In ricordo del 19 luglio 1992 – Via Mariano d’Amelio

 

Paolo Borsellino con Emanuela Loi, Eddi Walter Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli morirono ammazzati dall’esplosione di un’autobomba. Altre 24 persone restarono ferite, come Antonio Vullo, l’autista di una delle Fiat Croma blindate rimasto vivo poiché all’interno dell’auto.Le cose, anche banali o quotidiane, vanno guardate spesso da più prospettive. Se queste cose specifiche appartengono all’ambito della mafia o delle organizzazioni criminali occorre registrare una terza prospettiva. Dall’alto.In via Mariano D’Amelio, una Fiat 126 rossa, rubata a un’ignara casalinga palermitana, esplose appena il magistrato si avvicinò al citofono della casa materna. Il comando a distanza innescò la reazione dell’esplosivo al plastico di tipo Semtex, che esplodendo dall’interno dell’utilitaria generò una rosa di lamiere tagliate chirurgicamente che si trasformarono a loro volta in lame affilate. La mafia siciliana non ha mai avuto un manuale unico per le auto bomba o altri armi per effettuare gli omicidi, tuttavia l’utilizzo del Semtex apre alcuni scenari apparentemente ignorati dagli inquirenti all’epoca delle stragi. Basti pensare che il tritolo, usato grazie ad apposita autorizzazione in taluni settori produttivi, non è nemmeno paragonabile al “militare” Semtex, impossibile da trovare nel mercato legale ed extra bellico.

Come risulta dalle varie udienze del processo “Borsellino” i mafiosi coinvolti nella strage sembrano ignorare gli autori materiali che fecero esplodere la Fiat 126 con il telecomando e ignorano anche il luogo dove questi si posizionarono. In fondo a via D’Amelio, se si volge lo sguardo verso l’alto, verso il monte Pellegrino, dove ha sede il santuario della patrona Santa Rosalia, si incontra il panorama massiccio e rosa del Castello Utveggio. Molto probabilmente, dal belvedere voluto dall’eccentrico Cavaliere Utveggio, qualcuno, in quella domenica di luglio, poté godere della vista delle Croma blindate che entrarono nella strada dove abitava la sorella e la madre del magistrato, pochi minuti prima delle cinque della sera.

Le intercettazioni successive rivelano che Gaspare Spatuzza, uno degli esecutori logistici della strage, nei minuti immediatamente precedenti e successivi all’esplosione chiamò al telefono un interno del Castello Utveggio. A quel numero, è stato verificato, corrispondeva un’utenza “sicura” del Sisde, il servizio di sicurezza interno a tutela della democrazia in Italia. In questa storia si nota anche un puntino rosso. L’agenda del giudice Borsellino, in pelle rossa con impressa in copertina la decorazione araldica dell’Arma. Si poteva leggere “nei secoli fedele”. Conteneva schemi, parole e collegamenti tra la mafia e il resto. In quel budello arrostito che era Via D’Amelio il 19 luglio del 1992, dalla nebbia istituzionale nella quale è nata la strage, emerse qualcuno sicuro e determinato, che portò via la borsa del Dottore con la sua agenda. L’agenda, ad oggi, non è stata trovata.

Il Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco