C’era una volta il pool antimafia

LEONARDO GUARNOTTA, MAGISTRATO ANTIMAFIA NEL POOL CON BORSELLINO E FALCONE

in libreria da luglio 2020 C’ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA di Leonardo Guarnotta

Una mattina di aprile del 1984 una chiamata cambia per sempre la vita del giudice Leonardo Guarnotta. Al telefono il consigliere istruttore Antonino Caponnetto: gli chiede di far parte del pool antimafia, costituito pochi mesi prima in un bunker del Tribunale di Palermo, al fianco di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. È l’inizio di una stagione investigativa e giudiziaria intensa e appassionante, che porterà alla celebrazione del maxiprocesso e a importanti condanne contro i boss di Cosa nostra. Un nuovo metodo d’indagine, i santuari bancari violati, la collaborazione dei pentiti, la scoperta della Cupola. E poi, alla fine, gli amici perduti nelle stragi dell’estate del 1992.
Leonardo Guarnotta riavvolge oggi per la prima volta il nastro dei ricordi. E ricostruisce, conoscendone le pieghe più intime, la straordinaria vicenda di una piccola schiera di uomini che ha fatto la storia della lotta alla mafia e, quindi, dell’Italia intera.Biografia dell’autore
Leonardo GuarnottaNato a Palermo nel 1940, è stato un membro “storico” del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Entrato in magistratura nel 1965, è andato in pensione nel 2015. Nei suoi cinquant’anni di carriera ha ricoperto anche la carica di Presidente della Seconda Sezione Penale e della Quarta Sezione di Corte di Assise a Palermo, di Presidente del Tribunale di Termini Imerese e infine di Presidente del Tribunale di Palermo

                      

Leonardo Guarnotta,  è stato componente del pool antimafia coordinato dal giudice Antonino Caponnetto. Con Giovanni FalconePaolo Borsellino e Giuseppe Di Lello ha istruito il Maxiprocesso di Palermo. In particolare ha approfondito gli aspetti finanziari della criminalità mafiosa. Successivamente ha ricoperto l’incarico di Presidente del Tribunale di Palermo.

 

                                Con Giuseppe Di Lello, Paolo BorsellinoGiovanni Falcone, Antonino Caponnetto

 


