Le stanze di Falcone e Borsellino

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Al Palazzo di Giustizia di Palermo lAssociazione Nazionale Magistrati di Palermo, ha realizzato il “Museo Falcone-Borsellino” dedicato alla memoria dei due magistrati.
L’opera si propone l’obiettivo di offrire un luogo di memoria permanente indirizzato non solo agli addetti ai lavori, ma all’intera collettività ed in particolare alle giovani generazioni.
Per la realizzazione del Museo dedicato alla memoria dei due grandi magistrati si è rivelato determinante il contributo fornito da GIOVANNI PAPARCURI. Giovanni, già importante collaboratore di Falcone e Borsellino, fu infatti l’“inventore” dell’informatizzazione all’epoca rivoluzionaria del Maxiprocesso.
Il 29 luglio 1983 Paparcuri scampò miracolosamente all’attentato con autobomba in cui persero la vita il giudice Rocco Chinnici, il maresciallo Trapassi, l’appuntato Bartoletta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
Dopo la “strage di via Pipitone” si maturò la consapevolezza dell’estrema esposizione al pericolo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Entrambi già da alcuni anni si occupavano dei processi a carico degli appartenenti a Cosa nostra esercitando le loro funzioni in stanze ubicate a piano terra del Tribunale e, pertanto, facilmente accessibili da chiunque.
Si decise quindi il loro trasferimento in un’area più riservata del palazzo e vennero individuati, a tal fine, i locali del cosiddetto Bunkerino. È qui che oggi viene fatto rivivere questo fondamentale luogo di memoria.  PROGETTO SAN FRANCESCO



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Nel bunker dei giudici Falcone e Borsellino, le loro stanze diventano un museo


23 luglio 1984. L’ Ansa riporta per la prima volta la notizia della ” blindatura” di una parte del tribunale di Palermo. “MAFIA: STANZE BLINDATE PER QUATTRO GIUDICI A PALERMO I QUATTRO GIUDICI ISTRUTTORI DI PALERMO PIU’ IMPEGNATI IN INCHIESTE DI MAFIA SI SONO TRASFERITI DA POCHI GIORNI IN UN SETTORE ” BLINDATO” DEL PALAZZO DI GIUSTIZIA. E’ UNA DELLE MISURE DI SICUREZZA ADOTTATE PER PROTEGGERE I GIUDICI GIOVANNI FALCONE, PAOLO BORSELLINO, GIUSEPPE DI LELLO E LEONARDO GUARNOTTA, TITOLARI DI NUMEROSE INCHIESTE SULLE MAGGIORI ” FAMIGLIE” MAFIOSE DI PALERMO E DELLA PROVINCIA. LE QUATTRO STANZE DEI MAGISTRATI PRENDONO LUCE DA UN CORTILE INTERNO E SI AFFACCIANO SU UN CORRIDOIO CHE E’ STATO CHIUSO DA VETRATE ANTIPROIETTILE. GLI STESSI CRISTALLI SONO STATI MONTATI SULLE FINESTRE. QUESTA ”SPECIALE” SEZIONE ISTRUTTORIA, INOLTRE, NON E’ AL PIANO TERRENO DEL PALAZZO DI GIUSTIZIA, MA AL PRIMO PIANO. PER ACCEDERVI E’ NECESSARIO PASSARE DA UN PICCOLO INGRESSO SORVEGLIATO DAI CARABINIERI CHE ACCERTANO L’ IDENTITA’ DI TUTTI I VISITATORI.  23-LUG-84″ – Oggi, alcune di quelle stesse stanze diventate museo, riportano indietro nel tempo. Come se loro fossero ancora lì, e magari fossero usciti per qualche sopralluogo o interrogatorio. (ANSA) – PALERMO, 23 LUG – 1984  

 



