti anni di inserire numerosi rappresentanti della cosca, anch’essi in modo “riservato”, all’interno della massoneria per sfruttarne la capacità di influenza sulle istituzioni e sulla società civile. Nel corso del dibattito è stata approfondita anche l’esistenza di forme di convergenza tra ‘ndrangheta e mafia, che hanno dato origine in alcuni momenti a strategie comuni (ad esempio con la creazione di movimenti separatisti in Calabria ed in Sicilia): su questo aspetto le indagini sono tuttora in corso.

L’audizione della procura di Palermo. La parte non segretata delle audizioni del 23 novembre 2016 e dell’11 gennaio 2017 è dedicata esclusivamente a fornire elementi di valutazione in ordine alle indagini relative alla latitanza di Matteo Messina Denaro e alla strategia adottata dalla magistratura per rompere il muro di omertà e di complicità che ha finora impedito l’arresto del boss mafioso. I numerosi arresti compiuti, che hanno coinvolto anche molti familiari, il sequestro di un numero elevato di beni, l’intensificazione delle perquisizioni e controlli nei confronti di persone che potevano averlo agevolato in passato, stanno producendo infatti i primi risultati, con l’affievolimento del consenso non solo della famiglia ma anche della borghesia professionale, della politica, dell’imprenditoria, confermato dalle intercettazioni svolte e dalle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia. Recentemente sono state adottate nuove ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa.

Le testimonianze dei vertici di alcune logge. Nelle sedute del 18 ottobre 201724 gennaio 2017,  25 gennaio 2017 e 31 gennaio 2017 (parzialmente segretate), i rappresentanti di alcune logge massoniche hanno risposto sotto giuramento ai quesiti elaboratori dai membri della Commissione. Il gran maestro del Grande Oriente d’Italia illustra le ragioni che ostacolano la trasmissione degli elenchi degli iscritti, fornendo altresì informazioni sulle caratteristiche principali delle logge stesse e sulle regole da esse applicate. La Commissione si sofferma in particolare sulla questione delle logge segrete; il dott. Bisi afferma di non essere a conoscenza di logge “coperte” all’interno della sua organizzazione: il fenomeno dei “Fratelli all’orecchio”, conosciuti solo dai Gran maestri dell’epoca, risale a prima del 1982. Forniti anche dati sulla consistenza degli iscritti in Calabria e Sicilia, che appaiono più elevati rispetto a quelli di altre Regioni. Stefano Bisi nega che vi sia un obbligo di verifica se un dipendente pubblico iscritto al GOI ha comunicato o meno alla sua Amministrazione di essere iscritto, come enunciato invece da una sentenza del Consiglio di Stato del 2003. Il dott. Bisi fornisce inoltre alcuni elementi su iscritti alla Gran loggia coinvolti nelle inchieste sui rapporti tra organizzazioni mafiose e massoneria. Il dott. Fabio Venzi illustra le origini della Gran Loggia Regolare d’Italia, di cui è gran maestro, nata nel      1993 per iniziativa dell’ex gran maestro Di Bernardo e di 300 membri fratelli appartenenti principalmente al Grande Oriente d’Italia, giudicando impossibile contrastare le infiltrazioni nel Grande Oriente d’Italia della malavita. La nuova loggia, dedita soprattutto agli studi su simbologia, storia, filosofia della libera muratoria, si caratterizza per la trasparenza delle adesioni; le liste degli iscritti sono state consegnate, sin dalle origini, al Ministero dell’Interno e alle altre autorità pubbliche presenti sul territorio: questa prassi rappresenta un fortissimo deterrente nei confronti di chi si volesse iscrivere alla loggia per fini diversi da quelli statutari. Il dott. Venzi fornisce informazioni dettagliate sulla consistenza e composizione sociale della Gran Loggia Regolare d’Italia (attualmente ci sono 2.400 iscritti, tra cui militari, dipendenti pubblici, giornalisti, preti, professionisti) e delle cautele adottate per impedire infiltrazioni della criminalità, in particolare in Calabria (si è opposto ad esempio alla istituzione di nuove logge nel versante jonico) e in Sicilia: viene citato in particolare il caso di un iscritto che fu espulso dalla loggia di Reggio Calabria. Il dott. Massimo Criscuoli Tortora illustra le caratteristiche della Serenissima Gran Loggia d’Italia-Ordine Generale degli Antichi Liberi Accettati Muratori, di cui è gran maestro dal 2006: si tratta di una loggia di limitate dimensioni (attualmente solo 197 iscritti rispetto ai 400 di alcuni anni fa), caratterizzata da un estremo rigore nell’esame delle richieste di adesione. Accanto alla valutazione dei certificati penali, sia generale che dei carichi pendenti e dei certificati antimafia e di non fallimento, viene effettuata una attenta verifica delle qualità morali di chi chiede l’adesione. Vi è da questo punto di vista un forte impegno di evitare qualsiasi compromissione con gruppi criminali, testimoniato anche da alcune iniziative culturali promosse dalla Gran loggia (ad esempio a Locri). Nel corso dell’audizione viene posta particolare attenzione al fenomeno delle logge irregolari, che sono numerosissime, soprattutto nel Centro-sud, ai rapporti esistenti tra le poche logge regolari e alle diverse forme di affiliazione internazionale. L’avv. Antonio Binni, gran maestro della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, fornisce una quadro dettagliato della sua associazione, nata nel 1805 da una scissione dal Grande Oriente d’Italia dovuta all’elevata politicizzazione di quest’ultima e alle sue posizioni critiche nei confronti della Chiesa; attualmente conta oltre 8.000 iscritti (il 40% donne, escluse invece da altre logge massoniche), con logge presenti non solo in tutte le regioni italiane ma anche all’estero (ad esempio Gran Bretagna, Canada, Libano). L’avv. Binni sottolinea l’estremo rigore nella valutazione delle richieste di iscrizione, per le quali viene comunque richiesto il certificato penale e quello dei carichi pendenti: non sono mai state accertati casi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Il professor Giuliano Di Bernardo, gran maestro del Grande Oriente d’Italia-Palazzo Giustiniani tra il 1990 e il 1993, illustra le vicende relative all’inchiesta promossa dal procuratore di Palmi, Agostino Cordova e della sua decisione di consegnare immediatamente gli elenchi degli affiliati calabresi (per tutti gli altri ci fu un veto dell’organo di governo del Grande Oriente e furono poi sequestrati); proprio gli elementi di prova raccolti da Cordova sulla compromissione della loggia Grande Oriente d’Italia con l’ndrangheta lo hanno indotto a fondare la Gran Loggia Regolare d’Italia. Il professor Di Bernardo fornisce anche elementi sulla loggia presieduta da Gelli.L’avvocato Amerigo Minnicelli, già maestro venerabile emerito della loggia Luigi Minnicelli n. 972 di Rossano (CS) del Grande Oriente d’Italia-Palazzo Giustiniani, illustra le ragioni che hanno portato alla sua espulsione e gli elementi da lui raccolti in ordine ai rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria.

Le relazioni tra organizzazioni mafiose e massoniche. Nell’audizione del 1° marzo 2017, i prof. Sales e Ciconte evidenziano come le organizzazioni mafiose hanno recepito sin dalle origini il modello organizzativo delle sette segrete e delle società carbonare, sia per quanto riguarda l’aspetto solidaristico e di mutualità che per quanto concerne lo sviluppo delle relazioni, la segretezza della loro azione, i diversi gradi di affiliazione ed infine l’uso della violenza: così come le logge massoniche attribuiscono alla violenza un valore ideale, anche quella dei gruppi criminali “non è una violenza delinquenziale, ma è una violenza d’onore, una violenza che segue una strategia, una violenza che segue un ideale”. Non è un caso che Sicilia e Calabria siano le regioni dove si è sviluppato il maggior numero di logge massoniche. E nel corso del tempo si sono sviluppate forti relazioni tra massoneria e gruppi mafiosi quando vi era un interesse comune: uno dei casi più rilevanti è quello dei rifiuti, che è stato gestito assieme da camorra e massoneria. Il prof. Ciconte si sofferma in particolare sulle commistioni tra ’ndrangheta e le logge deviate, soprattutto a metà degli anni Settanta, quando c’è stato un rapporto molto forte tra ’ndrangheta, cosa nostra e massoneria all’interno della strategia della tensione; tale convergenza di interessi si manifesta anche nella stagione dei grandi appalti pubblici (Autostrada del sole, quinto centro siderurgico, Enel etc). L’analisi degli atti delle inchieste giudiziarie condotte in passato – a partire da quelle del procuratore Cordova – potrebbe fornire utilissimi spunti per approfondire i legami concreti che si sono instaurati nel tempo tra mafie e massoneria. Tra i temi affrontati nel corso della discussione c’è quello dell’opportunità di definire per via legislativa un’incompatibilità tra la partecipazione ad associazioni massoniche e la funzione di magistrato o di appartenente alle forze dell’ordine o ai corpi militari. Secondo i prof. Sales e Ciconte tale incompatibilità si fonda sul vincolo di segretezza imposto agli aderenti alle logge massoniche, ciò che è in palese contrasto con il vincolo istituzionale di fedeltà richiesto ai servitori dello Stato.

Le liste degli iscritti alle logge. La Commissione ha chiesto formalmente gli elenchi degli iscritti di alcune logge, al fine di verificare – alla luce delle indagini della magistratura – l’esistenza di soggetti legati alle organizzazioni mafiose. Poiché i responsabili delle logge interessate non hanno dato corso tempestivamente a tale richiesta, la Commissione ha deliberato il sequestro di tali elenchi, che saranno assoggettati a regime di segretezza e quindi non divulgati (vedi a tale riguardo le sedute del 7 marzo 2017 e del 15 marzo 2017).

L’evoluzione della ‘ndrangheta. L’audizione del dott. Gratteri, nella parte non segretata, si è concentrata sul processo evolutivo dell’ndrangheta, avvenuto nel 1970 con la costituzione della “santa” ad opera di una nuova generazione di ‘ndranghetisti: lo scopo è quello di far fare un salto di qualità all’organizzazione, permettendole di assumere potere decisionale della gestione della cosa pubblica. Entrare nella massoneria deviata vuol dire stabilire relazioni importanti con quadri della pubblica amministrazione, medici, ingegneri, avvocati, magistrati, altri professionisti: con la “santa” è stata regolamentata la possibilità di avere una doppia affiliazione. Il procuratore di Catanzaro, in merito allo scioglimento di alcune logge massoniche, sottolinea che tale provvedimento si giustifica solo con la gravità degli errori ad esse addebitati dal tribunale interno, perché nei casi meni gravi la massoneria – così come la ‘ndrangheta – prevede pene più lievi, come ad esempio la sospensione.

La riscossione delle imposte in Sicilia. L’Amministratore unico di Riscossione Sicilia, partecipata regionale cui è affidata la riscossione delle imposte, in luogo di Equitalia, illustra – nella parte non segretata della seduta – la drammatica situazione siciliana: nel 2015, a fronte di 5 miliardi e 700 milioni l’anno previsti, gli incassi reali erano pari a 480 milioni (l’8 per cento), con 52 miliardi di imposte prescritte. Anche oggi, nonostante i grossi sforzi sostenuti, la percentuale di riscossioni è solo del 14 per cento. Le ragioni principali vanno ricercate nelle fortissime resistenze opposte a tutti I livelli e nelle prassi seguite: ad esempio in Sicilia l’aggiudicazione degli appalti pubblici avviene in seguito alla presentazione di semplici autocertificazioni sulla “regolarità fiscale”, perlopiù false, senza alcuna verifica successiva. Segnala inoltre l’esistenza di rilevanti problemi organizzativi interni, scarsa collaborazione di altre Amministrazioni, fortissime difficoltà per la notifica delle cartelle. Le categorie merceologiche maggiormente interessate riguardano le imprese dedite all’ortofrutta, al mercato ittico, alle carni, al movimento terra, agli appalti, alle onoranze funebri e alle società petrolifere, a cui si aggiungono anche molti importanti comuni. Sullo stesso tema ha chiesto di essere ascoltato il Presidente dell’Assemblea siciliana, che ha contestato la ricostruzione dell’Amministratore unico, sottolineando le gravi carenze dell’attività di Riscossione Italia e l’assenza di risultati nel recupero dell’evasione fiscale (non è tra l’altro disponibile il bilancio 2016 e il piano industriale), che hanno indotto l’Assemblea a procedere ad una ricapitalizzazione parziale e a riflettere sull’opportunità di procedere allo scioglimento della società e all’affidamento di tali competenze ad un nuovo organismo nazionale che effettui la riscossione anche per la Sicilia. La discussione in Commissione si è sviluppata soprattutto sulle affermazioni dell’Amministratore unico– che ha presentato anche una denuncia alla procura – in merito ai forti condizionamenti delle organizzazioni mafiose volti ad ostacolare l’attività di riscossione e sulle dure polemiche tra membri dell’Assemblea e l’Amministratore stesso.  Sul punto il Presidente dell’Assemblea sottolinea i profondi cambiamenti rispetto all’epoca in cui le esattorie erano gestite dai fratelli Salvo e che le dichiarazioni dell’Amministratore unico sono oggetto di valutazione da parte della Commissione antimafia dell’Assemblea siciliana, oltre che della procura.

Relazione finale.La Commissione ha avviato nella seduta del 19 dicembre 2017 l’esame della proposta di relazione sulle infiltrazioni di cosa nostra e della ’ndrangheta nella massoneria in Sicilia e Calabria: il documento conclusivo (doc. XXIII, n. 33) è stato approvato nella seduta del 21 dicembre 2017.