La mossa vincente di seguire il denaro  La lotta dello Stato alla mafia ha origini che risalgono, quanto meno, agli ultimi anni dell’ 800 e, verosimilmente, al 1° febbraio 1893, giorno in  cui venne assassinato per mano mafiosa il marchese Emanuele Notarbartolo, persona incline all’etica e al rispetto della legge, già sindaco di Palermo per alcuni anni e direttore del Banco di Sicilia, storico istituto di credito dell’isola. E’ stato considerato il primo eccellente delitto di mafia che, all’epoca, accese un importante dibattito sulla situazione della mafia in Sicilia e, soprattutto, sulla collusione tra mafia e politica, anche se inizialmente nessuno osò fare nomi. Da allora e, per moltissimi anni, la lotta alla mafia è stata quasi sempre emergenziale consistendo in provvedimenti susseguenti a singoli fatti delittuosi, come la commissione antimafia del 1963 dopo la strage di Ciaculli, una borgata di Palermo, regno di Michele Greco il “Papa”, in cui perirono sette carabinieri e due civili, dilaniati da una carica di tritolo nascosta nel portabagagli di una Alfa Romeo “Giulietta”. Poi gli anni settanta con la Palermo dei delitti eccellenti ad opera dei corleonesi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano quando, in proditori agguati mafiosi, vennero uccisi, tra gli altri, il Procuratore Pietro Scaglione, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, il vice questore Boris Giuliano, il giornalista di inchiesta Mario Francese, il dottore Paolo Giaccone, il consigliere istruttore Cesare Terranova, il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il Procuratore Gaetano Costa, Pio La Torre e il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Era questo il fosco, nebuloso contesto temporale in cui approdarono all’Ufficio di Istruzione del Tribunale di Palermo, alla fine degli Anni Settanta, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e, dopo l’uccisione di Rocco Chinnici per mano mafiosa, il dottor Antonino Caponnetto che gli subentrò nelle funzioni di consigliere istruttore. Con il loro avvento e con la creazione del pool antimafia, nel quale era stato nel frattempo cooptato il giudice Leonardo Guarnotta – io – i rapporti di forza tra Stato e mafia cambiarono e venne sferrato un attacco senza precedenti a “cosa nostra” grazie  all’impegno quotidiano profuso da quei magistrati, alla inaspettata collaborazione di Tommaso Buscetta il cui “esempio” venne seguito da Salvatore Contorno, Giuseppe Calderone e Marino Mannoia, passati dalla parte dello Stato, le cui propalazioni, accuratamente riscontrate, hanno consentito di infrangere il  muro dell’ omertà che, da sempre, è stato uno dei pilastri sui si basa la stessa esistenza di Cosa nostra, ma grazie anche e soprattutto alla professionalità, alla competenza, alla preparazione ed all’intuito investigativo di Giovanni Falcone. In una stagione giudiziaria in cui le conoscenze dell’apparato strutturale e funzionale di Cosa Nostra erano frammentarie e parziali e, correlativamente, episodica e discontinua era stata l’azione repressiva e punitiva dello Stato, diretta prevalentemente a colpire, con risultati ovviamente deludenti, le singole manifestazioni criminose (si pensi alle numerosissime assoluzioni per insufficienza di prove con le quali, negli anni ’60 e ’70 si erano chiusi i processi di Catanzaro e Palermo a carico di centinaia di mafiosi), Giovanni Falcone seppe cogliere la struttura unitaria, verticistica, piramidale di Cosa Nostra, intuì che il fenomeno mafioso andava affrontato con una strategia diversa da quella posta in essere sino ad allora (e che si era dimostrata inefficace) ed elaborò un metodo investigativo del tutto innovativo e straordinariamente incisivo che, a ragione, è stato definito “rivoluzionario”. Nei primissimi mesi del 1980, il consigliere Rocco Chinnici aveva incaricato Giovanni Falcone di istruire il procedimento penale a carico di Rosario Spatola, un costruttore e faccendiere siciliano su cui gravava l’accusa di gestire un grosso traffico di sostanze stupefacenti tra Palermo e New York, dove coesistevano ben cinque “famiglie” mafiose dedite al