BALDUCCIO DI MAGGIO

 

BALDASSARRE DI MAGGIO, DETTO BALDUCCIO


Baldassarre Di Maggio  nato a San Giuseppe Jato il 19 novembre1954 e conosciuto anche come Balduccio o Baldo fuiniziato a Cosa nostra nel 19811982nella famiglia mafiosa locale, comandata da Bernardo Brusca. Fu coinvolto nell’eliminazione di Rosario Riccobono e di 3 membri della famiglia di Riccobono nel novembre del 1982, durante la seconda guerra di mafia. Quando il capofamiglia di San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, fu arrestato e suo figlio Giovanni Brusca confinato a Linosa, Di Maggio diventò il capofamiglia, con la benedizione di Salvatore Riina. Ad ogni modo, quando Giovanni Brusca ritornò nel 1989, Di Maggio divenne una presenza scomoda che doveva essere eliminata. Riina si mosse per restaurare la pace, ma Di Maggio non si fidò e lasciò la Sicilia per salvare la sua vita.

Di Maggio fu arrestato l’8 gennaio del 1993 a Borgomanero (Novara). Ammise immediatamente di essere un “uomo d’onore”, e rivelò al generale dei carabinieriFrancesco Delfino importanti informazioni, utili alla cattura di Riina. Di Maggio fu portato a Palermo e nel corso della notte gli furono esibiti i filmati dei servizi di osservazione svolti dal Ros del Generale Mario Mori nei mesi e nei giorni precedenti, sino a quando non riconobbe in Antonietta Bagarella, moglie del boss nella donna che usciva dal cancello di via Bernini. Il giorno successivo accompagnò sul posto la squadra speciale dei Carabinieri (i ROS). Grazie alle rivelazioni di Balduccio Di Maggio, Riina fu arrestato il 15 gennaio 1993. Alcuni, incluso Giovanni Brusca, ammisero che Di Maggio era uno specchietto per coprire il tradimento di Bernardo Provenzano, strettissimo collaboratore di Riina.

Di Maggio dichiarò di essere stato presente ad un incontro con Giulio Andreotti dove Totò Riina baciò il sette volte premier. Affermò in una testimonianza agli inquirenti di Palermo:«Sono assolutamente certo di aver riconosciuto Giulio Andreotti, perché l’ho visto diverse volte in televisione. Ho interpretato il bacio che si scambiarono Andreotti e Riina come un gesto di rispetto» «Quando siamo entrati erano presenti l’onorevole Andreotti e l’onorevole Salvo Lima. Loro si alzarono, diedero la mano e baciarono Ignazio SalvoRiina invece salutò tutti e tre baciandoli» Andreotti smentì le accuse a suo carico, definendo Di Maggio un bugiardo. Indro Montanelli dubitò delle rivelazioni dicendo che:In accordo con le testimonianze di Di Maggio, nel settembre del 1987 avvenne un incontro nella casa di Palermo di Ignazio Salvo, accusato ufficialmente di avere contatti con Cosa nostra. Sempre Di Maggio disse:«Andreotti non bacerebbe mai i suoi bambini. La credibilità di Di Maggio è stata scossa nelle settimane finale del processo di Andreotti, quando ammise di aver ucciso un uomo sotto protezione dello Stato»

Di Maggio, durante il programma di protezione dei testimoni, tornò nella sua città natale tra il 1995 e il 1997, e cominciò la sua vendetta contro gli uomini del suo rivale Giovanni Brusca, arrestato nel 1996, nel territorio di San Giuseppe JatoAltofonte e San Cipirello, in cooperazione con altri pentiti, come Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Nonostante il loro pentimento, ricominciarono la loro attività criminale dovuta alle atroci vendette portate avanti dai Brusca, nei confronti dei loro familiari.I giudici della corte di appello rigettarono le testimonianze di Di Maggio sul bacio scambiato tra Riina e Andreotti.

Il 14 ottobre del 1997 Di Maggio fu arrestato nuovamente. Di Maggio dichiarò di avere incoraggiato la ricerca e la cattura di Giovanni Brusca, e l’affare creò uno scandalo in Italia e danneggiò il programma di aiuto testimoni e il processo contro Andreotti. Di Maggio ricevette un bonus per il programma di protezione di 300.000 dollari. Nel 2001 torna in carcere[1] e nell’aprile del 2002 ricevette l’ergastolo per gli omicidi commessi durante il suo periodo di programma di protezione testimoni.


