Mafia russa e Ucraina sempre più potenti: la guerra non le ha indebolite, e ora c’è la ricostruzione

 

LA MAFIA RUSSIA



Il criminologo Musacchio: “Su un fattore di pericolosità di 5/5, le due mafie hanno un impatto di potenza economica 4/5; potenza militare: 4/5; transnazionalità 4/5; indice di pericolosità totale: 4/5”

 

Professor Musacchio, la guerra attualmente in corso secondo lei ha in qualche modo interrotto gli affari tra la mafia russa e quella ucraina?

Secondo il mio parere no, poiché la rete transfrontaliera del traffico di droga, armi e esseri umani esistente tra Ucraina e Russia resta ancora oggi una delle più importanti al mondo. Questi collegamenti, forieri di affari lucrosissimi, esistono e persisteranno anche nel prossimo futuro. L’attuale guerra ha solo momentaneamente interrotto la “superstrada” dei traffici illegali che parte da Mosca per arrivare nella grandi metropoli europee. Le forti interconnessioni tra le due mafie – unite oltre che da guadagni illeciti incommensurabili anche da legami culturali, linguistici e storici – non solo non scompariranno ma si rigenereranno e si adegueranno immediatamente ai nuovi scenari di guerra e poi a quelli post-bellici. 

La guerra quindi non è un fattore disgregante per le due mafie?

Assolutamente no! Un sistema criminale così ben collaudato non può scomparire a causa di una guerra, anzi quest’ultima sarà occasione per rafforzare i legami di interesse economico. Lo stato di salute di questo sodalizio criminale transfrontaliero non è ottimale come in passato soltanto perché la guerra ha innalzato barriere materiali, sotto forma di combattimenti in prima linea e posti di blocco alle frontiere, oltre a rabbia per la consistente distruzione e sofferenza inflitta dall’invasione. Questa situazione ripeto è solo momentanea e non è affatto interruttiva dei rapporti tra le due organizzazioni criminali.

Sono davvero molto pericolose queste due mafie?

Questi due gruppi criminali, secondo un’indagine condotta da “InsiderPro” e “StartingFinance”, autorevoli siti di informazione finanziaria mondiale, sono equiparabili, o comunque si avvicinano, alla Yakuza giapponese. Su un fattore di pericolosità di 5/5, le due mafie hanno un impatto di potenza economica 4/5; potenza militare: 4/5; transnazionalità 4/5; indice di pericolosità totale: 4/5. Tutto questo potere criminale deriva dal traffico di droga, di armi, dalla prostituzione, dagli omicidi su commissione, dal traffico di esseri umani, dalle truffe internazionali e dal mondo del cyber crime.

Esistono delle stime sulla loro potenza economica?

Siamo di fronte ad una alleanza criminale che originariamente nasce a Mosca e che poi ha inglobato per collaborazione la mafia ucraina. Questa potente organizzazione opera in almeno quaranta nazioni, tra cui numerose in Europa, Nord America e Sud Africa. Il suo fatturato si aggira sui 70-90 miliardi di dollari annui (Russia-Ucraina). È di pochissimo sotto la Yakuza che invece fatturerebbe circa 100 miliardi di dollari annui. Questa alleanza conta oltre seimila clan criminali operanti a pieno regime nel territorio russo e in quello ucraino. Tali profitti aumenteranno notevolmente negli anni a venire grazie al traffico di armi in tutto il mondo, in particolare i volumi di armi negoziate e detenute durante la guerra e nella fase post bellica potrebbero essere in grado di mettere in crisi la sicurezza mondiale e fare di queste mafie le più potenti al mondo.

Cosa accadrà nella fase post-bellica?

Se solo ci proiettassimo alla fase post-bellica, ci renderemmo subito conto che questa fase sarà in grado di generare ben altri sistemi criminali simili a quelli operativi alla fine della “guerra fredda” o dopo il conflitto nei Balcani. Mi riferisco soprattutto al traffico illegale di armi, oppure al traffico di esseri umani connesso ai rifugiati e ai rimpatriati. Per non parlare della ricostruzione durante la quale le due mafie sicuramente lucreranno e non poco. 

