PIERA AIELLO, vedova di mafia e testimone di giustizia grazie a Paolo Borsellino

 


SCHEDA CAMERA DEI DEPUTATI

PIERA AIELLO: «Borsellino mi disse ‘‘Chiamami zio Paolo”»  A 18 anni fu costretta a sposare il figlio di un boss. Poco dopo suocero e marito vennero uccisi. Lei denunciò i killer. E’ diventata una testimone di giustizia, stravolgendo la sua vita. Ha vissuto 27 anni protetta da identità diverse.

«Studia, leggi, informati!».   Il giudice Borsellino, zio Paolo, come voleva che lo chiamassi, me lo ripeteva spesso. Perché lo studio è l’unica vera arma contro la mafia e di sicuro la più efficace.  In trent’anni di vita sotto scorta ho dovuto rimandare più volte il sogno di laurearmi, ma oggi, finalmente, ce l’ho fatta e l’emozione è indescrivibile.  Non posso che dedicare questo traguardo al magistrato senza il quale non sarei mai diventata testimone di giustizia e che mi ha spinto a diventare la donna che sono.  Ringrazio la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto in questi anni difficili e assieme ai miei collaboratori e agli amici più stretti mi ha convinto ad andare avanti e a non mollare mai.  PIERA AIELLO 17.3.2021


VIDEO dell’intervista


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RITA ATRIA, la settima vittima di Via D’Amelio

Borsellino Atria 5

Vedova di mafia denunciò killer marito e collaborò con Borsellino


L’incontro con Paolo Borsellino e la vita sotto scorta

Quando Piera Aiello scoprì chi erano veramente gli Atria, si recò dal boss, don Vito, chiedendo di sciogliere il fidanzamento, ma lui la minacciò. Nel novembre del 1985 convolò a nozze con Nicola ma pochi giorni dopo il suocero fu ucciso. “Nicola giurò vendetta”, ha ricordato Piera. Il 24 giugno 1991 fu assassinato anche il marito: “Davanti ai miei occhi, nella sala della nostra pizzeria. Mia figlia Vita Maria era dai nonni, aveva tre anni”, ricorda Piera. La donna decise subito di denunciare i killer: una volta a Palermo si ritrovò davanti, tra gli altri, anche Paolo Borsellino, insieme a Morena Plazzi e Alessandra Camassa. Queste ultime due divennero le muse ispiratrici di Piera. Ripensando invece all’incontro con Borsellino ha ricordato: “Quando lo sentii parlare gli dissi che col suo accento palermitano sembrava un mafioso. Poi lo chiamai “onorevole”. Mi fermò e disse: “Mi chiami zio Paolo”. Mi rassicurò e mi consigliò di pensarci tre giorni, perché testimoniando avrei dovuto strappare la Sicilia dalla mia mappa esistenziale”. L’ultimo giorno di luglio del 1991 fu inserita nel programma di protezione, sotto scorta e per sei anni ebbe delle identità provvisorie. Piera successivamente ha avuto un altro marito e due altre figlie ma tutti in casa usano ancora il nome dell’identità segreta. Nel marzo del 2018 è stata eletta con i 5 Stelle alla Camera mostrando il suo volto in pubblico per la prima volta e diventa poi membro della Commissione Giustizia e di quella Antimafia della Camera. IL SUSSIDIARIO 19.2.2022


