Museo Falcone – Borsellino, il BUNKERINO

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Al Palazzo di Giustizia di Palermo l’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo, ha realizzato il “Museo Falcone-Borsellino” dedicato alla memoria dei due magistrati.
L’opera si propone l’obiettivo di offrire un luogo di memoria permanente indirizzato non solo agli addetti ai lavori, ma all’intera collettività ed in particolare alle giovani generazioni.
Per la realizzazione del Museo dedicato alla memoria dei due grandi magistrati si è rivelato determinante il contributo fornito da GIOVANNI PAPARCURI.  Giovanni, già straordinario collaboratore di Falcone e Borsellino, fu infatti l’“inventore” dell’informatizzazione all’epoca rivoluzionaria del Maxiprocesso.
Il 29 luglio 1983 Paparcuri scampò miracolosamente all’attentato con autobomba in cui persero la vita il giudice Rocco Chinnici, il maresciallo Trapassi, l’appuntato Bartoletta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
Dopo la “strage di via Pipitone” si maturò la consapevolezza dell’estrema esposizione al pericolo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Entrambi già da alcuni anni si occupavano dei processi a carico degli appartenenti a Cosa nostra esercitando le loro funzioni in stanze ubicate a piano terra del Tribunale e, pertanto, facilmente accessibili da chiunque.
Si decise quindi il loro trasferimento in un’area più riservata del palazzo e vennero individuati, a tal fine, i locali del cosiddetto Bunkerino. È qui che oggi viene fatto rivivere questo fondamentale luogo di memoria.

PROGETTO SAN FRANCESCO



VIDEO

 

Bunker Falcone Borsellino  – Video 
Questo video amatoriale del 19 luglio scorso è un viaggio in posti senza tempo che sono oggi luoghi di memoria voluti dalla Giunta distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo che ha realizzato, nel Palazzo di Giustizia del capoluogo, il “Museo Falcone-Borsellino” dedicato alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  Sono le stanze, fedelmente ricostruite, in cui lavorarono per anni.  “Determinante per la realizzazione del Museo è stato il contributo di Giovanni Paparcuri, straordinario collaboratore dei due Magistrati ed “inventore” della informatizzazione, all’epoca rivoluzionaria, del maxiprocesso, scampato miracolosamente all’attentato del 29 luglio 1983 in Via Pipitone Federico a Palermo, nel quale persero la vita il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, il Maresciallo Trapassi e l’appuntato Bartolotta dei Carabinieri, nonché il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi”  Ed è lo stesso Giovanni Paparcuri che accompagna i visitatori in questo meraviglioso viaggio nella memoria.  Partendo dalla stanza del giudice Falcone in cui oggetti immortali, si uniscono ai fatti e aneddoti, anche personali, magistralmente esposti dello stesso Paparcuri. La collezione di papere con gli scherzi fatti al giudice dal collega, gli scritti personali, le freddure raccontate come barzellette o il vizio di tirare le molliche di pane. Racconti che continuano nelle stanza che fu l’ufficio del dr Borsellino. Anche in esso si possono ammirare oggetti appartenuti allo stesso giudice come il tocco o la macchina da scrivere; e poi la borsa 24 ore e l’impermeabile che secondo il Ministero avrebbero dovuto essere “blindati”. Racconti da cui trapela l’umanità e l’altruismo del dr Borsellino come il regalo di un motorino fatto al figlio di una vedova di mafia per permettergli di andare a lavorare fuori Palermo. Un viaggio meraviglioso, a tratti commovente, che porta indietro nel tempo, in anni in cui buona parte degli italiani ” facevano il tifo per loro”. – Gabriella Tassone



Nel bunker dei giudici Falcone e Borsellino, le loro stanze diventano un museo

 


23 luglio 1984. L’ Ansa riporta per la prima volta la notizia della ” blindatura” di una parte del tribunale di Palermo. “MAFIA: STANZE BLINDATE PER QUATTRO GIUDICI A PALERMO (ANSA) – PALERMO, 23 LUG – 1984  I QUATTRO GIUDICI ISTRUTTORI DI PALERMO PIU’ IMPEGNATI IN INCHIESTE DI MAFIA SI SONO TRASFERITI DA POCHI GIORNI IN UN SETTORE ” BLINDATO” DEL PALAZZO DI GIUSTIZIA. E’ UNA DELLE MISURE DI SICUREZZA ADOTTATE PER PROTEGGERE I GIUDICI GIOVANNI FALCONE, PAOLO BORSELLINO, GIUSEPPE DI LELLO E LEONARDO GUARNOTTA, TITOLARI DI NUMEROSE INCHIESTE SULLE MAGGIORI ” FAMIGLIE” MAFIOSE DI PALERMO E DELLA PROVINCIA. LE QUATTRO STANZE DEI MAGISTRATI PRENDONO LUCE DA UN CORTILE INTERNO E SI AFFACCIANO SU UN CORRIDOIO CHE E’ STATO CHIUSO DA VETRATE ANTIPROIETTILE. GLI STESSI CRISTALLI SONO STATI MONTATI SULLE FINESTRE. QUESTA ”SPECIALE” SEZIONE ISTRUTTORIA, INOLTRE, NON E’ AL PIANO TERRENO DEL PALAZZO DI GIUSTIZIA, MA AL PRIMO PIANO. PER ACCEDERVI E’ NECESSARIO PASSARE DA UN PICCOLO INGRESSO SORVEGLIATO DAI CARABINIERI CHE ACCERTANO L’ IDENTITA’ DI TUTTI I VISITATORI.  23-LUG-84″ – Oggi, alcune di quelle stesse stanze diventate museo, riportano indietro nel tempo. Come se loro fossero ancora lì, e magari fossero usciti per qualche sopralluogo o interrogatorio.


Nel bunker di Falcone e Borsellino  A trent’anni dalla prima sentenza del Maxi Processo alla mafia siamo andati nel bunkerino di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ad accoglierci Giovanni Paparcuri . Abbiamo parlato anche dell’appunto di Falcone ritrovato pochi giorni fa… SEGUE

 

GIOVANNI PAPARCURI e il BUNKERINO

 Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Bunkerino 

“IL SOGNO SI È REALIZZATO, ADESSO POSSO MORIRE SODDISFATTO.  L’altro giorno avevo espresso il desiderio di incontrare il Presidente Mattarella e oggi 21 settembre 2020 il sogno si è avverato, oggi, nel trentennale dell’uccisione del giudice Rosario Livatino. Comunque il presidente non è venuto per me, ma approfittando del convegno che si è tenuto al Palazzo di Giustizia per ricordare, appunto, il giudice Livatino, è venuto a rendere omaggio ad altri due grandi giudici, il dott. Falcone e il dott. Borsellino, visitando il bunkerino. Devo dire che nei giorni precedenti pur sapendo che sarebbe venuto il capo dello Stato, non ero per nulla emozionato, ma confesso che quando l’ho visto arrivare e dopo che mi hanno presentato, quel suo sguardo, fiero, da palermitano vero, ho tremato un po’, ma non per paura, ma per l’emozione. Purtroppo non riesco a descrivere quei circa venti minuti, ma cercherò di fare del mio meglio, anche se certe emozioni non si possono descrivere. La cosa che mi ha colpito in primis è che da buon palermitano stava dandomi la mano e io prontamente gli ho detto presidente battiamoci la mano sul petto. Subito dopo gli onori di casa li ha fatti il presidente della Corte di Appello, dott. Matteo Frasca. Io sono intervenuto due, tre volte, forse più: una delle cose che ho fatto notare ai pochi presenti, tra cui al vice presidente del Csm, David Ermini, è una lettera datata 21 settembre 1988 (e oggi è anche 21), a firma del giudice Falcone, con la quale sperava che finissero le polemiche e/o le liti con il consigliere Meli: “Tale alto richiamo mi induce ad anteporre le riconosciute preminenti esigenze di servizio a qualsiasi altra considerazione, e, pertanto Le comunico di revocare la mia domanda di assegnazione ad altro incarico.” Dopo di ciò ho consegnato al presidente, a nome dell’ANM distrettuale, una targa ricordo del bunkerino, e visto che stamani si ricordava il “giudice ragazzino” ho fatto incidere una sua famosa frase: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.” Cosa ho detto al presidente rimane tra noi, comunque lo ringrazio per essere venuto, lo ringrazio perché ha seguito veramente con attenzione tutte le fasi della visita, lo ringrazio per essersi soffermato sulla figura del consigliere Rocco Chinnici, lo ringrazio per avere accettato di farsi una foto assieme, lo ringrazio se mi sono preso la licenza di avere fatto durare la visita qualche minuto in più e mi scuso per la mia esuberanza. Infine ringrazio i ragazzi (non faccio nomi per paura di dimenticarne qualcuno) addetti alla sua sicurezza, i quali la maggior parte di loro, due anni fa, liberi dal servizio, anziché andare a riposare hanno sentito il dovere di venire in questi luoghi, li ringrazio anche per avermi promosso sul campo donandomi una spilla con su scritto Presidenza della Repubblica. Li ringrazio per le parole dettemi e per i sacrifici che fanno, perché proteggere il capo dello Stato non è semplice. Ringrazio la dottoressa Giovanna Nozzetti, presidente della giunta distrettuale dell’Anm, per questa opportunità. Ringrazio per ultimo, ma non perché meno importante, Ilaria, per avere scelto la mia stanza per la foto ricordo Se dimentico qualcuno me ne scuso, e adesso voglio godermi questa giornata”. Dalla pagina FB di Giovanni Paparcuri


Mattarella nel “bunkerino” di Falcone e Borsellino e ricorda Rosario Livatino  Il presidente della Repubblica si è recato a Palermo, dove ha votato e poi presenziato a un seminario dell’Anm.  

 

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha visitato il “bunkerino” che all’interno del palazzo di Giustizia di Palermo ospita, negli uffici che furono di Falcone e Borsellino, l’omonimo museo intestato ai due magistrati e allestito e curato anche grazie ad uno dei collaboratori piu’ preziosi dei due magistrati, Giovanni Paparcuri. Accolto al palazzo di giustizia di Palermo dal presidente della Corte d’appello, Matteo Frasca, dal procuratore generale, Roberto Scarpinato e dal prefetto di Palermo, Giuseppe Forlani, Mattarella ha presenziato al seminario dal titolo “Deontologia e professionalita’ del Magistrato: un binomio indissolubile”, organizzato nel trentesimo anniversario dell’omicidio di Rosario Livatino, dall’Anm. “Ricordare la vile uccisione di Rosario Livatino – ha detto – richiama la necessita’ di resistere alle intimidazioni della mafia opponendosi a logiche compromissorie e all’indifferenza, che minano le fondamenta dello Stato di diritto”. Livatino, Sostituto Procuratore della Repubblica e poi Giudice della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Agrigento, “ha condotto importanti indagini contabili e bancarie sulle organizzazioni criminali operanti sul territorio e sui loro interessi economici. Egli ha, tra i primi, individuato lo stretto legame tra mafia e affari, concentrando l’attenzione sui collegamenti della malavita organizzata con gruppi imprenditoriali”.“Consapevole del delicato ruolo del giudice in una societa’ in evoluzione e della necessita’ che la magistratura sia e si mostri indipendente – ha aggiunto Mattarella – egli ha svolto la sua attivita’ con sobrieta’, rigore morale, fermezza e instancabile impegno, convinto di rappresentare lo Stato nella speciale funzione di applicazione della legge”. agi Tre anni, già sono trascorsi tre anni.  Il 24 maggio del 2016 ho consegnato il Bunkerino, ossia gli uffici dove hanno lavorato i giudici Falcone e Borsellino, oggi museo, l’ho consegnato alle persone oneste, ai cittadini, ai bambini, agli studenti, a chi gli fu veramente amico, a chi li ha rispettati e a chi li ha sostenuti sul serio.  L’ho consegnato anche a chi tanti anni fa erano loro nemici, infatti spero che questo luogo serva specialmente a loro.  La realizzazione non è stata facile, ma come ho sempre sostenuto le cose più belle sono proprio quelle dove si incontrano delle difficoltà. In tre anni sono venuti circa 25.000 visitatori, non ha importanza quanti, ma sono tantissimi e li ringrazio tutti uno per uno. Ho fatto qualche errore, ho litigato con qualcuno, ho rimproverato qualche studente, ma l’ho fatto non per farmi dei nemici, ma per fare capire che la funzione del museo, di questo museo, non è quella di mostrare degli oggetti, fotografarli ed è finita lì, o magari per potere dire semplicemente sono stato al bunkerino, o per approfittare della giornata di vacanza, ma attraverso le cose e i racconti di ciò che è stato fatto in questi luoghi, in primis il senso dello Stato, deve servire a tenere viva la memoria e farne tesoro per non commettere gli errori del passato. Ci sono stati anche momenti di sconforto, probabilmente troppi, e voglia di mollare ma non come resa, infatti ho proseguito, né mi sono risparmiato, ma forse è arrivato il momento di scrivere la parola fine.  Comunque ringrazio l’Associazione Nazionale Magistrati, il dr. Matteo Frasca e il dr. Gioacchino Natoli per avermi dato questo onere e onore. Giovanni Paparcuri  – 24 Maggio 2019


SICILIA SERA – FILIPPO CUCINA PARLA CON GIOVANNI PAPARCURI DELLA VISITA DI MATTARELLA Al BUNKERINO



Archivio Radio Radicale

 


L’INCONTRO CON BORSELLINO

 


LE DELUSIONI



 

 


NELL’UFFICIO DEL MAGISTRATO: LA STORIA DI PAOLO BORSELLINO

Chi ha conosciuto bene Paolo Borsellino lo descrive sempre con il sorriso. Il magistrato ucciso da Cosa Nostra il 19 luglio 1992 a Palermo in via D’Amelio, è stato prima di tutto un figlio premuroso, un papà affettuoso, uno zio scherzoso, un amante del mare e del ciclismo ma soprattutto un uomo che ha dedicato la sua vita al lavoro fino alla morte. Oggi, a 29 anni dalla strage che oltre a Borsellino ha ammazzato i suoi agenti della scorta, Agostino CatalanoVincenzo Li MuliWalter Eddie CosinaEmanuela Loi e Claudio Traina, l’Italia intera, compresi i ragazzi che hanno conosciuto il magistrato solo attraverso il racconto di altri o la lettura di qualche libro, si ferma ancora una volta per fare memoria. Come ogni anno a Palermo il ricordo avverrà proprio davanti all’appartamento della mamma e della sorella di Paolo Borsellino, dove al posto del cratere causato dal tritolo, c’è un albero d’ulivo con appesi decine e decine di messaggi di pace e di giustizia.

NEL QUARTIERE DI PAOLO Ma per capire chi è stato Paolo Borsellino, bisogna andare alla Kalsa, al quartiere dove è nato e dove ha conosciuto, da bambino, l’amico Giovanni Falcone, ammazzato il 23 maggio 1992 sempre per mano della criminalità organizzata.
In via Vetriera, a pochi passi da uno dei più bei monumenti della città di Palermo, la Chiesa dello Spasimo, in fondo alla strada c’è ancora la casa della famiglia Borsellino. Al piano terra c’era la farmacia che suo padre aveva aperto nel quartiere mentre al secondo piano abitava Paolo con il fratello Salvatore, le sorelle Adele e Rita, la più piccola, nata il 2 giugno del 1945 e chiamata dal fratello magistrato “la Repubblichina” in onore della festa della Repubblica.
Paolo amava stare sui libri ma anche dare una mano a chi non ce la faceva: alla scuola elementare la casa dei Borsellino, il pomeriggio, si riempiva di ragazzini ai quali lui dava una mano a fare i compiti. Dopo aver frequentato le scuole dell’obbligo si iscrisse al liceo classico “Giovanni Meli” di Palermo. Durante quegli anni diventò direttore del giornale studentesco “Agorà”. A 22 anni si laureò in Legge.