Mafia e massoneria, in manette due ‘maestri venerabili’  Mafia e massoneria a braccetto. E’ quanto emerge dalla nuova inchiesta antimafia della Dda di Palermo che all’alba di oggi ha emesso sette fermi. In manette per concorso esterno in associazione mafiosa anche il funzionario regionale Lucio Lutri che, secondo quanto emerge dall’inchiesta coordinata dalla Dda di Palermo e condotta dal Ros dei carabinieri, temeva di essere intercettato. “Lutri – dicono i magistrati -invitava più volte i propri interlocutori a spegnere i telefonini per evitare di essere intercettati”. “L’associazione mafiosa – scrivono i pm nel provvedimento di fermo – ha avuto garantita la sua disponibilità e l’utilizzo di importanti canali massonici, ottenendo vantaggi consistenti”. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa e concorso esterno in associazione mafiosa. Nel corso dell’inchiesta sono state documentate “qualificate dinamiche associative funzionali alla infiltrazione di rilevanti attività imprenditoriali in via di realizzazione nell’agrigentino – dicono gli inquirenti – e il ruolo occupato all’interno del sodalizio da due massoni che ricoprivano il ruolo di maestri venerabili di due distinte logge”. “Il vantaggio per il massone, in alcune occasioni, si è concretizzato nella possibilità di richiedere favori che soltanto una struttura criminale come quella mafiosa poteva garantire”, dicono i pm. “Ciò in particolare è accaduto quando Lustri si è rivolto a Giacomo Casa al fine di costringere con metodi mafiosi un imprenditore restio ad onorare un debito nei confronti di una persona a lui vicina”, dicono gli inquirenti. “La commissione antimafia intende capire quanto sia diffusa, conosciuta e tollerata la presenza di affiliati alla massoneria nell’amministrazione della Regione Sicilia, anche alla luce dell’indagine della Dda di Palermo sui legami tra Cosa nostra, massoneria e burocrazia regionale” dichiara il presidente della Commissione Antimafia regionale Claudio Fava, spiegando di voler valutare “se aprire a settembre un’indagine sul rapporto fra massoneria, enti locali e amministrazione regionale, tenuto conto delle molte inchieste in corso in tutte le Dda siciliane”. Per il presidente dell’antimafia “è urgente estendere l’obbligo di dichiarazione dell’appartenenza alla massoneria, già in vigore per legge per tutti i parlamentari siciliani, anche ai funzionari e ai dirigenti della Regione”. ADNKRONOS 31/07/2019 

Massoneria e Cosa nostra  I rapporti tra massoneria e mafia risalgono già al periodo della seconda guerra mondiale, quando il ‘pastore’ protestante Frank Bruno Gigliotti, massone ed agente dell’OSS (poi CIA), preparò lo sbarco in Sicilia degli alleati attraverso i rapporti con la mafia e la massoneria. Quindi la massoneria siciliana ha avuto un ruolo ‘fondamentale, insieme a elementi della mafia, nel preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 37). Ma questi rapporti sono proseguiti nel tempo e si sono rafforzati. L’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo racconta che mentre era Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Armando Corona (1982-1990), siccome Corona fece riscrivere i regolamenti interni, le costituzioni del GOI, trasformando – come dice lui – ‘la massoneria in una specie di società per azioni in cui la giunta è diventata un consiglio d’amministrazione’ (Ibid., pag. 35), avvenne che la massoneria americana tolse il riconoscimento al GOI, e a questo punto rivela dei particolari a dir poco inquietanti: ‘La riforma della costituzione massonica voluta da Corona fece perdere al Grande Oriente il riconoscimento da parte della massoneria americana. I gran maestri regionali, soprattutto del Sud, che erano molto irritati, avevano rapporti molto stretti con la Gran Loggia di New York. Quindi anche con la mafia, infiltrata nella famosa loggia Garibaldi: un concentrato di esponenti dell’area grigia tra massoneria e malavita. Ricordo che una volta, quando andai in visita a quella loggia, pensai di avere intorno a me tutti i capi di Cosa nostra in America’ (Ibid., pag. 36-37). Altre concrete prove sui rapporti tra Massoneria e Mafia provengono dal processo sull’omicidio di Roberto Calvi, infatti nella requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo ‘Omicidio di Roberto Calvi’, si legge a proposito di Angelo Siino, ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra ed ora collaboratore di giustizia: «Gran Maestro dell’Oriente di Palermo della loggia massonica Camea, con il grado di trentatré, Angelo Siino ha riferito di aver incontrato per caso Roberto Calvi a Santa Margherita Ligure all’interno della sede della loggia, una chiesa sconsacrata, adibita a tempio massonico, mentre stava parlando con l’allora Gran Maestro della loggia, Aldo Vitale, personaggio importante in quella zona, medico condotto. Siino si era recato a Santa Margherita con Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontate, massone parimenti appartenente alla loggia Camea» (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte I, p. 106; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 544). Siino descrisse quell’incontro in questa maniera: ‘Aldo Vitale, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di ‘aspettare un attimo’. Si era meravigliato ed aveva domandato al suo accompagnatore ‘ma chi è questo che è in compagnia di Vitale?’. Questi gli aveva risposto che era Calvi, ‘un banchiere di Milano’ ‘un personaggio importante’, ‘anche perchè gestisce dei soldi nostri’. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che ‘gestiva dei soldi di Cosa nostra’. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione ‘e non solo’. Si era meravigliato del fatto che Aldo Vitale conoscesse Roberto Calvi. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio Gelli, circostanza che aveva potuto constatare personalmente’ (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte I, p. 106; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 544-545). Oltre al Siino, anche un altro ex mafioso ora collaboratore di giustizia che si chiama Gioacchino Pennino è un massone, infatti nella requisitoria si legge a suo proposito: «Uomo d’onore riservato, medico specialista, Gioacchino Pennino ha fatto parte di una loggia appartenente all’obbedienza di Palazzo Giustiniani e, prima ancora, sin dagli anni Sessanta, all’ordine di Rito Scozzese antico e accettato di cui era Gran Sovrano il principe Giovanni Alliata di Monreale, che aveva sede a Roma, in via del Gesù, e che si rifaceva alla loggia del Mondo di Washington. Negli anni Sessanta aveva ricevuto il titolo massonico di ‘dumitis’ dell’Ordine del gladio e dell’aquila» (Verbale del 12 aprile 2006, Procedimento penale n. 13034/95 RG Noti, p. 8; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 545-546), ed ha rivelato delle cose sulla massoneria che vale la pena trascrivere: ‘Il principe Gianfranco Alliata è appartenuto alla famiglia mafiosa di Brancaccio e, al contempo, ha rivestito il ruolo di Grande Sovrano della massoneria di piazza del Gesù, con il ruolo di sovrano dell’ordine di Rito scozzese antico ed accettato, che aveva come riferimento il duca di Kent, la Gran Loggia Unita di Inghilterra e, in America, la loggia del Mondo di Washington. E’ stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestre per conto del partito monarchico e della massoneria. Facevano parte di questa massoneria Michele Sindona e Antonino Schifando; ed era frequentata da alcuni associati a Cosa nostra, quali Angelo Cosentino, responsabile della famiglia di Santa Maria del Gesù a Roma, con il ruolo di capo decina; da Giuseppe Calò e Luigi Faldetta. Aveva appreso le circostanze sull’appartenenza e le frequentazioni massoniche di questi boss nel corso degli anni, da Stefano Bontate e dal cognato Giacomo Vitale, entrambi defunti e massoni. Non era in grado di precisare a quale massoneria apparteneva Bontate. Giacomo Vitale, dapprima, apparteneva alla massoneria di piazza del Gesù e, successivamente, aveva aderito alla Camea, loggia di origine ligure, con alcune logge in Sicilia e a Palermo soprattutto. Gianfranco Alliata aveva presentato Michele Sindona a Stefano Bontate» (Ibidem). E proseguiamo, perchè di prove ce ne sono altre molto importanti. Infatti nell’aprile del 1986 la squadra mobile di Trapani fece irruzione nel Centro, situato in via Carreca, sequestrando gli elenchi di sette logge massoniche (circa 200 gli iscritti). Dopo un attento esame si scoprì che una delle sette logge era ‘coperta’ e i suoi quasi cento affiliati non erano presenti in alcun elenco o registro ufficiale. Dopo qualche settimana emersero i primi nomi degli affiliati segreti: funzionari del comune e della provincia, un burocrate della prefettura, imprenditori edili, commercianti, un famoso deputato della Democrazia Cristiana, e boss mafiosi. Il giornalista Attilio Bolzoni scrisse allora su La Repubblica: «Alcuni ‘fratelli’, ammette un investigatore, oltre ad essere in buoni rapporti con i boss, occupano posti importanti nella Pubblica amministrazione. Altri, forse, hanno anche in mano le chiavi della città … Un sospetto inquietante’ (La Repubblica, 3 Dicembre 1986). Di quel Centro si occupò pure la Commissione parlamentare antimafia. Nel resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1992, che era presieduta dall’onorevole Luciano Violante si legge: ‘Nell’aprile del 1986 la magistratura trapanese dispose il sequestro di molti documenti presso la locale sede del Centro studi Scontrino. Il centro studi, di cui era presidente Giovanni Grimaudo – con precedenti penali per truffa, usurpazione di titolo, falsità in scrittura privata e concussione – era anche la sede di sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d’Alcamo, Cafiero ed Hiram. L’esistenza di un’altra loggia segreta, trovò una prima conferma nel rinvenimento, in un’agenda sequestrata al Grimaudo, di un elenco di nominativi annotati sotto la dicitura ‘loggia C’; tra questi quello di Natale L’Ala, capomafia di Campobello di Mazara. Nella loggia Ciullo d’Alcamo risultano essere stati affiliati: Fundarò Pietro, che operava in stretti rapporti con il boss mafioso Natale Rimi; Pioggia Giovanni, della famiglia mafiosa di Alcamo; Asaro Mariano, imputato nel procedimento relativo all’attentato al giudice Carlo Palermo». La relazione della Commissione antimafia dice ancora quanto segue: «Nel procedimento trapanese contro Grimaudo vari testimoni hanno concordato nel sostenere l’appartenenza alla massoneria di Mariano Agate; dagli appunti rinvenuti nelle agende sequestrate al Grimaudo risultano poi collegamenti con i boss mafiosi Calogero Minore e Gioacchino Calabrò, peraltro suffragati dai rapporti che alcuni iscritti alle logge intrattenevano con gli stessi. Alle sei logge trapanesi ed alla ‘loggia C’ erano affiliati amministratori pubblici, pubblici dipendenti (comune, provincia, regione, prefettura), uomini politici (l’onorevole Canino ha ammesso l’appartenenza a quelle logge, pur non figurando il suo nome negli elenchi sequestrati), commercialisti, imprenditori, impiegati di banca. Gli affiliati a questo sodalizio massonico interferivano sul funzionamento di uffici pubblici, si occupavano di appalti e di procacciamento di voti in occasione delle competizioni elettorali, tentavano di favorire posizioni giudiziarie e di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine amici. Il Grimaudo risulta aver chiesto soldi agli onorevoli Canino (Dc) e Blunda (Pri) per sostenerne la campagna elettorale; la moglie di Natale L’Ala ha testimoniato che, su richiesta del Grimaudo, il marito si attivò per favorire l’elezione degli onorevoli Nicolò Nicolosi (Dc) e Aristide Gunnella (Pri)» (Commissione parlamentare antimafia, resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1992 [n. 38, XI legislatura] presieduta dall’onorevole Luciano Violante, pp. 1833-1834; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 561-562), e riferisce pure: «Particolare rilevanza assume, infine, nel contesto descritto, il rapporto di Grimaudo con Pino Mandalari. Mandalari fu arrestato nel 1974 per favoreggiamento nei confronti di Leoluca Bagarella e nel 1983, fu imputato con Rosario Riccobono. E’ legato a Totò Riina e socio fondatore nel 1974, con il mafioso Giuseppe Di Stefano, della società Stella d’Oriente di Mazara del Vallo, della quale fece parte dal 1975 Mariano Agate. Della società facevano parte parenti del boss camorristico Nuvoletta, membro di Cosa nostra. Mandalari è un esponente significativo della massoneria e riconobbe, nel 1978, le logge trapanesi che facevano capo a Grimaudo» (Ibidem; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 562-563). Il giornalista Antonio Nicaso definisce il Mandalari ‘il commercialista di Totò Riina’ e ‘Gran Maestro dell’Ordine e Gran Sovrano del Rito scozzese antico e accettato, un uomo al centro di mille sospetti e di altrettanti misteri’ Anche negli atti del processo Dell’Utri emergono collusioni tra la Massoneria e la Mafia, infatti nella lunga requisitoria pronunciata dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nico Gozzo nel corso di diverse udienze viene detto dai pm: «Il tema della massoneria è centrale in questa parte della requisitoria che riguarda la fine degli anni ’70. E’ fondamentale per l’associazione mafiosa, e specie per Bontate, che voleva svezzare Cosa nostra ed introdurla ancora di più negli ambienti che contano. Tramite la massoneria viene acquisita una serie di contatti […]. La massoneria – ed in particolare proprio Licio Gelli, fondatore della loggia massonica coperta Propaganda 2 – in quel periodo si trova al centro di una serie di interessi, che avevano come propri terminali associati mafiosi» (Testo della requisitoria relativa al procedimento penale numero 4578/96 N.R. nei confronti di Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, pubblicato in Peter Gomez e Marco Travaglio, L’amico degli amici, Rizzoli-Bur, Milano 2005, p. 227). Ed in effetti, come dice Ferruccio Pinotti, ‘in Sicilia, tra il 1976 e il 1980, i mafiosi fanno a gara per entrare nella massoneria. Cosa nostra offre ai massoni l’efficacia della propria macchina militare, ma soprattutto una formidabile carta di pressione politica: il denaro. I massoni offrono ai boss i canali legali per riciclare e investire i soldi, i contatti politici giusti per concludere grandi affari e i magistrati adatti per l’«aggiustamento» dei processi. Le logge, negli anni Ottanta, fioriscono. Solo a Palermo, dopo la Camea, la Armando Diaz, la Normanni di Sicilia. Nella sola Sicilia all’epoca si contano più di centosettanta logge’Questa commistione tra Massoneria e Mafia è stata confermata dal collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, l’ex capo mafioso di Castelvetrano (Trapani). Ecco infatti cosa riporta la requisitoria del PM Tescaroli (nel processo sull’omicidio di Calvi) sulle sue dichiarazioni in merito ai rapporti tra mafia e massoneria: «Appare utile, per poter apprezzare l’attendibilità delle sue dichiarazioni dibattimentali, riportare quanto ha riferito Calcara sui temi d’interesse del presente processo. In data 2.12.1992, ha riferito: ‘Voglio adesso parlare di un argomento del quale avevo già iniziato a parlare con il Giudice Borsellino ma solo a voce. E con il quale avevamo rimandato la verbalizzazione di tali fatti. Esiste infatti un grosso collegamento tra la Loggia Massonica di Castelvetrano, Campobello e Trapani e l’organizzazione mafiosa che milita in quella zona. Infatti il Vaccarino è un massone, e anche l’avv. Pantaleo di Campobello. Voglio essere molto preciso nel parlare di queste cose perchè chiaramente sono cose molto delicate. So per certo che molti uomini d’onore delle famiglie di cui ho parlato sono appartenenti alle Logge Massoniche. Una volta il Vaccarino parlando di tale argomento, mi disse che la Massoneria era una cosa grande, più grande di noi. E mi disse che il suo piacere era che io facessi parte di tale organizzazione. Fu lo stesso Vaccarino a dirmi che lo Schiavone è massone e nell’ambito delle famiglie si diceva che anche il giudice Carnevale era massone. Ricordo, che una volta mi recai a Roma e lì andai a trovare lo Schiavone il quale mi accompagnò a Montecitorio perchè io dovevo consegnare per conto di Pantaleo una grande busta sigillata, da consegnare a mano all’on.le Miceli dell’Msi. A Montecitorio la Segreteria dell’on.le Miceli mi disse che l’onorevole non era in sede. Io allora uscii da Montecitorio (fuori mi aspettava lo Schiavone) e chiamai per telefono il Pantaleo che mi aveva consegnato la busta. Questi mi disse di consegnarla allo Schiavone. Di tali fatti chiesi spiegazione al Vaccarino che mi disse: ‘Cose di Massoni’ e in quell’occasione aggiunse che parlavano di una cosa più grande di noi. Sono argomenti estremamente difficili e delicati perchè di difficile riscontro. Bisogna anche considerare che i probabili anzi più che probabili elenchi dopo tutti questi fatti siano stati occultati. Ricordo che il giorno prima che Borsellino morisse, conversammo, per telefono; Borsellino in quella occasione mi disse che dovevamo vederci presto per parlare di quelle ‘cose importanti’ e chiaramente intendeva riferirsi a quei discorsi sulla Massoneria che insieme avevamo fatto. Voglio aggiungere sull’argomento che ho anche sentito dire che l’on.le Culicchia era massone e comunque ribadisco che moltissimi uomini d’onore delle famiglie di cui ho parlato fanno parte della Loggia Massonica e ciò perchè per la realizzazione di determinati traffici tale condizione li aiutava, e anche per quello che è la vita sociale in genere. Voglio però precisare che non intendo affermare che, per quanto a mia conoscenza, il semplice fatto di essere massone significhi essere legato all’organizzazione mafiosa. Certo è comunque, come ho già detto, che i mafiosi che fanno parte della Loggia Massonica evidentemente ne ricevevano i loro vantaggi» (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte II, pp. 288-289; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 585-586).