Piera Aiello, la donna antimafia costretta a sposare il figlio di un capomafia La storia di Piera Aiello, già indicata dalla BBC come una delle donne più influenti al mondo: la sua è una storia di ribellione e libertà- Ha stupito molti, nel 2019, la decisione della BBC di inserire tra le 100 donne dell’anno anche un’italiana che non tutti conoscono. Lei si chiama Piera Aiello, è un nome noto a chi segue le vicende politiche italiane e viene così descritta dal più autorevole editore radiotelevisivo britannico: Nota come la politica “fantasma” italiana, Piera Aiello è corsa alle elezioni con il volto coperto da un velo a causa delle minacce della mafia. Nel 2018, dopo aver vinto il suo posto come candidata antimafia, ha finalmente rivelato il suo volto al pubblico. Ha usato la sua esperienza di donna costretta a sposare il figlio di un boss mafioso a 14 anni per difendere i diritti degli informatori della polizia e dei loro figli. Prima parlamentare della storia italiana ad avere anche uno status di testimone di giustizia, insieme alla cognata RITA ATRIA aveva scelto di denunciare gli assassini di suo marito, esponente di una nota cosca mafiosa siciliana. Chi è Piera Aiello Ho due vite che corrono parallele. Ho due vite che a volte si incrociano, si sovrappongono, si respingono e si fondono. Ho due vite che si accompagnano da quando, una mattina, la morte mi è entrata in casa a soli ventuno anni. Inizia così Maledetta mafia, il libro scritto a quattro mani con il giornalista Umberto Lucentini in cui Piera Aiello racconta tutta la sua storia. Comincia tutto a Partanna, in provincia di Trapani, dove nasce nel 1967: un piccolo comune siciliano con un nome poetico, di origine greca o araba, che allude alla sua terra scura. Una terra che è anche tristemente nota per le sanguinarie radici mafiose. Io non ho mai commesso reati né sono mai stata complice dei crimini di mio marito e dei suoi amici, gli stessi che poi ho accusato nelle aule dei tribunali e nelle corti di assise. Quel che è certo è che la mia storia, la mia vita è stata rivoluzionata dalla morte. Ecco perché oggi ho due nomi e due cognomi che corrono paralleli, che a volte si incrociano. Ma ormai questi nomi e questi cognomi si dimenticano l’uno dell’altro. Il suo primo nome è proprio Piera, quello che la sua famiglia sceglie per lei. E Piera Aiello è anche il nome con cui si presenta in Sicilia o nelle aule dei tribunali, per raccontare della sua prima vita che ormai non esiste più. Il secondo nome è invece quello che scelgono per lei i funzionari del Servizio centrale di protezione addetti al cambio delle generalità, dopo l’evento che cambia per sempre tutto. Ha appena 18 anni quando la sua famiglia la obbliga a sposare Nicolò Atria, figlio di un mafioso locale. Nemmeno dieci giorni dopo le nozze, suo suocero viene freddato. Sei anni dopo anche il marito di Piera Aiello subisce la stessa sorte, stavolta di fronte a lei e alla loro figlia di soli tre anni. Costretta a vestirsi di lutto, come vuole la tradizione siciliana, si sente però a un bivio: è per la figlia Vita Maria che decide di iniziare a collaborare. Una nuova vita  La mattina in cui cambia tutto, entra un uomo speciale nella vita di Piera Aiello: si chiama Paolo Borsellino ed è proprio con lui che decide di collaborare, insieme alla cognata Rita Atria.  Devo dire grazie a molte persone per avermi aiutato a tracciare nella mia esistenza una strada diversa. Tra loro c’è un uomo che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei carabinieri. Quell’uomo era Paolo Borsellino. Lo zio Paolo. Borsellino le fa una domanda che le permette di cambiare il suo futuro. “Piera tu cosa vedi allo specchio?” “Una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo”. Borsellino mi guarda fisso negli occhi e dice: “Io vedo una ragazza che si è ribellata a un passato turbolento che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: ha diritto ad avere felicità per tutto quello che sta facendo”. Diventa così testimone di giustizia e le viene data la sua nuova identità. Quando la mafia si mette un’altra volta di traverso nella sua vita, uccidendo proprio l’uomo che l’ha aiutata, tutto sembra vacillare. Sua cognata Rita, più giovane di lei, non regge alla notizia della morte di Borsellino. Una settimana dopo la strage di via d’Amelio, si suicida a Roma, a soli diciassette anni. Piera Aiello va avanti, e lo fa anche per lei. La politica Piera Aiello torna al suo vecchio nome solo nel 2018, dopo essere stata eletta alla Camera dei Deputati per il Movimento 5 Stelle, partito che lascerà due anni dopo. Già nominata presidente di diverse associazioni che combattono la mafia, entra a far parte della commissione Giustizia e della Commissione parlamentare antimafia. La vita va avanti, ma con la consapevolezza che non è come tutte le altre. ROBA DA DONNE A cura di Grazia Teresella Berva il 21 Ottobre 2020