commercio di armi e allo spaccio della droga. Quel processo, in cui erano coinvolti importanti  soggetti legati a Cosa nostra, consentì a Falcone di comprendere che la potenza economica della mafia aveva superato i confini della Sicilia, che era riduttivo e fuorviante indagare solo a Palermo e che, soprattutto, era necessario penetrare nei “santuari” degli istituti di credito nei quali affluivano e venivano “puliti” gli ingentissimi capitali accumulati con i traffici internazionali di armi e droga. Perchè, argomentava Falcone, se la droga non lascia quasi tracce (se non nella salute di colore i quali l’assumono, viene da osservare), il denaro ricavato dal suo commercio non può non lasciare dietro di sé tracce, segni, orme del suo percorso, del suo passaggio da chi fornisce la droga a chi l’acquista. Ed allora era necessario fare un passo in avanti, dare una svolta definitiva alla strategia di attacco alla mafia economica e finanziaria operante anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti ed in Canada, intensificando la collaborazione con gli organi investigativi e giudiziari di quelle nazioni . Vedeva così la luce il “metodo Falcone”, mediaticamente inteso “follow the money”, inseguire il denaro . Venivano svolte accurate e mirate indagini bancarie, patrimoniali e societarie, in Italia ed ora anche all’estero, nei confronti di centinaia di soggetti al fine di rintracciare e portare alla luce, infrangendo il segreto bancario, sino ad allora considerato alla stregua di un totem inviolabile, rapporti di affari, contatti, trasferimenti di somme di denaro da un soggetto all’altro, venivano passate al setaccio migliaia di assegni bancari e numerosissima altra documentazione bancaria (il tutto compendiato in ben sei dei quaranta volumi della ordinanza-sentenza depositata l’8 novembre 1985) al fine di acquisire la prova inconfutabile, sino ad allora quasi mai raggiunta, di rapporti di conoscenza e di affari illeciti tra mafiosi, trafficanti di denaro sporco e colletti bianchi, ostinatamente negati dagli interessati. Ma il successo della vincente strategia attuata con il “metodo Falcone” è stato dovuto anche allo straordinario lavoro di squadra posto in essere dal pool antimafia, fortemente voluto e mirabilmente guidato dal consigliere Antonino Caponnetto,  un organo giudiziario non previsto dall’allora vigente codice di procedura penale, ai cui componenti, in attuazione di un disegno non del tutto innovativo ( era stato sperimentato, alcuni anni prima, nella azione di contrasto al terrorismo), vennero affidate le indagini sul fenomeno della criminalità organizzata di tipo mafioso in modo che, lavorando in stretto collegamento fra di loro, fosse possibile un scambio di notizie ed informazioni sui risultati delle indagini espletate da ciascuno di essi ed il patrimonio di notizie così acquisite da ognuno degli inquirenti non fosse disperso ma fosse portato a conoscenza degli altri colleghi. Ma alla strategia vincente del pool antimafia  ha contribuito anche la fattiva collaborazione di appartenenti ai reparti investigativi della polizia, dell’arma dei carabinieri e della guardia di finanza, dotati di una elevata professionalità e di un non comune spirito di servizio, divenuti anche essi protagonisti di quel perfetto “gioco di squadra” che ha reso possibile esperire la prima, efficace e vincente azione di contrasto a “cosa nostra”, quella “pericolosissima associazione criminosa che, con la intimidazione e la violenza, ha seminato e semina morte e terrore”, come venne definita nell’incipit dell’ordinanza-sentenza depositata l’8 novembre 1985. Oggi, a distanza di circa trentacinque anni, il “metodo Falcone” è comunemente utilizzato, con risultati mai raggiunti prima, in Italia ed all’estero, avendo segnato una svolta epocale, fissato un punto di non ritorno, delineato uno spartiacque definitivo con i precedenti sistemi di indagine utilizzati nella lotta di contrasto a qualsiasi forma di criminalità organizzata.  (Di  Leonardo Guarnotta – Già Presidente del Tribunale di Palermo, nei primi anni ’80 componente del pool antimafia dell’ufficio istruzione) 

