Leonardo Vitale, il primo pentito che ha fatto paura a Totò Riina

Matteo Zilocchi – Associazione Cosa Vostra 08 aprile 2022 

“Al fatto di pentirsi ci credo poco, perché il pentimento è una cosa divina, non quello di questi signori che lo fanno per soldi”. Parole di Don Vito Ciancimino.

In effetti è difficile dare torto all’ex sindaco mafioso di Palermo. La storia del pentitismo di mafia è costellata di collaboratori di giustizia che hanno iniziato a confessare per vendetta, per interessi o proprio per soldi. Coloro che lo hanno fatto a seguito di un rimorso di coscienza per i crimini commessi – o mossi da un crisi mistica – sono pochissimi. Anzi, a memoria se ne ricorda solo uno: Leonardo Vitale.

Siamo nel 1960. Leonardo è un giovane poco più che maggiorenne, vive a Palermo, nel quartiere Altarello di Baida, borgata sud-orientale della città che si arrampica fino ai confini di Monreale. Il capomafia del mandamento è Giovambattista Vitale, detto “Titta”, suo zio. Ed è proprio quest’ultimo a farlo entrare in Cosa nostra, imponendogli come prova d’iniziazione l’uccisione di un rivale, un certo Mannino.

Vitale esegue e da quel momento si schiudono per lui le porte dell’organizzazione siciliana. Nel corso degli anni successivi compie qualche omicidio e diverse estorsioni, fino a quando, nel 1972, viene arrestato. Trascorre qualche mese in isolamento nel carcere dell’Asinara e lì prende coscienza del fatto che la vita da mafioso non fa per lui. La sua coscienza lo tormenta, non gli dà pace, fino a quando, il 31 marzo del 1973, si convince a presentarsi alla questura di Palermo.

Ad accoglierlo è il giovane commissario della Squadra Mobile Bruno Contrada. Vitale si siede di fronte al dirigente di Polizia e racconta di essere in preda a una crisi mistica, spiega di voler cambiare vita e di essere intenzionato a confessare tutti i suoi delitti per ripulirsi la coscienza ed iniziare una nuova vita.

Pur essendo da anni in servizio a Palermo, e conoscendo la mafia in tutte le sue sfaccettature, Contrada resta spiazzato dalle parole di Vitale, come racconta nel libro Il Corvo di Palermo (Glifo Edizioni): «Inizialmente rimasi spiazzato e mi posi con molta diffidenza perché non avevo mai avuto a che fare con un mafioso che dichiarava di essersi pentito di ciò che aveva fatto e di voler collaborare. Poi, a fronte del fatto che mi diede particolari relativi a un omicidio che potevano essere noti solo a chi l’aveva commesso, mi convinsi che stava dicendo la verità. Mi convinsi anche – prosegue Contrada – che non era un pazzo o un mitomane, bensì un uomo in preda a una vera e propria crisi mistica, infatti parlando non mi guardava mai, fissava il crocifisso che avevo appeso alle spalle».

Vitale è un fiume in piena. Mentre osserva il crocifisso appeso al muro, non si limita a confessare i propri delitti ma tratteggia anche la struttura di Cosa nostra, racconta dell’esistenza di una Commissione e di un rito di iniziazione. Fa anche dei nomi, in quel momento sconosciuti ai più: Toto Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e altri mafiosi di spicco, guadagnandosi sui giornali il soprannome del “Joe Valachi di Altarello”.

Potrebbe essere un Buscetta ante-litteram ma nessuno lo ascolta, perché? “Fu la magistratura, sia requirente che giudicante, – spiega Contrada – che sotto la fortissima pressione degli avvocati di coloro che Vitale aveva chiamato in causa decise di soprassedere e farlo passare per pazzo”.

E l’intento degli avvocati va a buon fine. Dopo alcune perizie psichiatriche, infatti, Vitale viene dichiarato infermo di mente e recluso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Dopo vari trasferimenti esce dal carcere nel 1984, quando a ricordarsi di lui sono quasi solo i mafiosi – che aspettano ma non dimenticano – e non gli perdonano né le confessioni affidate a Contrada né l’intervista rilasciata in carcere ad un giornalista, nella quale ha dichiarato: «Io penso che la mafia si può battere. Lo Stato è più forte della mafia. Non si può mettere la mafia contro lo stato».

Infatti, il 2 dicembre del 1984, un killer di Cosa nostra lo aspetta sulle scale della chiesa dei Cappuccini di Palermo, dove si era recato per pregare assieme alla madre, e lo fredda con due colpi di lupara alla testa, mettendo così fine alla storia del primo vero pentito di mafia.

Un anno più tardi, nel corso del Maxiprocesso, il giudice Giovanni Falcone dedica un pensiero a Vitale e sottolinea l’importanza e il coraggio del suo gesto: «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita»