GIOVANNI BRUSCA e la Strage di CAPACI

 


CAPACI: L’ORDINE PER CAPACI ARRIVA DIRETTAMENTE DAL CAPO DEI CAPI TOTÒ RIINA

 

Giovanni Brusca riceve l’incarico direttamente da Salvatore Riina e racconta: «Ci trovavamo a casa di Girolamo Guddo. Era fine febbraio, marzo… Io ero andato là per altri fatti, in quella occasione mi disse che loro già stavano progettando, lavorando per l’attentato al giudice Giovanni Falcone…»  
Il ruolo rivestito dall’imputato all’interno di Cosa Nostra fa si che lo stesso sia stato coinvolto sia nella fase esecutiva che in quella “ideativa” della strage, per cui l’analisi che qui si compie prescinderà naturalmente da quest’ultimo momento tranne che per l’input iniziale, che si era concretizzato nell’incarico ricevuto dall’imputato da parte di Salvatore Riina, che lo aveva interpellato per il reperimento dell’esplosivo e di quant’altro potesse servire per la realizzazione dell’attentato: «Ci trovavamo a casa di GUDDO GIROLAMO dietro la casa del sole, VILLA SERENA, (la casa di via Margi Faraci 40 in Palermo di cui si è trattato nel corso della deposizione del teste DI Caprio)…A mia conoscenza in quell’occasione c’era GANCI RAFFAELE, CANCEMI SALVATORE, RIINA SALVATORE, BIONDINO SALVATORE e io, per la prima occasione. Era Marzo, fine febbraio, marzo. Io ero andato là per altri fatti, in quella occasione mi disse che loro già stavano progettando, lavorando per l’attentato al giudice FALCONE GIOVANNI, infatti mi hanno dato la velocità che, il giudice FALCONE me lo hanno dato loro RIINA SALVATORE mi chiese se c’era la possibilità di potere trovare tritolo e se c’era la possibilità di potere trovare il telecomando e se ero disposto a dargli una mano d’aiuto. A questa richiesta io sono subito, mi sono messo a disposizione e ho cominciato a partecipare attivamente all’attentato…Cioè che mi hanno spiegato cosa loro avevano già fatto. Cioè quel gruppo, GANCI RAFFAELE, CANCEMI SALVATORE, BIONDINO e RIINA già avevano stabilito il luogo, avevano individuato la velocità del dottor FALCONE che faceva, io lo apprendo da loro… Ma non so se fu GANCI RAFFAELE o BIONDINO SALVATORE, non è che l’ho controllata io, già l’ho trovata controllata, cioè stabilita…il luogo che avevano individuato per commettere l’attentato era quello dove è avvenuto da PUNTA RAISI venendo verso PALERMO, 400, 500, 600 metri prima e precisamente sotto sottopassaggio pedonale che poi dall’autostrada era ricoperto da una rete di, rete metallica, cioè rete di protezione…».

GIOVANNI BRUSCA IN AZIONE Successivamente l’imputato ha fatto riferimento ad un altro luogo ancora ove si sarebbe dovuta collocare la carica esplosiva, di cui egli aveva appreso notizia sempre nel corso di queste riunioni preliminari svoltesi in presenza di Salvatore Riina, ma questo primo luogo non era stato preso in considerazione neanche per un eventuale sopralluogo di verifica della sua conformità rispetto al piano da realizzare: «Quando c’è stata la riunione dove io sono stato convocato nel mese di marzo, così vagamente si parlava, per dire, in base a quello che mi aveva detto BIONDINO, GANCI o CANCEMI o RIINA, credo fu nell’occasione credo che c’era pure RAMPULLA però non sono sicuro, si parlava di tante ipotesi e si era pensato pure di metterlo pure all’entrata, cioè, all’uscita dell’aeroporto, cioè nella curva quando lui si immetteva per l’autostrada e troviamo un cassonetto, ma era solo così discorsi, ipotesi, non cento per cento. Quelli concreti sono quelli che ha individuato il BIONDINO e poi quello dove è stato utilizzato». A livello operativo, la prima cosa che Brusca aveva fatto era stato è di proporre al Riina la figura di Pietro Rampulla, che già conosceva per i suoi contatti con le “famiglie” mafiose catanesi e che infatti era riuscito a rintracciare tramite Aiello e Galea, (“GALEA EUGENIO e AIELLO ENZO venivano settimanalmente, ogni quindici giorni, settimanalmente, ogni otto giorni a Palermo per portare messaggi da Catania per problemi di “cosa nostra” e poi perché anche noi avevamo un’amicizia vecchia e tramite costui ho mandato a chiamare RAMPULLA PIETRO..»), avendo appreso da costoro che si trattava di persona esperta nel campo degli esplosivi e dei telecomandi: «…RAMPULLA PIETRO è persona esperta in materia e vediamo se lui ci può dare una mano” dissi a Riina, anche se io già qualcosa la sapevo per l’esperienza avuta della strage del dottor CHINNICI però per essere più sicuro mi prendo la collaborazione di RAMPULLA PIETRO, uomo d’onore della famiglia delle MADONIE, non mi ricordo il suo paese di origine. Al che Riina mi disse: “Va bene”, siccome lui credo che lo conosceva mi dà l’okay. Cerco RAMPULLA PIETRO, gli chiedo la cortesia dei telecomandi, RAMPULLA PIETRO è quello che trova i telecomandi, li porta ad ALTOFONTE e ad ALTOFONTE poi là cominciamo tutta una serie di attività per portare a termine il fatto». Ricevuto quindi il benestare da Salvatore Riina in ordine all’impiego del Rampulla, che Brusca aveva condotto dal capo («…l’ho portato da RIINA SALVATORE,.. ci siamo incontrati a casa di GUDDO GIROLAMO dietro VILLA SERENA …saranno passati otto, quindici, venti giorni dal primo incontro non è che, comunque nei primi di aprile, fine marzo, a questo periodo…nel corso di questo ulteriore incontro, diciamo avvenne di metterci in atto per cominciare a lavorare per portare a termine il lavoro dell’attentato al giudice FALCONE…E c’era BIONDINO, GANCI RAFFAELE, CANCEMI, io e credo che non c’era più nessuno oltre RIINA e RAMPULLA…»), ecco che Rampulla era comparso ad Altofonte portando con sè dei telecomandi, che secondo l’imputato, avrebbe trasportato nascosti sotto la paglia riposta in un camioncino, usato per il trasporto di un cavallo di cui gli aveva fatto grazioso dono. A tale consegna avrebbe assistito anche Di Matteo. Ha confermato quindi Brusca il verificarsi degli incontri nella casa di campagna di quest’ultimo, in contrada Rebottone, nei quali si era discusso della progettazione dell’attentato, incontri ai quali aveva partecipato con assiduità. Brusca ha ammesso di aver dato incarico a Giuseppe Agrigento di portare l’esplosivo a casa di Di Matteo, e che ciò si era verificato nel mese di marzo, dopo l’incontro di presentazione fra Rampulla e Riina, precisando che lo aveva mandato a prelevarlo da un suo parente, tale Piedescalzi che lavorava in una cava, la “Inco”, da cui la sua “famiglia” mafiosa si era in passato rifornita per approvvigionarsi di esplosivo per altri attentati.  […] Quanto al congegno, Brusca ha confermato che la trasmittente era già pronta e che la sola cosa che fecero fu bloccare del tutto una leva e assicurarsi che l’altra potesse andare solo verso destra; quanto alla ricevente ha ammesso che fu costruita da loro, descrivendola come una scatoletta di legno larga 10 cm, alta 7,8, 10 cm, da cui fuoriusciva un filo di plastica che fungeva da antenna, in cui avevano montato le batterie con un chiodo che aveva determinato il contatto fra polo positivo e negativo: «La ricevente l’abbiamo completata dai pezzi per completare, cioè per, quelli che vanno usati per l’aereo modellismo… era una scatoletta di legno larga quindici, venti centimetri, lunga quindici venti centimetri, larga 10 centimetri, comunque non mi ricordo… alta 7, 8, 10 centimetri e dentro questa scatoletta abbiamo montato il motorino, le batterie, il servo e poi l’abbiamo modificata con, mettendo un chiodo il contatto che avveniva tra negativo e positivo. Nella ricevente c’era un’antenna di plastica, cioè un filo, un piccolo filo».