Collaboratore di giustizia e killer “per proteggere gli amici” – Bufera sull’uomo che ha descritto il bacio tra Andreotti e Riina  La confessione di Balduccio: “Ho ucciso anche da pentito” Una confessione-bomba si abbatte sul processo Andreotti. Baldassare Di Maggio, il mafioso che ha descritto il bacio tra il senatore a vita e Totò Riina, ha continuato a uccidere anche dopo essere diventato un collaboratore di giustizia. “Balduccio” ha confessato che nel ’96 sfuggì alla custodia delle forze dell’ordine e tornò a San Giuseppe Jato, per assassinare Giuseppe Carfì, 54 anni, uomo del superboss Giovanni Brusca. La rivelazione del controverso collaboratore di giustizia è arrivata durante il processo che si tiene nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, nel quale Di Maggio deve rispondere di una serie di omicidi compiuti in concorso con Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera, anch’essi passati poi sotto la protezione dello Stato, entrambi imputati nel processo per la strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie del magistrato, Francesca Morvillo, e agli uomini della scorta. Di Maggio, che si è presentato in aula su una sedia a rotelle, molto dimagrito (soffre di una forma acuta di lombalgia), ha pronunciato però una confessione a metà. Si è rifiutato di fare i nomi di chi lo aiutò a scappare dalla scuola allievi carabinieri di Roma fino a San Giuseppe Jato. E non ha spiegato neppure chi gli fornì le armi, nonostante i suoi legali avessero anticipato una rivelazione completa. Il collaboratore ha chiarito invece il movente dell’esecuzione di Carfì, parente del boss Franco Di Carlo, avvenuta il 30 agosto di tre anni fa, sulla strada statale Poggio San Francesco-Altofonte. “Avevo paura che potesse uccidere i miei amici che già collaboravano la giustizia” ha detto ai giudici. E non ha perso occasione per rivendicare ancora una volta il proprio contributo all’arresto del superboss di Cosa Nostra Giovanni Brusca e del fratello Emanuele. E ha ribadito di avere costituito, fin dal ’96, una rete di confidenti che faceva capo ad alcuni mafiosi di spicco. Di Maggio ha sentito quasi il dovere di scusarsi con i giudici per quei delitti compiuti da pentito, ma ha detto, quasi con orgoglio: “E’ giusto che voi ed il popolo siciliano ed italiano sappiate quello che Di Maggio ha fatto, perchè se io non avessi parlato ci sarebbero stati attentati a magistrati ed altro. Nessuno avrebbe avuto il coraggio di affrontare una storia simile, io l’ ho fatto senza avere condanne, stavo tanto bene con mia moglie ed i bambini. Lo Stato mi passava uno stipendio, stavo bene, chi me lo faceva fare? Venivo da una storia massacrante e dovevo tornare a massacrarmi?”. Il movente del suo ultimo omicidio Di Maggio lo spiega facendo appello all’amicizia che lo legava ai suoi compagni di pentimento: “Mi chiamarono al telefono e mi dissero: ‘noi ti abbiamo dato una mano e ci stanno facendo la pelle a tutti, ad uno ad uno, tu sei in dovere di aiutarci’. Per la mia dignità mi sentivo di aiutarli, perchè non potevo lasciarli da soli. Ho dunque sentito il dovere di scendere in Sicilia, andare ad Altofonte e sparare a Carfì, e mi sono messo a disposizione per qualsiasi cosa”. Non è la prima volta che un uomo di Cosa Nostra torna a uccidere anche da pentito. Tra i casi che finora avevano fatto maggior clamore c’è quello di Sebastiano Ferone, catanese, che sfuggì alla protezione per andare ad ammazzare la moglie del nemico giurato, Nitto Santapaola. Mai però un mafioso del livello di Di Maggio, coinvolto nel più importante processo sui rapporti tra mafia e politica, aveva confessato di essere stato un collaboratore a due facce. A disposizione della giustizia un giorno, killer il giorno dopo. (4 ottobre 1999 La Repubblica)


GENERALE, PARLERO’ … SONO L’ AUTISTA DI RIINA’ “Dite al generale Delfino che sono un uomo morto, ma che sono anche un uomo d’ onore. Vogliono ammazzarmi, ma mi fido solo di lui e posso raccontare molte cose. Voglio parlargli…”. E’ il mattino di sabato 9 gennaio e la comunicazione arriva nell’ ufficio torinese del generale Francesco Delfino, comandante della Regione Piemonte dei carabinieri. Per Totò Riina, per quella sua feroce leggenda di “imprendibile” di Cosa Nostra, è l’ inizio della fine. Delfino parte in auto, diretto a Novara. Lì, in una caserma dei carabinieri, lo aspetta Baldassarre Di Maggio, 39 anni, di San Giuseppe Jato (Palermo) un volto e un nome sconosciuti per le cronache di mafia, ma anche per quelle della malavita comune. E’ un insospettabile, un incensurato “senza storia”. Ma appena incontra Delfino, comincia a disegnare uno scenario che è subito sensazionale: “Io sono l’ autista di Totò Riina, io lo accompagnavo a Palermo, in Piemonte, in Lombardia. Io lo seguivo nei suoi viaggi in Germania. Mi ricordo di lei, di quando era a Palermo come vicecomandante della Legione Carabinieri. Adesso, però, quelli della famiglia di San Giuseppe Jato (la più vicina a Totò Riina, n.d.r.) mi hanno condannato a morte e io sono qui. Ma vi posso dire dov’ è lui”. Il racconto, il lungo racconto del primo grande “pentito” di mafia incensurato e insospettabile, prosegue poco dopo attorno a un tavolo. Ma perché Di Maggio è a Novara? Qui la ricostruzione diventa più difficile. Si comincia a scavare negli archivi e si scopre una flebile traccia. Baldassarre “Balduccio” Di Maggio era davvero incensurato, ma soltanto sino al 17 novembre 1992. Quel giorno, la procura di Caltanissetta fa scattare l’ “operazione Leopardo”, nata dalle confessioni di Leonardo Messina. Nel lungo elenco degli ordini di cattura c’ è anche il suo nome. I magistrati lo definiscono come “un avvicinato alla famiglia di San Giuseppe Jato, collegato a Brusca Giovanni, figlio del capofamiglia Bernardo, di mestiere carrozziere ed ex imprenditore edile. Senza precedenti penali ma proposto per la diffida, viste le sue frequentazioni, nell’ 82 e nel ‘ 90”. In concomitanza con il blitz, “Balduccio” fugge al Nord dove era già stato tante volte, al seguito proprio del suo “capo”. Scappa ai carabinieri, ma soprattutto ai killer. Poco tempo prima infatti, è passato direttamente al servizio di Riina, il boss dei boss che naturalmente “controlla” anche i Brusca. Ma nel frattempo nascono dissapori e qualcuno decide di farla pagare “a chi ha sbandato”. Di Maggio si rifugia prima a Viggiù (Varese) e poi a Borgomanero (Novara) dove entra in contatto con altri “uomini d’ onore” che, però, sono seguiti dagli inquirenti. Quella nuova presenza non sfugge ai carabinieri che decidono di fermarlo: “Un fermo con poche speranze. Era incensurato, sembrava destinato ad andarsene dopo mezz’ ora e con tante scuse…”. Una pistola calibro 9 Siamo a venerdì 8 gennaio, una settimana fa. Nell’ alloggio dove l’ uomo d’ onore si è rifugiato, i carabinieri trovano una pistola calibro 9 e due caricatori. Finisce nel carcere di Novara e l’ accusa è di “detenzione abusiva di armi”. Le cronache locali liquidano tutto come un arresto nell’ ambito di “una normale operazione di controllo”. Ma non è così. Baldassarre Di Maggio compie la scelta della sua vita. Capisce che può trovare la protezione cercata invano in tutti quei mesi. Fa chiamare Delfino e poi incomincia a parlare. Chiede assicurazioni su una libertà futura, forse chiede anche denaro: “Molto, una somma ingentissima…”. Forse miliardi. Le prime parole, però, sono per Riina. Sul tavolo compare un foglio, poi una matita e le mani di Baldassarre cominciano a disegnare gli incerti contorni di un quartiere di Palermo, il “regno” del boss. Ecco una croce per indicare il covo, ecco viale della Regione Siciliana: “Sì, qui potrete prenderlo, di mattina. Proprio qui”. Ecco un numero di targa e un tipo di auto: “Una Citroen, quella di Totò”. Il rapporto con Francesco Delfino è subito vincente. Il generale, calabrese, 56 anni, è figlio del mitico maresciallo Giuseppe Delfino, detto “massaro Peppe”, immortalato da Corrado Alvaro nei suoi racconti e scopritore del primo codice segreto della ‘ ndrangheta dell’ Aspromonte. Quando era ancora capitano, nel 1974, sferrò un durissimo colpo contro i neofascisti a Brescia, catturando Carlo Fumagalli. Alla fine degli Anni Ottanta, con le stellette di colonnello, è nominato vice comandante della Legione di Palermo. Ma la sua permanenza in Sicilia dura poco, cinque mesi, durante i quali però trova il tempo di occuparsi di Salvo Lima. L’ alto ufficiale, dopo aver ascoltato Di Maggio, capisce che non si può più indugiare. Si avverte Torino, dove il caso vuole che ci sia proprio il nuovo procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nominato il 17 dicembre. Delfino lo conosce sin dai tempi del terrorismo, quando l’ ufficiale collaborava a Milano con Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Venga subito, è la pista buona”. Lunedì scorso, di sera e sempre a Novara, Baldassarre Di Maggio comincia a dettare il suo verbale davanti al magistrato e a un avvocato torinese, già difensore di un superpentito catanese. Ridisegna ancora il grafico che sarà usato per catturare Riina. Nasce il primo interrogativo inquietante per gli inquirenti. Perché parla? Lo manovra qualcuno che vuole “fottere” il boss dei boss? I dubbi durano poco, perché Di Maggio racconta subito ben altro: “Quindici anni di storia mafiosa aggiornati sino a dieci giorni fa. Nomi di politici, colletti bianchi, boss e killer. Almeno duecento nomi per futuri arresti, tutta gente da assicurare alla giustizia… Nessuna verità ascoltata da altri, ma tutti fatti ai quali ha preso parte in prima persona”. Trentadue delitti in un solo giorno Le domande più pressanti riguardano quei due nomi-simbolo, quelle due stragi “colombiane” con l’ esplosivo: Falcone e Borsellino. Di Maggio parla ancora, ma questa volta nulla trapela: il segreto è assoluto. Poi una rivelazione terribile e assurda nella sua enormità: “Un giorno la mafia ha ucciso 32 persone nello stesso giorno. I cadaveri sono stati distrutti…”. Attimi di incredulità, ma il “pentito” continua e fornisce riscontri, indicazioni precise, quasi tutte già accertate. “Balduccio” dice il vero. Molti fogli bianchi si riempiono adesso delle notizie più attese: “Una mappa completa della mafia siciliana aggiornata all’ 8 gennaio 1993. L’ elenco delle famiglie, i nuovi capi, i killer e, soprattutto, gli affiliati insospettabili con riferimenti anche al mondo politico”. Per il momento, è la fine. Caselli si mette all’ opera e contatta Palermo. I Ros dei carabinieri raccolgono le informazioni su Riina che esaltano il lavoro già compiuto nei mesi scorsi. Si prepara la trappola per il superlatitante. Intanto le notizie giungono anche a Luciano Violante, presidente della commissione Antimafia che segue passo per passo il percorso del “pentimento” di Di Maggio. Venerdì mattina, alle 8.10, l’ “operazione belva” va in porto. Baldassarre Di Maggio, però, non è più a Novara, ma in una camera di sicurezza della caserma “Bergia” di Torino dove continua il suo racconto, aggiungendo particolari, precisando nomi e fatti. E ogni tanto ripete le prime frasi del suo “pentimento”: “Sono incensurato ma divenni un uomo d’ onore. Mi bucarono un dito facendo scendere il sangue. Poi raccolsi le due mani e cominciarono a bruciare l’ immagine della Vergine. E io dovevo ripetere: ‘ ‘ Possano le mie carni bruciare come questa carta santa se io tradirò…’ ‘ “. di ETTORE BOFFANO e ALBERTO CUSTODERO La Repubblica 17.1.1993