UNA VITA SOTTO PROTEZIONE Presto la sua vita si trasformò. Dopo essersi sposato con Agnese ebbe tre figli: Lucia, la più grande; Manfredi che oggi è un poliziotto e Fiammetta. A cambiare l’esistenza sua e della famiglia fu l’uccisione del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile con il quale il magistrato stava svolgendo delle indagini.
Da quel giorno, il 3 maggio del 1980, anche a Paolo Borsellino viene affidata la scorta. Da quel momento non è più libero di andare a fare una passeggiata con i figli, di andare al cinema o semplicemente se deve accompagnare a scuola i suoi bambini lo deve fare con gli agenti di Polizia che lo proteggono.

NELL’UFFICIO DEL GIUDICE Oggi, per capire il lavoro di Borsellino, bisogna farsi prendere per mano da un uomo che ha lavorato con lui e con il giudice Falcone: Giovanni Paparcuri, scampato all’attentato al giudice Rocco Chinnici, il 29 luglio del 1983. Grazie a lui è ancora possibile entrare nell’ufficio di Paolo Borsellino, a Palazzo di Giustizia.
Nella sua stanza ciò che colpisce appena entri è quella copia del Bacio di Gustav Klimt, appesa dietro la sua poltrona. Una delle sue agende di pelle marrone sulle quali teneva gli appunti è ancora lì sul tavolo, così come una delle borse dove teneva anche la pistola, perché Borsellino girava armato.
C’è anche una copia della tesi di laurea di Borsellino e il suo tocco (il copricapo) quello indossato al funerale del suo collega, amico e fratello Giovanni. Vengono i brividi solo a guardarlo. È lì che i due magistrati hanno svolto le indagini che hanno portato al maxi processo, al processo più grande della storia della mafia che ha condannato 346 mafiosi. Per la prima volta la mafia perdeva la battaglia e per la prima volta si scoprirono molte cose sulla mafia.
Nel 1991 la mafia decide di uccidere il giudice Borsellino. A dover compiere l’attentato con un fucile di precisione è Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano. Fortunatamente Calcara fu arrestato prima della presunta data dell’esecuzione. Per Borsellino, quell’uomo diventò molto di più di un collaboratore di giustizia.
Una volta rivelatogli il piano e l’incarico, il boss disse: «Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla». Dopo di ciò, raccontò sempre il pentito, gli chiese di poterlo abbracciare e Borsellino avrebbe commentato: «Nella mia vita tutto potevo immaginare, tranne che un uomo d’onore mi abbracciasse».
Ma il 19 luglio 1992 accade quello che anche lui s’aspettava.

VIA D’AMELIO È domenica. Paolo Borsellino quella mattina alle cinque riceve una chiamata: è la figlia Fiammetta dalla Thailandia. Alle sette riceve un’altra telefonata che sveglia anche l’altra figlia. Poi decide di andare al mare. Paolo pranza a casa di vecchi amici di famiglia e parlando si confida senza farsi sentire da Agnese: «È arrivato il tritolo per me».
Alle 16,30 parte e va dalla mamma. Mette nella sua borsa di pelle le carte, il pacchetto di sigarette, il costume e l’agenda rossa. Eccolo in via D’Amelio dove andava sempre a trovare la mamma e la sorella Rita.
La Fiat Croma attraversa la strada tra le auto parcheggiate a spina di pesce. C’è anche una fila al centro. Arrivati in fondo, dal momento che la via è chiusa, le auto fanno un’inversione. Percorrono qualche metro, e arrivarono esattamente dove oggi c’è un albero d’ulivo che la mamma di Paolo ha voluto al posto del cratere.
Quando il giudice suona al citofono sono le 16,58 e venti secondi. Non fa in tempo a dire: «Paolo sono». È l’inferno.
La Fiat 126 rossa parcheggiata da due giorni davanti alla ringhiera, imbottita di 90 chilogrammi di tritolo e pentrite, scoppia. Paolo, Emanuela Loi, Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano, il capo scorta, muoiono.
In pochi minuti arrivano ambulanze, vigili del fuoco, forze dell’ordine. Regna la confusione; la polvere rende tutto più grigio, più opaco, al punto che qualcuno, ancora non sappiamo chi, prende quell’agenda rossa dove Paolo era solito appuntare riflessioni sui suoi colloqui investigativi e la fa sparire. Chi ha visto il giudice Paolo morto dice che se ne sia andato sereno, sorridendo.  FocusJunior.it 

La legalità si testimonia, non si studia!

Paolooo! – urlava il giudice Falcone verso l’ufficio del dr. Borsellino che gli aveva nascosto una delle sue amatissime paperelle di legno lasciandogli un bigliettino: ‘Se viva la vuoi ritrovare, cinquemila lire mi devi dare!’
‘Sento ancora le loro risate in quei giorni difficili’ – mi racconta Giovanni Paparcuri mentre mi accompagna nella visita del cosiddetto bunkerino, come veniva chiamata l’area blindata del Palazzo di Giustizia di Palermo in cui furono trasferiti per ragioni di sicurezza i giudici Falcone e Borsellino che al tempo occupavano uffici al piano terra con le finestre che davano all’esterno.
Ideato dal Consigliere Istruttore Rocco Chinnici agli inizi del 1980 e guidato- dopo il suo assassinio (29 luglio 1983) – dal giudice Antonino Caponnetto, il pool antimafia racchiudeva anche i magistrati Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta cui seguirono i magistrati Giacomo Conte, Gioacchino Natoli e Ignazio Di Francisci.
Ispirato dalla strategia di Gian Carlo Caselli e Ferdinando Imposimato nella lotta contro il terrorismo, l’intento di Chinnici fu quello di creare un gruppo di lavoro che si occupasse a tempo pieno ed in via esclusiva dei processi di mafia, frazionando così i rischi ed assicurando una visione organica e completa del fenomeno.
Forte personalità e schiena dritta, Paparcuri (unico superstite della strage che uccise il Consigliere istruttore) fu cooptato dal dr. Borsellino al suo ritorno a Palazzo dove – a seguito dell’incidente – era stato declassato di due livelli mansionari e retributivi:
Il dr. Borsellino conosceva la mia passione per l’informatica e mi chiese di aiutarli. Fu una sorta di premio, fu come rinascere una seconda volta: nello stesso tempo un onore ed un grande onere. Il dr. Borsellino non si dava pace che tutti i dati del Palazzo di Giustizia fossero gestiti da un’impresa privata esterna …da lì cominciai creando una banca dati (che ancora oggi porta il mio nome, di seguito ereditata dalla Procura) internalizzando il sistema’.
Poi passò alla microfilmatura degli atti del cosiddetto Maxiprocesso (cui seguiranno il bis, il ter e il quater) a tutt’oggi il più corposo processo penale mai celebrato al mondo (in primo grado gli imputati erano 475 e 200 gli avvocati difensori).
‘Il pomeriggio che lasciò il Tribunale di Palermo diretto a Roma, il dr Falcone mi chiese se in ufficio era rimasto un sigaro – mi racconta Giovanni – Ne avevo mezzo. Lui lo fumò e uscendo gettò la scatola nel cestino. Io, non so perché, la raccolsi’.
La scatola vuota fu il primo oggetto che Giovanni riportò nelle stanze del bunkerino allorché l’Associazione Nazionale Magistrati (presieduta da Matteo Frasca) lo informò che (unitamente alla Corte di Appello di Palermo ed alla Fondazione ‘Progetto Legalità Onlus’) – intendeva far rivivere quei luoghi, ridotti a poco più di un ripostiglio.
Paparcuri ha voluto fortemente la nascita del Museo (‘sapevo che prima o poi ci sarei riuscito’) scovando negli archivi e magazzini i pezzi dell’arredo di quegli uffici che ben conosceva, dato che vi aveva lavorato per anni anche lui: i computer e le macchine da scrivere utilizzate all’epoca (il dr. Borsellino scriveva con sole due dita ma era velocissimo), i floppy disk con le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, gli apparecchi di videosorveglianza, gli armadi, le sedie, l’ultima scatola di toscani (i sigari preferiti da Falcone), le sue amatissime penne stilografiche, le paperelle di legno, i portaceneri sempre colmi di cicche, gli appunti a mano sui processi…
Ed ancora…la cassaforte con la chiave appesa fuori della maniglia, la bottiglia di Chivas (che spesso vi trovava riparo), borse e cappotti forniti dal Ministero di Giustizia e da quest’ultimo ritenuti blindati (benché sprovvisti di qualsiasi protezione al riguardo), una montagna di fotocopie degli assegni sequestrati nel corso di un’inchiesta.
Il cosiddetto ‘metodo Falcone’ era una vera e propria filosofia d’indagine basata su documenti finanziari, scambi di assegni, impronte che il denaro lascia sempre dietro di sé, dato che la droga può anche non lasciar tracce ma il denaro le lascia sicuramente (per la prima volta il pool fu coadiuvato da una squadra della Guardia di Finanza che lavorava in corridoio).
Di certo quello non era un ufficio giudiziario come gli altri. C’è chi lo ricorda come un cerchio magico rispetto al cosiddetto Palazzo dei Veleni (come veniva chiamato al tempo il Palazzo di Giustizia), alla città di Palermo, alla Sicilia, a quell’Italia assuefatta dalla secolare tracotanza del sistema di potere politico mafioso che dominava incontrastato l’economia.
Non mi piace chiamarlo Museo: questa parola mi ricorda qualcosa di vecchio e polveroso ed essendo l’unico ancora in queste stanze, mi parrebbe di essere un fantasma! Questo non è un luogo di morte ma di vita. Qui si può cogliere oltre al lato professionale dei giudici, anche quello umano: erano uomini allegri e scherzosi. Eh sì, si facevano molti scherzi l’un con l’altro!’
Mentre lo guardo, incerta, continua:
Non posso dimenticare il giorno del mio matrimonio! Gli ospiti quasi non si accorsero di noi sposi: le attenzioni erano tutte rivolte a loro che facevano cabaret, raccontavano barzellette e scherzavano con tutti. Anche in chiesa: il sacerdote che officiava la Messa ad un certo punto si fermò e li riprese pubblicamente per la camurrìa che stavano facendo!’
‘Dall’apertura del bunkerino (26 maggio 2016) ho incontrato circa 30.000 persone, provenienti da tutt’Italia: moltissimi vengono dal Nord, ma ci sono anche tanti siciliani – mi racconta – Sono in pensione da diversi anni ma continuo a venire qui, a lavorare con i ragazzi delle scuole perché a loro vanno insegnati i veri valori della legalità, cioè essere persone oneste nella vita e rispettare sempre le regole. Uscendo da questi locali devono avere bene in mente che Falcone e Borsellino non erano eroi ma persone normali come noi, persone che hanno lottato per una causa giusta, per la legalità, come tutti possiamo e dobbiamo fare. La loro preziosa eredità non deve essere dispersa se vogliamo davvero che le loro idee restino e continuino a camminare sulle gambe di altri uomini’.