Come ha scritto giustamente un giornalista su La Repubblica: «Le affiliazioni massoniche offrono all’organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere per ottenere favori e privilegi in ogni campo, sia per la conclusione di grandi affari sia per l’aggiustamento di processi, come hanno rilevato numerosi collaboratori della giustizia’ (La Repubblica, 23 aprile 1993). E io aggiungo, non solo all’organizzazione mafiosa, ma anche a quei pastori evangelici corrotti che si affiliano alla massoneria – non importa se a logge ufficiali o coperte – per ricevere ‘aiuti’ dai criminali, che poi loro puntualmente presenteranno alle loro Chiese come aiuti provenienti da Dio! E di cosa bisogna meravigliarsi sapendo quanta corruzione e malvagità esiste nelle denominazioni evangeliche e che ci sono pastori in esse che si alleerebbero pure con il diavolo in persona per perseguire i loro interessi personali? Questi sono tra quei pastori amici di malfattori, che cercano il loro proprio interesse e non ciò che è di Cristo, e di cui il profeta Isaia dice: “I guardiani d’Israele son tutti ciechi, senza intelligenza; son tutti de’ cani muti, incapaci d’abbaiare; sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare. Son cani ingordi, che non sanno cosa sia l’esser satolli; son dei pastori che non capiscono nulla; son tutti vòlti alla loro propria via, ognuno mira al proprio interesse, dal primo all’ultimo. ‘Venite’, dicono, ‘io andrò a cercare del vino, e c’inebrieremo di bevande forti! E il giorno di domani sarà come questo, anzi sarà più grandioso ancora!’” (Isaia 56:10-12). Guai a loro! La commistione tra Massoneria e mafia in Sicilia è tale che dopo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio, avvenute nel 1992, in cui furono uccisi dalla mafia i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ‘il professor Orazio Catarsini, uno dei massimi esponenti del mondo accademico, presidente del collegio dei Maestri Venerabili, sottopone ai confratelli delle logge un documento di condanna delle stragi, ma il documento non passa’. L’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo, a tale proposito, ‘ha raccontato al Procuratore di Palmi che, in una riunione del Collegio dei Gran Maestri delle logge siciliane, il 26 luglio 1992, il suo presidente, il professor Catarsini «aveva ritenuto opportuno far approvare un documento che attestasse la presa di posizione della massoneria rispetto alla mafia, anche alla luce dei gravi fatti accaduti con l’uccisione di Falcone e Borsellino. Subito dopo la riunione, Catarsini mi telefonò alle Canarie» ricorda Di Bernardo «dove mi trovavo in vacanza, comunicandomi, turbato, la mancata approvazione del documento, che lo aveva disorientato e non sapeva come interpretare»’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 211).  Tratto dal libro “La massoneria smascherata” di G. Butindaro

“Mafia e ‘ndrangheta cresciute grazie alla massoneria” Lo afferma il procuratore De Raho. Gran maestro d’oriente: parole inappropriate – 25 gennaio 2020  “È la massoneria che comanda, che ha la forza di andare avanti e sviluppare la nostra economia. È ormai documentato attraverso numerose indagini che Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta sono cresciute proprio grazie alla massoneria”. Così il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, che ha descritto la massoneria come “quella camera in cui le varie forze condividono progetti. Ci sono la politica, la ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, professionisti, magistrati, imprenditori. Ci sono tutte le categorie”. “L’economia e la politica – ha aggiunto – si sono incontrate con le mafie in quei salotti ed è lì che hanno dato corpo, che hanno effettivamente costituito quel comitato d’affari che ha poi determinato infiltrazioni negli appalti, acquisizioni di vari settori e l’esclusione di chi si muove nel rispetto delle regole e oggi – ha concluso – ci troviamo di fronte a una situazione in cui dobbiamo stare molto attenti”. “Rispettiamo il dottor Cafiero De Raho e siamo completamente vicini a lui sul piano della legalità e della lotta alle mafie ed al malaffare, ma crediamo che certe sue dichiarazioni, rilasciate a Napoli, ed in cui attribuisce alla Massoneria addirittura ‘un ruolo di comando’ definendola altresì ‘quella camera in cui le varie forze condividono progetti. Ci sono la politica, la ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, professionisti, magistrati, imprenditori. E’ la Massoneria che comanda’, risultino particolarmente pesanti e siano andate ben oltre ogni ragionevole limite e dubbio”. Lo ha detto Stefano Bisi Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, commentando le parole del procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero de Raho. “Ci dispiace – ha aggiunto Bisi – che un così alto ed apprezzato magistrato, tra l’altro nella sua delicata funzione di Procuratore nazionale Antimafia, si lasci andare a esternazioni così gravi e generiche. Addirittura si è passati dalla Massoneria infiltrata da forze e comitati di affari con fini illegali a quella che ‘comanda’ queste forze. Il Grande Oriente d’Italia non può accettare che si spari pericolosamente nel mucchio e si scateni l’ennesima ingiusta e inqualificabile caccia al massone”. “Il procuratore nazionale antimafia sa bene che la responsabilità è sempre personale e che questo principio giuridico vale per tutti – ha concluso Bisi – . Ribadiamo la nostra estraneità al quadro da lui descritto e lo esortiamo a evitare facili sentenze mediatiche che possono portare grave danno all’immagine e pericolo per l’incolumità di tanti onesti cittadini liberi muratori”.(ANSA SETT.2020).

QUEL PATTO TRA BOSS E MASSONI Le dichiarazioni degli ultimi pentiti di mafia che hanno ribadito gli stretti legami tra mafia e massoneria, sono al vaglio dei magistrati della Procura di Palermo che hanno avviato un’ inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Luigi Croce e dal sostituto Antonino Napoli. I due magistrati ieri hanno già ascoltato in una località segreta i pentiti Vincenzo Calcara e Rosario Spatola. Ma altri pentiti, che hanno rivelato l’esistenza di stretti rapporti tra mafia e massoneria, saranno ascoltati nei prossimi giorni, tra questi anche Leonardo Messina e Giuseppe Marchese. Nel passato, tutte le inchieste relative a mafia e massoneria, avviate sia a Palermo che a Trapani, non hanno avuto fortuna. Negli ultimi tempi vecchie indagini sono state rispolverate e rilette alla luce dei nuovi avvenimenti e delle recenti dichiarazioni dei pentiti. A Trapani un giovane sostituto, Luca Pistorelli ha ridato vigore ad una indagine che era in “sonno”, quella sulla loggia “Scontrino-Iside 2” nei cui elenchi, accanto ai nomi di prefetti, funzionari di polizia, burocrati comunali, c’ erano anche quelli di boss di primo piano di Cosa Nostra: Mariano Agate, Natale Lala, Natale Rimi, Mariano Asaro. Atti di questa indagine il cui processo è in corso di celebrazione a Trapani, sono stati adesso acquisiti anche dai magistrati palermitani che stanno tentando di far luce sugli ormai noti intrecci tra mafia e massoneria. Un intreccio di cui si è occupata anche la recente relazione approvata a maggioranza della commissione parlamentare Antimafia. “Il terreno fondamentale sul quale si costituiscono e si rafforzano i rapporti di Cosa Nostra con esponenti dei pubblici poteri e delle professioni private è rappresentato dalle logge massoniche – è detto nella relazione – il giuramento di fedeltà resta l’impegno centrale al quale uomini d’ onore sono prioritariamente tenuti”. Ed ancora: “Le affiliazioni massoniche offrono all’ organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere per ottenere favori e privilegi in ogni campo, sia per la conclusione di grandi affari sia per l’ “aggiustamento” di processi, come hanno rilevato numerosi collaboratori della giustizia”. Massoni, secondo i pentiti, sarebbero stati anche il numero uno di Cosa Nostra, Totò RiinaMichele Greco e tanti altri. Il nome di Michele Greco era già spuntato in una vecchia inchiesta avviata a Palermo nel 1986 dall’ allora sostituto procuratore Alberto Di Pisa, accusato poi di essere il “corvo” di Palermo. Il “papa della mafia” era iscritto nella loggia “Armando Diaz” di via Roma, che era stata scoperta dalla polizia che conduceva un’indagine su un colossale traffico di stupefacenti tra la Sicilia e la Francia. Contemporaneamente, a Trapani, l’allora dirigente della mobile Saverio Montalbano, veniva inspiegabilmente trasferito perché avrebbe continuato le indagini del collega Ninni Cassarà, assassinato in un agguato nel 1985. I due poliziotti avevano ficcato il naso nella loggia “Scontrino-Iside 2” dove tra i fratelli c’ era tra gli altri anche Pino Mandalari, indicato come il “commercialista” di Totò Riina. Quella loggia ebbe anche come illustre visitatore il Gran Maestro venerabile della P2, Licio Gelli. La loggia trapanese potrebbe riservare altre sorprese alla luce delle indagini della magistratura palermitana nei confronti del senatore Giulio Andreotti. E’ stato accertato che l’aeroporto “Birgi” di Trapani nel 1980, l’anno in cui secondo il pentito Marino Mannoia, Andreotti sarebbe atterrato su un aereo privato per incontrarsi con i cugini Ignazio e Nino Salvo, era sotto il controllo di “fratelli” iscritti alla “Iside 2”. Il direttore dello scalo aereo era allora Giovanni Bertoglio, Andrea Barraco era assistente al traffico aereo, Giuseppe Di Genova era addetto al controllo dei voli. Erano tutti iscritti alla loggia segreta “Iside 2”. di FRANCESCO VIVIANO LA REPUBBLICA 23.4.1993


Quei dossier su Gelli & mafia sul tavolo del giudice Falcone Secondo alcune ricostruzioni investigative, Giovanni Falcone aveva messo le mani su vari affari dove, al centro dei vari interessi ,c’era la P2 e Licio Gelli, con tutti i vari addentellati siciliani e trapanesi Giovanni Falcone seguiva con grande attenzione gli “affari” di Licio Gelli. Quando aveva accettato l’ incarico di direttore degli affari penali al ministero si era portato a Roma i fascicoli di una delle ultime inchieste avviate quando era procuratore aggiunto a Palermo. Quella che il 18 marzo scorso portò la Criminalpol all’ arresto di ventisei persone e alla scoperta di uno strano traffico di armi e di un nuovo canale di riciclaggio che portava da Palermo ai forzieri svizzeri attraverso la Bolivia, la Jugoslavia, il Sud America. Kalashnikov comprati da cecoslovacchi e ungheresi e pagati con cocaina, titoli di Stato per quasi 500 miliardi piazzati ai boliviani, strane transazioni in rubli acquistati dai russi al mercato nero. Sofisticatissime operazioni finanziarie internazionali sul cui sfondo appare improvvisamente il nome di Licio Gelli. Lo fanno, al telefono, i due capi di questa organizzazione individuata dagli investigatori, l’ ingegnere tedesco Ulrich Bahl, ed un trafficante di eroina palermitano, Giovanni Lo Cascio, noto massone. Telefonando a Lo Cascio da Miami, Bahl manda “i saluti di Gelli”, assicurandolo che all’ affare sono interessati “amici comuni”. E proprio seguendo Lo Cascio, nel marzo dell’ 86, gli investigatori palermitani scoprirono quel che accadeva al secondo piano di un vecchio palazzo liberty, al 391 di via Roma, nel cuore di Palermo. Il “Centro Sociologico Italiano” era in realtà la sede di una mezza dozzina di logge affiliate alla “massoneria universale di rito scozzese antico e accettato”. Scorrendo l’ elenco dei duemila iscritti alla loggia, Giovanni Falcone, allora giudice istruttore, scoprì che, tra i fratelli massoni, insieme a noti mafiosi, c’ erano anche decine di nomi della Palermo che conta. Fianco a fianco gli esattori di Salemi, i due cugini Nino e Ignazio Salvo (quest’ ultimo condannato poi al maxiprocesso) e i due Greco di Croceverde Giardini: Michele, il “papa” di Cosa Nostra e il fratello Salvatore, detto il “senatore”. Nella lista c’ erano l’ avvocato Vito Guarrasi e il vecchio editore del Giornale di Sicilia Federico Ardizzone, Joseph Miceli Crimi e Giacomo Vitale, cognato del boss Stefano Bontade, a sua volta “gran sacerdote” di una loggia che aveva sede nel cuore del suo regno, Villagrazia. Dal 1970, anno del fallito golpe Borghese, al 1979, anno del finto rapimento di Michele Sindona, fino alla stagione dei delitti eccellenti e delle stragi. Un filo ininterrotto disegna la trama del fitto intreccio tra mafia e massoneria. La loggia Camea, di via Roma 391 a Palermo, la Iside 2 del circolo Scontrino a Trapani, due inchieste finite in archivio con un dito di polvere sopra. E poi una serie di rapporti investigativi, come quello redatto nel dicembre del ‘ 90 dai carabinieri di Corleone che, impegnati a ricostruire l’ impero economico di Totò Riina, trassero da una serie di intercettazioni telefoniche la convinzione “dell’ esistenza di una o più logge di tipo massonico, segrete o meno, i cui adepti vengono di volta in volta asserviti, in relazione alla funzione pubblica o privata esercitata, alle finalità illecite perseguite”. Rapporti archiviati ed investigatori troppo zelanti trasferiti in altra sede. Proprio come il comandante della compagnia di Corleone Angelo Jannone o come il vice questore Saverio Montalbano, il capo della Squadra mobile di Trapani che, il 6 aprile dell’ 86, fece irruzione nel Circolo Scontrino sequestrando una montagna di carte, tra cui gli elenchi degli iscritti alla loggia Iside 2. Pochi giorni dopo, il capo della Squadra mobile venne prima privato delle sue funzioni, poi trasferito su richiesta dell’ allora questore Gonzales. Ufficialmente gli venne contestato “un uso improprio dell’ auto blindata”. In realtà – scrisse poi nella sua requisitoria il sostituto procuratore Franco Messina – il trasferimento di Montalbano fu un lampante esempio “della capacità di penetrazione e quindi di influenza sull’ attività della pubblica amministrazione” della loggia Iside 2. Anche a Trapani, come a Palermo, stretti dal vincolo di “fratellanza massonica” vi erano boss come Mariano Agate e politici come il deputato democristiano Francesco Canino. E alla massoneria sembrano portare le più recenti indagini sui flussi di riciclaggio degli immensi patrimoni illegali di Cosa Nostra. Quelli di Totò Riina, ad esempio. Per mesi, i carabinieri di Corleone hanno intercettato il telefono di un noto commercialista, Giuseppe Mandalari, già condannato per riciclaggio. Sarebbe lui a gestire i “movimenti” delle molteplici “società riconducibili ai corleonesi”. Nel loro rapporto i carabinieri scrivono che “Mandalari costituisce un elemento di spicco e di raccordo tra diverse logge massoniche i cui appartenenti potrebbero essere compartecipi delle molteplici attività illegali di cui si presume che Mandalari costituisca il perno principale”. Fonte: Documenti Storici “la Trattativa”

Dai contatti con la P2 di Gelli al traffico di armi ed il progetto separatista“Una compenetrazioe tra massoneria e la ‘Ndrangheta? Penso che ci sia sempre stato”“La P2 di Gelli? Gelli è stato inventato dalla Cia, dagli americani, perché il governo americano aveva perso fiducia in Moro e Andreotti e iniziava a temere che in Italia ci potesse essere il sorpasso comunista. Una volta mi offrì gli elenchi veri della P2 per essere riammesso al Goi (Grande Oriente d’Italia)”. Sono queste solo alcune delle dichiarazioni che il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo (in foto) ha rilasciato oggi durante l’udienza al processo ‘Ndrangheta stragista, in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria e che vede come imputati il boss siciliano Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone ritenuti mandanti degli agguati ai carabinieri nella stagione delle stragi dei primi anni Novanta. Una deposizione piuttosto articolata in cui Di Bernardo, uomo chiave nella storia della massoneria italiana, ha ripercorso diversi momenti vissuti al vertice del Grande Oriente d’Italia (fu eletto l’11 marzo 1990, ndr), in un momento storico in cui la più grande organizzazione massonica italiana era riconosciuta dalla massoneria inglese e rientrava quindi nel novero delle cosiddette “massonerie regolari”. Nel corso delle sue funzioni, Di Bernardo venne a conoscenza di un fenomeno di infiltrazione della mafia nei vertici meridionali del Grande Oriente d’Italia e, prima di andare via sbattendo la porta, indagò a fondo raccogliendo diversi documenti. E sul punto fu anche sentito dal giudice Agostino Cordova che in quegli anni stava conducendo la delicatissima indagine “Mani segrete”. Il lavoro di Cordova era partito dalla morte sospetta di un notaio esponente della ‘ndrangheta, Pietro Marrapodi, Grande Oratore della loggia di Reggio Calabria ‘Logoteta’ che iniziò a rivelare retroscena scottanti sui rapporti tra ‘Ndrangheta e massoneria calabrese ed iniziò a fare i nomi dei massoni reggini collusi. Nonostante una richiesta di scorta negata, Marrapodi fu trovato morto impiccato nello scantinato della sua abitazione in città e la sua morte fu archiviata velocemente come omicidio, anche se ancora oggi i dubbi sulla sua dipartita rimangono.