PROVE PER L’ESPLOSIONE Per quanto riguarda i detonatori, Brusca li ha descritti come oggetti lunghi 7 o 8 cm, con due fili che fuoriuscivano da un’estremità e che poi andavano collegati alla ricevente: ha raccontato che avevano provato a lanciarne uno fuori dalla casa nel giardino e avevano accertato che esplodeva: […] Prima di spostarsi da C.da Rebottone avevano fatto diverse altre prove: innanzitutto tramite Gioè o La Barbera, si era fatto dare da Salvatore Biondino 5 kg di esplosivo, che La Barbera avrebbe collocato in un tubo che era stato sotterrato nel giardino della casa, e che era stato collegato al telecomando. In effetti l’esplosione si era verificata all’invio del segnale, costringendo i presenti (La Barbera, Bagarella, Gioè e Rampulla che azionò il telecomando) a ripararsi a circa un centinaio di metri di distanza: […]. Inoltre l’imputato ha collocato anche in questa fase prove di velocità che gli altri collaboratori invece hanno inserito esclusivamente durante il soggiorno a Capaci: quelle di cui ha parlato Brusca si sarebbero svolte lungo la strada che collega la casa di C.da Rebottone alla strada provinciale, utilizzando la Lancia Delta bianca di Di Matteo. L’espediente usato per saggiare l’efficacia del congegno era stato anche in questo caso costituito dal ricorso all’uso delle lampadine flash, che erano state collegate al filo della ricevente e che si bruciavano ogni qualvolta veniva inviato il segnale con la trasmittente. La dislocazione dei soggetti interessati da queste prove, che si erano ripetute per 3-4-5 volte, prevedeva Rampulla al telecomando, Gioè addetto al controllo della lampadina, La Barbera posizionato sulla sommità del monte, lui e Di Matteo si alternavano alla guida della macchina: “…Al posto dell’esplosivo noi adoperavamo del flash, quelli veri, cioè la prima serie, quelli che si infilavano di sopra alla vecchia macchina fotografica, che si poteva sfilare dove uscivano due filini per poterli ricollocare al detonatore elettrico, quindi in maniera quando noi facevamo il contatto con il telecomando alla ricevente, cioè non esplodesse ma bensì bruciasse la lampadina. Quindi, RAMPULLA, io messo, RAMPULLA al telecomando quando passava la macchina per vedere quando esplodeva, GIOE’ nella lampadina, LA BARBERA messo a monte, non mi ricordo per quale motivo, e ci alternavamo io e DI MATTEO nel guidare la macchina perchè abbiamo fatto tre, quattro, cinque prove”. L’imputato ha collocato altresì nella fase Rebottone altro tipo di prova, quella relativa alla verifica dei luoghi ove la carica andava posizionata: […] L’abbandono del primo luogo trova spiegazione nel fatto che secondo BIONDINO SALVATORE …”c’era la possibilità di non una buona riuscita se si doveva fare dove era stato prestabilito perché ci voleva molto materiale…” quindi – ha aggiunto Brusca – la ricerca si era indirizzata verso altri luoghi. Dopo alcuni giorni Biondino gli aveva fatto sapere di aver trovato un altro posto perfetto e gli aveva descritto le caratteristiche di un cunicolo che evidentemente era stato localizzato lungo l’autostrada nel tragitto che il giudice avrebbe percorso dall’aeroporto alla città. Per verificare la rispondenza del luogo prescelto alle esigenze del progetto deliberato dagli agenti Brusca aveva deciso, durante la permanenza in C. da Rebottone, di chiedere consiglio ad un suo parente, che, per l’attività svolta, poteva fornirgli un parere qualificato in ordine alle modalità con cui procedere e alla efficacia della soluzione trovata, che nella sostanza si incentrava nell’imbottimento di esplosivo di un condotto autostradale: […]. Nel corso di tale opere di verifica della funzionalità del congegno era andata perduto un telecomando: […].   Esauriti tutti questi adempimenti si era passati, secondo Brusca, al trasporto dell’esplosivo a Capaci, dove erano stati portati anche la trasmittente, la ricevente e i detonatori: l’esplosivo, come già detto, si trovava a casa di Pietro Romeo, e lì erano andati a prenderlo La Barbera e Di Matteo, per riportarlo ad Altofonte da dove nel primo pomeriggio erano partiti alla volta di Isola delle Femmine:  «L’esplosivo si trovava a casa di ROMEO PIERO, da ROMEO PIERO ci è andato LA BARBERA GIOACCHINO e DI MATTEO SANTINO, prendendo per una strada secondaria dal paese sono andati a finire nella casa del DI MATTEO, arrivando a casa del DI MATTEO, c’ero io, c’era GIOE’, c’era LA BARBERA, c’era DI MATTEO, c’era BAGARELLA e Rampulla eravamo ad ALTOFONTE a CONTRADA PIANO MAGLIO».  […] Oltre alle persone menzionate erano presenti Antonino Gioè e Leoluca Bagarella: i fustini erano stari collocati sulla Patrol Jeep di La Barbera, sulla quale aveva preso posto anche lui; Di Matteo era con la sua Lancia Delta con Rampulla o Bagarella, Gioè era invece a bordo della sua auto. Allo svincolo di Isola delle Femmine erano ad aspettarli Biondino e Biondo, che li avevano portati in un villino nella disponibilità di Troia, ( «…Era un abitazione, un casa estiva, cioè casa di campagna non glielo so dire, comunque una casa villino nella disponibilità di TROIA MARIO, cioè del TROIA»…) dove avevano trovato Salvatore Cancemi, Ganci Raffaele e suo figlio Domenico, Battaglia, Ferrante.  […] Brusca aveva avuto modo di notare che nella casa c’era già dell’altro esplosivo: «…Là abbiamo trovato altro esplosivo, 130, 140, 150 chili, sarebbe un materiale polveroso tipo farina di colore giallino…l’esplosivo, il famoso SENTEX che era sul posto era se non ricordo male in sacchetti di stoffa che poi abbiamo travasato…quello che abbiamo portato noi è materiale da cava, non so se è esplosivo, come si chiama o come non si chiama, è materiale proveniente da cava, quello che è non lo so, il colore è bianco».  Ha rilevato infine, sia ad Altofonte che a Capaci, che durante il maneggio dell’esplosivo da loro procurato si sollevava polvere e che aveva avvertito, in tale frangente, un odore particolare: «… Semplicemente faceva un po’ di polvere, ma a me non mi ha creato nessun particolare, però un odore un po’ particolare e un po’ di polvere c’era…». Testi tratti dalla sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta (Presidente Carmelo Zuccaro) A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

 



CAPACI – Brusca:  “Tritolo procurato dai Graviano
”  “Una parte dell’esplosivo utilizzata per la strage di Capaci l’ho procurata io e si trattava di esplosivo di cava, il resto era tritolo e venne procurato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano di Brancaccio. Che fossero stati i Graviano a procurarlo me lo disse Totò Riina”.
 
Lo ha detto il pentito Giovanni Brusca, deponendo questa mattina nel processo d’appello in abbreviato per la strage di Capaci, che vede imputati davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta Giuseppe Barranca, Cristofaro “Fifetto” Cannella e il neo collaboratore di giustizia Cosimo D’Amato. “Questo esplosivo procurato dai Graviano – ha aggiunto Brusca – era di consistenza farinosa e di colore giallino e Pietro Rampulla, che si intendeva di esplosivo, mi disse che secondo lui si trattava di materiale proveniente da residuati bellici. Confezionammo l’esplosivo per l’attentato in dodici bidoncini da 25 chili l’uno e ne usammo anche uno da 30-35 chili”. A conclusione della deposizione di Brusca, il legale di Cannella, l’avvocato Giuseppe Dacquì, ha chiesto alla Corte di ascoltare il boss Totò Riina a conferma della dichiarazione di Brusca. Il processo è stato rinviato al 24 febbraio per la decisione della Corte; in quell’occasione verrà anche fissato il calendario delle prossime udienze ANSA GENNAIO 2016
 


GIOVANNI BRUSCA
–  Così ho ucciso Giovanni Falcone e la sua scorta

 

 