 Piera Aiello DALLA VIVA VOCE – IL DIRE E IL FARE DELLE DONNE NELLA LOTTA ALLE MAFIE  Da moglie di … a testimone di giustizia. Quando avviene il cambiamento? “Sì; è un grosso cambiamento, ma non in me. Dentro di me non c’è stato un vero cambiamento perché io non ho mai condiviso le regole di vita delinquenziali di mio marito. Molti non lo sanno, ma io sono stata costretta a sposare Nicola Atria. Negli anni vissuti insieme ho sempre cercato di contrastarlo. Se trovavo droga, la buttavo e spesso, per questo, venivo picchiata. Sono stata presa a calci nella pancia ed ho rischiato di perdere la bambina, quando ero incinta di otto mesi. Ero costretta ad imparare a sparare, ero costretta a conservare in casa le armi. Questa cosa non l’ho mai detta neanche ai miei genitori; è una cosa che mi sono sempre portata dentro. Anche se accanto a me c’era l’affetto della mia famiglia, mi sembrava così grave che non ho mai avuto la forza di parlarne. Sono diventata testimone di giustizia senza accorgermene. Dopo la morte di mio marito, avvenuta il 24 giugno del ’91, venivo sorvegliata e seguita a vista dai delinquenti. Chi aveva fatto uccidere Nicola Atria, sapeva che io ero a conoscenza di molte cose, ma non sapeva che io conservavo i miei diari, dove scrivevo tutto. Appunti che si sono rivelati preziosi quando ho incominciato a raccontare. La mia terribile esperienza di moglie di mafioso riempì i verbali che hanno poi consentito di fare gli arresti. Mi confidai con un maresciallo del paesino in cui allora abitavo e con un giovane procuratore donna, la dr.ssa Morena Plazzi, che mi trovai vicina al momento dell’autopsia al corpo di mio marito a Sciacca. La ricordo con affetto e gratitudine perché seppe avvicinarsi a me con grande sensibilità, come un’amica. Allo sguardo vigile di mia suocera non sfuggì il gesto con cui la dr.ssa Plazzi mi diede il bigliettino con i dati ai quali potevo fare riferimento. Mi fu subito strappato dalle mani. Ma quell’incontro fu ugualmente importante perché quelle persone mi consentirono di conoscere Paolo Borsellino”.

Conosci così Paolo Borsellino?  Dopo Sciacca incontrai Paolo Borsellino ed il suo gruppo a Terrasini. Non fu una vera deposizione, ma hanno avuto la possibilità di riscontrare che stavo dicendo la verità. Da quel momento ho avuto solo quattro giorni di tempo per raccogliere le mie cose e, con la mia bambina di tre anni, partire per Roma dove avverrà la mia piena deposizione.
Grazie a quella testimonianza ci furono gli arresti. Poco dopo, anche mia cognata Rita mi seguì a Roma e cominciò quello che io e Rita chiamavamo “le vacanze romane” perché per la prima volta potevamo gioire di semplici cose come andare a mangiare una pizza o vedere un film.
Ricordo che, al mio arrivo a Roma, mi vennero dati dei soldi ed io li rifiutai; accettai solo quando Paolo Borsellino mi disse che dovevo prenderli perché mi spettavano; erano un contributo necessario visto che non avevo la possibilità di lavorare. Fu in quel momento che “zio Paolo” come avevo imparato a chiamare il giudice Borsellino, mi disse che ero diventata “testimone di giustizia”… una cosa a cui non avevo ancora pensato. Fino a quel momento avevo creduto che una volta resa la mia testimonianza, me ne sarei potuta tornare a casa. Ma così non fu.
Quando c’è l’incontro con l’impegno sociale? E’ il tempo delle stragi a Palermo. Prima Giovanni Falcone, poi Paolo Borsellino. E, poco dopo, il suicidio di Rita Atria. E’ il tempo dello sgomento, ma anche della ribellione e dell’indignazione. E’ il tempo dei lenzuoli bianchi a finestre e balconi di Palermo. E’ in questo periodo che Nadia Furnari ed un gruppo di giovani danno vita ad un’associazione a cui non danno il nome di un magistrato o di una vittima “importante”, ma il nome della giovane Rita Atria, figlia di mafiosi che aveva imboccato un cammino di liberazione e che, per solitudine, aveva scelto la morte dopo la terribile strage di via D’Amelio. Una delle cose che ancora non so dimenticare è il dolore di non aver potuto essere presente al funerale di Rita. Ma la nascita di un’associazione con il suo nome, fu per me un conforto. Per farmelo sapere, Nadia mi scrisse una lettera indirizzandola ai carabinieri del paese in cui vivevano i miei genitori e, grazie a mia madre, dopo molto tempo, la ricevetti, durante la presentazione pubblica di una fiction sulla storia di Rita.
Era tardi; quasi le 23, quando il telefono squillò in casa Furnari. Chiesi di parlare con la signora Nadia e lei chiamò la sua mamma. Precisai che volevo parlare con Nadia. Trascorsero pochi minuti; il tempo sembrava essersi fermato. Un silenzio che quasi toglieva il respiro; poi, a fatica Nadia riacquistò la parola, ed io con lei. Sentii subito che di lei potevo fidarmi. Cominciò così il nostro dialogo, la nostra amicizia. Cominciò così il mio impegno nel sociale. A quella telefonata, sono seguiti giorni di ansia e di rabbia contro un sistema che non riusciva a darmi i piccoli margini di libertà per una vita in qualche senso normale. Esasperata dalle tante “non risposte”, un giorno chiamai Nadia e le comunicai che avevo deciso di andare in Sicilia. Da sola. Senza la scorta. Luogo del nostro incontro: l’aeroporto di Catania.
Sapevamo tutto l’una dell’altra, ma non ci conoscevamo fisicamente. Ugualmente l’istinto ci ha guidate e, senza dire una parola, ci siamo ritrovate abbracciate. Solo dopo alcuni minuti ci sono state le parole: ‘Io sono Piera. Io sono Nadia’. Ma era solo una conferma.
Nel 1996, finalmente con i nuovi documenti per la mia identità, e accanto all’associazione cominciai ad incontrare i giovani nelle scuole. A qualcuno di questi incontri, sempre accanto a me in quegli anni, c’era anche mia figlia Vita Maria. Anche lei ha condiviso la difficile vita della mamma “testimone di giustizia”. Un peso che ancora grava sulla qualità della sua vita.
Quando diventi presidente dell’associazione Rita Atria? Sono diventata presidente nel 2008 su proposta di Nadia e del gruppo delle socie. Ho vissuto come un dono questa offerta, ma allo stesso tempo ero spaventata. Temevo di non essere in grado di corrispondere alle aspettative di chi me lo proponeva. Dopo qualche notte insonne, decisi di sì. Sentii che alcune parti di me si ricongiungevano, si armonizzavano in un progetto di vita in cui Piera “testimone di Giustizia” era la stessa persona – presidente di un’associazione in un ruolo che dava completezza alla sua passione civile. Accadde anche un’altra cosa bella: diventò socia anche mia figlia Vita Maria Atria, nipote di Rita Atria.
Vita Maria è impegnata nell’associazione?  Vita Maria condivide con me e Nadia la gioia di far parte di un’associazione dedicata alla zia Rita, ma sa di dover prima dedicare tutta la sua attenzione agli studi che rappresentano un punto centrale nel suo progetto di vita. Nel corso degli anni ci sono stati periodi in cui ha percepito l’associazione come una “cosa” che le toglieva importanti “pezzi” della mia attenzione. Con lei sono stata severa, ma la mia preoccupazione è stata, ed è tuttora, quella di preparala al fatto che la vita è difficile, a volte crudele. Come lo è stata la mia. Da lei ho preteso un impegno nello studio al quale neanche io mi sono sottratta. Non mi sono limitata alle parole, ma ho cercato di indicarle la strada con l’esempio; nonostante la vita da “testimone di giustizia”, ho ripreso gli studi e mi sono diplomata.
Chi è oggi Piera Aiello? Sono trascorsi 19 anni, ma io mi sento sempre più Piera Aiello. Mi sono rifatta una vita; ho un marito, una famiglia, un lavoro. Per anni ho vissuto in un mondo fatto di bugie; sì, perché la mafia è un mondo basato sull’inganno e sulla bugia. Ho continuato a vivere nella bugia perché costretta ad una doppia identità e ad una vita in località segreta. Oggi anche la più piccola bugia mi pesa. Vorrei poter vivere in libertà e piena sincerità le mie amicizie. Non mi piace essere considerata “personaggio”, ma voglio essere considerata solo come Piera, con le mie qualità e le mie fragilità.
Il tuo contributo di testimonianza l’hai dato tanti anni fa. Cosa ti spinge oggi a raccontare la tua esperienza ai ragazzi nelle scuole? Affronto con gioia le difficoltà di spostamento perché non voglio che la mia testimonianza abbia finito il suo scopo nei tribunali; sento che è importante portarla fuori, in altri luoghi dove può servire a muovere le coscienze e contribuire a diffondere la cultura della legalità e del rispetto per l’altro e per la propria comunità. Gli studi e l’arricchimento culturale possono fare molto per allontanare i giovani da una criminalità che, ancora oggi, fa leva proprio sull’ignoranza per convincerli ad “entrare al suo servizio”. Purtroppo questo accade ancora, ma i giovani si accorgono presto che nessun beneficio può venire da una scelta di illegalità e di vita violenta. Anche per questo sento che può essere utile il mio contributo di testimonianza per ribadire che “una vita senza la mafia” è possibile. E’ così che continuo il mio percorso di liberazione, cominciato tanti anni fa con la testimonianza resa a “zio Paolo”, e proseguita con il determinante aiuto di Nadia e dell’associazione Rita Atria. NOI DONNE 22.3.2010