La giusta direzione  Di Bernardo, rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha confermato che l’inchiesta del giudice Cordova stava andando nella giusta direzione comprendendo che i clan calabresi controllavano il Nord Italia attraverso le infiltrazioni le logge. “Io gli misi a disposizione documenti importanti e i risultati delle mie scoperte – ha ricordato in aula – ma poi non è successo nulla. Quando l’inchiesta gli fu tolta il fascicolo è passato in mano a più procuratori. Poi venne trasferita a Roma per competenza e lì è stata archiviata per decorrenza termini”. Dunque il Gran Maestro è entrato nello specifico dei fatti: Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza e mio vice al Goi nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia disse che poteva affermare con certezza che in Calabria su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io saltai e gli dissi: ‘E cosa vuoi fare?’. Lui mi rispose: ‘Nulla, assolutamente nulla’. E mi spiegò che viceversa lui e la sua famiglia rischiavano gravi rappresaglie. Mi recati allora dal duca di Kent a cui esposi la situazione, ma mi disse che ne era già a conoscenza”. “A Londra – ha specificato – mi dissero che grazie all’ambasciata ed ai servizi di sicurezza erano a conoscenza delle infiltrazioni della ‘Ndrangheta e questo è normale, perché in Inghilterra la massoneria è un’istituzione riconosciuta. Il capo è il duca di Kent se ci fosse il Re, sarebbe il Re, quindi è normale che le associazioni con cui sono in rapporti siano sotto osservazione”. Di Bernardo allora, su suggerimento del duca di Kent ha fondato un nuovo ordine la Gran loggia regolare d’Italia.

Infiltrazioni in Sicilia e in Calabria  Secondo Di Bernardo: “La Calabria era indubbiamente il centro di questo fenomeno di infiltrazione, come messo in evidenza da Procuratore Cordova, ma già segnali venivano dalla Sicilia. Ci fu un fatto che fece tremare i vertici del Grande Oriente ossia l’arresto del sindaco di Castelvetrano per suoi coinvolgimenti con la mafia, ma in Sicilia ebbi altri segnali da parte dei vertici del GOI”.
Questi segnali venivano da un avvocato massone, Massimo Maggiore di Palermo, ai vertici del Grande Oriente siciliano, che informò confidenzialmente Di Bernardo di rifiutare l’invito a visitare la loggia che faceva capo ad un noto avvocato del trapanese perché in quella zona tutte le logge del GOI erano state occupate da mafia. “Gli chiesi come avevano potuto permetterlo – ha aggiunto il teste – e li mi rispose che non aveva potuto evitarlo. Lì cominciai a capire che i vertici che avrebbero dovuto applicare le regole della massoneria nel territorio erano in realtà state subordinate a logiche di altro potere. E questo avveniva già prima dell’inchiesta di Cordova” ha affermato Di Bernardo. “Io sono stato eletto Gran Maestro ignorando completamente quali fossero le realtà locali” ha proseguito dando l’impressione di volersi giustificare rispetto a determinati fatti avvenuti. 
Il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, rifacendosi ad un verbale del maggio 2014 in cui Di Bernardo aveva dichiarato che la situazione in Calabria era più preoccupante di quella siciliana, ha voluto chiarire la differenza tra le logge in quei territori. Secondo Di Bernardo “nella massoneria siciliana non c’era per cosi dire un punto di vista unitario. La massoneria era frastagliata e ogni parte aveva il suo centro di potere. In Calabria invece c’era una mente che regolava, al di la di tutti, i contrasti che esistevano tra le obbedienze massoniche di quel territorio. Si percepiva un filo conduttore” continua Di Bernardo “Loizzo mi diede l’imprinting più forte però poi io iniziai a vedere il contorno e sono arrivato a capire che la massoneria calabrese è più potente di quella siciliana per la visione unitaria che possiede”.

I movimenti separatisti e la stagione stragista del 92-94Rispetto ai movimenti separatisti che si stavano diffondendo in quegli anni in tutto il territorio nazionale, Di Bernardo parla delle informazioni che aveva dalla sua posizione di Gran Maestro del Grande Oriente in Italia. La sua fonte era il suo segretario personale Luigi Savina che riceveva informazioni direttamente dai massoni calabresi i quali sostenevano i movimenti separatisti e cercavano un appoggio del loro Gran Maestro. “Il mio segretari persona mi diceva che parte della massoneria appoggiava i movimenti separatisti. Reggio Calabria era il centro propulsore di questi movimenti separatisti – ha dichiarato Di Bernardo – Cosenza aveva una sua specificità e la situazione era meno grave. Catanzaro non contava molto. Quella visione non rientrava nella mia visione d’Italia, per questo fin quando sono stato Gran Maestro ho sempre respinto tali richieste di coinvolgimento ch arrivavano. Non conosco la situazione al Nord, ma posso immaginare che non fosse interessato, sebbene non possa escludere che ci fosse chi gettava benzina sul fuoco”
Rispetto al collegamento tra la massoneria e la mafia durante la stagione delle stragi, Di Bernardo ha detto al sostituto Lombardo: “Io un’idea me la sono fatta e penso che fosse tutto all’interno di uno stesso contesto seppur con separazioni interne. L’idea che mi sono fatto era che lì c’era qualcuno che tirava le fila all’interno di contesti diversi. Sì quella stagione è maturata a contatto con ambienti massonici”. L’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia aveva parlato di questo anche con i vertici della massoneria inglese, nello specifico con il Duca di Kent che era già al corrente di tutto quello che riguardava la massoneria italiana e la situazione politica nazionale.

Il traffico di armi e il Grande Oriente d’ItaliaAll’interno del quadro descritto questa mattina da Giuliano Di Bernardo, su sollecitazione dl procuratore aggiunto Lombardo, vi è anche una misteriosa telefonata che l’ex Grande Maestro del GOI ricevette di notte nella sua residenza romana a Villa Vascello in cui un uomo dall’accento straniero, che lui definisce africano, scambiandolo per il suo predecessore, Armando Corona, iniziò ad avanzare delle richieste di armi pesanti e leggere. “Ero nella mia residenza sul Gianicolo e suona al telefono alle tre di notte. Era il 1991. Mi sento dire con una voce da straniero ‘Gran maestro noi avremmo bisogno delle stesse cose che ci ha dato prima’. Io avrei potuto dire ‘sta parlando con un’altra persona’. Però sono stato al gioco e ho chiesto ‘cosa avete bisogno in particolare?’ e inizia a farmi un elenco di armi non solo leggere ma anche pesanti. Quando lui si accorge del senso delle mie domande, mi dice ‘Sto parlando con Armando Corona?’. Io dico ‘No con Giuliano Di Bernardo’ e lui mette giù. Per me si è accesa una spia. Capii che quella telefonata proveniva dall’Africa, forse dalla Somalia”.
Di Bernardo avvisò subito i vertici della massoneria francese da cui dipende a livello massonico il territorio africano e venne a sapere dai francesi dei legami che Corona, e quindi i vertici del GOI, avevano con il Presidente del Gabon, anche egli massone, e degli scambi di armi presenti a livello internazionale tra massoneria e il paese africano. Anche di questo Di Bernardo parlò al Procuratore Cordova. Di Bernardo ha anche sostenuto di aver presentato la questione anche alla giunta del Grande Oriente d’Italia per giudicare Corona ma coloro che dovevano esprimere un giudizio “erano suoi amici e quindi tutto si concluse con un nulla di fatto. La corte centrale del GOI era presieduta dal numero uno della massoneria siciliana”.

Massoneria e mafia a confronto secondo Giuseppe Di Bernardo Di Bernardo nel corso dell’interrogatorio ha poi descritto quello che accomuna l’appartenenza massonica e quella mafiosa e che potrebbe essere una delle chiavi per spiegare la fitta rete di legami che intercorre tra queste appartenenze. “Penso che punto di giuntura tra mafia e massoneria sia nel rituale. Quello usato in massoneria e quello nella ‘Ndrangheta hanno una base in comune: in entrambi i casi si usa un rituale che ha lo stesso significato cioè vincolarti ad un segreto una volta che sei dentro” afferma Di Bernardo. “Questo secondo me ha facilitato molto la compenetrazione in Calabria tra mafia e massoneria. Penso che questo ci sia sempre stato” ha continuato.

Massoneria inglese e massoneria americana in ItaliaNel suo racconto Giuliano Di Bernardo ha anche ripercorso la storia della massoneria italiana spiegando che l’indirizzo contemporaneo delle logge italiane si è formato in seguito alla seconda guerra mondiale quando in Italia la massoneria è rinata dopo lo sbarco in Sicilia “su basi nettamente differenti rispetto alla massoneria ottocentesca terminata con la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo”“Quando gli americani vengono in Italia – ha spiegato il teste – portano una nuova immagine della massoneria che è quella della massoneria democratica diversa da quella nata in Inghilterra e in questo cambia tutto”.

Licio Gelli e il Grande Oriente d’Italia Altro tema importante toccato durante l’udienza odierna dal Gran Maestro è stato quello sui contatti con la P2 e Licio Gelli. Secondo l’ex Gran Maestro del GOI, Licio Gelli sarebbe stato l’uomo che gli americani attraverso Cia e FBI, avrebbero ‘inventato’ per evitare il sorpasso comunista in Italia nel momento in cui Moro e Andreotti avevano tradito la loro fiducia. “Il governo americano iniziava a temere che ci potesse essere il sorpasso comunista. Quando gli americani non hanno più fiducia negli organi istituzionali, vanno alla ricerca dell’uomo nuovo, fuori da ogni contesto” ha ricordato Di Bernardo. Per evitare l’ascesa del comunismo in Italia, secondo il teste, gli americani intervennero tramite Frank Gigliotti, importante massone che favorì lo sbarco Usa in Sicilia chiedendo aiuto alla mafia. 
“Fu lui a rifondare la massoneria in Italia – ha spiegato Di Bernardo – e sempre lui propose Gelli. Disse: ‘Il salvatore dell’Italia è quest’uomo’. Da quel momento Gelli è stato il referente unico ed esclusivo del governo americano, per evitare che in Italia si facesse il sorpasso dei comunisti. Gelli ha avuto montagne di dollari, ma soprattutto il governo americano ha messo all’obbedienza di Gelli i vertici italiani economici, militari e della magistratura. Tutti nella sua obbedienza. Quest’uomo all’improvviso si è ritrovato un potere che penso nessuno ha mai avuto in Italia. Ed è vero: si parla di questo progetto politico di Gelli, il piano di rinascita. Ma cosa avviene? Gelli si era impegnato a modificare l’Italia per evitare il sorpasso. Ma quando Gelli riceve i soldi dagli americani fa i suoi affari e non pensa allo scopo fondamentale. Gli americani cominciano a sollecitarlo. E allora lui, come confidato a qualche suo collaboratore, non ce la fa più e si mette a scrivere così un progetto a caso. Tradisce gli americani, mettendo da parte i fini politici”.
Di Bernardo ha spiegato come il “Venerabile” godesse di grande approvazione anche all’interno del Grande Oriente d’Italia: “Aveva una base molto forte. Ufficialmente tutti osannavano Gelli. Ma io ho avuto modo di capire che questo non era vero. Gelli, dopo la mia elezione, mi invia due lettere in cui mi chiede di essere riammesso. Io le leggo e informo la giunta che mi sono arrivate queste lettere e non faccio nulla. Una sera Eraldo Ghinoi mi viene a trovare e mi chiede se ho ricevuto le lettere. Io dico che, a parte la mia idea personale, Gelli non può né deve tornare. E che se anche io volessi voluto proporre il suo rientro, l’avrei dovuto presentare in Gran Loggia con la certezza che sarebbe stato bocciato a grande maggioranza. E lui mi dice: qui ti sbagli. Prova a metterlo all’approvazione e vedrai che sarà approvato. A questo punto, mi dice, ‘io sono amico di Gelli da tanto tempo’ e mi fa vedere una medaglia di oro e platino ricevuta da Gelli. Io cominciai a pensare: è questa la massoneria”.

I veri elenchi della P2Ma i tentativi di riammissione non si conclusero qui. Di Bernardo ha ricordato di aver ricevuto anche una prima offerta in denaro e, successivamente, una proposta indecente: il possesso del vero elenco della P2. “Quello sequestrato dalla magistratura era solo parziale. Gelli mi offrì l’elenco vero della P2 tramite un suo emissario che commentò: ‘così puoi ricattare tutta l’Italia’”. Alla domanda del pm Lombardo su chi fosse questo soggetto il teste ha preferito trincerarsi nel silenzio: “Preferisco non dirlo”. “No dico di non averci pensato – ha ammesso Di Bernardo – Ma poi ho deciso di non procedere”
Che l’elenco segreto della P2 fosse qualcosa di reale il teste si è convinto dopo un altro episodio: “Dopo la mia elezione chiede di incontrarmi il segretario personale del gran maestro Battelli. Questo segretario voleva fare una dichiarazione al Gran maestro da firmare. Infatti lo incontro e mi dice che una sera Gelli si presenta nello studio del Gran maestro Battelli con un gran fascicolo e gli dice ‘questo è l’elenco della P2’. Battelli inizia a sfogliarlo e diventa di tutti i colori. Alla fin fine, Battelli chiude e dice a Gelli: ‘Riprendilo, questo io non l’ho mai visto’. E dice al suo segretario che i nomi che ha visto lì non li vuole dire. Il segretario si sente in dovere di fare questa dichiarazione. Io ho la cognizione che il vero elenco esiste ma non sappiamo dove. Questo avviene dopo che la loggia P2 è stata sciolta. Per sciogliere la P2 è stata necessaria la legge Anselmi, anche se non scioglie proprio nulla perché contiene una contraddizione che contrasta con un articolo della Costituzione”
Questa tesi è stata perseguita recentemente anche dall’ultima Commissione antimafia. 
In questo modo, secondo Giuliano Di Bernardo, anche il suo predecessore Armando Corona, poté fondare una loggia coperta i cui partecipanti non erano individuabili se non dal Gran Maestro. Di questa vicenda Di Bernardo venne a conoscenza quando fu Gran Maestro del GOI: “Un giorno mi viene a trovare un personaggio calabrese che mi dice: Gran Maestro io sono all’obbedienza di Armando Corona della loggia coperta, però voglio stare sempre accanto al numero uno e voglio entrare nella sua loggia coperta – ha proseguito nel racconto Di Bernardo – E io dissi che per prendere in considerazione la sua richiesta avevo bisogno di un documento scritto. Cosi mi scrisse una lettera su carta intestata in cui allegò una foto con Corona vestito con paramenti massonici e mi fornì la prova documentale dell’esistenza di una loggia coperta. Non ho mai saputo se fosse in Calabria ma il soggetto che venne da me era un calabrese. Io quel punto diedi tutto a Cordova. Le logge coperte sono di fatto comitati d’affari. Corona ha preso quegli imprenditori che secondo lui potevano essergli utili nei suoi progetti e li ha riuniti in una loggia coperta”.

Gli indirizzi massonici di Di Bernardo  Viste le infiltrazioni del Grande Oriente con la mafia e la presenza di correnti interne che non rispecchiavano più il suo ideale massonico, Giuliano Di Bernardo ha poi parlato delle sue dimissioni nel 1993 dal Grande Oriente d’Italia e della fondazione della “Gran Loggia Regolare d’Italia” riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra che pochi mesi dopo la formazione di questa nuova realtà massonica in Italia, troncò i rapporti con il Grande Oriente d’Italia. Di questa nuova realtà massonica, nata su ispirazione inglese, Di Bernardo fu Gran Maestro per nove anni fino al 2002. Dopo poco tempo si ritirò dalla massoneria per fondare l’Accademia degli Illuminati. All’interno dell’udienza Di Bernardo ha dichiarato di come anche la Gran Loggia Regolare d’Italia, come risulta dalla relazione della Commissione Antimafia, ha il 77,3 percento di affiliati non identificabili in regioni come la Calabria e la Sicilia.

Vaticano e massoneriaNel corso dell’udienza il pm Lombardo ha anche chiesto al teste le sue conoscenze sui legami che si sviluppano tra le massonerie ed il Vaticano. “Per me sono solo invenzioni – ha detto il teste – Tuttavia non escludo che ci siano stati rapporti tra massoneria e vaticano ma oggi non esistono più. Il Vaticano oggi si è buttato alle spalle queste cose, i cardinali accusano di questo altri cardinali per le loro lotte interne”. Di Bernardo ha poi raccontato di non aver avuto rapporti con il Vaticano quando era Gran Maestro del GOI. “Nel 2002 quando avevo costituito l’Accademia degli Illuminati, ricevetti richiesta di includere un rappresentante del Vaticano nell’Accademia e mi proposero un signore bulgaro, capo servizi segreti e diplomazia, personaggio che aveva seguito la pista bulgara dell’attentato al Papa” ha detto rivolgendosi alla Corte. “Lui – ha concluso Di Bernardo – mi disse che in Vaticano c’era una persona che mi voleva conoscere personalmente e mi ritrovai di fronte il Sottosegretario agli Esteri Pietro Parolin. C’è stato subito sintonia sulle cose da fare. Più volte sono tornato li e ho aiutato Parolin a risolvere un problema con il governo cinese di qualche anno fa”. Il processo è stato rinviato al prossimo 18 gennaio.  di Aaron Pettinari e Francesca Panfili ANTIMAFIA DUEMILA

Trapani, preso il boss legato a politica e massoneriaAvvisi di garanzia anche a un parlamentare e un sindaco       LA STAMPA 07 Luglio 2020 E’ un boss mafioso ritenuto parecchio pericoloso dagli inquirenti antimafia, quello che la scorsa notte è stato arrestato nel trapanese dai Carabinieri del reparto operativo investigativo del comando provinciale di Trapani. Si tratta di Mariano Asaro, 64 anni, capo mafia di Castellammare del Golfo. Era tornato libero nel 2018 dopo una lunga carcerazione e da allora si era messo a tessere una tela di relazioni con altri capi mafia del trapanese. Le intercettazioni hanno tradito anche una certa consapevolezza sugli equilibri mafiosi della provincia palermitana, tanto da essere a conoscenza della ricostituzione di una nuova Cupola nel capoluogo siciliano, risultata vera a seguito di indagini che nel Palermitano portarono i carabinieri a smantellare l’organizzazione, con la cosiddetta operazione «Cupola 2.0». Mafia, arrestato boss del Trapanese: Asaro il “dentista”‘ Gli investigatori, diretti dal tenente colonnello Antonio Merola, hanno scoperto Asaro a parlare dei mafiosi palermitani anche con fare dispregiativo, soprattutto per la collaborazione con la giustizia presa immediatamente dopo l’arresto da parte di alcuni degli indagati, come Francesco Colletti, ex capo mafia di Villabate, «minchia e dicevano che era gente seria, che erano omini boni». Asaro non nascondeva l’astio nei confronti dei pentiti, «tutti cornuti», come Giuseppe e Vincenzo Ferro, padre e figlio, ex boss di Alcamo. E’ stato sentito solo parlare bene del pentito della zona, Francesco Milazzo, boss di Paceco, uno che la mafia di Paceco avrebbe voluto uccidere: questi secondo Asaro avrebbe potuto accusarlo ma non lo fece di avere partecipato al delitto del magistrato trapanese Gian Giacomo Ciaccio, Montalto, ucciso a Valderice il 25 gennaio 1983, così come sostenne il pentito Rosario Spatola, «un altro cornuto» a sentire Asaro. Nella rete di rapporti che Mariano Asaro era riuscito a realizzare da quando era tornato libero c’entra anche la politica. Due avvisi di garanzia «pesanti» sono stati notificati all’ex deputato regionale Paolo Ruggirello, oggi agli arresti domiciliari e sotto processo per associazione mafiosa e all’avvocato Giuseppe Scarcella, attuale sindaco di Paceco, centro agricolo a pochi chilometri da Trapani, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel giro di pochi giorni due sindaci del trapanese sono risultati irrispettosi della necessità di tenere una distanza di sicurezza dai mafiosi, prima di Scarcella era toccato al sindaco Nicola Rizzo di Castellammare del Golfo. Pe tutti e due la stessa accusa. Documentati dai Carabinieri anche attraverso le intercettazioni i continui rapporti anche diretti tra Asaro con Ruggirello e Scarcella, quest’ultimo addirittura lo accoglieva dandogli del «don». Stanotte i carabinieri hanno eseguito perquisizioni anche nell’ufficio del primo cittadino al Municipio e la notifica di un invito a rendere interrogatorio davanti ai pm della Procura antimafia di Palermo, Paolo Guido e Gianluca De Leo. I pm avevano chiesto l’arresto dell’onorevole Paolo Ruggirello, ma il gip Rosini lo ha negato sostenendo che il politico si trovava già detenuto (ma nel frattempo è agli arresti domiciliari) e che il suo arresto nel 2019 ha interrotto i legami con società civile e politica, quindi impossibilità di inquinamento delle prove e reiterazione del reato. Mariano Asaro è stato scoperto a gestire una serie di vorticosi affari, dall’apertura di un centro scommesse al reperimento di un terreno per realizzare un impianto fotovoltaico. E’ stato ascoltato mentre a casa contava denaro per migliaia di euro. Ma il suo affare più importante è stato quello di costituire una società per la gestione di un ambulatorio odontoiatrico. I politici si sarebbero messi a disposizione: Ruggirello per convenzionare la società con l’Asp, così da ottenere fondi pubblici; Scarcella per il rilascio delle autorizzazioni. L’indagine cominciata nel 2018 è stata coordinata direttamente dal Procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. «Un duro colpo è stato inferto – dice il comandante provinciale dei Carabinieri di Trapani colonnello Gianluca Vitagliano – alla organizzazione mafiosa trapanese , questa indagine dimostra la vitalità cui riesce ancora a godere Cosa nostra in questa provincia». Il nome di Mariano Asaro è legato anche a pagine rimaste oscure, per i suoi provati rapporti con le logge segrete della massoneria trapanese e con servizi segreti deviati. Quando Asaro venne arrestato per la prima volta nel 1997 dopo una lunga latitanza, allora era inserito tra i 30 più pericolosi latitanti, in un telefonino a disposizione sua e dell’altro ricercato arrestato nella stessa circostanza, Michele Mercadante, entrambi castellammaresi, venne trovato un telefonino da dove sarebbero partite telefonate verso il centralino di Roma dell’allora servizio segreto militare, il Sismi. Il nome di Mariano Asaro compare anche in indagini sui rapporti tra la mafia siciliana e esponenti del terrorismo mediorientale, per il traffico di esplosivi. Forte poi il suo legame con il super latitante Matteo Messina Denaro. E non è da escludere che la caratura riconquistata da Asaro in poco tempo (controllando buona parte del territorio trapanese, per i rapporti instaurati con diversi capi famiglia) sia stata conseguenza di un volere del latitante. destinatari della misura cautelare che ha riguardato Asaro, sono state altre quattro persone: il capo mafia di Paceco Carmelo Salerno, già in carcere dal 2019; la cognata Vincenza Occhipinti e la segretaria di un notaio Maria Amato, moglie a sua volta di un boss. Per loro è scattato obbligo di dimora, e un medico, Vito Lucido, interdetto dalla professione per un anno.

TRAPANI E LA MASSONERIA, 500 ISCRITTI. UN POTERE PARALLELO IN GRADO DI… A trent’anni dalla scoperta della Loggia segreta Iside 2, a Trapani e provincia la voglia di essere massoni, di vestire cappucci e praticare riti non passa. Se trent’anni fa i massoni erano un paio di centinaia, l’elenco consegnato alla Prefettura di Trapani dal procuratore Marcello Viola conta quasi 500 massoni, sparsi in 19 logge. Sono tutte scoperte, nulla di segreto. Ma la provincia di Trapani si conferma territorio di riti e “fratellanza”. La città con più logge è quella di Castelvetrano. Proprio la Castelvetrano di Matteo Messina Denaro, il super latitante di cosa nostra, l’ultimo boss invisibile da 24 anni.
E in questo elenco ci sono politici di ogni ordine e grado, amministratori locali, funzionari, banchieri, uomini delle forze dell’ordine e giornalisti.

Un dossier preparato dalla Questura di Trapani e dal Procuratore Viola che sta indagando sugli intrecci tra mafia, politica, massoneria e imprenditoria. La questura scrive nella sua informativa:“Le clamorose vicende politico-giudiziarie di risonanza nazionale (P2) e locale (Iside2) non sembrano avere ancora ingenerato il diffuso convincimento che in seno a logge massoniche, soprattutto se occulte o deviate, possa annidarsi un vero e proprio potere parallelo in grado di inquinare l’attività amministrativa e la gestione della cosa pubblica costituendo una temibile turbativa per le istituzioni e la collettività. Appare lecito chiedersi fino a che punto la quotidiana e multiforme attività di enti pubblici non sia subdolamente pilotata dall’influenza di poteri occulti assai più penetranti della purtroppo diffusa logica clientelare, della dilagante corruzione o ancora delle ben note pressioni intimidatorie di chiara matrice mafiosa. L’ esigenza di sviluppare una sistematica ed incisiva attività di investigazione appare prioritaria”.

Un dossier che tra corsi e ricorsi storici, da Iside 2 ad oggi, fa la fotografia della massoneria di oggi in provincia di Trapani. Se i maggiori intrighi, storicamente, sono stati nel capoluogo, oggi la città con più logge massoniche è proprio quella Castelvetrano di Matteo Messina Denaro. Su 19 logge censite, sei sono qui, nella città del Belice. Loggia Italo Letizia 345, Loggia Demetra, Loggia Enoch, l’Obbedienza di Piazza del Gesù, la Loggia Oriente, la “Francisco Ferrer” e la “Hypsas” del Grand Orient de France. Un gran numero di logge per una cittadina di poco più di trentamila abitanti. E tra i “fratelli” ci sono anche politici e amministratori, persone che gestiscono o hanno gestito in passato la cosa pubblica. Come il vice sindaco Salvatore Stuppia, iscritto alla loggia Italo Letizia 345. O ancora i consiglieri comunali Pietro D’Angelo e Maurizio Silvestro Piazza, e l’ex assessore Giuseppe Rizzo, tutti iscritti alla “Ferrer”. Una delle più importanti è la loggia “Enoch”, a cui aderiscono i consiglieri comunali Pietro Barresi e Gaetano Salvatore Accardo. Nelle logge di Castelvetrano ci sono anche uomini appartenenti alle forze dell’ordine. Alla loggia Hypsas di Castelvetrano sono iscritti anche il vicesindaco di Partanna Antonino Zinnanti e l’assessore Angelo Bulgarello.
Non è un segreto invece l’appartenenza alla loggia Myrhiam di Palermo dell’ex sindaco di Alcamo Sebastiano Bonventre, di cui è anche maestro venerabilecome ha raccontato tempo fa Tp24. Ma ad Alcamo c’è dell’altro, che riguarda sempre ciò che coinvolgeva la precedente amministrazione. Qualche giorno fa infatti in una operazione anticorruzione è stato arrestato l’ex vice sindaco Pasquale Perricone, accusato dalla procura trapanese di essere “vicino” alla famiglia mafiosa dei Melodia, e al vertice di un “comitato d’affari” che gestiva diversi business nella zona. Tra gli arrestati c’era anche il dirigente regionale Emanuele Asta, anche lui risulterebbe iscritto alla Myrhiam. A Trapani mafia, massoneria, potere politico, imprenditori hanno avuto sempre un legame molto intrecciato e forte. Da Iside 2 ad oggi, dal circolo Scontrino alle dichiarazioni di Nino Birrittella, l’ex patron del Trapani Calcio arrestato nel 2005 perchè componente della famiglia mafiosa trapanese. Oggi collabora con la giustizia, e in questi anni ha raccontato di una massoneria “necessaria” per avere agganci utili e la maggior parte delle decisioni erano subordinate a questa. La loggia massonica, secondo Birrittella, avrebbe influito sugli uffici pubblici, la Prefettura, il Comune, la Camera di commercio, l’ospedale, e avrebbe perfino controllato cosa accadeva in Procura.
Oggi in Procura si è aperto un altro filone di inchiesta.
 Le inchieste che hanno riguardato l’ex vescovo di Trapani Francesco Miccichè hanno portato alla stesura di questo dossier. Miccichè è indagato per truffa sui fondi dell’8 per mille, e nel 2011 è stato “epurato” da Papa Ratzinger. Ora la Procura trapanese sta approfondendo una serie di lavori e incarichi dati dall’ex vescovo trapanese, senza gara, per la costruzione della nuova chiesa, della canonica, e del teatro parrocchiale a Paceco. A chi? A persone che appartengono alle logge massoniche trapanesi. A queste persone Miccichè avrebbe dato circa 3 milioni di euro in tre anni. Soldi prelevati dai fondi per l’8 per mille. Dicevamo che il rapporto tra questo territorio e le logge massoniche è antico. Proprio trent’anni fa è stata scoperta a Trapani la loggia segreta Iside 2, sotto l’insegna del circolo culturale “Scontrino”. Era, esattamente il 6 aprile dell’86, quando il capo della Squadra Mobile di Trapani, Saverio Montalbano, quello vero, non quello della fiction, fece irruzione con i suoi uomini presso il Centro Studi dove in realtà si celava la sede di ben sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Hiram, Cafiero, Ciullo d’Alcamo, Osiride, e una settima, scoperta successivamente e chiamata Loggia C.
I poliziotti nel corso del blitz sequestrano gli elenchi di sette logge massoniche con 200 iscritti, e, da un primo esame, la documentazione sembra regolare. Indagini più accurate del Capo della Mobile intuiscono che c’è in realtà una loggia coperta e i suoi quasi cento iscritti non erano presenti negli elenchi ufficiali.
Accanto a personaggi delle istituzioni, c’erano anche i boss mafiosi: Mariano Agate di Mazara del Vallo, Natale L’Ala di Campobello di Mazara, Mariano Asaro di Castellammare del Golfo, ricercato per avere organizzato la strage al tritolo di Pizzolungo,Vincenzo Rimi figlio di Natale Rimi, boss della famiglia di Alcamo, e Gioacchino Calabrò ritenuto l’autore della strage di Pizzolungo.  Un rapporto interminabile. In provincia di Trapani non tramonta mai l’antico compasso. IL MATTINO DI SICILIA di Francesco Appari 2 giugno 2016

LA PROCURA: “A TRAPANI COMANDANO LE LOGGE MASSONICHE”Politici, imprenditori, professionisti e uomini di Cosa nostra: spuntano 460 nomi di massoni per 19 obbedienze, alias logge. Sei solo nel paese del boss Messina Denaro. Per i magistrati “un potere parallelo persino più forte della mafia” Nel comitato d’affari che ad Alcamo influenzava le scelte politiche e amministrative non poteva mancare un “fratello”. Emanuele Asta, dirigente regionale del Centro per l’impiego, iscritto alla loggia massonica Myrhiam, è finito agli arresti nell’ultima delle tante inchieste della Procura che cercano di scardinare quel “condizionamento tentacolare” della vita politica, sociale ed economica di una provincia dove la massoneria sembra essere tornata più potente di prima: 19 logge di diverse obbedienze, 6 delle quali a Castelvetrano, il paese del superlatitante Matteo Messina Denaro,460 gli iscritti tra i quali figurano mafiosi, esponenti delle forze dell’ordine, funzionari della prefettura, dirigenti di banca, decine di medici e professionisti, imprenditori. E naturalmente tanti politici e amministratori locali. Numeri ben più alti di quelli delle sette logge (con 200 iscritti in chiaro e 100 segreti) che il 6 aprile 1986 vennero scoperte sotto le insegne del circolo culturale Scontrino dal capo della squadra mobile Saverio Montalbano che qualche giorno dopo venne rimosso con una contestazione di uso improprio dell’auto di servizio. Da quell’indagine, confluita poi in un processo che portò a sei condanne, sono passati 30 anni. Ma, stando all’informativa redatta dalla questura e soprattutto al lavoro del procuratore Marcello Viola e dei sostituti che in un clima di tensione, minacce e avvertimenti, stanno indagando sul grande intreccio tra mafia, politica, massoneria e forze imprenditoriali, a Trapani il fascino di squadra e compasso sembra più forte che mai. Tanto che, nel dossier che consegna alla prefettura tutti i nomi degli iscritti alle logge (naturalmente scoperte), la questura scrive che “le clamorose vicende politico-giudiziarie di risonanza nazionale (P2) e locale (Isise2) non sembrano avere ancora ingenerato il diffuso coinvincimento che in seno a logge massoniche, soprattutto se occulte o deviate, possa annidarsi un vero e proprio potere parallelo in grado di inquinare l’attività amministrativa e la gestione della cosa pubblica costituendo una temibile turbativa per le istituzioni e la collettività”. E così, oltre a rivelare la presenza del nome dell’ex ministro Calogero Mannino negli elenchi della loggia Iside 2 accanto a quelli di boss mafiosi di primissimo piano come Mariano Agate e Natale L’Ala, Gioacchino Calabrò e Antonino Melodia, il dossier disegna la massoneria trapanese 30 anni dopo nelle 19 logge censite a Trapani e provincia. Il paese con più “fratelli” è Castelvetrano: Loggia Italo Letizia 345, Loggia Demetra, Loggia Enoch e poi per l’Obbedienza di Piazza del Gesù la Loggia Oriente. E ancora la “Francisco Ferrer” e la “Hypsas” del Grand Orient de France. Il patto di “solidarietà” accomuna assessori e mafiosi, consiglieri comunali e imprenditori corrotti, burocrati e forze dell’ordine. E la massoneria appare persino più forte della mafia. “Appare lecito chiedersi fino a che punto la quotidiana e multiforme attività di enti pubblici – scrivono gli investigatori – non sia subdolamente pilotata dall’influenza di poteri occulti assai più penetranti della purtroppo diffusa logica clientelare, della dilagante corruzione o ancora delle ben note pressioni intimidatorie di chiara matrice mafiosa”. Da qui, “l’esigenza di sviluppare una sistematica ed incisiva attività di investigazione appare prioritaria”. Anche perché qui non c’è inchiesta scottante in cui la Procura non tiri un filo che porti alla massoneria. Come quella sull’ex vescovo Francesco Micciché, rimosso dopo il suo coinvolgimento in un’indagine per truffa dei fondi dell’8 per mille che si intreccia con un’altra sugli appalti per la gestione dei centri di accoglienza dei migranti gestiti da una rete di cooperative ed enti riconducibili alla Curia. Dalle intercettazioni, i pm hanno tratto materiale utilissimo per avviare un terzo filone di indagine che porta proprio alla massoneria. Perché “fratelli”, ad esempio, sono sia il titolare della ditta sia il progettista incaricati, senza alcuna gara d’appalto, della costruzione della nuova chiesa, della canonica e del teatro parrocchiale del piccolo centro di Paceco, ai quali nel giro di tre anni Micciché ha consegnato piu di 3 milioni e mezzo di euro. MARSALA NEWS 31.5.2018


NDRANGHETA E MASSONERIA: CORDOVA AVEVA SCOPERTO TUTTO IN “MANI SEGRETE”Fu con il pentimento di Pietro Marrapodi, notaio, ’ndranghetista e grande oratore della loggia reggina “Logoteta”, che nel 1992 vennero svelati eventi fino ad allora rimasti segreti. A raccogliere le testimonianze c’era uno sbigottito procuratore, Agostino Cordova. Marrapodi fu il primo ad indicare anche numerosi magistrati reggini come massoni collusi.

Dopo le sue scottanti rivelazioni Pietro Marrapodi chiese alla Procura di Reggio e a quella nazionale di avere una scorta che gli fu negata. Una mattina il corpo di Pietro Marrapodi, 62 anni, fu trovato senza vita nello scantinato della sua abitazione di centro città‘, impiccato. Il caso fu velocemente archiviato come suicidio ma i dubbi sulla fine dell’uomo permangono ancora oggi.

Il procuratore Cordova prese spunto da questi eventi per dare il via ad una indagine da cui scaturì una delicatissima inchiesta denominata “mani segrete”.

L’INCHIESTA “MANI SEGRETE” DEL PROCURATORE AGOSTINO CORDOVA  Agostino Cordova, allora procuratore di Palmi, tentò con questa inchiesta di districarsi tra gli intrecci tessuti dalle logge massoniche. Tra molte difficoltà raccolse molto materiale che gli sarebbe servito a dimostrare l’esistenza di un rapporto vincolante tra ‘ndrangheta e politica. Il procuratore riuscì a porre sotto sequestro il computer del Grande Oriente d’Italia contenente l’archivio elettronico di tutte le logge massoniche italiane.

L’inchiesta si allargò fino a produrre circa 800 faldoni e sottoporre ad indagine più di sessanta persone. La maxi inchiesta di Cordova coinvolse influenti personaggi dell’imprenditoria, della finanza, della politica e della stessa magistratura, anche non strettamente calabrese.

Furono trovate tracce di alcuni grossi scandali come quello legato al traffico di rifiuti tossici, del commercio illegale di armi, degli appalti, fino ad arrivare a sospettare di un traffico di uranio con l’ex Unione Sovietica.

Dopo circa due anni di indagini, nel 1994, l’inchiesta fu tolta dalle mani di Agostino Cordova e  trasferita alla Procura di Roma, dove rimase a prendere polvere fino al 3 luglio 2000 quando il giudice per le indagini preliminari Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, accolse la richiesta di archiviazione dell’inchiesta dichiarando il “non luogo a procedere nell’azione penale per 64 indagati ritenuti appartenenti alla massoneria”.

Tra le varie accuse in seguito mosse ad Agostino Cordova  c’è anche quella di aver raccolto una documentazione definita “abnorme”, in altre parole di aver lavorato troppo.

Negli anni Novanta, in Italia, c’erano 146 massoni indagati per mafia e reati politici, 83 dei quali accusati anche di riciclaggio. Fra gli iscritti alle logge figuravano però anche diversi poliziotti e carabinieri, accusati da Cordova di impedire le indagini. 2018 IACCHITE


Massonerie e grandi corruttori. La mafia nel Lazio ha nuovi alleati. Sorprese nel Rapporto regionale sui clan. Per i boss la Capitale è la città delle possibilità 7 Ottobre 2020 di Clemente Pistilli. Per le mafie Roma è la città delle possibilità. Nella capitale ci sono i palazzi del potere, è più facile avere relazioni, c’è un mercato enorme per la droga e pure un intreccio inquietante tra crimine e massoneria. Un luogo a cui non a caso da decenni danno ormai l’assalto le organizzazioni mafiose tradizionali e in cui si stanno sviluppando sempre più mafie autoctone, quelle di origine nomade e non solo. E come se non bastasse a smuovere gli appetiti dei clan ci sono ora le ingenti risorse in arrivo per il superamento dell’emergenza Covid. Non c’è altro posto in Italia dove la mafia assume caratteristiche simili a quelle che mostra a Roma e tali aspetti sono stati messi a fuoco nella quinta edizione del rapporto “Mafie nel Lazio”, presentato ieri dal governatore Nicola Zingaretti in un luogo simbolo (nella foto), una villa confiscata proprio alla mafia alla Romanina.

IL QUADRO. Il rapporto cerca di inquadrare i “fattori storici, criminali, socio­-economici e ambientali che hanno determinato la genesi e lo sviluppo di gruppi criminali autoctoni nel contesto di insediamento e radicamento delle mafie tradizionali a Roma”. Nella capitale è stato registrato un vero e proprio salto di qualità dei narcotrafficanti di quartiere, che hanno mutuato dalle mafie tradizionali il metodo mafioso. Si parla così di narcomafie romane, gruppi che hanno affiancato al traffico di droga la pratica costante e organizzata delle estorsioni, dell’usura e del recupero crediti abusivo, con l’uso del metodo mafioso. A preoccupare c’è tra l’altro il particolare che i clan, dopo un lungo silenzio utile agli affari, sono tornati a far scorrere il sangue sulle strade, tra gambizzazioni e omicidi, essendo talmente succulenta la torta da far rispolverare pure le armi per tentare la conquista di ulteriori spazi di investimento e il controllo di varie attività. Con tanto di killer professionisti e broker internazionali coinvolti, oltre alla solita piaga della corruzione che è miele per i mafiosi. Non a caso, nel periodo esaminato, la locale Direzione distrettuale antimafia ha indagato per reati di associazione mafiosa ben 295 persone e 178 per reati aggravati dal cosiddetto metodo mafioso. Sono poi attualmente confiscati 1243 beni tolti ai clan e 821 sono stati destinati al riutilizzo sociale e istituzionale. La Banca d’Italia infine ha segnalato per il Lazio 10.567 operazioni sospette, di cui 9.037 solo a Roma. Ma sempre nel rapporto viene anche sottolineato che cosche e clan, da Cosa Nostra alla ‘ndrangheta, fino alla camorra, negli anni hanno saputo “reinventarsi” nella capitale, “rinascere e allearsi per sfruttare al meglio le potenzialità offerte dalla città”. Con gli strumenti della corruzione sono poi appunto riusciti ad infiltrare l’economia legale e corrompere funzionari pubblici.

L’ULTIMA TENTAZIONE. Ora c’è pure la paura per i fondi Covid. Un allarme lanciato ieri, in occasione della presentazione del rapporto, dallo stesso presidente Zingaretti e dal prefetto Matteo Piantedosi. “Dobbiamo mettere al riparo dalle mafie le nuove risorse europee”, ha specificato il governatore. Preoccupazione comune a quella del prefetto. Per Piantedosi infatti “l’attenzione va posta su scenari futuri indotti dal Covid e dovuti all’arrivo di nuovi fondi che andranno preservati dall’interesse dai gruppi criminali”. “Dobbiamo stare attenti a questa miscela esplosiva, serve prevenzione, bisognerà buttare il cuore oltre l’ostacolo”, ha detto. Fonte:lanotiziagiornale.it/


Massonerie e grandi corruttori. La mafia nel Lazio ha nuovi alleati. Sorprese nel Rapporto regionale sui clan. Per i boss la Capitale è la città delle possibilità

Ndrangheta e massoneria “soci” per investire in Calabria 100 milioni dei Lloyd’s di Londra.L’ex venerabile divenuto collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio racconta a Dda di Catanzaro e Ros anche gli affari dei Mancuso. Nel 2005 un’operazione di riciclaggio con «cardinali e vescovi» per opere ecclesiastiche. I soldi sporchi, mascherati da offerte, così uscivano puliti. E cita pure Letta e Previti (ASCOLTA L’AUDIO). di Pietro Comito 25 ottobre 2020

Un pezzo da novanta della massoneria e due della ‘ndrangheta, un ex ufficiale della Guardia di finanza e, niente meno, un emissario dei Lloyd’s di Londra. Anzi, erano proprio i Lloyd’s a voler investire «prima della chiusura dell’anno finanziario, cento milioni di euro nell’acquisto di villaggi turistici». 

Per farlo, interessarono il maestro venerabile crotonese Sabatino Marrazzo. Il coinvolgimento dei boss Rocco Molè, da Gioia Tauro, e Giovanni Mancuso, una sorta di ministro delle finanze del clan di Limbadi, fu il passo successivo. E tutti insieme, c’era pure quell’ex finanziere – racconta Cosimo Virgiglio, ex colletto bianco con grembiulino sporco, al pool di Nicola Gratteri – «andammo a visionare diversi villaggi».

È il 24 luglio 2018, sede della Direzione nazionale antimafia. Virgiglio viene interrogato dal pm Antonio De Bernardo e dai carabinieri del Ros. Quella raccontata dal collaboratore di giustizia rosarnese, premettiamo, è una storia tutta da verificare sul piano investigativo, ma è certamente molto suggestiva e di rilevante interesse pubblico, acquisita agli atti delle maxinchieste condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Massomafia e alta finanza.Virgiglio ricorda delle riunioni massoniche in un noto ristorante catanzarese e colloca la vicenda relativa agli investimenti londinesi sulla Costa degli dei nel 2003. Quello era un periodo molto complicato, tanto per i Molè quanto per i Mancuso. A Gioia Tauro si frantumò l’alleanza coi Piromalli, esasperando quelle tensioni che l’1 febbraio 2008 condussero proprio all’omicidio di Rocco Molé. A Limbadi, invece, le frizioni tra le varie articolazioni del clan Mancuso, prima esplosero con il tentato omicidio di Ciccio Mancuso alias Tabacco e l’omicidio di Raffaele Fiamingo detto il Vichingo, poi furono spente con la maxioperazione Dinasty-Affari di famiglia: tutto, appunto, nel 2003. La malavita, però, avrebbe avuto piena intenzione di controllare quel fiume di denaro annunciato oltremanica. E la massoneria? Avrebbe sovrinteso gli affari dei Lloyd’s.

E questo è uno dei passaggi del verbale che contiene le dichiarazioni rese da Cosimo Virgiglio (in foto) al pm De Bernardo e al Ros: «Molte riunioni tra massoni per la discussione di grandi affari e candidature avvenivano al ristorante L’orso cattivo (dove abbiamo incontrato soggetti come Gianni Letta, con il quale si parlò dell’affare che coinvolgeva la Lloyd’s di Londra, Cesare Previti ed altri). Tuttavia previso che il ristorante L’orso cattivo era soltanto un luogo dove sapevamo di poter parlare indisturbati ed inascoltati di questioni delicate, ma non un vero e proprio tempio massonico».

Precisiamo che finora non c’è riscontro sulle dichiarazioni di Virgiglio e che tanto l’onorevole Gianni Letta quanto Cesare Previti non sono mai stati coinvolti in indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Così come estranei ad ogni contestazione di reato sono i Lloyd’s e il ristorante L’orso cattivo. Ma andiamo avanti. Perché i racconti di Virgiglio – ripetiamo, tutti da riscontrare – sono davvero suggestivi. L’ex commercialista arringato ai Molè, arrestato nella maxioperazione Maestro della Dda di Reggio Calabria e poi passato tra le fila dei collaboratori di giustizia, faceva parte della Gran Loggia Garibaldini d’Italia di Vibo Valentia «da cui – sottolinea – dipendevano altre logge». Continua: «Io ero maestro venerabile di una di queste, quella Eroe dei due mondi di Reggio Calabria. Facevo comunque parte, già precedentemente, del Grande Oriente di San Marino di cui Ugolini era il massimo rappresentante». Ugolini, Giacomo Maria, ex ambasciatore sammarinese, massone potentissimo e controverso, scomparso nel 2006.