Archivio Radio Radicale


NELL’UFFICIO DEL MAGISTRATO: LA STORIA DI PAOLO BORSELLINO

Chi ha conosciuto bene Paolo Borsellino lo descrive sempre con il sorriso. Il magistrato ucciso da Cosa Nostra il 19 luglio 1992 a Palermo in via D’Amelio, è stato prima di tutto un figlio premuroso, un papà affettuoso, uno zio scherzoso, un amante del mare e del ciclismo ma soprattutto un uomo che ha dedicato la sua vita al lavoro fino alla morte. Oggi, a 29 anni dalla strage che oltre a Borsellino ha ammazzato i suoi agenti della scorta, Agostino CatalanoVincenzo Li MuliWalter Eddie CosinaEmanuela Loi e Claudio Traina, l’Italia intera, compresi i ragazzi che hanno conosciuto il magistrato solo attraverso il racconto di altri o la lettura di qualche libro, si ferma ancora una volta per fare memoria. Come ogni anno a Palermo il ricordo avverrà proprio davanti all’appartamento della mamma e della sorella di Paolo Borsellino, dove al posto del cratere causato dal tritolo, c’è un albero d’ulivo con appesi decine e decine di messaggi di pace e di giustizia.
NEL QUARTIERE DI PAOLO Ma per capire chi è stato Paolo Borsellino, bisogna andare alla Kalsa, al quartiere dove è nato e dove ha conosciuto, da bambino, l’amico Giovanni Falcone, ammazzato il 23 maggio 1992 sempre per mano della criminalità organizzata.
In via Vetriera, a pochi passi da uno dei più bei monumenti della città di Palermo, la Chiesa dello Spasimo, in fondo alla strada c’è ancora la casa della famiglia Borsellino. Al piano terra c’era la farmacia che suo padre aveva aperto nel quartiere mentre al secondo piano abitava Paolo con il fratello Salvatore, le sorelle Adele e Rita, la più piccola, nata il 2 giugno del 1945 e chiamata dal fratello magistrato “la Repubblichina” in onore della festa della Repubblica.
Paolo amava stare sui libri ma anche dare una mano a chi non ce la faceva: alla scuola elementare la casa dei Borsellino, il pomeriggio, si riempiva di ragazzini ai quali lui dava una mano a fare i compiti. Dopo aver frequentato le scuole dell’obbligo si iscrisse al liceo classico “Giovanni Meli” di Palermo. Durante quegli anni diventò direttore del giornale studentesco “Agorà”. A 22 anni si laureò in Legge.
UNA VITA SOTTO PROTEZIONE Presto la sua vita si trasformò. Dopo essersi sposato con Agnese ebbe tre figli: Lucia, la più grande; Manfredi che oggi è un poliziotto e Fiammetta. A cambiare l’esistenza sua e della famiglia fu l’uccisione del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile con il quale il magistrato stava svolgendo delle indagini.
Da quel giorno, il 3 maggio del 1980, anche a Paolo Borsellino viene affidata la scorta. Da quel momento non è più libero di andare a fare una passeggiata con i figli, di andare al cinema o semplicemente se deve accompagnare a scuola i suoi bambini lo deve fare con gli agenti di Polizia che lo proteggono.
NELL’UFFICIO DEL GIUDICE Oggi, per capire il lavoro di Borsellino, bisogna farsi prendere per mano da un uomo che ha lavorato con lui e con il giudice Falcone: Giovanni Paparcuri, scampato all’attentato al giudice Rocco Chinnici, il 29 luglio del 1983. Grazie a lui è ancora possibile entrare nell’ufficio di Paolo Borsellino, a Palazzo di Giustizia.
Nella sua stanza ciò che colpisce appena entri è quella copia del Bacio di Gustav Klimt, appesa dietro la sua poltrona. Una delle sue agende di pelle marrone sulle quali teneva gli appunti è ancora lì sul tavolo, così come una delle borse dove teneva anche la pistola, perché Borsellino girava armato.
C’è anche una copia della tesi di laurea di Borsellino e il suo tocco (il copricapo) quello indossato al funerale del suo collega, amico e fratello Giovanni. Vengono i brividi solo a guardarlo. È lì che i due magistrati hanno svolto le indagini che hanno portato al maxi processo, al processo più grande della storia della mafia che ha condannato 346 mafiosi. Per la prima volta la mafia perdeva la battaglia e per la prima volta si scoprirono molte cose sulla mafia.
Nel 1991 la mafia decide di uccidere il giudice Borsellino. A dover compiere l’attentato con un fucile di precisione è Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano. Fortunatamente Calcara fu arrestato prima della presunta data dell’esecuzione. Per Borsellino, quell’uomo diventò molto di più di un collaboratore di giustizia.
Una volta rivelatogli il piano e l’incarico, il boss disse: «Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla». Dopo di ciò, raccontò sempre il pentito, gli chiese di poterlo abbracciare e Borsellino avrebbe commentato: «Nella mia vita tutto potevo immaginare, tranne che un uomo d’onore mi abbracciasse».
Ma il 19 luglio 1992 accade quello che anche lui s’aspettava.
VIA D’AMELIO È domenica. Paolo Borsellino quella mattina alle cinque riceve una chiamata: è la figlia Fiammetta dalla Thailandia. Alle sette riceve un’altra telefonata che sveglia anche l’altra figlia. Poi decide di andare al mare. Paolo pranza a casa di vecchi amici di famiglia e parlando si confida senza farsi sentire da Agnese: «È arrivato il tritolo per me».
Alle 16,30 parte e va dalla mamma. Mette nella sua borsa di pelle le carte, il pacchetto di sigarette, il costume e l’agenda rossa. Eccolo in via D’Amelio dove andava sempre a trovare la mamma e la sorella Rita.
La Fiat Croma attraversa la strada tra le auto parcheggiate a spina di pesce. C’è anche una fila al centro. Arrivati in fondo, dal momento che la via è chiusa, le auto fanno un’inversione. Percorrono qualche metro, e arrivarono esattamente dove oggi c’è un albero d’ulivo che la mamma di Paolo ha voluto al posto del cratere.
Quando il giudice suona al citofono sono le 16,58 e venti secondi. Non fa in tempo a dire: «Paolo sono». È l’inferno.
La Fiat 126 rossa parcheggiata da due giorni davanti alla ringhiera, imbottita di 90 chilogrammi di tritolo e pentrite, scoppia. Paolo, Emanuela Loi, Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano, il capo scorta, muoiono.
In pochi minuti arrivano ambulanze, vigili del fuoco, forze dell’ordine. Regna la confusione; la polvere rende tutto più grigio, più opaco, al punto che qualcuno, ancora non sappiamo chi, prende quell’agenda rossa dove Paolo era solito appuntare riflessioni sui suoi colloqui investigativi e la fa sparire. Chi ha visto il giudice Paolo morto dice che se ne sia andato sereno, sorridendo.  FocusJunior.it 


