Napoli, FIAMMETTA BORSELLINO tra i detenuti di Poggioreale


«Vi racconto papà e la passione per la giustizia»: l’iniziativa in carcere della Comunità di Sant’Egidio

 

C’era una grande attesa tra i detenuti del carcere di Poggioreale per l’incontro con Fiammetta Borsellino.
Un appuntamento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, preceduto dalla proiezione delle due puntate della miniserie televisiva andata in onda qualche anno fa, dove il giudice ucciso dalla mafia è stato interpretato da Giorgio Tirabassi.
Oltre tre ore di visione seguiti con grande attenzione e qualche occhio lucido.
«Io l’ho incontrata dodici anni fa a Monreale – esordisce un po’ per rompere il ghiaccio un giovane recluso – stavo in vacanza con i miei e ci siamo incrociati mentre lei partecipava a una conferenza».
Fiammetta Borsellino comincia a raccontare della sua famiglia di origine, una bella squadra che ha sostenuto e accompagnato quel padre che amava la giustizia e voleva liberare la Sicilia dal male e dall’oppressione del potere criminale.
«Lui non era contento di far arrestare i mafiosi, ma sperava di entrare in relazione con loro e suscitare così una reazione umana che avrebbe potuto produrre un cambiamento», ha rivelato la figlia del giudice, che ha ricordato una frase della madre: «Paolo faceva venire la luce anche nel peggiore degli uomini».
Subito si è creata una forte empatia con i quindici detenuti presenti, che hanno fatto molte domande personali sulla vita familiare e sul rapporto così complicato con un genitore che viveva sotto scorta tutte le ore del giorno.
«Suo padre chiedeva consigli alla famiglia? Vi faceva partecipe delle sue scelte?». Fiammetta ha ricordato che l’esempio del papà li coinvolgeva, trasmettendo la passione per la giustizia e il suo lavoro.
«Noi lo capivamo e lo seguivamo, ci trascinava come un’onda del mare che ti trasporta e tu ti lasci andare.
Tanto che quando dovevamo uscire insieme, spesso mi avviavo davanti a lui e lo precedevo per le scale di casa, un po’ per gioco che voleva essere però un senso di protezione».
Poi si è lasciata andare a qualche confidenza: «Io ero un po’ discola e certe sere tornavo a casa alle due di notte.
Arrivata sotto il portone lo scorgevo affacciato in canottiera, con la sigaretta tra le mani che in ansia mi stava aspettando.  
E, appena la porta si apriva, ero pronta a ricevere i suoi rimproveri».
Altre volte era il giudice che trasgrediva: «Andava in garage, prendeva il motorino di Lucia e se ne andava in giro senza avvisare la scorta».
C’è chi si sofferma sulla solitudine di Borsellino con la scena che lo vede in un salone immenso del tribunale senza nessuno accanto, e chi ricorda quando venne a sapere per caso che era arrivato il tritolo per lui.
Ma è il perdono il tema più sentito dai detenuti.
La figlia del giudice racconta che ha incontrato colui che rubò la macchina dove poi venne collocato l’esplosivo che causò la strage di via D’Amelio, un mafioso di Brancaccio che poi si pentì.
«Dopo aver visto il documentario sono tornato in cella e mi sono sentito triste», racconta un recluso.
Poi chiede: «Io nella mia vita ho perdonato, ma piccole cose non vicende così atroci.
Come è possibile perdonare chi ha commesso un crimine così crudele?
Io credo che non meriti di essere perdonato».  
Fiammetta Borsellino è risoluta nella risposta: «Il dolore non va tenuto dentro altrimenti è come una prigione come quella che vivete voi.  
La violenza genera altra violenza e coltivare rabbia non fa bene, non è costruttivo.  
Il perdono non fa resuscitare i morti ma non può prescindere da un incontro e da una relazione.
Deve avere contenuti, altrimenti è una cosa fine a sé stessa.
Il pentito di Brancaccio rinunciò ai figli la cosa più bella che aveva perché la moglie non lo seguì e fu il primo a far emergere il depistaggio.
Lui ha allargato le braccia e mio padre ci ha insegnato a trovare risorse in ogni essere umano.
Siamo anche noi Borsellino e abbiamo voluto vivere con lo stesso suo amore».  
C’è chi ricorda la scena del documentario quando un killer chiede parlare con il giudice svelandogli che era stato incaricato di ucciderlo.
E poi lo abbraccia. Fiammetta rivela che quel mafioso avrebbe poi chiamato i suoi tre figli Lucia, Manfredi e Fiammetta.
Parole che suscitano grande attenzione e generano un forte applauso spontaneo.
«Mio padre – conclude Fiammetta – diceva che la principale lotta alla mafia si fa con la cultura e non con le pistole».  
Alla fine dell’incontro i detenuti le regalano un quaderno che hanno realizzato nella tipografia del carcere, con le loro firme.
All’interno sono stampate diverse foto della vita di Paolo Borsellino. Poi un saluto caloroso e tornano pensierosi nelle loro celle.  IL MATTINO 2.11.2023

 


Fiammetta Borsellino incontra i detenuti di Poggioreale/ “Perdono nasce in un incontro: non coltivate rabbia”

 

Si è tenuto ieri l’incontro nel carcere di Poggioreale a Napoli con Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo Borsellino ucciso dalla mafia di Cosa Nostra nell’attentato di Via D’Amelio a Palermo il 19 luglio 1992.L’appuntamento è stato organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio ed è stato proceduto dalla proiezione delle due puntate della miniserie tv con protagonista Giorgio Tirabassi. Dalla famiglia di origine all’amore del padre per la giustizia, con l’obiettivo di liberare la Sicilia dal male e dall’oppressione del potere criminale: “Lui non era contento di far arrestare i mafiosi – le parole di Fiammetta Borsellino riportate dal Mattino – ma sperava di entrare in relazione con loro e suscitare così una reazione umana che avrebbe potuto produrre un cambiamento”. A tal proposito, la figlia del giudice ha tenuto a ricordare una frase della madre: “Paolo faceva venire la luce anche nel peggiore degli uomini”.

Fiammetta Borsellino a Poggioreale

Il dialogo tra Fiammetta Borsellino e i detenuti è stato appassionato, con tante domande personali e relative alla vita della famiglia. Immancabile un cenno alla passione per la giustizia e per il suo lavoro: “Noi lo capivamo e lo seguivamo, ci trascinava come un’onda del mare che ti trasporta e tu ti lasci andare. Tanto che quando dovevamo uscire insieme, spesso mi avviavo davanti a lui e lo procedevo per le scale di casa, un po’ per gioco che voleva essere però un senso di protezione”.  I retroscena, gli aneddoti ma anche la grande commozione. Qualche detenuto si è emozionato dopo aver visto il documentario. E sul valore del perdono: “Il dolore non va tenuto dentro altrimenti è come una prigione come quella che vivete voi. La violenza genera altra violenza e coltivare rabbia non fa bene, non è costruttivo. Il perdono non fa resuscitare i morti ma non può prescindere da un incontro e da una relazione. Deve avere contenuti, altrimenti è una cosa fine a se stessa. Mio padre – conclude Fiammetta Borsellino – diceva che la principale lotta alla mafia si fa con la cultura e non con le pistole”.

 

 

La denuncia di Fiammetta Borsellino