Lotta all’evasione senza ipocrisie

 
 di Lionello Mancini
La notizia è recente: sequestrati i beni alla famiglia di Giuseppe Grossi, l’imprenditore incappato in casi giudiziari clamorosi, a partire da quello per la bonifica dell’area di Santa Giulia, a Milano Rogoredo. In base all’articolo 18 del codice antimafia (Dlgs 159/11), la Procura di Milano ha ottenuto dal Tribunale della prevenzione il sequestro del patrimonio oggi appartenente ai tre figli dell’imprenditore, deceduto nell’ottobre 2011: tre società, 128 immobili, terreni, motoscafi e barche a vela, oltre alle 268 auto d’epoca di cui il capofamiglia era appassionato collezionista. Il tutto per un valore di circa 70 milioni.Grossi non era un mafioso, ma “solo” un imprenditore accusato di evasione fiscale; e poi non era pregiudicato, perché l’iter processuale era ancora in corso. È giusto che lo Stato si rivalga sugli eredi? Che, cioè, le eventuali colpe del padre evasore ricadano sui figli, i quali potrebbero, per ipotesi, essere estranei all’accumulazione delle ricchezze illecite? La famiglia Grossi, come prevede la legge, schiererà in tribunale avvocati agguerriti per parare il colpo o almeno ridurre il danno.
Vale la pena di ricordare che l’articolo del Codice giunge a correggere una distorsione: un boss che moriva di vecchiaia oppure ammazzato metteva paradossalmente al sicuro le sue ricchezze, perché la possibilità di sequestro lo seguiva nella tomba e la cosca continuava a ingrassare. Ma lasciamo ai legali, ai giudici e ai giuristi il compito di sviscerare gli aspetti tecnici dell’applicabilità di questa norma, oltretutto alla sua prima applicazione.Qui interessa una riflessione di carattere più generale. Insieme alla criminalità organizzata e alla corruzione, l’evasione fiscale è un male gravissimo, che rende esangue l’Italia, sia perché il gettito della spremitura fiscale alimenta spesso incapacità e sprechi, ma anche perché in tanti non pagano quello che dovrebbero.
Ecco perché, almeno a parole, tutti dicono basta alla caccia allo scontrino mancante o al piccolo artigiano che non fattura, perché è ora di colpire i grandi patrimoni sconosciuti al Fisco, i proprietari di interi palazzi esentasse, i manovratori finanziari d’alto bordo che oscillano tra l’abuso del diritto e il reato economico tout court. Secondo il buon senso e il sentire comune, è ora che lo Stato affondi i denti nella polpa dell’evasione e la smetta di rosicchiare i poveracci ormai spolpati, perché solo così potrà incamerare importi corposi, anziché schiantare di sanzioni imprese già mezzo soffocate dalla crisi.
Eppure, quando si applicano a «evasori socialmente pericolosi» (così viene definito Grossi) norme adeguate alla finalità prefissata, sempre si alza qualche voce a parlare di Stato gendarme, di eccessi inquisitori, di violazioni di diritti fondamentali. Una querimonia priva di senso, se poi si invoca la linearità di Paesi in cui un evasore fiscale o un truffatore alla Madoff restano in galera per 25 anni o più. Per questo si fatica a comprendere cosa trattenga il Parlamento dal moltiplicare leggi utili ed efficaci come quella sull’autoriciclaggio. Ogni settimana di ritardo favorisce i delinquenti seriali, che oggi agiscono spudoratamente, sotto gli occhi di tutti, talora percepiti come abili elusori di obblighi efferati anziché come nocive cavallette.
Sole 24 Ore 1.12.2014