La massoneria e la Chiesa  Ancora dal verbale reso da Cosimo Virgiglio, il 24 luglio 2018, a Dda di Catanzaro e Ros: «Mancuso (Giovanni, ndr) tramite la loggia di cui faceva parte Sensi, l’imprenditore romano, soggetto vicino ad Ugolini, e grazie all’intervento di questi, concluse anche una complessa operazione di riciclaggio». Precisiamo, anche in questo caso, che a Franco Sensi, scomparso nel 2008, che Ugolini, la giustizia non ha mai contestato nulla al riguardo. Ma torniamo nuovamente al racconto del collaboratore di giustizia.

Era il 2005 e «Ugolini fu convocato da Giovanni Mancuso e Mario Esposito (non indagato), degli Arena di Isola Capo Rizzuto, per il riciclaggio di danaro attraverso la realizzazione di opere ecclesiastiche, ad esempio un centro anziani». Il numero uno del Grande Oriente di San Marino – secondo quanto riferisce la gola profonda – «avrebbe dovuto fare da tramite  per la consegna del denaro sotto forma di offerte ad istituti ecclesiastici, grazie all’intermediazione di alti prelati, quali cardinali e vescovi di Mileto, che avrebbero poi affidato la realizzazione di strutture a costruttori puliti, dietro cui però si celavano gli stessi mafiosi che avevano messo a disposizione il denaro di provenienza illecita, il quale attraverso le offerte non era più rintracciabile. So – conclude Virgiglio – che questa operazione è andata in porto con la costruzione di un centro anziani a Paravati».

Proprio da quelle parti, il Grande Oriente di San Marino avrebbe giocato in casa. «Ugolini aveva un punto di riferimento in Calabria costituito da Mario Esposito della cosca Arena, ed era un personaggio molto importante e molto legato a Vibo Valentia, che teneva in grossa considerazione. Peraltro a Vibo c’è una loggia madre e dal punto di vista massonico, è un centro molto importante».  LacNews24


«MAFIA E MASSONERIA IN AFFARI COI SOLDI DEI LLOYD’S». VIRGIGLIO CITA PURE GIANNI LETTA E PREVITI L’ex venerabile divenuto collaboratore di giustizia racconta a Dda di Catanzaro e Ros gli affari dei Mancuso. Nel 2005 un’operazione di riciclaggio con «cardinali e vescovi» per opere ecclesiastiche. I soldi sporchi, mascherati da offerte, così uscivano puliti Un pezzo da novanta della massoneria e due della ‘ndrangheta, un ex ufficiale della Guardia di finanza e, niente meno, un emissario dei Lloyd’s di Londra. Anzi, erano proprio i Lloyd’s a voler investire «prima della chiusura dell’anno finanziario, cento milioni di euro nell’acquisto di villaggi turistici». Per farlo, interessarono il maestro venerabile crotonese Sabatino Marrazzo. Il coinvolgimento dei boss Rocco Molè, da Gioia Tauro, e Giovanni Mancuso, una sorta di ministro delle finanze del clan di Limbadi, fu il passo successivo. E tutti insieme, c’era pure quell’ex finanziere – racconta Cosimo Virgiglio, ex colletto bianco con grembiulino sporco, al pool di Nicola Gratteri – «andammo a visionare diversi villaggi». 

È il 24 luglio 2018, sede della Direzione nazionale antimafia. Virgiglio viene interrogato dal pm Antonio De Bernardo e dai carabinieri del Ros. Quella raccontata dal collaboratore di giustizia rosarnese, premettiamo, è una storia tutta da verificare sul piano investigativo, ma è certamente molto suggestiva e di rilevante interesse pubblico, acquisita agli atti delle maxinchieste condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Virgiglio ricorda delle riunioni massoniche in un noto ristorante catanzarese e colloca la vicenda relativa agli investimenti londinesi sulla Costa degli dei nel 2003. Quello era un periodo molto complicato, tanto per i Molè quanto per i Mancuso. A Gioia Tauro si frantumò l’alleanza coi Piromalli, esasperando quelle tensioni che l’1 febbraio 2008 condussero proprio all’omicidio di Rocco Molé. A Limbadi, invece, le frizioni tra le varie articolazioni del clan Mancuso, prima esplosero con il tentato omicidio di Ciccio Mancuso alias Tabaccoe l’omicidio di Raffaele Fiamingo detto il Vichingo, poi furono spente con la maxioperazione  Dinasty-Affari di famiglia: tutto, appunto, nel 2003. La malavita, però, avrebbe avuto piena intenzione di controllare quel fiume di denaro annunciato oltremanica. E la massoneria? Avrebbe sovrinteso gli affari dei Lloyd’s.

E questo è uno dei passaggi del verbale che contiene le dichiarazioni rese da Cosimo Virgiglio al pm De Bernardo e al Ros: «Molte riunioni tra massoni per la discussione di grandi affari e candidature avvenivano al ristorante L’orso cattivo (dove abbiamo incontrato soggetti come Gianni Letta, con il quale si parlò dell’affare che coinvolgeva la Lloyd’s di Londra, Cesare Previti ed altri). Tuttavia previso che il ristorante L’orso cattivo era soltanto un luogo dove sapevamo di poter parlare indisturbati ed inascoltati di questioni delicate, ma non un vero e proprio tempio massonico».

Precisiamo che finora non c’è riscontro sulle dichiarazioni di Virgiglio e che tanto l’onorevole Gianni Letta quanto Cesare Previti non sono mai stati coinvolti in indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Così come estranei ad ogni contestazione di reato sono i Lloyd’s e il ristorante L’orso cattivo. Ma andiamo avanti. Perché i racconti di Virgiglio – ripetiamo, tutti da riscontrare – sono davvero suggestivi. L’ex commercialista arringato ai Molè, arrestato nella maxioperazione Maestro della Dda di Reggio Calabria e poi passato tra le fila dei collaboratori di giustizia, faceva parte della Gran Loggia Garibaldini d’Italia di Vibo Valentia «da cui – sottolinea – dipendevano altre logge». Continua: «Io ero maestro venerabile di una di queste, quella Eroe dei due mondi di Reggio Calabria. Facevo comunque parte, già precedentemente, del Grande Oriente di San Marino di cui Ugolini era il massimo rappresentante». Ugolini, Giacomo Maria, ex ambasciatore sammarinese, massone potentissimo e controverso, scomparso nel 2006.

LA MASSONERIA E LA CHIESA Ancora dal verbale reso da Cosimo Virgiglio, il 24 luglio 2018, a Dda di Catanzaro e Ros: «Mancuso (Giovanni, ndr) tramite la loggia di cui faceva parte Sensi, l’imprenditore romano, soggetto vicino ad Ugolini, e grazie all’intervento di questi, concluse anche una complessa operazione di riciclaggio». Precisiamo, anche in questo caso, che a Franco Sensi, scomparso nel 2008, che Ugolini, la giustizia non ha mai contestato nulla al riguardo. Ma torniamo nuovamente al racconto del collaboratore di giustizia. Era il 2005 e «Ugolini fu convocato da Giovanni Mancuso e Mario Esposito (non indagato), degli Arena di Isola Capo Rizzuto, per il riciclaggio di danaro attraverso la realizzazione di opere ecclesiastiche, ad esempio un centro anziani». Il numero uno del Grande Oriente di San Marino – secondo quanto riferisce la gola profonda – «avrebbe dovuto fare da tramite per la consegna del denaro sotto forma di offerte ad istituti ecclesiastici, grazie all’intermediazione di alti prelati, quali cardinali e vescovi di Mileto, che avrebbero poi affidato la realizzazione di strutture a costruttori puliti, dietro cui però si celavano gli stessi mafiosi che avevano messo a disposizione il denaro di provenienza illecita, il quale attraverso le offerte non era più rintracciabile. So – conclude Virgiglio – che questa operazione è andata in porto con la costruzione di un centro anziani a Paravati». Proprio da quelle parti, il Grande Oriente di San Marino avrebbe giocato in casa. «Ugolini aveva un punto di riferimento in Calabria costituito da Mario Esposito della cosca Arena, ed era un personaggio molto importante e molto legato a Vibo Valentia, che teneva in grossa considerazione. Peraltro a Vibo c’è una loggia madre e dal punto di vista massonico, è un centro molto importante». IL VIBONESE 25.10.2020 


Rapporti tra la ‘ndrangheta e la massoneria italianaDa Wikipedia – Il 22 dicembre 2017 la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (DNAA) afferma per la prima volta l’enorme interessi di Cosa Nostra e ‘ndrangheta per la massoneria deviata indicando inoltre 193 soggetti aventi una doppia appartenenza di cui 122 del Grande Oriente d’Italia; 58 al GLRI, 9 al GLI e 4 alla Serenissima[2][3]. Il Gran Maestro del GOI ha replicato immediatamente: “Siamo seriamente preoccupati. In Italia qualcuno vuole riportare indietro le lancette della storia reintroducendo di fatto leggi fasciste e illiberali soprattutto contro i massoni. Come denunciò Antonio Gramsci, può essere l’inizio di un pericoloso ritorno al passato. È in grave pericolo innanzitutto la democrazia e il libero pensiero” [4]. La ‘ndrangheta, seppur in modo collaterale, già negli anni sessanta aveva rapporti con la massoneria deviata, nella misura in cui questa faceva da tramite con le istituzioni[5][6] Il fine era instaurare rapporti di cointeressenza con la classe politica, attraverso la clientela saldata dal voto di scambio.[7] Dagli anni ’70 i rapporti si stringono nella misura in cui, la massoneria faceva da tramite con le istituzioni. Incomincia ad avere rapporti stretti dopo la prima guerra di ‘ndrangheta, dove alcuni capibastone diventano massoni per poter comunicare senza intermediari e incrementare così i guadagni con personaggi della massoneria appartenenti anche al mondo bancario, della magistratura, imprenditoria e delle forze dell’ordine[8]. Questo nuovo modo di agire della mafia calabrese sembra sia stato voluto dal vecchio capobastone Don Mommo Piromalli e dalla nuova promessa Paolo De Stefano[8]. Chi era contrario a ciò, come Antonio Macrì e Domenico Tripodo, riteneva che la ‘ndrangheta non dovesse affiliarsi ad altre associazioni e quindi rispettare le tradizionali regole del codice mafioso[8]. Questi furono eliminati, ma comunque per ovviare al problema morale, Piromalli fonda la Santa, una sorta di ultimo grado gerarchico dell’organizzazione alla quale una volta avuto accesso si ha il potere anche di entrare in contatto e affiliarsi ad altre organizzazioni, come la massoneria[8]. I santisti possono essere massimo 33 ma successivamente il numero fu incrementato[8]. Nel 1992 con l’operazione Olimpia si ebbero maggiori informazioni; si scoprirono le persone che fecero accedere i santisti nella massoneria calabrese: il notaio Pietro Marrapodi, Pasquale Modafferi e il capo-loggia Cosimo Zaccone.[9] A suggerire l’esistenza, negli ultimi anni, di un livello occulto della ‘ndrangheta è stata un’intercettazione telefonica risalente alla fine del 2007. I carabinieri registrano, tramite una microspia, una conversazione tra Sebastiano Altomonte (originario di Bova Marina) e sua moglie. Altomonte in tale frangente sottolinea che «c’è una che si sa e una che non la sa nessuno». E poi, rimarcando il concetto: «c’è la visibile e l’invisibile […] che non la sa nessuno, solo chi è invisibile». Questa entità non ha mai trovato conferme giudiziarie. Tuttavia, le parole di Sebastiano Altomonte, successivamente condannato per associazione mafiosa, rendono plausibile un attuale accostamento tra potere mafioso e ambienti massonici.[5][10]   Il 7 novembre 2012 da un’inchiesta della DDA di Catanzaro emerge il presunto coinvolgimento della cosca per i lavori di ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e la messa in opera a Roma della rete di fibre ottiche per internet e del coinvolgimento con Paolo Coraci fondatore di una loggia massonica che avrebbe chiesto il sostegno elettorale per D’Ambrosio in cambio di appalti nel Lazio, Lombardia e Veneto.[11] Nello stesso anno l’inchiesta Saggezza della DDA di Reggio Calabria è emerso che il legame con la massoneria italiana sarebbe molto forte, al punto di costituire una via di infiltrazione ai vertici apicali della politica e dell’economia italiana[12], oltre alla promozione di tre questure -due al Sud e una al Nord- a livello di direzione generale.[13] In particolare, nel 2010 la loggia ha indicato i consiglieri di amministrazione di 15 enti pubblici[14][15], nomine poi non concretizzatesi. Le operazioni erano agevolate dal movimento Liberi e Forti, fondato da Coraci nel 2010, e dalla società Edil Sud di Francesco Comerci, emissaria della cosca MancusoTripodi.[16][17]

  • Il 17 novembre 2013il Grande Oriente d’Italia sospende per la prima volta nella sua storia una loggia, nella fattispecie la loggia Rocco Verducci con sede a Gerace, e con il tempio a Siderno per un possibile coinvolgimento di persone affiliate irregolarmente e collegate alla criminalità organizzata calabrese. La scelta della sospensione è stata presa dopo l’ultima inchiesta giudiziaria: l’operazione Saggezza, in cui furono arrestate persone affiliate sia alla ‘ndrangheta che alla loggia[18].
  • Il 4 gennaio 2016si conclude l’operazione Kyterion 2 diretta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che porta all’arresto di 16 presunti affiliati ai Grande Aracri di Cutro, dalle indagini si evince presunti tentativi di collegarsi ad esponenti del Vaticano e della Corte di Cassazione, nonché l’intrusione in ordini massonici e cavalierati da parte del capo-locale Nicolino Grande Aracri[19][20].
  • Dall’operazione Mammasantissimadel Ros dei Carabinieri conclusa il 15 luglio 2016 emergerebbe il verbale del 2014 dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo (1990 – 1993), ora Gran Maestro della Gran loggia regolare d’Italia, il quale riferisce al pubblico ministero Giuseppe Lombardo le confidenze di Ettore Loizzo, ai tempi vice del Gran Maestro: «Nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente, che io indissi con urgenza nel ’93 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Gli dissi subito: “E cosa vuoi fare di fronte a questo disastro?”. Lui mi rispose: “Nulla”. Io, ancora più sbigottito, chiesi perché. Lui mi rispose che non poteva fare nulla perché altrimenti lui e la sua famiglia rischiavano gravi rappresaglie… Faccio presente che la questione calabrese era molto più preoccupante in quanto la massoneria calabrese era ben più ramificata di quella siciliana»[21]. Da luglio ha iniziato a parlare dei rapporti tra massoneria e ‘ndrangheta anche il pentito nonché massone Cosimo Virgiglio. Racconta che la massoneria fortemente politicizzata si serve della criminalità calabrese per il controllo dei flussi elettorali mentre essa per il riciclaggio di denaro. Secondo il pentito la loggia di Reggio Calabria sarebbe suddivisa in due parti: una pulita e una occulta; della seconda farebbero parte gli ‘ndranghetisti. Racconta anche della presenza nelle logge di esponenti dei Piromalli e dei De Stefano. La commistione tra elementi criminali, con dote di Santa e massoni in gergo massonico viene definito “varco” (in riferimento alla Breccia di Porta Pia); e tecnicamente sarebbe il mondo massonico ad entrare nelle file della ‘ndrangheta[22][23][24].
  • Il 31 gennaio 2017in udienza presso la commissione antimafia l’ex maestro del GOI Giuliano Di Bernardo racconta dei legami tra ‘ndrangheta, Cosa Nostra e massoneria, e che il numero 1 della massoneria calabrese gli riferì che 28 logge calabresi su 32 erano infiltrate dalla ‘ndrangheta[25][26].
  • Il 23 maggio 2018nel processo Breakfast entra una informatica della Direzione investigativa antimafia in cui il pentito Cosimo Virgiglio ed ex massone racconta che la ‘ndrina dei Molé attraverso l’ex ministro della Repubblica Claudio Scajola voleva arrivare ad Impregilo.Racconta inoltre dei rapporti dei Molè con la loggia coperta di Ugolini Giacomo Maria alias Grande Oriente di San Marino[27].
  • Il 19 dicembre 2019si conclude l’operazione Rinascita-Scott iniziata nel 2016 che porta all’arresto di 334 persone in particolare nella Provincia di Vibo Valentia tra cui i capi e affiliati di tutti le principali locali di ‘ndrangheta vibonese e alleate dei Mancuso oltre ai Mancuso stessi. Tra gli arrestati ci sono anche esponenti politici quali Giancarlo Pittelli (ex di Forza Italia), Gianluca Callipo, sindaco di Pizzo e presidente dell’ANCI in Calabria, legali, Filippo Nesci, dirigente dell’urbanistica di Vibo Valentia, Danilo Tripodi impiegato al tribunale di Vibo Valentia, l’imprenditore edile Prestia, il ristoratore Ferrante, ed esponenti della massoneria[28][29][30][31].