Dal punto di vista della geopolitica delle mafie invece cosa sta accadendo?

È vero che con l’inizio delle ostilità tra le due nazioni alcune organizzazioni criminali hanno lasciato la Russia e l’Ucraina per l’Asia centrale, alcuni Stati del Golfo e la Turchia, ma questo non ha affatto impedito il continuare dei rapporti tra la mafia russa e quella ucraina al di fuori dei territori di guerra. La conferma di questo mio ragionamento ha trovato recente conferma anche da parte di Europol (Relazione speciale 2022) la quale ha sottolineato come i mafiosi delle due nazioni continuino a collaborare guardando soprattutto a quei profitti che con la guerra aumentano. 

Sembra tuttavia che siano cambiate le rotte dei traffici illegali, le risulta?

Si questo corrisponde al vero. Il conflitto tuttavia non ha affatto fermato i traffici illegali poiché alla tratta Mosca-Kiev-Europa, oggi si è sostituita quella che da Mosca passa per la Turchia fino in Europa. Pensare che mafia russa e ucraina rinuncino a simili prospettive di guadagno nonostante nuovi crocevia criminali significa non conoscere le evoluzioni delle nuove mafie che si alleano tra loro cercando sempre la migliore convenienza. Le mafie contemporanee inoltre sono in grado di costruire relazioni internazionali che, a differenza di quasi tutte le altre entità criminali, non sono controllabili dal singolo Stato, appartengono ai domini geopolitici che sono sempre più sovranazionali. 

Quali sono quindi le prospettive future che ci attendono?

Ad oggi non vedo una possibile una scissione definitiva tra la mafia russa e quella ucraina. Ad impedirne la realizzazione come ho ribadito più volte sono e saranno sicuramente gli ingenti guadagni a cui nessuna delle due organizzazioni criminali rinuncerà mai. 

Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). È ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ottanta. È tra i più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali. Esperto di strategie di lotta al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È considerato il maggior esperto europeo di mafia albanese e i suoi lavori di approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni legislative in ambito europeo.

 


Si spaccano le due “bratve”: il ruolo della mafia russa e ucraina nel conflitto

 
Fin dallo scoppio del conflitto in Ucraina, ormai più di un anno fa, tra le mille ipotesi e dietrologie costruite attorno alle ragioni della guerra stessa, ve ne è una almeno che non risiede nell’iperuranio dei complottisti: ovvero il ruolo che le organizzazioni criminali hanno rivestito prima e dopo l’inizio delle ostilità. Per comprenderlo, un florilegio di dati accessibili a tutti.

Il conflitto ha sparigliato le carte dei traffici internazionali che per lungo tempo hanno visto il loro crocevia nelle strade che collegano Russia e Ucraina. Il mar Nero, così come il confine tra territori occupati e Ucraina è diventato un reame difficile per gli scambi illeciti: la legge marziale ha privato questi flussi della loro manodopera abituale e l’imposizione del coprifuoco rende difficile muoversi nell’ombra perfino per i criminali di alto rango più scaltri. Ma soprattutto, lo stesso mondo criminale – dichiaratosi “netutale” allo scoppio delle ostilità – ha ora remora ad entrare in contatto con i propri omologhi russi (e viceversa): in gioco non vi è più solo il dio danaro o un ruolo di potere, bensì l’etichetta di traditori, il destino di due nazioni.

Le organizzazioni criminali in Ucraina

Sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, sul territorio ucraino sono state presenti diverse organizzazioni mafiose dedite al traffico di armi, estorsioni, omicidi su commissione, rapimenti. Sebbene la loro infliuenza sia notevolmente diminuita dagli anni Novanta ad oggi, sono da segnalare almeno tre grossi gruppi criminali, noti anche come vory-v-zakone, i famosi thieves in law che costellano la fratellanza mafiosa in Russia: il gruppo Lux operante in quel di Donetsk e le bande Samuel Martirosayan e Bashmaky in Crimea. La loro influenza politica è a vari livelli, in particolar modo nel Donbass, ove hanno contribuito spesso alla mobilitazione politica e al finanziamento stesso delle campagne elettorali.