 
“Il primo lavoro era quello di riuscire a entrare nel cunicolo e vedere com’era fatto. Io ero un po stanco per tutto ciò che avevo fatto poco prima. Nel momento in cui provai a infilarmi nel cunicolo sentii un po d’affanno, mi mancò l’aria. E pensai: <>. La stessa cosa accadde a La Barbera. Nel frattempo arrivò Gioè, più riposato, più fresco. E disse: <>. Entrò al buio, tranquillo
Il primo lavoro era quello di riuscire a entrare nel cunicolo e vedere com’era fatto. Io ero un pó stanco per tutto ciò che avevo fatto poco prima. Nel momento in cui provai a infilarmi nel cunicolo sentii un po d’affanno, mi mancò l’aria. E pensai: Se entro qua dentro muoio. La stessa cosa accadde a La Barbera. Nel frattempo arrivò Gioè, più riposato, più fresco. E disse: Voglio provare io. Entrò al buio, tranquillo. Si infilò nel cunicolo e gridò: Ma io qui ci posso fare il viaggio con la fidanzata. Non ci sono problemi. Ci eravamo procurati uno skateboard, quello che usano i ragazzini per giocare. Pensavamo di metterci i fustini sopra e di trasportarli in posizione orizzontale. All’inizio, abbiamo fatto una vita da cani. Prima entravamo con le mani davanti e i piedi che restavano fuori, spingendo i fustini uno a uno. Dentro il cunicolo c’era un tubo da un pollice che usavamo come guida e che ci consentì di individuare il punto esatto dove collocare l’ultimo fustino a metà dell’autostrada. Entravamo a turno, io, Gioè, La Barbera. Bagarella e Battaglia, in quella fase, ci coprivano le spalle. Mentre noi lavoravamo, loro, armati, si guardavano intorno. Tant’è vero che arrivò una pattuglia dei carabinieri, ma erano due poveretti che forse erano andati a fare pipì. Scesero, si fermarono, fecero quello che dovevano fare e se ne andarono senza vederci perché in quella zona ci sono alberi e cespugli e noi ci eravamo nascosti in tempo. Hanno rischiato di essere uccisi, e l’attentato sarebbe saltato. Continuammo il nostro lavoro. Avevamo piazzato solo tre fustini e con difficoltà enormi. Con le mani in avanti e la faccia a terra. Per non lasciare impronte, calzavamo guanti da muratore, quelli di cuoio. Fu a questo punto che mi venne un’idea. Dissi a Gioè: Perché non ci mettiamo con la pancia sopra lo skateboard? Mettiamoci al contrario: con i piedi all’interno e spingiamo i fustini con i piedi, con la testa verso l’uscita. Tanto il primo fustino che ci fa da segnale c’è già. Ci leghiamo una corda al torace. Basta strattonarla e tu capisci che è il momento di tirarmi fuori. E così abbiamo fatto. Appena arrivavamo in fondo, ci fermavamo e quello che era fuori tirava senza fare fatica e ci faceva uscire. Con i primi tre fustini avevamo impiegato un tempo infinito e con sforzi non indifferenti. Con gli altri, in un’oretta e mezzo, ci eravamo sbrigati. Infatti avevamo già posizionato il fustino più grosso con il detonatore dentro. Per evitare di rompere il filo del detonatore lo passammo sotto il tubo, in modo che non venisse danneggiato. Il filo attraversava i fusti, dal detonatore all’uscita. Infine sistemammo altri fusti. Il cunicolo non lo chiudemmo. Mettemmo solo un po di erbacce. Non l’abbiamo murato perché avremmo suscitato sospetti. Poi c’era Troia che, abitando a Capaci, poteva controllarlo giornalmente. Fra l’altro, l’ultimo tratto del cunicolo era libero e quindi dall’esterno non si vedeva niente. Lì vicino c’erano dei materassi che servivano da punto di riferimento.  di Saverio Lodato
Iniziammo i turni il 21 maggio di pomeriggio. Eravamo sempre gli stessi ma Bagarella non c’era più. Infatti quando finimmo di collocare l’esplosivo, lui prese la moglie e se ne andò a Mazara del Vallo. In quel periodo era latitante.
La squadra si ridusse a me, La Barbera e Gioè, del mandamento di San Giuseppe Jato; Troia e Battaglia perché avevano la disponibilità del villino di Capaci; e Biondino, che faceva da tramite fra noi e i Ganci che si trovavano a Palermo. Ci eravamo messi d’accordo su come fare. Non potevamo andare sulla montagna dieci minuti prima, all’ultimo momento.
Appena arrivava il segnale della macchina che partiva, dovevamo andare a collocare la ricevente. Avevamo preparato degli spinotti che ormai si dovevano solo collegare. Avevamo l’antenna pronta e tutto il sistema era composto da un motorino che doveva andare a fare massa con un chiodo di ferro e poi sarebbe avvenuta l’esplosione.
Avevo anche detto a Ferrante: <<Giovà, mi devi fare la cortesia che quando arrivi in aeroporto, tu devi scendere dalla macchina. Devi guardare dentro l’auto di Falcone: dobbiamo essere sicuri che dentro non c’è qualcun altro. Dovessimo fare qualche pasticcio…Quindi tu lo devi vedere, Giovà; lo devi vedere. Hai capito? Scendi dalla macchina, ti metti all’ingresso del passaggio di polizia, in aeroporto. Falcone lo devi vedere entrare in macchina, devi essere sicuro. Capito Giovà? Solo allora telefoni a La Barbera>>.
Poteva fare quello che gli dicevo perché in quel momento era libero, non era latitante. Quindi lui vide in faccia il magistrato.
La collocazione dell’esplosivo avvenne a fine aprile, questa volta di notte. Il buco era già stato scelto: era perfetto, stretto, piccolino, come mi aveva detto il mio parente. Poteva avere un’efficacia come quella che poi in realtà ebbe. Avevamo le idee abbastanza chiare. Sapevamo anche che l’auto di Falcone correva sempre nella corsia dei sorpassi.
Misurammo l’autostrada, da un punto all’altro, con una corda. Dovevamo riempirne di esplosivo solo metà. Ci siamo riportati questa misura all’interno del cunicolo. Per arrivare a metà dell’autostrada bastava contare i tubi del cunicolo che misuravano un metro ciascuno e avevano un diametro di 50 centimetri.
Nell’altra corsia non collocammo l’esplosivo: si solleverà solo per effetto dell’esplosione…
Mettevamo nel conto anche il passaggio di qualche auto di <>. Ma era una possibilità su mille e ci augurammo che non si affiancasse nessuno alla macchina di Falcone. La consideravamo un’ipotesi molto remota perché, di solito, le macchine di scorta fanno allontanare le altre auto. Avevamo previsto anche questo.
Quindi, fatti tutti questi conteggi, tutte le prove, sistemato il frigorifero, arriviamo ai primi di maggio.
La notte in cui completammo l’operazione eravamo io, Gioè, Bagarella, Biondino, Salvatore Biondo il <>, Ferrante, Giovanni Battaglia, Pietro Rampulla e la Barbera. Abbiamo cominciato al tramonto. Avevamo i telefonini. Biondino e Ferrante, quando li avremmo chiamati, avrebbero dovuto portarci l’esplosivo che avevamo depositato nella villa di Troia.
 
Giovanni Brusca: Giovanni Ferrante vide arrivare il magistrato. Chiamò Gioacchino La Barbera e con una frase convenzionale -<>- in realtà gli stava dicendo: <>. Gioè, nel frattempo, riceveva la telefonata e noi ci andavamo a piazzare sulla montagna: lui con il cannocchiale e io che dovevo azionare il telecomando.
Andrà tutto come previsto. Quando la macchina raggiunse il punto del frigorifero, Gioè mi disse: <<Vai!>>. Ma io, a occhio nudo, non la vedevo. Mi ripeté: <<Vai!>>. Io, ancora, non azionai il telecomando perché se l’avessi fatto, mentre me lo diceva lui, non sarebbe successo nulla.
A un certo punto vidi la Croma su cui viaggiavano Falcone, la moglie e l’autista, ma rallentava! E anch’io ritardai nel premere il pulsante. Azionai la levetta non quando l’auto raggiunse il frigorifero, mio punto di riferimento, ma dopo.
La macchina rallentava -ma questo lo saprò a strage avvenuta- perché Falcone aveva tolto le chiavi dal quadro per passarle all’autista che stava dietro. Un fatto incredibile, che venne poi raccontato dall’autista, Giuseppe Costanza, che sopravvisse all’agguato: il magistrato staccò le chiavi perché, nel mazzo, c’erano anche quelle del suo appartamento. Aveva deciso di non rientrare subito a casa e aveva affidato a Costanza il compito di accompagnarvi solo sua moglie, dopo che lui era sceso da un’altra parte. L’autista stava per dare a Falcone una copia delle chiavi dell’auto…Ma non ne ebbe il tempo….
La macchina scese a 80-90 chilometri orari. Io vedevo, a occhio, che la Croma perdeva velocità. Gioè insisteva con il <<vai!>>, azionai il telecomando e successe quello che doveva succedere.
La collocazione dell’esplosivo avvenne a fine aprile, questa volta di notte. Il buco era già stato scelto: era perfetto, stretto, piccolino, come mi aveva detto il mio parente. Poteva avere un’efficacia come quella che poi in realtà ebbe. Avevamo le idee abbastanza chiare. Sapevamo anche che l’auto di Falcone correva sempre nella corsia dei sorpassi.
Misurammo l’autostrada, da un punto all’altro, con una corda. Dovevamo riempirne di esplosivo solo metà. Ci siamo riportati questa misura all’interno del cunicolo. Per arrivare a metà dell’autostrada bastava contare i tubi del cunicolo che misuravano un metro ciascuno e avevano un diametro di 50 centimetri.
Nell’altra corsia non collocammo l’esplosivo: si solleverà solo per effetto dell’esplosione…
Mettevamo nel conto anche il passaggio di qualche auto di <>. Ma era una possibilità su mille e ci augurammo che non si affiancasse nessuno alla macchina di Falcone. La consideravamo un’ipotesi molto remota perché, di solito, le macchine di scorta fanno allontanare le altre auto. Avevamo previsto anche questo.
Quindi, fatti tutti questi conteggi, tutte le prove, sistemato il frigorifero, arriviamo ai primi di maggio.
La notte in cui completammo l’operazione eravamo io, Gioè, Bagarella, Biondino, Salvatore Biondo il <>, Ferrante, Giovanni Battaglia, Pietro Rampulla e la Barbera. Abbiamo cominciato al tramonto. Avevamo i telefonini. Biondino e Ferrante, quando li avremmo chiamati, avrebbero dovuto portarci l’esplosivo che avevamo depositato nella villa di Troia.
(Da -HO UCCISO GIOVANNI FALCONE- di Saverio Lodato. La confessione di Giovanni Brusca.)