Stato-mafia: così Baldassarre Di Maggio disegnò il rifugio di Riina Che notte straordinaria. Che sinfonia quella che Baldassarre Di Maggio suona di getto fino all’alba di quel 9 gennaio 1993. Un sabato italiano che pare un sogno. Ricordi, racconti, organigrammi, nomi. Se serve, anche uno schizzo a penna. Una pianta, una freccia, indicazioni di percorso. E poi il crescendo, che infiamma la platea d’intenditori riunita in una stanza del Nucleo operativo del Comando dei carabinieri di Novara. Quattordici intenditori, vestiti di nero: quel mastino del generale Francesco Delfino e tredici dei suoi ufficiali e sottufficiali. Tra loro, anche i militari che hanno beccato da poco Balduccio a Borgomanero, con una pistola e un giubbotto antiproiettile. Musica, dunque. “Confermo che Totò Riina ha sempre utilizzato il cognome di Tamburello e possiede documenti intestati a tale cognome. Non ricordo il nome, ma so per certo che si spaccia per dottore o avvocato…”.  Non ci sono volute troppe ore di trattativa per convincere Balduccio a raccontare ciò che sa. Anche perché – lo spiegherà lui stesso – mettersi nelle mani dei carabinieri e parlare è l’ultima spiaggia. Nella lite tra la sua famiglia e quella dei Brusca, Totò Riina ha scelto i Brusca. Riina lo vuole morto. Dunque, peggio per lui. Questo pensa Balduccio nella notte di quel sabato. E il crescendo è una bellezza. “Riina, che usa un paio di occhiali completamente bianchi non perché ha disturbi alla vista, ma per mascherare la sua immagine, dà appuntamenti per i suoi affari nella zona in un raggio di 300 – 400 metri di via Leonardo Da Vinci”. “Gangi Raffaele e Angelo La Barbera erano in possesso di un telecomando per aprire il cancello dell’abitazione della casa dove abita Riina. Quando Gangi Raffaele è stato arrestato, è stato trovato in possesso di un telecomando, per cui Riina ha provveduto a cambiare il codice dell’apertura del cancello con un altro telecomando”. “Detta villetta è nel quadrivio composto da via della Regione Siciliana, via Leonardo da Vinci e via Notarbartolo”. Il mistero di Casa Riina, il segreto inconfessabile di quei 18 giorni che senza una spiegazione scivolano via tra la cattura del padrino di Cosa Nostra (15 gennaio) e la prima, a quel punto inutile, perquisizione nella sua villa (3 febbraio), comincia proprio da e con Balduccio. Davvero la sua confessione nasce dal terrore di essere fatto fuori o c’è un piano interno all’organizzazione mafiosa, che prevede la consegna di Riina e di tutti gli esponenti più duri dell’ala stragista dei corleonesi allo Stato, una ridistribuzione del potere al vertice e il ritorno a una strategia di profilo più basso, quasi sommerso, alla ricerca di una nuova convivenza possibile con il potere legale? La mancata irruzione in Casa Riina è conseguenza di un patto? E in questo caso, stipulato da chi, con chi e per conto di chi? Dopo cinque anni sappiamo che la telecamera piazzata dai carabinieri del Ros di fronte al cancello automatico del condominio di via Bernini 52 / 54 viene disattivata alle ore 16 dello stesso giorno in cui il padrino finisce in manette. E che tre ore più tardi, Ninetta Bagarella in Riina esce insieme ai quattro figli e per sempre dalla villa a due piani per far ritorno a Corleone. Tumbarello o Buonomo o quale che fosse il suo falso nome, tutti quelli che nel condominio dei Sansone ancora non sanno di avere avuto il padrino di Cosa Nostra per vicino scoprono la verità col telegiornale. Basta un’occhiata alla foto che sta facendo il giro del mondo: Riina in piedi, in manette e contro il muro, sotto un ritratto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Possono mai immaginare quei condomini che Casa Riina, chiusa e buia, sia stata abbandonata non tanto dalla famiglia del padrino, ma dai carabinieri che avrebbero dovuto già averla rigirata come un guanto? Possono mai immaginare il procuratore capo Caselli e i suoi sostituti che il consiglio del Ros di ritardare l’irruzione – teniamo sotto controllo la villa, filmiamo tutto e vediamo se nella rete finisce qualche altro pesce grosso – sia niente più che un’idea senza seguito? È accettabile la spiegazione del fraintendimento, che insomma tutti son convinti di fare quello che va fatto e alla fine lo fanno solo gli uomini di Cosa