Uno dei nodi caldi di questo ecosistema criminale transnazionale è la meravigliosa Odessa, crocevia fra mafia ucraina e russa, provincia narcos con spire che la legano al sud America quanto all’Afghanistan. L’organizzazione Global Crime Index classificava Kiev al 34esimo posto su 193 Paesi come indice di criminalità e terza su 44 Paesi europei. Il traffico internazionale di esseri umani ha qui una delle sue provincie di transito e origine: prevalentemente donne per il mercato della prostituzione, uomini per il mondo del lavoro nero in edilizia e agricoltura, e cittadini di etnia rom assoldati per l’accattonaggio o come “muli” della droga. A questo si aggiunge il mercato nero delle armi di piccolo calibro che il conflitto ha solo incrementato: si tratta soprattutto di pistole Makarov e Tokarev, nonché fucili d’assalto di cui il Donbass è stato capitale da almeno dieci anni. I porti ucraini situati lungo il mar d’Azov e il mar Nero, così come il sistema fluviale ucraino hanno reso da sempre l’Ucraina il luogo ideale per i trafficanti che cercano di accedere al mercato della droga in Europa: eroina (dall’Afganistan, in transito dalla rotta balcanica), cocaina (dall’America latina verso il mar Nero), cannabis, droghe sintetiche, stimolanti e anfetamine, un mercato in continua crescita dal 2010.

La Russia di Putin tra lotta e connivenza con la criminalità

Parallelamente, in Russia, le cose non vanno diversamente. Per decenni sono proprio le mafie ad aver tenuto assieme le due nazioni sorellastre. Non a caso la più grande organizzazione mafiosa russa, la Solncevskaja bratva è retta da due uomini: il russo Sergej Michajlow e l’ucraino Semyon Mogilevich. Una vera Ong del crimine che esporta ogni anno cifre da capogiro in Cina lucrando sueroina e legname tagliato illegalmente che scorre a fiumi sulla Via della Seta. I proventi, riciclati e ripuliti, vengono poi investiti in Europa, Israele e Stati Uniti, tutte nazioni buen retiro dei grandi boss. Qui, come sottolinea l’Economist in una sua inchiesta, le organizzazioni mafiose a cui Vladimir Putin aveva dichiarato guerra, sono diventate una risorsa fondamentale in tempo di guerra: i criminali sono reclutati come intelligence secondaria del Cremlino, e ai mafiori russi all’estero viene chiesto di depositare grosse cifre su conti neri che possono essere utilizzati per operazioni sottotraccia.

Ma è stato il gas il grande nodo che ha saldato l’alleanza fra le due mafie gemelle. Nel 2004 venne creato il gigante dell’energia RosUkrEnergo dall’ex presidente ucraino Leonid Kuchma e da Vladimir Putin. Il gas dal Turkmenistan giungeva all’ucraina Naftogaz che doveva comprare dall’intermediaria RosUkr e vendere solo in Ucraina: ad un prezzo più altro ma soprattutto cedere gratuitamente in Crimea e Donbass. Proprio qui avvenivano i grandi furti di gas che le differenti bratve mafiose potevano rivendere al miglior offerente. Al vertice di questa alleanza del gas Mogilevich, Putin e tale Dmytro Firtasch, intermediario fra il governo ucraino, Gazprom e l’allora primo ministro ucraino Viktor Janucovyc. Firtasch è lo stesso uomo legato al presidente dell’ex campagna elettorale di Donald Trump e che ha avuto a disposizione un legale del calibro di Rudolph Giuliani. Un intreccio globale che si è inceppato di fronte ai fatti di Maidan nel 2014: l’eventuale ingresso in Europa dell’Ucraina, infatti, avrebbe “disturbato” questo sodalizio criminale tra le due realtà mafiose. Non a caso, nel 2021, lo stesso il Consiglio per la sicurezza e la difesa dell’Ucraina sanzionò Firtasch poichè le sue attività, alcune legate al mercato del titanio, avrebbero coadiuvato il complesso militare-industriale della Federazione russa”.