PIERA AIELLO. LA MAFIA L’HA CONDANNATA A MORTE, NON ABBANDONIAMOLA Leggo con grande preoccupazione le parole di Piera Aiello. Piera Aiello per 27 anni è stata un “fantasma”, con volto coperto e nome falso.E’ un fantasma da quando decise di denunciare la mafia, insieme alla cognata Rita Atria, donandosi completamente a Paolo Borsellino che iniziò a chiamare “zio”. Fu il dottor Borsellino che ha dato a Piera Aiello e Rita Atria la forza quotidiana della denuncia. E la mafia la condannò a morte.
Dopo tanti anni, quasi 30, Piera racconta che “sono state rese di pubblico dominio notizie riservate su di me e sulla mia famiglia, comprese generalità e luogo di residenza protetta”.
Piera Aiello ringrazia il Quirinale ma denuncia che in questo momento sta seriamente rischiando la vita.Spero si voglia intervenire subito, se dovesse succedere qualcosa a Piera Aiello – a maggior ragione dopo la sua denuncia – saremmo tutti colpevoli. 6 Settembre 2019 PAOLO BORROMETI ARTICOLO 21


Maledetta Mafia”, di Piera Aiello e Umberto Lucentini “ Entriamo in un altro ufficio. C’è la dottoressa Piazzi, il magistrato che ho conosciuto nell’obitorio di Sciacca davanti al cadavere di mio marito. C’è un’altra donna, si presenta: è il sostituto procuratore Alessandra Camassa, apprendo che lavora alla Procura di Marsala. C’è un Brigadiere di nome Mario Blunda. Poi c’è un altro uomo che mi guarda, si alza dalla poltrona dove è seduto e mi dice: «Io sono Paolo Borsellino». Stringo la mano della Piazzi e della Camassa, stringo quella di Borsellino e mentre lo guardo in faccia gli dico: «Piacere, onorevole…».Borsellino sembra irrigidirsi, e con un accento marcatamente palermitano mi dice abbozzando un sorriso: «Aspetta un momento, chiariamo una cosa: con tutto il rispetto per la categoria… non sono un onorevole. Sono un semplice procuratore della Repubblica. Non so ancora cosa vuoi dirci, mi fa piacere che tu voglia parlare con noi, ma devi sapere subito a cosa andrai incontro se decidi di raccontare tutto quello che sai.Dovrai andare via dal tuo paese, lo dovrai dimenticare: non puoi dirmi cosa sai, accusare gli assassini di tuo marito e tornare in paese come se niente fosse successo. Per le tue accuse rischierai la vita, ecco perché dovrai andare via da lì. Di conseguenza, noi oggi non verbalizzeremo nulla. Volevo solo conoscerti, sapere la tua storia, guardarti negli occhi, dirti bene come stanno le cose. Solo quando avrai deciso cosa vorrai fare ci vedremo di nuovo per mettere a verbale la tua deposizione…».