Nostra? Dichiara Mario Mori, all’epoca colonnello vicecomandante del Ros (La Repubblica, 5 novembre 1997): “Se Provenzano ci avesse venduto Riina, allora il pentito Balduccio Di Maggio avrebbe dovuto indicare anche il complesso di via Bernini tra le possibili residenze di Riina. Invece Balduccio non ne parlò. Quando fu portato nella zona individuata dai nostri uomini, Balduccio disse che quel posto non lo conosceva. Solo dopo, scorrendo i nostri filmati, riconobbe Ninetta Bagarella”. Eppure, sei giorni prima della cattura, Balduccio disegna una piantina che si trova nel “Verbale di dichiarazioni spontanee” rese davanti al generale Delfino, in cui colloca l’abitazione di Riina proprio nel condominio dei Sansone, parla dei Sansone come di autisti di Riina, mette frecce e freccette sul quadrivio, cita il cancello, il telecomando. Ma per giustificare meglio la mancata perquisizione, Mori dice ancora: “I fatti sono molto chiari. Ultimo, il capitano che aveva catturato il boss, propose di soprassedere, visto che Riina era stato arrestato per strada e che c’era qualche possibilità di fare delle investigazioni in via Bernini… Tutti, dico tutti, furono d’accordo. Forse ci fu solo un fraintendimento. La Procura pensava che l’obiettivo sarebbe stato tenuto sotto controllo. Secondo Ultimo invece bisognava evitare qualsiasi verifica. Quando la Procura ci chiese chiarimenti glieli fornimmo. Per noi la storia si e’ chiusa li’. Se per qualcuno, invece, e’ continuata il fatto non mi riguarda”. La colpa dunque è di Ultimo, nome in codice di uno dei più affidabili e tosti ufficiali del Ros? L’uomo che la mattina del 15 gennaio agguanta per il collo Riina e se lo porta in caserma mettendo fine alla leggenda di un padrino feroce con 23 anni di clandestinità alle spalle? Il “fatto” comunque va avanti altri 18 giorni e di sicuro riguarda almeno Cosa Nostra. Racconteranno tre pentiti – La Barbera, Giovanni Brusca, Sinacori – che alla faccia di tutti i controlli, gli uomini d’onore cominciano a ripulire Casa Riina praticamente dal giorno successivo all’arresto del padrino. Un trasloco vero e proprio. Spariscono mobili antichi, quadri preziosi, effetti personali, viene svuotata la stanza blindata in cui Ninetta Bagarella, si racconta, custodisse le sue pellicce. La Fulgida di Cosa Nostra alla fine spedisce pure i pittori che grattano via la carta da parati, stuccano e imbiancano. Dopo 17 giorni, la Procura domanda come vanno le cose in quel di via Bernini e per la prima volta ufficialmente scopre (parole del Procuratore capo Giancarlo Caselli nella richiesta scritta di chiarimenti inviata al comandante della Regione carabinieri Sicilia) che “il servizio di osservazione del complesso era gia’ cessato nel pomeriggio del 15 gennaio” e “nulla veniva detto su perchè tale sospensione non fosse stata tempestivamente comunicata”. All’alba del 3 febbraio, alcune centinaia di carabinieri circondano il condominio, e fanno irruzione manu militari. Elicotteri, giubbotti antiproiettile, ci sono anche le cosiddette unita’ cinofile. E mentre Mori interroga gli inquilini, scoppia qualche baruffa coi cani condominiali. Tutto perfettamente inutile. Casa Riina è linda e vuota. E pensare che al momento dell’arresto il padrino aveva in tasca bigliettini e note che permisero di stabilire che proprio quella mattina si stava recando a un summit della Cupola. Pensare quante carte e di quale straordinaria importanza potevano esserci nella villa. Pensare con quale tranquillità i mafiosi la ripulirono. Senza paura di essere arrestati, senza fretta, come se sapessero che non c’era pericolo. Proprio come quando c’è garanzia assoluta di un patto. E le carte dove sono finite? In mano a Cosa Nostra o, come sospetta qualcuno, in mano a “entità deviate” dello Stato che invece la villa l’hanno perquisita davvero, ma prima dei mafiosi, con altri scopi e grazie a quel “fraintendimento” tra Ros e Procura? Ieri al processo per le stragi del 1993 in corso a Firenze, Giovanni Brusca avrebbe voluto dire la sua sulla cattura di Riina. “Ne riparliamo lunedì”, ha replicato il Pm. Dopo cinque anni di nebbia e misteri, che differenza fanno due giorni in più?    Questo articolo, firmato da Andrea Purgatori, è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 16 gennaio 1998.