Il sodalizio fra due bratve

Quello che è accaduto nell’Ucraina post sovietica è accaduto specularmente in tutte le ex-nazioni satelliti, ma anche in Russia. Lì dove è venuto a mancare la mano visibile-visibilissima dello Stato si sono infiltrate mafie e gruppi criminali. Dapprima scacciati come il male assoluto, sono poi diventati una struttura occulta-parastatale utile a realizzare profitti, tessere relazioni ma soprattutto contenere l’instabilità scongiurando un ritorno ai tumultuosi anni Novanta. Nel sud-est dell’Ucraina le figure dell’intelligence russa hanno coltivato relazioni di alto profilo con quelle reti criminali di rango elevato che necessitano del rapporto con la Russia per sopravvivere. Dall’ingresso di Putin al Cremlino, la criminalità ucraina ha subito una grande rivoluzione: da banditi “in tuta da ginnastica” come li definì un cablogramma dell’ambasciata Usa, si è trasformata in boss di alto rango. Una “rivoluzione” che ha reso più facili le cose in occasione delle operazioni militari del 2014 aprendo, successivamente a decine di politici eletti fra i filorussi legati con la criminalità organizzata: fra questi Sergej Aksyonon e Vladimir Konstantinov, rispettivamente primo ministro e presidente del parlamento della Crimea.

Quale futuro?

Dopo quasi 15 mesi di guerra, è chiaro come il conflitto abbia deviato traffici di uomini e merci nonché messo in difficoltà le attività delle grandi organizzazioni criminali, al contempo impegnate con il conflitto. Lo si comprende da alcuni semplici dati che vedono il traffico di eroina e metanfetamine ora spostatosi sul confine Turchia-Iran o da alcuni sequestri record di cocaina avvenuti recentemente in Russia.

Nessuno ad oggi sa quale sia “lo stato di salute” di questo sodalizio transfrontaliero fra bratve. Certo è che, se la guerra ha messo i bastoni fra le ruote a certi legami criminali e ad un certo tipo di affari, il post-conflitto sarà in grado di generare ben altri mostri come accaduto alla fine della Guerra Fredda o dopo il conflitto nei Balcani. Si pensi soprattutto al traffico illegale di armi da fuoco di piccolo calibro oppure al traffico di esseri umani mescolato al caos di rifugiati e rimpatriati. La recisione di importanti arterie-fosse anche solo stradali- di questo tipo di attività criminali, creerà un lungo raffreddamento tra le attività sommerse di Russia e Ucraina. Se giungere ad un divorzio sarà impossibile, per un serio allontanamento le condizioni saranno principalmente due: il progressivo ingresso di Kiev nell’orbita UE-con tutti i requisiti necessari che verranno richiesti- e un dopo Putin ove Mosca dichiari nuovamente guerra alla bratva russa. Nulla che possa avvenire in una manciata di anni.

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Ucraina. Vendette tra boss, tradimenti e affari loschi. La mafia all’ombra della guerra