‘Palermo oggi è sicuramente cambiata –prosegue – Non abbiamo di certo sconfitto la mafia, abbiamo vinto soltanto qualche battaglia. È cambiata, però, la società civile: i ragazzi venticinque anni fa non avrebbero mai pensato di venire qui e neanche sarebbero venuti i giornalisti ad intervistarmi! Questo è certo! Un tempo, di certi argomenti non si poteva proprio parlare. Adesso sì. Ogni tanto se ne straparla pure, come nel caso della cosiddetta ‘finta antimafia’. Penso che ognuno di noi debba combattere nel proprio piccolo la cultura mafiosa, le raccomandazioni, le strade facili, perché non si rivelano mai quelle giuste e comunque poi si deve restituire sempre il favore e con gli interessi!’
Paola Cecchini Progetto Radici 24.10.2022


Nel bunker dei giudici Falcone e Borsellino, le loro stanze diventano un museo

L’ultima scatola di toscani, i sigari preferiti di Giovanni Falcone, è tornata sulla scrivania del bunker. Accanto alle papere di legno e a una montagna di appunti sul primo maxiprocesso alla mafia. “Il pomeriggio che lasciò il tribunale di Palermo, il dottore Falcone mi chiese se avevo ancora un sigaro — racconta Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del giudice — ne avevo mezzo. Lui lo fumò e andando via gettò la scatola nel cestino. Io, non so perché, la raccolsi”. Quella scatola è stata la prima cosa che Paparcuri ha riportato al Palazzo di giustizia quando gli hanno detto che l’Associazione nazionale magistrati voleva far rivivere le stanze bunker dove Falcone e Borsellino iniziarono la lotta alla mafia, all’inizio degli anni Ottanta. Da domani, quelle stanze saranno aperte al pubblico.
Paparcuri, che è ormai in pensione dal 2009, ha iniziato a girare per gli uffici e gli archivi: ha recuperato i mobili, le sedie, i computer, tutto quello che era dentro quel bunker ormai dimenticato. “È in queste tre camere che è iniziata la storia dell’antimafia, mi chiedo come avevano fatto a smantellare un luogo così significativo”, dice Paparcuri mentre cammina nel corridoio di quello che un tempo fu il fortino del primo assalto a Cosa nostra. Un budello al piano ammezzato del “Palazzaccio”. Dalle finestre, che danno su un pozzo di luce, non si vede neanche il cielo. “Fino a qualche settimana fa, erano stanze come tante, occupate da giudici e cancellieri. Ma questa è una trincea”.
Quasi sussurra le parole, Giovanni Paparcuri è un sopravvissuto. Il 29 luglio 1983, faceva da autista al consigliere istruttore Rocco Chinnici, solo per un caso non saltò in aria pure lui. Qualche tempo dopo, Borsellino gli disse che il pool aveva bisogno di un esperto di informatica per iniziare a microfilmare gli atti della maxi istruttoria. “Quei nastri li ho sempre conservati — spiega Paparcuri — ma purtroppo lo strumento per leggerli è ormai guasto. Ho la sensazione che il nostro Paese non voglia più ricordare. In quegli atti ci sono peraltro tanti spunti ancora utili per le indagini sulla mafia”.
Come trentatré anni fa, Paparcuri entra nel bunker e sistema sulle scrivanie dei giudici le borse blindate. “Il ministero li mandò negli anni più bui — racconta — dovevano servire come scudi in caso di sparatoria”. Su una poltrona verde, è tornato il portacenere di Borsellino: “Era sempre pieno di cicche”. Arriva il presidente dell’Anm di Palermo, il giudice Matteo Frasca: “Entrando in queste stanze, sembra che Giovanni e Paolo stiano per tornare da un momento all’altro. Li vogliamo ricordare così, ancora vivi”. Dice Paparcuri: “Mi sembra di sentire ancora Falcone che urla: “Paolo”. Borsellino gli nascondeva una delle papere della sua collezione preferita e lasciava un biglietto: “Se vuoi rivederla viva cinquemila lire mi devi dare”. Sento ancora le loro risate in quei giorni difficili”.
Adesso, nell’anniversario di Capaci, c’è un silenzio irreale in queste stanze. “Un pomeriggio, Falcone mi chiama: “Papa”. Era ancora al telefono, quasi disteso sulla poltrona. “Papa abbiamo vinto”, mi dice. E io penso: “Ma vinto cosa? Non abbiamo mica giocato una schedina”. Era felice: “Al maxiprocesso ci sono state tantissime condanne”. E non smetteva di sorridere”. 

 

 

PSF al museo

 

TRIBUNALE DI PALERMO 3.12.2018 – Benedetto Madonia (Presidente PSF) Giovanni Paparcuri (curatore del museo, giá collaboratore di Falcone e Borsellino), Vittorio Teresi, Sostituto Procuratore di Palermo) e Claudio Ramaccini (Direttore PSF) 

 

7.12.2021 – PROGETTO SAN FRANCESCO E ASSESSORATO ALLA LEGALITA’ DEL COMUNE DI CANTU’ AL “BUNKERINO” 

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