MAFIA: DI MAGGIO CONFESSA UN ALTRO OMICIDIO  ”L’HO FATTO PER IL BENE DEL POPOLO”4 ott.99 – (Adnkronos)– Il pentito del bacio ritorna in aula e confessa un nuovo omicidio. Ma annuncia anche di avere agito solo per ”il bene del popolo siciliano e italiano”. Trascinato su una sedia a rotelle dalle guardie carcerarie, riappare nell’aula bunker Pagliarelli di Palermo Balduccio Di Maggio, l’ex boss mafioso di San Giuseppe Jato che tre mesi dopo il suo arresto aveva parlato ai magistrati del presunto incontro, con relativo abbraccio affettuoso, tra il senatore Hiulio Andreotti e il boss dei boss Toto’ riina. Un’apparizione voluta da lui e annunciata in grande stile dal suo avvocato Giuseppe Dante che aveva parlato di nuove ”rivelazioni” del suo cliente per spiegare ai giudici palermitani il ”vero motivo” del suo ritorno in Sicilia. Nell’ottobre del ’97 mentre era sotto il programma di protezione, Di Maggio era stato arrestato su richiesta della Procura di Palermo, con l’accusa di aver riorganizzato tra il ’94 e il ’96 con tanto di omicidi, la cosca mafiosa nel suo paese d’origine. Un’accusa che l’ex pentito -detenuto in una localita’ segreta- respinge con tutte le sue forze. ”E’ vero”, dice con un filo di voce davanti ai giudici della seconda sezione della Corte d’Assise di Palermo dove insieme con altri due pentiti e’ imputato per omicidi compiuti nel palermitano negli anni Ottanta, ”sono tornato a San Giuseppe Jato. Ma l’ho fatto su pressione della Procura. Loro cercavano il latitante Giovanni Brusca e chiesero aiuto a me”.  Poi entra nei particolari. ”Un giorno, mentre ero alloggiato presso la Scuola allievi carabinieri di Roma, mi vennero a trovare i carabinieri. Con loro c’era anche Francesco Reda (poi scomparso coni l metodo della lupara bianca su ordine di Giovanni Brusca, ndr). Mi dissero che loro avevano molte difficolta’ per riuscire a trovare Brusca, e quindi ci voleva una persona sul luogo, cioe’ io”. E continua: ”C’erano pressioni del Ros e del gruppo 2 dei carabinieri di Monreale che mi venivano a trovare sempre”. 