LA DIGNITÀ DI UN UOMO  DI LEONARDO GUARNOTTA

«Mia moglie mi guardò e disse: “I tuoi occhi già mi dicono che cosa hai intenzione di fare; allora fallo, se ritieni che sia tuo dovere”. Alzai quindi la cornetta per fare a Caponnetto quella telefonata». È così che Leonardo Guarnotta ci racconta di come entra a far parte del pool antimafia di Palermo, quarto e ultimo tassello di una squadra che diverrà poi molto affiatata, un gruppo di giudici che farà della lotta alla mafia la propria missione. Il pool, nato da un’idea di Rocco Chinnici e fondato dopo la sua morte da Antonio Caponnetto, è composto, oltre a Guarnotta, da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Si tratta di un progetto nuovo e particolarmente innovativo in questo campo: la professionalità di ognuno era messa a disposizione degli altri, in un clima di scambio, confronto e condivisione. Lavorando a stretto contatto, le notizie e le informazioni sulle indagini evitavano di disperdersi e costruivano una struttura di discontinuità, la cui priorità assoluta era l’azione di contrasto giudiziario della mafia. In un periodo storico in cui la mafia era considerata da tanti, spesso anche dagli stessi rappresentanti delle istituzioni, alla stregua di un’invenzione giornalistica, il pool lavorava per combattere Cosa Nostra. Nondimeno si opponeva al fatalismo fondato sull’idea che l’omertà, l’assenza costante di prove e l’egemonia di queste organizzazioni nel tessuto sociale e economico del territorio ne decretassero l’impossibilità di contrastarla. Era consuetudine trattare gli episodi di criminalità singolarmente, come casi a sé stanti. E in questo modo i nessi, purtroppo, sfuggivano. Il loro lavoro nasce quindi dalla profonda necessità di avere una visione d’insieme della mafia, che si intuiva essere un’organizzazione vasta e unitaria, un vero e proprio antistato nello Stato. Non diamo per scontato tutto ciò che oggi sappiamo a riguardo: la mafia era vista come un fenomeno marginale, circoscritto al Meridione e perciò spesso trascurato. Solo lo strenuo lavoro ha portato il potere politico a prendere coscienza dell’improcrastinabilità dell’adozione di misure idonee volte ad arginare l’espansione della criminalità mafiosa. All’interno del pool, nessuno predominava sugli altri: lavoro e cariche erano del tutto paritarie, ma si può dire che, per le sue grandi capacità (tra le altre un’incredibile memoria e comprensione del fenomeno), Falcone era il capo indiscusso. Uno dei suoi meriti è stato l’introduzione di un nuovo metodo di lavoro basato sulla riservatezza e su una puntuale verifica di tutto ciò che poteva essere rilevante nelle indagini. Falcone, nonostante fosse imbrigliato nel pendolarismo tra sconfitte e successi, aveva un forte senso dello Stato, credeva nel valore delle istituzioni e nel loro corretto funzionamento. Grazie al suo esempio ci sono ora in tutta Italia centinaia di processi contro le organizzazioni criminali e finalmente cade l’alibi di una mafia imprendibile e invincibile. Borsellino e Falcone, uniti da un fil rouge già dai tempi dell’adolescenza trascorsa nel rione Kalsa di Palermo, hanno posto per la prima volta la domanda «Che cos’è Cosa Nostra?» e hanno trovato risposta in un’organizzazione complessa che esercita totale controllo sulle attività economico-criminali nei territori di cui si considera sovrana. Nessuno si era mai spinto così oltre, inquadrando gli episodi nella logica e nelle dinamiche del gruppo criminale di cui sono espressione. Diviene visibile una rete di connessioni internazionali che si sviluppa alacremente ogni giorno nel buio, mettendo radici profonde nel substrato del territorio.E allora è necessario e indefettibile far conoscere a tutti che cos’è la mafia, affinché se ne tengano lontani e far comprendere loro che non è affatto vero che con essa conviene convivere, come ebbe incautamente ad affermare un ministro della nostra Repubblica qualche tempo fa. Questo drappello di magistrati ha abbattuto il muro dell’omertà, ripristinando il primato del diritto e della legalità contro la violenza, l’arroganza e la tracotanza. «Giovanni e Paolo erano soltanto due giudici, ma due grandi giudici e due grandi uomini le cui doti di professionalità, di intuito giuridico, di preparazione, di assoluta dedizione alla causa, di senso dello Stato e di spirito di servizio, costituiscono, ormai patrimonio conoscitivo di ognuno di noi. Soprattutto per chi non ha vissuto quegli anni, la figura di Falcone appare come una figura austera e inarrivabile, frutto di un’idealizzazione che solo parzialmente ha abbracciato la sua personalità». Sorridiamo leggendo di come dopo un clamoroso errore a inizio carriera – una papera! – abbia cominciato a collezionare paperelle, recuperate in ogni dove, di qualsiasi materiale o colore, come monito, perché lui di papere non voleva più saperne». I ricordi ricostruiscono un uomo autentico, che incarna allo stesso tempo il giudice puntuale e preciso e il collega che si cimenta giocondamente in battaglie con le molliche di pane o in gare su chi possedesse la penna stilografica più bella. «Ricordo che rimanevamo in ufficio anche fino al tardo pomeriggio, a volte fino a sera, e ci mettevamo un po’ in libertà togliendoci la giacca e la cravatta e indossando un maglione: il mio era verde e il suo rosso. Lavoravamo in silenzio, con le porte delle nostre due stanze aperte e più volte è capitato che, a una certa ora, lui mi dicesse: “Leonardo, guarda che si è fatto tardi, leviamo il disturbo allo Stato”. Tra le righe leggiamo il suo coraggio, la sua passione, gli stati d’animo, la determinazione con cui ha perseguito il suo obiettivo anche a costo della vita: la figura del magistrato ci riflette quella del collega, del marito, dell’amico. Ed è proprio questa l’eredità simbolica che Falcone ci ha lasciato: il cambiamento è sempre possibile attraverso i valori di giustizia, legalità e rispetto dei diritti umani.
Nel contesto temporale odierno, in cui sembra smarrito il senso profondo dell’interesse generale, fare antimafia è il dovere di ognuno di noi: in questo consiste la dignità di un uomo.

(sintesi di Valeria Frigau)

A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI – RESP. DELLA COMUNICAZIONE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE – PSF