 

 

Nel bunker dei giudici Falcone e Borsellino, le loro stanze diventano un museo

L’ultima scatola di toscani, i sigari preferiti di Giovanni Falcone, è tornata sulla scrivania del bunker. Accanto alle papere di legno e a una montagna di appunti sul primo maxiprocesso alla mafia. “Il pomeriggio che lasciò il tribunale di Palermo, il dottore Falcone mi chiese se avevo ancora un sigaro — racconta Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del giudice — ne avevo mezzo. Lui lo fumò e andando via gettò la scatola nel cestino. Io, non so perché, la raccolsi”. Quella scatola è stata la prima cosa che Paparcuri ha riportato al Palazzo di giustizia quando gli hanno detto che l’Associazione nazionale magistrati voleva far rivivere le stanze bunker dove Falcone e Borsellino iniziarono la lotta alla mafia, all’inizio degli anni Ottanta. Da domani, quelle stanze saranno aperte al pubblico.
Paparcuri, che è ormai in pensione dal 2009, ha iniziato a girare per gli uffici e gli archivi: ha recuperato i mobili, le sedie, i computer, tutto quello che era dentro quel bunker ormai dimenticato. “È in queste tre camere che è iniziata la storia dell’antimafia, mi chiedo come avevano fatto a smantellare un luogo così significativo”, dice Paparcuri mentre cammina nel corridoio di quello che un tempo fu il fortino del primo assalto a Cosa nostra. Un budello al piano ammezzato del “Palazzaccio”. Dalle finestre, che danno su un pozzo di luce, non si vede neanche il cielo. “Fino a qualche settimana fa, erano stanze come tante, occupate da giudici e cancellieri. Ma questa è una trincea”.
Quasi sussurra le parole, Giovanni Paparcuri è un sopravvissuto. Il 29 luglio 1983, faceva da autista al consigliere istruttore Rocco Chinnici, solo per un caso non saltò in aria pure lui. Qualche tempo dopo, Borsellino gli disse che il pool aveva bisogno di un esperto di informatica per iniziare a microfilmare gli atti della maxi istruttoria. “Quei nastri li ho sempre conservati — spiega Paparcuri — ma purtroppo lo strumento per leggerli è ormai guasto. Ho la sensazione che il nostro Paese non voglia più ricordare. In quegli atti ci sono peraltro tanti spunti ancora utili per le indagini sulla mafia”.
Come trentatré anni fa, Paparcuri entra nel bunker e sistema sulle scrivanie dei giudici le borse blindate. “Il ministero li mandò negli anni più bui — racconta — dovevano servire come scudi in caso di sparatoria”. Su una poltrona verde, è tornato il portacenere di Borsellino: “Era sempre pieno di cicche”. Arriva il presidente dell’Anm di Palermo, il giudice Matteo Frasca: “Entrando in queste stanze, sembra che Giovanni e Paolo stiano per tornare da un momento all’altro. Li vogliamo ricordare così, ancora vivi”. Dice Paparcuri: “Mi sembra di sentire ancora Falcone che urla: “Paolo”. Borsellino gli nascondeva una delle papere della sua collezione preferita e lasciava un biglietto: “Se vuoi rivederla viva cinquemila lire mi devi dare”. Sento ancora le loro risate in quei giorni difficili”.
Adesso, nell’anniversario di Capaci, c’è un silenzio irreale in queste stanze. “Un pomeriggio, Falcone mi chiama: “Papa”. Era ancora al telefono, quasi disteso sulla poltrona. “Papa abbiamo vinto”, mi dice. E io penso: “Ma vinto cosa? Non abbiamo mica giocato una schedina”. Era felice: “Al maxiprocesso ci sono state tantissime condanne”. E non smetteva di sorridere”.  

 

 

PSF al museo

 

TRIBUNALE DI PALERMO 3.12.2018 – Benedetto Madonia (Presidente PSF) Giovanni Paparcuri (curatore del museo, giá collaboratore di Falcone e Borsellino), Vittorio Teresi, Sostituto Procuratore di Palermo) e Claudio Ramaccini (Direttore PSF) 

 

7.12.2021 – PROGETTO SAN FRANCESCO E ASSESSORATO ALLA LEGALITA’ DEL COMUNE DI CANTU’ AL “BUNKERINO”

 


Palermo: furto al museo Falcone dentro Palazzo di giustizia

Denuncia del curatore Paparcuri, sottratto un documento redatto da Rocco Chinnici e alcuni floppy disk di Falcone
Furto al Museo dedicato ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino he si trova all’interno del Palazzo di giustizia di Palermo. Portati via un documento a firma del giudice istruttore Rocco Chinnici, ma anche diversi floppy disk. A denunciare il furto è stato Giovanni Paparcuri, che cura il museo e organizza le visite delle scolaresche e dei turisti. “Io non ne faccio giri di parole, per cui non dirò se qualcuno per errore ha preso questi oggetti dall’interno del bunkerino è pregato di riportarli, dico soltanto che il pezzo o i pezzi di m… devono riportare: la relazione a firma del dottor Chinnici; la scheda comandi del wordstar che si trovava nell’ufficio del dottor Falconee e la confezione azzurra e grigia della Olivetti con all’interno diversi floppy”.
Paparcuri affida a Facebook il suo sfogo: “E’ chiaro che il comunicato non è rivolto ai visitatori onestissimi e che non c’entrano nulla e con cui mi scuso, ma a quei disonesti che hanno approfittato della mia fiducia”. “Il periodo non ve lo dico, ma è facilmente desumibile dal giorno in cui sono state scattate queste foto ad oggi – dice mostrando le foto degli oggetti rubati – Sperate soltanto che dalle video registrazioni non si veda nulla. E comunque verrà presentata formale denuncia”.
 

Tribunale, rubati documenti dal “museo” Falcone

Il furto è avvenuto nel cosiddetto “bunkerino”. La denuncia di Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici e custode dei segreti del magistrato ucciso a Capaci nel 1992: “Qualcuno ha approfittato della mia fiducia”

 

 
 

Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici, ha denunciato oggi il furto di alcuni documenti conservati ed esposti nelle stanze del tribunale di Palermo in cui Falcone lavorava e ora adibite a museo. Paparcuri, 61 anni (fu l’uomo che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso) ha avvertito l’autorità giudiziaria e domani sporgerà formale denuncia. Il furto è avvenuto dunque nel cosiddetto bunkerino di cui Paparcuri è custode e che si trova in un’ala del tribunale ed è visitato da turisti e cittadini. Sarebbero spariti: la relazione a firma del giudice Rocco Chinnici, la scheda comandi del wordstar che si trovava nell’ufficio del giudice Giovanni Falcone, la confezione azzurra e grigia della Olivetti con all’interno diversi flop disk. L’ipotesi è qualcuno ha pensato di portare via gli oggetti come souvenir. Paparcuri lancia una sorta di appello: “Dico soltanto che il pezzo o i pezzi di m… devono riportare questi oggetti. E’ chiaro che non mi rivolgo ai visitatori onestissimi ma a quei disonesti che hanno approfittato della mia fiducia.  Sperate soltanto che dalle videoregistrazioni non si veda nulla. E comunque verrà presentata formale denuncia”.

 

 

🟧 PREFAZIONE di Fiammetta e Lucia Borsellino

🟧 PREMESSA di Claudio Ramaccini

🟥 PAOLO BORSELLINO, il coraggio della solitudine

🟥 CRONISTORIA DEL DEPISTAGGIO dal 1992 ad oggi

🟥 La DENUNCIA di FIAMMETTA BORSELLINO

🟥 ed ALTRO ANCORA 

🟥 DOCUMENTAZIONE

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