Lo Stato lontano dà un alibi a chi si «inchina»

 
di Lionello Mancini
 
Dopo la scomunica del Papa ai mafiosi, risultano penosamente controtempo sia le parole del sindaco di Oppido Mamertina, incapaci di cogliere il motivo di scandalo, sia quelle del parroco secondo cui si è semplicemente “sempre fatto così”. Per non dire dei familiari del vecchio boss agli arresti domiciliari, omaggiato dalla devota parata, offesi per l’attenzione che il Paese (non Oppido, l’Italia) ha dedicato a questo rituale di sottomissione ai disvalori del crimine. Come se nemmeno l’Autorità morale indiscussa di Papa Francesco fosse sufficiente a indicare la via ai portantini dell’Annunziata.
Eppure, l’algido sindaco, il prete stupefatto, i nipoti esagitati del Mazzagatti e pure la confraternita dei reggi-statua sono solo il punto di osservazione più banale e semplificato (“in Calabria sono tutti mafiosi”): molto più profondo è l’epicentro culturale che rende ancora oggi possibile un simile omaggio dal sapore tribale, e che ci parla di qualcosa che precede l’affiliazione alla ‘ndrangheta, l’affarismo e la compromissione di intere amministrazioni, l’ostracismo di chi vorrebbe affrancarsi dal giogo senza fuggire.
L’epicentro è in quel legame profondo – e ormai malato – tra quanti si sentono aggrediti dallo Stato anche quando lo Stato giustamente aggredisce chi tra essi delinque, vessa, uccide. L’arresto di un paesano (ma accade anche a Reggio Calabria, a Napoli o a Bari) è uno sfregio alla comunità a prescindere dai fatti, perché prima dell’omertà criminale e della convenienza c’è l’origine, la memoria transgenerazionale della miseria, dei torti subiti, delle aspettative tradite con metodo, per decenni. In questo disfacimento del tessuto sociale chiunque rubi, non paghi tasse o il biglietto dell’autobus, cresca i figli nella diffidenza verso l’autorità e le regole, sta solo compiendo un atto di autodifesa su cui sorvolare o da imitare senza percepire l’offesa a una lontanissima e misconosciuta comunità nazionale. Così come elargire fino all’indecenza pubblici incarichi e reddito, senza regole né merito ai giovani rampolli della borghesia locale, non viene letto come (e com’è) un furto alla fiscalità generale, bensì come un ovvio auto-risarcimento di parte del maltolto. Ed ecco che eleggere ripetutamente chi promette o dispensa favori, non è sudditanza, ma “lungimiranza”.
Ecco perché non servirà a molto identificare i portatori della Madonna; né rimuovere il prete o il sindaco e nemmeno capire perché mai un ergastolano così potente si trovi a casa sua anziché al 41bis. Gesti di riconoscimento al potere criminale tanto sfumati e allo stesso tempo così radicati nelle menti, non si possono afferrare con il Codice penale, ma solo impedire che sorgano con un lunghissimo e paziente lavoro di educazione di bambini e ragazzi, accompagnato dall’opera costante di uno Stato che oltre a reprimere ci sia anche per curare le malattie, riparare le strade, erogare acqua a sufficienza e amministrare a favore dei cittadini, non contro o nonostante i cittadini. Uno Stato vero, efficiente e pulito che faccia percepire ai piccoli calabresi, campani, pugliesi di ogni rango e censo come, al confronto, un Giuseppe Mazzagatti non meriti omaggi, ma solo la punizione prevista per i mafiosi e tutti i loro reggicoda.
 
Sole 24 ore  16.7.2014