 

BRUSCA “SI DISPIACE” DI NON AVERE COLPITO IN PIENO IL GIUDICE 

 

Il motivo per cui Brusca non era riuscito a colpire in pieno l’auto su cui viaggiava il giudice insieme alla moglie va ricercato in un fattore imprevisto: in quegli istanti sulla Fiat Croma si stava verificando l’episodio delle chiavi disinserite dal quadro, che aveva causato il rallentamento dell’automobile guidata in quel momento dal dottor Falcone Sull’esplosione l’unico contributo che ha offerto l’istruttoria dibattimentale è costituito dalla deposizione di Giovanni Brusca, che ha svelato di aver azionato la levetta solo alla terza sollecitazione di Gioè, che evidentemente aveva ritenuto già da prima che fosse stata raggiunta dalle macchine la posizione utile per provocare un’efficace esplosione. Ora bisogna tenere presente che secondo La Barbera, Gioè era colui che interloquiva nel corso della telefonata durata 325 secondi: deve ritenersi allora che Brusca, collocato accanto a Gioè, avesse la trasmittente in mano e disponesse del cannocchiale. Esaminando le dichiarazioni di Brusca parrebbe, ad una prima analisi, che vi fosse stata esitazione, perchè Gioè, secondo il suo racconto lo avrebbe incitato per ben tre volte a dare il segnale, e lui, di contro non si sarebbe mosso se non dopo l’ultima sollecitazione. Egli, infatti, aveva voluto essere sicuro che l’esplosione coinvolgesse la seconda macchina, quella bianca, sulla quale sapeva viaggiare il giudice: l’esitazione si spiega perchè Brusca per ottenere tale effetto, aveva intuito che doveva aspettare di più rispetto a quanto non facesse durante le prove di velocità, perchè Gioè gli aveva sicuramente comunicato la velocità delle macchine. Gioè quindi lo incitava perchè, ad occhio nudo non poteva cogliere con precisione la velocità con cui le macchine si avvicinavano al cunicolo, ma vedeva solo che le macchine genericamente stavano raggiungendo il punto ove era stata collocata la carica: era stato corretto pertanto da parte di Brusca aspettare, perchè solo in questo modo sarebbe stato sicuro che l’esplosione avrebbe centrato in pieno la macchina che gli interessava. Così però non era stato, perchè come si è visto nella parte introduttiva della presente trattazione, solo la prima Croma era stata investita dall’esplosione, mentre la seconda era stata colpita dai riflessi dell’onda di urto provocata dalla detonazione della carica esplosiva.

E FALCONE TOLSE LE CHIAVI DAL CRUSCOTTOIl motivo per cui Brusca non era riuscito a ottenere l’effetto desiderato va ricercato in un fattore imprevisto, dovuto al fatto che in quegli istanti sulla Fiat Croma si stava verificando l’episodio delle chiavi disinserite dal quadro, che aveva determinato un rallentamento della marcia dell’autovettura, per cui, quando Brusca aveva azionato la levetta si era trovato spiazzato, perchè l’auto guidata dal dott. Falcone, che avrebbe dovuto trovarsi secondo i suoi calcoli più avanti, era rimasta invece indietro per effetto del rallentamento dovuto al disinserimento delle chiavi dal cruscotto. Se tale episodio non si fosse verificato, la seconda macchina sarebbe probabilmente stata investita da un’onda d’urto di intensità analoga a quella che aveva colpito la prima. Le argomentazioni esposte in ordine a quanto era accaduto nel momento in cui si era proceduto all’azionamento della levetta ben si armonizzano con i tempi tecnici impiegati dal segnale per pervenire alla ricevente: va infatti riportato che il tempo necessario all’impulso elettrico per provocare l’interruzione del circuito è dell’ordine di grandezza di 1/4-1/2 millisecondo, per cui, tenuto conto anche della distanza che il segnale inviato dalla postazione a monte doveva coprire, il tempo impiegato, nel complesso, risulta ben compatibile con la sequenza temporale indicata dall’imputato. Superato così il momento dell’esplosione, era cominciata per tutti gli operatori la fase del rientro, preceduta, per il gruppo appostato sulla collina dalla distruzione degli oggetti materiali che erano serviti alla realizzazione dell’attentato nella sua ultima fase, e cioè il cannocchiale, la trasmittente ed il piedistallo, che come al solito erano stati distrutti da Battaglia. Brusca si era diretto allora con la Renault Clio di Biondino verso la casa di Guddo, La Barbera era andato a prenderlo al parcheggio, ed insieme si erano diretti verso Altofonte, dove erano stati raggiunti da Gioè e Di Matteo. Ferrante prima aveva accompagnato Biondo a casa, poi se n’era andato in P.zza San Lorenzo, dove aveva incontrato un suo conoscente, Pietro Cocco, con cui si era intrattenuto per crearsi un eventuale alibi. Tale circostanza, cioè l’incontro con il Cocco, è stata riscontrata in dibattimento in esito alla deposizione del predetto, che ha confermato l’episodio narrato dall’imputato. E’ possibile poi, in base all’esame dei traffico telefonico evidenziato nei tabulati, trovare traccia documentale dei contatti fra Brusca e La Barbera: il primo è registrato alle 18.39, allorchè Brusca aveva chiamato La Barbera, verosimilmente per dirgli di andarlo a prendere da Guddo. Successivamente, alle 19.49, La Barbera aveva richiamato Brusca, ed è verosimile che questa fosse la telefonata nella quale egli, preoccupato del ritardo di Brusca, lo aveva chiamato per avere spiegazioni, e aveva capito quindi di aver sbagliato il posto dell’appuntamento. Brusca quindi lo aveva richiamato alle 19.53, alle 19.55, e alle 21.03, mentre La Barbera gli aveva telefonato ancora alle 20.06 e alle 20.15: in definitiva si tratta di telefonate probabilmente aventi ad oggetto questioni relative alla localizzazione dell’appuntamento per prelevare Brusca dalla villetta di Guddo. Quel che può affermarsi con relativa certezza è che i due si erano incontrati dopo le 20.15, ed è quindi da tale orario in poi che si erano messi dunque in moto per tornare ad Altofonte. In ordine allo sviluppo della serata è possibile registrare nella sostanza un’apprezzabile convergenza fra le dichiarazioni di Brusca, Di Matteo e La Barbera, che rende pertanto superfluo soffermarsi partitamente su ogni singolo passaggio. Quel che occorre sottolineare, invece, è il rilievo che assume la riunione a casa di Girolamo Guddo, sull’esistenza della quale hanno concordato Brusca e, sia pur con una certa fatica, Salvatore Cancemi. Si tratta in pratica della riunione che aveva chiuso la fase esecutiva dell’attentato, che aveva visto la presenza, oltre che di Brusca e Cancemi, anche e soprattutto, dei capi, come Salvatore Riina e Raffaele Ganci, nonchè di altri rappresentanti di spicco di altri mandamenti, quali Salvatore Biondino e Michelangelo La Barbera, riunione durante la quale tutti aspettavano che la notizia della strage venisse data in televisione per commentare le gesta compiute. Ed è proprio raccontando di questo accadimento che Cancemi e Brusca si sono sforzati reciprocamente l’uno di dipingere l’altro come il mostro che “ aveva gioito per la notizia della morte del giudice” o , dall’altro lato, come colui “ che aveva sputato sulla televisione” alla notizia della morte di Giovanni Falcone. Con riferimento a fatti successivi alla strage, l’elemento più importante che occorre sottolineare per la rilevanza dell’apporto probatorio che fornisce alla ricostruzione degli eventi, è la convergenza che si ricava dalle dichiarazioni degli imputati, segnatamente La Barbera, e le deposizioni di tutti i testi che in veste di funzionari di polizia giudiziaria si sono occupati del covo di via Ughetti. Che detto immobile fosse stato occupato fra gli altri anche da Gioè e La Barbera, lo si evince dal fatto che tale circostanza è stata riscontrata oggettivamente perchè gli appartenenti alla Dia hanno riferito di aver visto Gioè affacciarsi alle finestre dell’appartamento durante il periodo in cui si svolse l’appostamento, periodo che temporalmente è coincidente con quello indicato dall’imputato. Quel che rileva in questa fase è l’ammissione, da parte dell’imputato, dell’effettivo svolgimento della conversazione con Gioè relativa alla localizzazione di Capaci come il luogo dove essi realizzarono “l’attentatone”, come risulta documentato dal tenore della relativa intercettazione ambientale documentata in atti.

GIOÈ FERMATO DAI CARABINIERI Con riferimento poi alla posizione di Antonino Gioè, merita segnalazione la convergenza delle deposizioni di Di Matteo, La Barbera, ed in ultimo di Brusca, sulla questione della predisposizione dell’alibi di Antonino Gioè. Tutti hanno concordato sul fatto che Gioè aveva raccontato ai Cc, che lo avevano sentito poco dopo la strage, che aveva trascorso i momenti immediatamente precedenti all’eccidio in compagnia del geometra Di Carlo, che era stato invitato dal Gioè a confermare tale versione. Brusca poi si è inserito su tale scia, riferendo che era sua intenzione approfittare di tale alibi, per via del fatto che le contestazioni che avrebbero potuto muovere a lui sarebbero state le stesse ascritte al Gioè, posto che i due erano insieme appostati sulla collina al momento dell’esplosione. Orbene a fronte di tale ricostruzione, va posta la deposizione del geometra Di Carlo, escusso alle udienza dibattimentale del 25 ottobre 96, dalla quale possono trarsi numerosi spunti che avvalorano le dichiarazioni degli imputati chiamanti in correità: innanzitutto, Di Carlo ha affermato di essere stato sentito dai Carabinieri di Capaci il 24 maggio 92, e quindi subito dopo l’evento delittuoso, con ciò confermando la circostanza che gli investigatori vollero sentirlo subito dopo Gioè, per controllare dunque tempestivamente se l’alibi proposto da questi fosse fondato o meno. Si segnala poi che il teste ha ammesso di conoscere da tempo il Gioè, e di non essere in grado di collocare con precisione il giorno in cui avvenne l’incontro con il predetto, su cui si era concentrata l’attenzione degli investigatori. A riprova di tale circostanza si deve considerare che, sulla base delle rivelazioni degli imputati chiamanti in correità, l’episodio a cui faceva riferimento Gioè per precostituirsi l’alibi non era infondato in radice, ma si era effettivamente verificato in quel periodo, per cui l’unica cosa che si richiedeva al Di Carlo era trasporre un evento vero ad un giorno diverso da quello in cui realmente si era verificato, cioè al 23 maggio. Il dato che però costituisce l’elemento di maggiore perplessità in ordine alla deposizione del teste risiede nelle oscillazioni delle affermazioni relative alla fissazione dell’orario dell’incontro con Antonino Gioè, che è il miglior indice per arguire che la titubanza del Di Carlo è stata frutto del timore di ripercussioni personali ad opera di quella parte di persone vicine a Cosa Nostra, gravitanti nel gruppo di Altofonte, non ancora colpito da provvedimenti restrittivi. A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA


DOPO LA STRAGE, GLI ASSASSINI BRINDANO CON LO CHAMPAGNE DAVANTI ALLA TV 

 

Giovanni Brusca si ritrova a casa con Gioacchino La Barbera, Mimmo Ganci e Salvatore Cancemi. I mafiosi non sanno ancora se il giudice è vivo o morto. Quando arriva la notizia Brusca ricorda: «Cancemi si alza dalla sedia e va verso il televisore e comincia a sputare. Cornuto, finalmente, meno male, di qua, di là, si alza mette mani in tasca… c’era un ragazzo, un certo Giovanni, Giovanni u siccu… esce i soldi dalla tasca e gli dice: vai a comprare una bottiglia di Champagne…»  […] Al momento della telefonata, che era arrivata da Palermo, sia sul cellulare di La Barbera che su quello di Ferrante, si trovavano nel villino TROIA, GIOE’ e LA BARBERA, che dopo la telefonata erano andati via subito, perchè dovevano accompagnare La Barbera alla sua macchina, per poi andare ad azionare la ricevente. Brusca aveva appreso che o Gioè o La Barbera ne avevano verificato il funzionamento. Lui, insieme a Biondino e Battaglia, si era invece avviato alla postazione, dove poi era stato raggiunto da Gioè ed erano passati prima dal casolare dove era stata nascosta da Battaglia la trasmittente.  Ferrante invece si era avviato verso l’aeroporto: «Dunque, per come già ho raccontato nelle disposizioni che già avevamo prestabilito, cioè il gruppo di PALERMO di GANCI, CANCEMI e GANCI DOMENICO, poi non so se c’erano altre persone per come poi ho saputo, che dovevano controllare PALERMO per verificare quando la macchina del corteo partiva per andare a PUNTA RAISI, e doveva chiamare sia al FERRANTE che a noi, a noi riguardava il telefonino di LA BARBERA, in modo che il FERRANTE si doveva mettere all’uscita dell’autostrada di CARINI in modo che quando vedeva passare le macchine per andare all’aeroporto potesse seguirle, in modo che arrivando all’aeroporto si fermasse in un punto dove vedeva uscire il Dottore FALCONE mettersi in posizione molto chiara per vedere in faccia proprio, doveva vedere visivamente il Dottore FALCONE per dire 100 per 100 è sulla macchina; dopo avere preso questa conferma al 100 per 100 il FERRANTE doveva chiamare a LA BARBERA, però già noi avevamo avuto la stessa telefonata che il FERRANTE aveva avuto perché mentre lui faceva questa opera di andare all’aeroporto noi dovevamo andare ad azionare la ricevente nel cunicolo, dunque, nel mentre che FERRANTE va all’aeroporto in attesa che il giudice FALCONE scende dall’aereo e si metta in macchina, il gruppo quello che siamo nel casolare, siamo io, FERRANTE, io, LA BARBERA, GIOE’, TROIA, BATTAGLIA e BIONDINO. E allora, BATTAGLIA, TROIA, GIOE’ e LA BARBERA se ne vanno, perché dovevano andare ad azionare il, la ricevente.. eravamo nel villino adiacente. Dunque, e subito ci, no, ci spostiamo poi nel casolare per 5 minuti, 10 minuti perché il BATTAGLIA è andato a prendere subito, no è andato a prendere l’avevamo già a disposizione nel casolare, dal casolare parto io, BIONDINO, io e BIONDINO partiamo per la collina e BATTAGLIA GIOVANNI, GIOE’, LA BARBERA e TROIA scendono verso giù, uno perché devono andare ad azionare il, la ricevente, due perché dovevano accompagnare il LA BARBERA nella macchina in quanto non l’aveva posteggiata nelle vicinanze del villino per non credere troppa confusione. Il GIOE’ dopo avere azionato il telecomando avendo contastato 100 per 100 che tutto era al posto veniva…GIOE’, non so io, da lì sono partiti GIOE’, LA BARBERA e TROIA che dovevano azionare la ricevente ed accompagnare il LA BARBERA per mettersi in macchina per andarsi al punto dove stabilito nella strada parallela all’autostrada, quindi poi se l’ha azionato LA BARBERA o l’ha azionato GIOE’ questo non glielo so dire perché io non ero presente, però a me mi interessava che GIOE’ quando tornava aveva la conferma 100 per 100 che tutto era al posto».  Sul punto ritorna in esito a contestazione del Pm tratta dal verbale del 4 settembre 96 e spiega così il senso delle dichiarazioni rese: «Signor Presidente, come ho detto questa mattina io non posso ricordare con precisione quello che hanno potuto fare gli altri, io mi ricordo precisamente quello che ho fatto io. Quindi, sugli altri ci può essere sempre un momento di confusione, non di confusione, penso una cosa e possibilmente ne può aver fatto un’altra, però quello che ricordo che quelli che hanno avuto l’incarico di andare ad azionare il telecomando è stato: LA BARBERA, GIOE’ e il TROIA. Il TROIA perchè doveva accompagnare al LA BARBERA nella macchina in quanto la macchina non l’aveva posteggiata vicino al casolare, ma bensì l’aveva posteggiata in un posteggio nella periferia, vicino la statale 113. Quindi, il TROIA necessariamente doveva andare ad accompagnare il LA BARBERA. Il GIOE’ ci doveva essere ugualmente perchè venendo poi a trovare me, confermandomi che tutto era andato a posto, cioè era stato azionato il telecomando, era stata levata la custodia del chiodo, del chiodo per fare la massa alla ricevente. E tutto era stato appeso l’antennino, perchè nell’antenna abbiamo messo una bacchettina, cioè per stare all’impiedi, per avere una efficienza molto più proficua. Quindi, in linea di massima credo che non ci sia un grosso spostamento di quello che ho detto allora e quello che sto dicendo oggi. Io ricordo precisamente che questi tre hanno avuto questi compiti, se poi fra di loro li hanno cambiati non glielo so dire».  Espletati questi adempimenti preliminari, era tutto pronto per passare all’azione: il commando operativo che si trovava sul luogo scelto per azionare la carica, era formato da Brusca, Gioè, Battaglia, ( quest’ultimo doveva poi distruggere tutto quanto era servito per l’esplosione), e Biondino, che era rimasto di guardia all’inizio della stradella.

SQUILLANO I CELLULARI Di lì a poco era arrivata la telefonata di La Barbera, preavvisato a sua volta da Ferrante, che aveva preannunciato l’arrivo del corteo delle macchine, ed aveva fatto intendere all’interlocutore, Gioè, che la velocità delle auto era inferiore rispetto a quella che loro avevano preventivato: «Dopodiché il LA BARBERA se ne va per il suo compito, per andare al punto specifico per andarsi a posizionare nella strada parallela all’autostrada, il GIOE’ mi viene a trovare e si mette alla posizione del cannocchiale, io mi metto con il telecomando in mano, il BATTAGLIA in attesa che tutta l’operazione per prendersi il telecomando, lo sgabello e il cannocchiale; il BIONDINO mi aspetta all’entrata della stradella perché era ostruita da un recinto dal terriccio e noi dovevamo fare circa 100-120 metri, 150 metri a piedi e il BIONDINO ci aspettava all’inizio della stradella. Quindi, dopo tutto questo preparativo ognuno al suo posto, dopodiché arriva la telefonata, cioè il FERRANTE doveva telefonare al LA BARBERA, LA BARBERA doveva telefonare a noi, e così è successo. Il LA BARBERA telefona e telefona, la telefonata la prende GIOE’, perché GIOE’ era con il telefonino e con il cannocchiale per vedere il, cioè l’andamento delle macchine, però anche io ad occhio nudo vedevo il corteo, dalla velocità che ci avevano, cioè il LA BARBERA ci dice 120-130 già questo, la differenza di velocità già LA BARBERA ce l’aveva detto, cioè facendoci dire, non mi ricordo con quale parola convenzionata, comunque dalla parola convenzionata noi capivamo il tipo di velocità che il corteo aveva, dopodiché il LA BARBERA stacca la telefonata e noi aspettiamo che noi arriva il corteo di macchina al punto stabilito. Ad un certo punto GIOE’ mi dice vai, ma io non lo so per quale motivo cioè ero bloccato ad azionare quel telecomando, anche perché vedevo che il corteo la velocità che mi avevano detto non era, era molto, molto più lenta e d’istinto io non aziono il telecomando quando il GIOE’ mi dice via, infatti il GIOE’ mi dice via, via, cioè me lo dice 3 volte, alla terza volta io aziono il telecomando, dopodiché vedo non vedo niente vedo solo una fumata, un rumore e non vedo più niente, dopodiché abbiamo consegnato tutto al BATTAGLIA il binocolo, cioè il cannocchiale, il piedistallo che avevamo fatto costruire e il telecomando, io e GIOE’ ce ne siamo andati con la sua CLIO e il BIONDINO con la sua CLIO».  Brusca era riuscito anche a distinguere, pur se sommariamente, la dinamica dell’effetto deflagratorio: «Ho visto una grande fumata, una vampa di fuoco e non tutta in una volta ma bensì a ripetizione, secondo me erano i fustini che man mano, cioè fra di loro si andavano, per forza, non so come viene descritta…ho visto questo tipo di fiammantazione, cioè partendo al centro poi tutto evade e si andava facendo questo tipo di esplosione, però non ho visto più niente, cioè ho visto solo queste due cose…ho provato, non lo so la fine del modo, cioè ho visto una cosa molto, molto terribile. Cioè effettivamente un momento di esitazione l’ho avuto, anche in quel momento, non perché oggi lo sto dicendo, perché non è molto facile».

I MAFIOSI SCAPPANO All’esplosione era seguita immediatamente la fase di allontanamento dalla collinetta alla volta di Palermo, che era stato operato attraverso strade secondarie per l’ovvia impossibilità di prendere l’autostrada; con Biondino si erano separati appena arrivati sulla circonvallazione, mentre essi avevano proseguito fino all’abitazione di Guddo, dove erano attesi da Raffaele Ganci e Cancemi.  Una volta giuntivi, Gioè era andato via subito, per tornare ad Altofonte e vedere se era possibile farvi rientrare Brusca, che gli aveva chiesto espressamente di avvisare telefonicamente La Barbera, che poi sarebbe passato a prenderlo, se ci fossero stati movimenti delle forze dell’ordine: «…Abbiamo passato il paese di CAPACI, siamo pasti per TORRETTA, siamo saliti alla strada che porta a BOCCADIFALCO, MOTELEPRE, e siamo andati per BOCADIFALCO, arrivati a BOCCADIFALCO precisamente dove c’è l’ENEL scendendo più sotto, prima di arrivare alla CINCONVALLAZIONE della VIA LAZIO con BIONDINO ci siamo fermati, ci siamo salutati lui se ne è andato per i fatti suoi e noi per i fatti nostri, siccome in previsione che il GIOE’ poteva essere controllato visto quello che era successo, siccome avevo già con GANCI RAFFAELE e con CANCEMI avevamo stabilito di vederci nella casa di GUDDO GIROLAMO dietro VILLA SERENA, e la prima tappa, io e GIOE’ l’abbiamo fatta in quella casa, arrivando in quella casa io scendo e mi metto assieme a loro due ad aspettare la notizia in televisione, GIOE’ se ne va al ALTOFONTE sia per vedere il movimento se era controllato cosa succedeva per poi chiamarmi e farmi rientrare..lui chiamava al LA BARBERA e poi io mi sentivo con LA BARBERA perché GIOE’ non aveva più telefonino, perché io avevo quello del DI MATTEO e LA BARBERA aveva il suo, e con GIOE’ siamo rimasti che lui chiamava dal telefonino dalla pompa, cioè dal telefono credo quello pubblico, non so, credo che chiamasse dalla pompa, dal distributore di benzina, chiamasse al LA BARBERA e poi il con LA BARBERA ci siamo messi d’accordo per venirmi a prendere per portarmi poi ad ALTOFONTE».

SI ASPETTA LA NOTIZIA DELLA MORTE DI FALCONE La riunione era stata organizzata per attendere che la notizia venisse data dalla televisione ed avere la conferma che l’obiettivo era stato raggiunto: «A casa si commentò io, LA BARBERA, io, GANCI e CANCEMI commentavamo, non sapevamo se era, se il Dottore FALCONE era morto, era vivo, nel frattempo si accende la televisione e già la televisione parlava di questo fatto, e dava la notizia che il Dottore FALCONE era vivo, nessuno dei tre parlava però ad un certo il CANCEMI comincia a fare apprezzamenti molto, ma molto negativi che anche io stesso solo a sentirli mi veniva da, non lo so ma chistu è pazzo, non so cosa, cosa stia dicendo, questo di qua, questo là, se questo rimane vivo ci distrugge, se questo, cioè non ho il coraggio neanche di ripetere quello che diceva…questo cornuto, questo, tutte queste cose…cioè questo cornuto ci fa il dietro così, ce lo fa grosso, ci distrugge, ci, cioè queste erano tutte parole solo ed esclusivamente di CANCEMI infatti io e GANCI RAFFAELE ci guardavamo in faccia per dire ma chistu che cosa sta dicendo, nel frattempo dopo un mezz’oretta, 20 minuti, dopo tutti questi apprezzamenti, sulla televisione esce una striscetta che il Dottore FALCONE era morto, e un’altra volta il CANCEMI si alza dalla sedia e va verso il televisore e comincia a sputare, cornuto, finalmente, meno male, di qua, di là, si alza mette mani in tasca, c’era un ragazzo che era anche lui un certo GIOVANNI, GIOVANNI U SICCU chiamato che poi so che ad un certo, non mi ricordo come si chiama, è stato individuato e poi è stato arrestato, esce i soldi dalla tasca vai a comprare una bottiglia si CHAMPAGNE, e si prepara a guardare il CANCEMI, sia io e GANCI RAFFAELE, dice anche se io non bevo perché forse il CANCEMI non beve o è astemio, non lo che cosa è, brindiamo, facciamo, diciamo, e così è avvenuto. Abbiamo preso questa bottiglia, abbiamo stappato, preso 3 bicchieri, c’era questo GIOVANNI pure, il padrone della casa pure, però quelli non capivano a che cosa, hanno intuito poi dalla televisione cosa stavamo brindando, e questo è avvenuto quando è successo dentro la casa di GUDDO GIROLAMO, dopodiché, nel frattempo io mi sentivo con LA BARBERA che lui non so come mai si era andato a recare nella casa di VIA IGNAZIO GIOE’ e poi dalle telefonate gli ho detto di recarsi a VILLA SERENA, di aspettarmi a VILLA SERENA che io mi sarei fatto accompagnare. Credo dalla casa di GUDDO GIROLAMO a VILLA SERENA se non ricordo male o GIOVANNI U SICCU, o GANCI RAFFAELE mi accompagnò nel, a VILLA SERENA, nel parcheggio, nel posteggio, dopodiché ci siamo messi in macchina…lì c’era il LA BARBERA ad aspettarmi, mi sono messo in macchina con LA BARBERA e mi sono recato ad ALTOFONTE. Il LA BARBERA mi raccontò che quando, dopo averci dato il segnale non so dove, a CAPACI, a CANINI, non mi ricordo dove, che essendo che c’era traffico, traffico perché si era creato un ingorgo con molta confusione, il LA BARBERA aveva il finestrino aperto e sentiva il commento della gente, dicendo, non sapeva se c’era FALCONE o meno: “lo hanno ucciso, che peccato – dice – mi raccomando” il LA BARBERA diceva c’era chi piangeva e tutti questi commenti…credo che nel tragitto ci sia stata una telefonata da parte di GIOE’ a LA BARBERA per dirci: tutto a posto, cioè, vi siete visti, non vi siete visti? Credo che questo sia avvenuto. Questo contatto è perché ci dava il via libera che a ALTOFONTE era tutto a posto e che potevamo proseguire tranquillamente».  Una volta giunti ad ALTOFONTE, i due si erano recati nell’abitazione di Di Matteo, quella adiacente alla sua casa in paese e vi erano restati solo per poco, una mezzora circa, perchè Di Matteo aveva un impegno con un certo MATTIA GIUSEPPE per festeggiare l’acquisto di un attrezzo agricolo. Erano andati allora a cenare a casa di Gioè, e con loro c’era anche un tale BENTIVEGNA SALVATORE, che era all’ oscuro di ogni cosa, e nell’occasione aveva commentato l’accaduto, ma solo in termini generici a causa della presenza di Bentivegna: «In quell’occasione il GIOE’ diceva che era successo un fatto storico perché in SPAGNA era successo non so, un re che gli avevano fatto quasi un attentato simile, e che questo aveva superato quell’azione, però parlando così genericamente senza riferimento siamo stati noi, non siamo stati noi perché c’era la presenza del BENTIVEGNA che ascoltava e non potevamo dire niente,… nel senso che la televisione parlava di servizi segreti, parlava di questo cioè commentavamo quello che diceva la televisione, perché c’era il BENTIVEGNA e non potevamo parlare apertamente davanti al BENTIVEGNA per dire che eravamo stati noi, ma il fatto generico che parlavamo, guardi non mi ricordo cosa dice, però genericamente ne parlavamo, l’unico fatto che mi è rimasto impresso è stato questo fatto, cioè il fatto che in SPAGNA era subito questo attentato e che, e chi aveva fatto, GIOE’ diceva così, chi aveva fatto questo aveva superato gli spagnoli». Finita la cena, Brusca aveva appreso da Di Matteo della presenza dei carabinieri nei pressi del luogo ove si rifugiava, (una casa che era intestata alla moglie di DI MATTEO MARIO SANTO, VERSELLESE FRANCA), dove fra l’altro abitava un altro latitante, tale Capizzi Benedetto, ed allora, per precauzione, si era fatto accompagnare a Piana degli Albanesi, dove aveva trovato rifugio nell’abitazione di un altro uomo d’onore, Matranga Giovanni: «Dopo avere abbandonato questa abitazione siccome il DI MATTEO aveva avuto segnali che nella casa dove io abitavo c’era stato un movimento da parte dei Carabinieri, quindi non sapevamo se era per me o per CAPIZZI BENEDETTO in quanto là ci abitava la cognata, quindi siccome io latitante, CAPIZZI BENEDETTO latitante, non sapevamo se i Carabinieri, cioè in borghese a bordo di una FIAT UNO perché cosa, cioè cosa andavano a controllare, perché questo sospetto, perché il punto dove io abitavo si ci doveva andare appositamente, non era un posto di passaggio, siccome chi ha visto questo movimento ha avvisato il DI MATTEO, dice senti ho visto del movimento strano, quando io sono rientrato il DI MATTEO mi avverte di questo fatto al che io non ho voluto andare più in quella casa, infatti, mi vado prendere tutta la biancheria, mi vado a prendere tutta la biancheria e la moglie del DI MATTEO mi aveva lavato un paio di tennis e si era premunita subito di andarmi a prendermi questo paio…scarpe di tennis dicendo tutto a posto, hai bisogno, non hai bisogno, già la televisione tutti avevano detto quanto era successo, naturalmente lei aveva visto, si premuniva se io avevo di bisogno di qualcosa, no, ho detto FRANCA non ho bisogno di niente, dopodiché mi sono preso le scarpe da tennis, mi sono preso la biancheria che avevo in quella casa, mi sono messo a bordo della mia Y10 che io avevo e LA BARBERA E GIOE’ mi hanno accompagnato a PIANA DEGLI ALBANESI, strada facendo quando abbiamo passato, abbiamo visto il DI MATTEO, la moglie e LO PETTO che si trovavano a passare, ci hanno salutato e noi ce ne siamo andati a PIANA, io arrivando a casa di MATRANGA GIOVANNI, uomo d’onore della famiglia di PIANA DEGLI ALBANESI, mi sono fermato, mi sono fermato lì. Dopodiché loro se ne sono tornati, mi ricordo che piovigginava quella sera, dopodiché loro se ne sono tornati e ci siamo rivisti non so se dopo 2-3-4 giorni. Poi ho saputo che in quella abitazione di Capizzi è stata effettuata effettivamente una perquisizione, credo la mattina, la mattina dopo il 24 sia sta effettuata la perquisizione, me lo ha detto LA BARBERA e GIOE’, loro, sempre loro mi informavano chi sapeva, cioè mi hanno detto sai quel movimento ci iro a fari perquisizione dal cognato di CAPIZZI BENEDETTO, cioè io non so loro me lo hanno detto». L’imputato ha ricordato, oltre agli avvenimenti legati alla realizzazione materiale della strage, anche un episodio successivo, verificatosi nel mese di luglio, relativo ad interventi tesi alla sistemazione del terreno dove erano state effettuate le prove dell’esplosivo, di cui però non si è trovato alcun riscontro: «Dunque, nel mese di luglio, nel mese di luglio, giugno, comunque estate, arriva DI CARLO CALOGERO, uomo d’onore della famiglia di ALTOFONTE, cognato di LA BARBERA GIOACCHINO, avendo effettuato un colloquio con lo stesso, cioè con il collaborante LA BARBERA GIOACCHINO, gli dice di andare a levare cioè togliere il pezzo di risulta, cioè il pezzo di cemento quello che avevamo fatto la prova, quello che avevamo fatto la prova in contrada REBOTTONE che questo materiale lo avevamo spostato vicino alla casa cioè quando abbiamo fatto l’esplosivo il LA BARBERA GIOACCHINO l’aveva spostato con il suo mezzo vicino la casa del DI MATTEO al ché il LA BARBERA, non so, perché aveva intuito che c’era qualcosa che non andava o ha saputo dell’omicidio di GIOE’, non sapendo cosa avesse detto, comunque manda il cognato, o perché già c’era DI MATTEO che collaborava, non mi ricordo qual era il motivo, comunque manda il cognato per togliere questo, questa prova. Io non è che mi vedo direttamente per la prima volta con il cognato? A me mi arriva tramite ROMEO, ROMEO lo fa sapere a VASSALLO GIUSEPPE, per dire: CALOGERO venendo dal colloquio dice di andare a togliere questo, questo materiale, siccome l’unico che sapeva di questo fatto ero io allora cosa ho fatto? Per non creare equivoci, problemi e cose varie, mi do appuntamento con DI CARLO CALOGERO direttamente in contrada REBOTTONE nella casa del DI MATTEO, io non prendo la strada quella normale ma bensì ci vado di sopra che c’è un’altra entrata e arrivo un pochettino prima perché mi spavento che il DI CARLO può essere seguito e CALOGERO arriva dalla strada normale; quando arriviamo sul luogo vediamo che il materiale, cioè quello che avevamo, l’esplosivo e dal materiale di risulta, non c’era più al ché dico: CALO’, CALOGERO, non c’è più, non c’è nessun motivo da preoccuparsi. Cosa pensiamo lì per lì? Siccome il DI MATTEO aveva costruito una stalla nuova e credo che abbia utilizzato questo e altro materiale per riempire i fondamenti, solo così ci potevamo spiegare perché quel pezzo di cemento assieme al tubo non c’era più». Ha riferito altresì l’imputato delle macchinazioni ordite per approfittare dell’alibi che si era precostituito Antonino Gioè, grazie al coinvolgimento del geometra Di Carlo, che era stato invitato a trasporre al giorno della strage quanto invece si era effettivamente verificato giorni prima: «Non so se lo stesso giorno, ma credo l’indomani, il GIOE’ viene chiamato dai Carabinieri, viene invitato ad andare in caserma per degli accertamenti allora il GIOE’ intuendo, cioè capendo che poteva essere per la strage di CAPACI, prima di andare in caserma, passa da un suo amico e gli dice: “senti, quello che abbiamo fatto ieri trasportalo a oggi, paro, paro”. Cioè, siccome il giorno prima erano andati a fare dei sopralluoghi, avevano andati a misurare del terreno assieme ad altre persone e l’orario era precisamente quando è avvenuta l’esplosione quindi non c’è voluto niente, bastava che quello, il DI CARLO dichiarava, cioè quello che doveva dire prima lo dicesse, per dire, non è successo oggi ma bensì il giorno della strage e tutto era, tutto era risolto e così è successo. Il GIOE’ va in caserma, viene interrogato, chiama a testimoniare il DI CARLO, il DI CARLO, il geometra DI CARLO..l’amico di GIOE’. Arriva in caserma, conferma quanto gli aveva detto il GIOE’ e il GIOE’, avevano chiamato pure il CASTELLESE, il sindaco, cioè il cognato del DI MATTEO, ma il maresciallo gli ha detto: no, non c’è di bisogno, già è sufficiente quanto ci ha detto. E hanno liberato a tutti e due e questo era quello che io volevo sfruttare come prova a mio discapito, perché se non c’era GIOE’ non ci potevo essere anche io». A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

 

La verità di Brusca sulla strage di Capaci

Entrò per la prima volta in un’aula giudiziaria dieci mesi dopo il suo pentimento. Lo fece nell’aula bunker di Caltanissetta dove si stava celebrando il processo per la strage di Capaci. Indossava un abito color fumo di Londra. Camicia in tono. Dieci mesi prima, nel cortile della questura di Palermo, prima di essere trasferito in carcere, aveva lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi sbarrati mentre fotografi e cameraman lo riprendevano. Dieci mesi dopo a Caltanissetta non era lo stesso Giovanni Brusca. Entrò in aula e salì sul pretorio con passo deciso, dimagrito, sicuro di sé. Si sedette senza essere protetto né da paravento né da uomini di scorta perché non era ancora stato inserito nel programma di protezione.
Era il pomeriggio del 27 marzo del 1997. Un giovedì. Ad interrogarlo il pubblico ministero Luca Tescaroli. Fu un fiume in piena colui che nell’immaginario collettivo, e non, è visto con un telecomando in mano mentre fa saltare un pezzo di autostrada e cinque vite umane. Ad ascoltarlo dalle gabbie dell’aula bunker i suoi ex complici nella strage di Capaci.
Quel giovedì 27 marzo 1997 era carica di tensione l’aula bunker di Caltanissetta. Sul pretorio a testimoniare non c’era uno dei tanti pentiti che avevano già raccontato molto del massacro che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti Rocco Dicillo, Vito Schifani ed Antonio Montinaro. No, non era uno dei tanti. Era colui che aveva scatenato l’inferno sull’autostrada che collega Punta Raisi con Palermo. Cominciò a rispondere alle domande del pubblico ministero quasi sottovoce, poi piano piano il suo tono aumentò. Sul perché decise di collaborare disse: “Ho deciso di liberarmi di un peso, quando parlo con i magistrati mi sento la coscienza più libera”. In aula conferma quanto già detto ai magistrati: “Sì, sono colpevole della strage di Capaci, ho schiacciato io il telecomando”.
Il pm Tescaroli, però, contesta a Brusca di avere detto, subito dopo la decisione di voler collaborare, alcune falsità. Brusca replicò duramente: “Io non mi giudico, sarà la Corte a farlo. Posso solo dire che qualche bugia inizialmente l’ho detta, ma subito dopo ho confessato e ho anche spiegato il perché di quei fatti raccontati diversamente dalla verità, ma ora chiedo soltanto di poter raccontare tutto ciò che è a mia conoscenza”. Ma allora e forse ancora oggi Brusca è ancora da interpretare. Verità e bugie miscelate fra loro. Dichiarazioni fatte e poi ritrattate o cambiate. E ancora indicazioni smentite da altri collaboratori. Viene quindi in mente una terribile logica mafiosa, che recita così: “Amputare il braccio incancrenito per salvare il resto del corpo”, ovvero affossare la “vecchia” commissione, già nelle patrie galere con sentenze definitive, per salvare la “nuova” commissione formata in gran parte da latitanti. Era questo il teorema di Brusca? A tutt’oggi non c’è risposta. Dopo quei tre giorni il pm Luca Tescaroli riassunse così quella testimonianza: “Abbiamo raccolto un elemento probatorio che va confrontato con gli altri che fanno parte del processo. Brusca non ha fornito apprezzabili elementi nuovi. Per quanto riguarda l’aspetto esecutivo della strage ha ripercorso quanto dichiarato dai collaboratori”.
Nel corso degli anni ha cercato di spiegare e spiegarsi ma Brusca rimane lo stragista di Cosa nostra, è stato lui stesso all’inizio della sua collaborazione a precisare: “Quello che ho fatto con Chinnici ho fatto con Falcone” poi aggiunse di avere compiuto oltre 150 omicidi.
A Caltanissetta quella fine di marzo del 1997 parlò per tre giorni di fila. Parlò del perché, secondo la sua versione, ci furono le stragi, “Salvatore Riina voleva uccidere tutti coloro che in qualche modo avevano tradito la fiducia di Cosa nostra. Dovevamo chiudere i conti con quel ramo politico con la speranza di aprirne altri. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio Totò Riina presentò il conto ad esponenti politici e qualcuno si fece vivo”. In quel momento Brusca lasciò intuire l’esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia finalizzata a fermare la violenza stragista.
“L’uomo politico che in quel momento era maggiormente odiata da Riina – aggiunse Brusca – era Giulio Andreotti. Quando si era nella fase operativa della strage di Capaci si stava votando in Parlamento per la elezione del presidente della Repubblica e Andreotti era uno dei maggiori candidati. Riina mi disse che sperava che la strage avvenisse in quei giorni in maniera tale da bloccare l’elezione di Andreotti e quando ciò avvenne mi disse che avevamo preso due piccioni con una fava”.
Brusca in quei tre giorni nisseni ha parlato anche del tentativo di accordo tra Stato e mafia. “Bastava un’altra strage, un altro colpo e Riina avrebbe vinto. Aveva già presentato il papello, delle richieste scritte su due fogli protocollo.
Descrisse dettagliatamente le ore che precedettero la strage di Capaci, il momento dell’esplosione, e cosa avvenne subito dopo.
Lo raccontò con calma, senza particolari emozioni. “I compiti erano già stati stabiliti. Tutti sapevamo cosa dovevamo fare quando arrivava il segnale. Così è stato quando il gruppo di Palermo, formato dai Ganci e da Salvatore Cancemi ha dato il segnale che l’auto del giudice Falcone aveva lasciato il garage ed era diretta verso Punta Raisi. In quel momento ci trovavamo nel casolare, io, La Barbera, Gioè, Battaglia, Biondino e Troia. Io, Biondino e Battaglia ci dirigiamo sulla collina, gli altri escono pure, vanno ad azionare la ricevente che si trovava nei pressi dell’autostrada, e subito dopo La Barbera va verso l’aeroporto, mentre Gioè ci raggiunge e ci da l’ok che è tutto a posto. Subito dopo si mette al cannocchiale, mentre io ho già in mano il telecomando. Il compito di La Barbera era quello di passare dalla ricevente, andare a togliere la protezione in plastica, che è un tubo di benzina, inforcare i fili, azionare la ricevente, mettersi in macchina ed andarsene. Dopo doveva segnalare appena vedeva il dottor Falcone. Doveva segnarlo telefonando a Gioè e così è stato. A Gioè doveva dire a che velocità andava il dottor Falcone. Quando io ad occhio nudo ho visto la macchina, ho visto che rallentava, non riuscivo a capire perché La Barbera diceva un’altra velocità, vedevo ad occhio nudo che non andava a quella forza. Gioè mi dice vai, ma io non so perché ero bloccato. Gioè mi grida ancora vai, ma io non premo il pulsante. Gioè grida per la terza volta e a questo punto premo il telecomando e non vedo più nulla. Solo fumo e fiamme. Poi sento scoppi a ripetizione, probabilmente erano i bidoni che non sono esplosi contemporaneamente. Io poi ho saputo dai giornali che il dottor Falcone aveva tolto le chiavi della macchina e la velocità si era ridotta, poi ha rimesso le chiavi ed è ripartito un’altra volta. Se andava per come… cioè si era programmato, cioè succedeva la disgrazia solo al dottor Falcone. Lì, in quel momento ho avuto anche rimorso, ma si doveva fare. Cosa nostra lo aveva voluto ed io ho ubbidito”. Brusca si ferma nel suo racconto solo un attimo poi prosegue: “Dal luogo della strage ci allontanammo a bordo di due Clio, con me c’era Gioè. Passammo da Torretta, Bellolampo e Boccadifalco e una volta giunti in via Michelangelo, all’altezza di Borgo Nuovo, salutammo Biondino che si diresse altrove. Io avevo un appuntamento nell’abitazione di Girolamo Guddo e Gioè mi lasciò davanti al portone di ingresso. All’interno vi trovai Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi. Ascoltammo la televisione dalla quale, in un primo momento, apprendemmo che Giovanni Falcone non era deceduto, al che Cancemi reagì dicendo che “questo cornuto se non muore ci darà filo da torcere. Questo maledetto non vuole morire”. A distanza di una mezzora, alla notizia fornita dalla televisione del decesso del magistrato, Cancemi d’impeto si alzò per sputare verso il televisore e subito dopo, gioendo per la notizia, usciva dalla tasca del denaro che consegnava ad un ragazzo lì presente, a nome Giovanni, incaricandolo di andare a comprare una bottiglia. Avuta la bottiglia si effettuò un brindisi”.
Un interrogatorio quello di Giovanni Brusca iniziato il 27 marzo del 1997, Giovedì santo e conclusosi alla vigilia della Pasqua di quell’anno. Un interrogatorio atteso per mesi, ma che non aggiunse più di tanto a quanto, processualmente già si era conoscenza. Va anche ricordato come l’ingresso di Brusca nell’aula bunker nissena fu sottolineato dal commento di Leoluca Bagarella: “Trasiu u maiali”. 18.5.2022 PIOLATORRE.IT