Quando uno dei grandi magazzini di Odessa venne distrutto, molti si domandarono cosa nascondesse all’interno. I primi reporter giunti sul posto non trovarono alcuna traccia di equipaggiamento militare, ma solo attrezzi ginnici in fumo, palloni da calcio, tavole da surf incenerite. Sembrava una delle tante rappresaglie scatenate per seminare il terrore.
In realtà, era un regolamento di conti.
Per comprendere la guerra in Ucraina non sono sufficienti le lenti degli studiosi di geopolitica o quelle degli esperti militari. Nel conflitto c’è una componente criminale più simile alle vendette della mafia che alle operazioni tattiche.
Perché tra un bombardamento e un raid, le forze di Mosca, spesso accusate di sparare deliberatamente a pioggia senza veri obiettivi se non quello di mettere in fuga la popolazione, continuano a punire impresari e uomini d’affari ucraini che hanno tagliato i ponti con i rastrellatori di rubli e ora sostengono la causa nazionale.
Poco dopo il supermarket del fitness, la distruzione avrebbe riguardato un resort sulla spiaggia di Odessa, tre stabilimenti industriali a Mykolaiv e il 31 luglio la camera da letto dove dormiva Oleksiy Vadaturskyi con la moglie, il magnate del grano ucraino ucciso da un missile il 31 luglio perché aveva rotto definitivamente con i russi. La mattina dopo sarebbe dovuto scappare da Mykolaiv per continuare a finanziare da lontano il contrattacco ucraino.
Non sempre sull’asse Kiev-Mosca si tratta di affari puliti. E non di rado i boss della mafia russa hanno esportato merci indicibili, appoggiandosi ad alcune “famiglie” di Odessa, specializzate nel far transitare nel gigantesco porto quei prodotti e quelle persone che non devono lasciare traccia.
Gran parte delle armi e della droga che è possibile negoziare in quel bazar dell’illegalità chiamato Transnistria, la regione separatista filorussa in territorio moldavo, arrivavano proprio attraverso gli scali marittimi ucraini. Non è un caso che adesso Kiev si rivolga ai massimi esperti al mondo in indagini antimafia: le autorità italiane.
Un documento dell’intelligence ucraina ottenuto da Avvenireconferma l’intenzione di Kiev di non chiedere a Roma solo armi per l’esercito e accoglienza per i profughi. «L’Ucraina conta sull’aiuto delle autorità italiane – si legge –, che hanno una vasta esperienza nella lotta alla mafia, nella lotta alla tratta di esseri umani, all’immigrazione clandestina e allo sfruttamento sessuale».
È una delle questioni più drammatiche.
Da una parte, la necessità di rendere visibili i clan russi radicati in Ucraina, i quali potrebbero ambire a entrare nel business della ricostruzione attraverso prestanome insospettabili. Dall’altra, la forte preoccupazione che il fiume di profughi possa subire l’infiltrazione dei trafficanti di esseri umani, alla ricerca delle donne rimaste prive di sostentamento da immettere nel circuito dello sfruttamento sessuale in Europa. Nel documento, i cui contenuti fanno parte dei costanti colloqui con Roma, si fa cenno al dramma delle deportazioni in Russia «anche dei bambini», che potrebbero venire avviati a vario genere di sfruttamento nei luoghi più remoti e irraggiungibili della Federazione Russa.
Gli investigatori italiani da lungo tempo monitorano. «La criminalità proveniente dall’Europa dell’Est, con le caratteristiche evidenti delle organizzazioni mafiose – si legge in un rapporto della Direzione investigativa antimafia dello scorso anno –, ha fatto delle attività di riciclaggio attraverso società off shore, con sede nei Paesi Baltici, Malta, Cipro o nella stessa Federazione Russa il suo canale d’affari principale».
E nella guerra di aggressione russa le prove sono alla luce del sole. Con i boss messi a capo di milizie territoriali e promossi al rango di sceriffi. Come Yuriy Barbashov, il comandante di una milizia filorussa del Donbass noto per i suoi precedenti. Non solo quelli politici. Nato a Mykolaiv, nel 2021 era perfino apparso tra i partecipanti ai nuovi negoziati di Minsk come componente della delegazione separatista. Le note di polizia che lo riguardano segnalano a partire dal 2011 la sua familiarità con gli stupefacenti, il cui smercio avrebbe continuato ad alternare all’attività di propagandista e poi di comandante di una “Militsiya” composta da ucraini fedeli a Mosca. Barbashov è riapparso nei mesi scorsi a Snigurivka, una delle cittadine considerate strategiche lungo la rotta da Kherson verso Mykolaiv e Odessa. Ne era diventato il governatore.
Quando il 10 novembre la città venne riconquistata dalle forze Ucraine, Barbashov è scappato, non prima di aver fatto minare i nuovi lotti del camposanto che aveva riempito di civili uccisi. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica le mafie gemelle di Ucraina e Russia hanno prosperato divenendo intercambiabili. Ma la guerra ha costretto le “famiglie” a separarsi, distruggendo «il più forte ecosistema criminale in Europa», come lo aveva definito pochi giorni prima del conflitto un rapporto del “Gi-Toc”, l’Iniziativa globale contro la criminalità organizzata.
E ora il “tradimento” dei vecchi soci in affari, che sono passati a sostenere la resistenza contro Putin vengono puniti dagli ex sodali con le rappresaglie ordinate alle truppe di Mosca dai referenti dei boss russi. Personaggi che non mancano di appoggi nella compagnia Wagner e nelle milizie come quella guidata da Barbashov, nonché all’interno dello Stato maggiore del Cremlino.


 

Dopo l’assassinio di Prighozin la mafia russa (che era basata sulla parola data) è diventata uguale a quella palermitana. Putin rischia

Nona Mikhelidze è, secondo un giornale, «tra i più noti commentatori di temi relativi alla ex Unione sovietica». Del resto, essendo di origine georgiana, parla il russo meglio dell’italiano. Insomma è una persona che sa quel che dice, e recentemente ha rivelato un interessante retroscena sulla Russia.
Le è stato chiesto se il potere, in Russia, sia mafioso e, secondo lei, normalmente la risposta è no; no, ma nel senso che non funziona secondo i nostri canoni. Da noi il potere del capo è fondato sulla sua forza e la sua crudeltà; nella mafia di modello moscovita il potere si fonda sulla parola data. La legge ufficiale non conta; la morale borghese non conta; nulla conta ma la malavita necessita di regole e quella fondamentale è la «parola data». Chi sgarra è duramente punito.
Ecco perché in Occidente tutti si sono meravigliati vedendo Yevgeny Prigozhin a piede libero, dopo che aveva pressoché attuato un colpo di Stato. Ma Vladimir Putin gli aveva assicurato che avrebbe avuto salva la vita e della parola del boss ci si poteva e ci doveva fidare. Tanto che il fatto di averla violata avrà un notevole costo, per Putin.
Per queste ragioni, quell’assassinio rappresenta un cambio nel paradigma di potere. Fino a ieri comandava un gruppo «mafioso», tenuto insieme dal principio della «parola data»; oggi, avendo Putin mancato alla sua parola, quel principio non vale più. E questo mina il gruppo di potere più di quanto avrebbe potuto fare un tentativo di congiura. Oggi i complici non possono più contare sulla parola del boss, e Putin non può più contare sulla loro. Da oggi i suoi sodali sono meno sicuri, ma è meno sicuro lui stesso. La mafia russa è divenuta come la mafia di Palermo.
Il fenomeno è interessante anche al di là di quanto è avvenuto a Mosca. Contravvenire alle regole fondamentali non conviene. Tutti vogliono essere reputati persone decenti e affidabili perché questo facilita la vita della comunità ed è nell’interesse di tutti. La molla vera della morale è l’utilità: il pompista che ti fa il pieno non ti chiede nemmeno, prima, se hai i soldi per pagarlo. «Si fida». E questo snellisce i rapporti. Infatti, se lui ti chiedesse se hai soldi per pagarlo, tu potresti chiedergli se poi lui ti darà la benzina, e in base a quale motivo tu dovresti credergli, se ti dice di sì. E si potrebbe continuare. Una società tendenzialmente onesta è una società più prospera di una società tendenzialmente disonesta: la fiducia ben fondata facilita molto la convivenza, il commercio, la produzione e in fin dei conti la ricchezza nazionale. L’esigenza è così forte che la morale si afferma anche fra i delinquenti, seppure con altre regole e soltanto fra loro. Perfino nelle carceri si creano regole che i detenuti creano, delle regole che tutti sono tenuti ad osservare.
La morale dei malavitosi ha, come differenza, che la morale l’applica soltanto all’interno del gruppo. In questo caso le regole sono rigidissime, spesso sanzionate con una punizione fisica o la morte. Dunque violarle è peggio di un’imprudenza. Perché se il singolo non si può fidare degli altri delinquenti, dovrà guardarsi dalla polizia e dai colleghi. La sua vita ne risulterà molto più precaria di prima.
Putin ha scelto di rilanciare sempre, in ogni occasione e su tutti i tavoli, e soltanto la storia dirà se il suo gioco in fin dei conti è stato vincente o perdente. Certo, il suo è un pericoloso gioco d’azzardo. ITALIA OGGI