Note

  1. ^Luni Mancuso e la ‘ndrangheta di una volta «Ora non esiste più. È tutta massoneria», in it.
  2. ^Bindi: «Mafia e ‘Ndrangheta sono interessate alla massoneria», in corriere.it, 22-12-2017. URL consultato il 22-12-2017.
  3. ^L’Antimafia: la massoneria interessa a mafia e ‘ndrangheta, in it, 22-12-2017. URL consultato il 22-12-2017.
  4. ^‘Ndrangheta e Massoneria, il Goi replica all’Antimafia «In Italia si vuole tornare alle leggi fasciste», in quotidianodelsud, 22-12-2017. URL consultato il 22-12-2017.
  5. ^Salta a:a b Ciconte 2009.
  6. ^Presenza mafiosa e riutilizzo dei beni confiscati nella Piana di Gioia Tauro: una proposta di analisi (PDF), su it. URL consultato il 10 gennaio 2012(archiviato dall’url originale il 29 dicembre 2009).
  7. ^Mario Guarino, Poteri segreti e criminalità: l’intreccio inconfessabile tra ‘ndrangheta, massoneria e apparati dello Stato, Bari, Dedalo, 2004, pp. 17-18.
  8. ^Salta a:a b c d e f g h i j k Calabria Ora del 24 settembre 2007
  9. ^Gratteri 2006.
  10. ^Dalla Calabria, ecco gli invisibili: massoni, politici, boss. Nelle intercettazioni il secondo livello della ‘ndrangheta, in it.
  11. ^Cosca Mancuso-Tripodi voleva lavori terremoto Abruzzo, in Gazzettadelsudonline.
  12. ^Lucio Musolino, ‘Ndrangheta: spunta la “Corona”, il punto di contatto tra cosche e massoneria, su it, 13 novembre 2012.
  13. ^L’inchiesta della DDA di Catanzaro: La loggia massonica fondata da Paolo Coraci, originario di Messina e residente a Roma, avrebbe indicato un nome per i consigli d’amministrazione di 15 enti pubblici, su it, 31 ottobre 2012. URL consultato il 22 maggio 2020(archiviato il 22 maggio 2020).
  14. ^(PDF), in Voci dal sud, anno VIII, n. 11, novembre 2012, p. 19. URL consultato il 22 maggio 2020(archiviato il 22 maggio 2020).
  15. ^Loggia massoneria indicava nomi Cda enti, ANSA, 31 ottobre 2012. Ospitato su Eco di Bergamo.
  16. ^‘Ndrangheta-Massoneria, la loggia di Coraci voleva controllare enti pubblici e questure, su it, 31 ottobre 2012.
  17. ^‘Ndrine e Massoneria dietro la ricostruzione in Abruzzo, su it, 6 novembre 2012 (archiviato il 22 maggio 2020).
  18. ^“Affiliazioni irregolari e inquinamento malavitoso”. E il Grande Oriente d’Italia sospende la loggia, in it, 17 novembre 2013. URL consultato il 20 novembre 2013.
  19. ^‘Ndrangheta, scoperta la cassaforte del boss Nicolino Grande Aracri: conto corrente con 200 milioni di euro, in Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2015. URL consultato il 6 gennaio 2015.
  20. ^‘Ndrangheta, colpo ai Grande Aracri. Legami clan-massoneria: “Se c’è un problema, loro devono risolverlo”, in Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2015. URL consultato il 6 gennaio 2015.
  21. ^Da Cosa nostra a Cosa nuova «Ecco il piano per riunire i clan», 18 luglio 2016. URL consultato il 18 luglio 2016.
  22. ^Nudo accanto allo scheletro: i riti della massoneria “hard”, 21 settembre 2016. URL consultato il 25 settembre 2016.
  23. ^Il patto di ferro tra ‘ndrangheta e massoneria deviata, LA SANTA, 16 luglio 2016. URL consultato il 25 settembre 2016.
  24. ^Massoneria, mafia, politica e servizi: ecco la “nuova” ‘ndrangheta. “In Calabria 28 logge su 32 controllate da clan”, è scontro, 18 luglio 2016. URL consultato il 25 settembre 2016.
  25. ^Ex Gran Maestro: collusioni Goi-‘ndrangheta, per questo mi dimisi, in antimafia Duemila, 01-02-2017. URL consultato il 22-12-2017.
  26. ^Ex Goi, 28 logge su 32 in mano cosche, in it, 01-02-2017. URL consultato il 22-12-2017.
  27. ^‘Ndrangheta, massoneria e l’ex premier libanese: “Uno Stato parallelo dietro le latitanze gemelle di Dell’Utri e Matacena”, in it, 23-05-2018. URL consultato il 31-05-2018.
  28. ^(ENHundreds arrested in major Italian anti-mafia operation, in co.uk, 19 dicembre 2019. URL consultato il 20 dicembre 2019.
  29. ^‘Ndrangheta: «Pittelli è un valore aggiunto». Così lo accoglieva Giorgia Meloni, in repubblica.it, 19 dicembre 2019. URL consultato il 20 dicembre 2019.
  30. ^Gratteri: “Centrale la figura di Pittelli, ex parlamentare, avvocato, massone”, in it, 19 dicembre 2019. URL consultato il 20 dicembre 2019.
  31. ^‘Ndrangheta, maxi blitz contro le cosche: oltre 300 arresti tra boss, politici e imprenditori . Sequestrati beni per 15 milioni, in it, 19 dicembre 2019. URL consultato il 20 dicembre 2019.

Massoneria e Chiesa caso per caso


 

‘Ndranghetisti e massoni, il giuramento su Garibaldi, Mazzini e La Marmora

Gli anni ’70 rappresentano un vero e proprio spartiacque che segnerà il corso e la storia della ‘ndrangheta, ponendo le basi della sua evoluzione sino a giungere alla potenza economica e militare che oggi ne contraddistingue il ruolo sui territori e nello scenario criminale internazionale.

In quegli anni si salda anche il tanto analizzato e indagato rapporto con la massoneria, storicamente radicata nella società calabrese.

Scrivono a questo proposito i magistrati della Dda di Reggio Calabria: «Si tratta dell’ingresso dei vertici della ‘ndrangheta nella massoneria, che non può avvenire se non dopo un mutamento radicale nella ‘cultura’ e nella politica’ della ‘ndrangheta, mutamento che passa da un atteggiamento di contrapposizione, o almeno di totale distacco, rispetto alla società civile, ad un atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una nuova legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati all’interno delle organizzazioni criminali, ma estesi alla politica, all’economia, alle istituzioni.

L’ingresso nelle logge massoniche esistenti o in quelle costituite allo scopo doveva dunque costituire il tramite per quel collegamento con quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai), imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle forze dell’ordine. Attraverso tale collegamento la ‘ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni per i propri investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e soprattutto quella copertura, realizzata in vario modo e a vari livelli (depistaggi, vuoti di indagine, attacchi di ogni tipo ai magistrati non arrendevoli, aggiustamenti di processi, etc.), cui è conseguita per molti anni quella sostanziale impunità, che ha caratterizzato tale organizzazione criminale, rendendola quasi “invisibile” alle istituzioni, tanto che solo da un paio di anni essa è balzata all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e degli organi investigativi più qualificati.

Naturalmente l’inserimento nella massoneria, che per quanto inquinata, restava pur sempre un’organizzazione molto riservata ed esclusiva, doveva essere limitato ad esponenti di vertice della ‘ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una struttura elitaria, una nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie dei “locali”, in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali della vecchia onorata società.

Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, che restavano in vigore solo per i gradi meno elevati e per gli ingenui, ma non vincolavano certo personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano, che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello stato, servizi segreti, gruppi eversivi.

Persino l’attività di confidente, un tempo simbolo dell’infamia, era adesso tollerata e praticata, se serviva a stabilire utili relazioni con rappresentanti dello Stato o se serviva a depistare l’attività investigativa verso obiettivi minori. E più oltre: «Esigenze razionalizzatrici dunque che in qualche modo anticipavano e preparavano quei nuovi assetti della ‘ndrangheta che hanno formato oggetto della presente indagine, ma che rispondevano anche alla necessità di ‘segretazione’ dei livelli più elevati del potere mafioso, al fine di sottrarli alla curiosità degli apparati investigativi ed alle confidenze dei livelli bassi dell’organizzazione».

Un lungo filo rosso

Un lungo filo rosso unisce dunque ‘ndrangheta e massoneria, anche se, stando alle pacifiche conclusioni alle quali sono pervenute indagini giudiziarie e storiche, la reciproca compenetrazione delle due società segrete si consolidò a partire dalla seconda metà degli anni ’70, in singolare e non certo casuale consonanza con quanto avveniva dentro Cosa Nostra, come ebbe a riferire il collaboratore di giustizia Leonardo Messina davanti alla Commissione parlamentare antimafia: «Molti degli uomini d’onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa nostra».

Rimane dunque aperto il tema di come rendere efficace il livello giudiziario e penale quando emerge una dimensione occulta del potere e la sua doppiezza. Le conclusioni sin qui riferite trovano riscontro in alcuni dei documenti “interni” della ‘ndrangheta.

In essi si fa riferimento alle formule di iniziazione alla “Santa”, la struttura di ‘ndrangheta creata nella metà degli anni ’70 del secolo scorso. Ad essa potevano essere ammessi i giovani e ambiziosi esponenti delle cosche, smaniosi di rompere le catene dei vecchi vincoli della società di sgarro e di misurarsi con il mondo esterno, che offriva infinite possibilità di inserimento, di arricchimento, di gratificazione.

Due sono gli elementi che appaiono decisivi. Il primo è costituito dall’impegno assunto dai santisti di “rinnegare la società di sgarro”. Dunque le vecchie regole, ancora valide per tutti i “comuni” mafiosi, non valgono più per la nuova èlite della ‘ndrangheta.

I santisti possono entrare in contatto con politici, amministratori, imprenditori, notai, persino magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, se questo può essere utile per l’aggiustamento dei processi, per lo sviamento delle indagini, per stabilire rapporti sotterranei di confidenza e di reciproco scambio di favori.

L’infamità non rappresenta più uno sbarramento invalicabile, può essere aggirata e superata in vista dei vantaggi che la rete dei contatti non più preclusi può assicurare. Il secondo importante elemento è costituito dalla “terna” dei personaggi di riferimento prescelti per l’organizzazione della “Santa”.

Non più gli Arcangeli della società di sgarro – Osso, Mastrosso e Carcagnosso, giunti dalla Spagna in Italia dopo 29 anni vissuti nelle grotte di Favignana- ma personaggi storici, ben noti nella tradizione culturale e politica italiana: Garibaldi, Lamarmora, Mazzini. I primi due, generali dell’esercito italiano, un tempo, in quanto portatori di divisa al servizio dello Stato, sarebbero stati considerati “infami” per definizione, per eccellenza.

Come va spiegato allora un richiamo così solenne ed esplicito a tali personaggi? Qual è il messaggio che attraverso tale indicazione si vuole mandare al popolo della ‘ndrangheta? La risposta è chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora, Mazzini erano tutti e tre appartenenti a logge massoniche, per di più in posizioni di vertice (Garibaldi fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 24 maggio all’8 ottobre del 1864).

L’ingresso nella società civile

La ‘ndrangheta, insomma, da corpo separato, si trasforma in componente della società civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore imprescindibile, il convitato di pietra, di ogni affare, investimento, programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale che centrale, ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa e politica.

Per arrivare a questo risultato, tuttavia, i santisti non potevano entrare in contatto “diretto” con gli esponenti delle istituzioni e del potere economico, almeno all’epoca. Oggi, probabilmente, tutto questo è possibile senza mediazioni, ma in quella fase storica era necessario passare attraverso camere di compensazione, che consentissero a quei contatti la necessaria dose di riservatezza, affidabilità, sicurezza. Furono le logge massoniche ad offrire una tale possibilità. Non tutte certo. Alcune di quelle già esistenti diedero la propria disponibilità, altre furono create per l’occasione, ma sicuramente il sistema massonico-mafioso costituì il formidabile strumento di integrazione delle mafie nel sistema di potere dominante e di captazione nella borghesia degli affari.

Da allora in avanti, il fenomeno ‘ndrangheta appare sempre più con i caratteri di componente strutturale della società meridionale, e non solo, di “istituzione tra le istituzioni”, di attore diretto e principale delle politiche di sviluppo, di investimento, realizzate in quelle aree da parte delle istituzioni comunitarie e nazionali.

Per questo è verosimile che il ruolo della massoneria, accertato e necessario in altre fasi, sia in gran parte superato, almeno nelle forme finora conosciute.

È però necessario abbandonare alcune categorie di lettura fortemente radicate nella cultura dell’antimafia, categorie che appaiono oggi superate e addirittura di ostacolo ad una lettura idonea a fornire strumenti di analisi e soprattutto di contrasto in grado di avere una qualche possibile efficacia. La prima categoria è quella dell’emergenza.

Se la ‘ndrangheta vive ed opera dall’Unità d’Italia e se essa, con il passare di oltre un secolo e mezzo, ha conservato intatte fisionomia e presenza, accrescendo la sua forza economica e il potere di condizionamento politico, allora di emergenziale nella sua presenza vi è davvero poco.

È piuttosto un fenomeno dinamico, funzionale all’attuale assetto economico-sociale e quindi non contrastabile solo con i consueti interventi repressivi di carattere giudiziario. La definizione della mafia come “antistato”, poi, è di quelle che appaiono suggestive ed accattivanti ma legate all’immagine di una criminalità simile al fenomeno terroristico, intenzionata cioè ad abbattere lo Stato di diritto per sostituirsi ad esso.

Di fronte ad un fenomeno storico di tale portata, non solo non vi è mai stata una seria, duratura, coerente, volontà politica di condurre un’azione di contrasto decisa e irremovibile ma, al contrario, si è registrata, da sempre, una linea ambigua e contraddittoria.

Alle debolezze istituzionali ed ai ritardi culturali si è aggiunto un vero e proprio sistema di collusioni e mediazioni sociali ed economiche, fino a determinare un livello di organicità degli interessi mafiosi alle dinamiche della società determinando il relativo degrado della politica e delle istituzioni. Si è reso così sempre più labile, in intere aree della Calabria il confine tra lo Stato e gli interessi della ‘ndrangheta.

Con questa forza la ‘ndrangheta ha sempre cercato, quando ne ha avuto l’opportunità, di valicare l’area del proprio insediamento.

Il suo essere “locale” – non a caso auto-definizione della sua struttura organizzata centrale – non è mai stato considerato una gabbia o una limitazione al proprio agire mafioso, ha invece rappresentato una pedana di lancio verso altri territori –geografici, economici e sociali- nei quali stabilire relazioni in cui sviluppare nuove attività criminali.

 

A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI DIRETTORE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE – PSF