 


Ombre sul misteriosissimo arresto di Balduccio Di Maggio


Certo è che la testa di Riina venne servita (quasi) su un piatto d’argento. Ed era proprio questo uno dei principali risultati cui era diretta l’operazione Ciancimino, secondo la narrazione di Mori e De Donno. E non ci si riferisce tanto alla fase finale, e cioè all’operazione scattata a seguito degli input forniti dal pentito Di Maggio e tradottasi in una serie di azioni condotte da personale dei gruppi I e 2 del N.o. dei Carabinieri, della sezione Anticrimine e della I sezione del I reparto investigativo del Ros di Roma; quanto alle provvidenziali soffiate che avevano indotto già mesi prima i carabinieri, da un lato, a mettersi alle calcagna dei Ganci; dall’altro, e nel medesimo torno di tempo, a porsi alla ricerca di Baldassare Di Maggio, con congruo impiego di risorse, pur essendo questi pressoché sconosciuto agli inquirenti e incensurato, o comunque non attinto da alcuna misura restrittiva.

Tuttavia, una fonte confidenziale evidentemente molto ben informata lo additava come esponente di rilievo del mandamento mafioso di S. Giuseppe Jato, già autista di Salvatore Riina e costretto a riparare nel nord Italia causa di contrasti con Giovanni Brusca che gli avevano fatto temere di poter essere ucciso (circostanze confermate come sappiamo dallo stesso Brusca).

La versione di Balsamo

Secondo la versione ufficiale resa dai carabinieri (e in particolare dal tenente colonnello Balsamo) al processo Mori/De Caprio, l’interesse investigativo a rintracciare il Di Maggio scaturiva dalla convinzione che questi avrebbe potuto rappresentare una preziosa occasione per futuri spunti investigativi, anche e soprattutto nella direzione della cattura dello stesso Brusca. Si ipotecava quindi, ma non si capisce sulla base di quali ulteriori indicazioni, una disponibilità del Di Maggio a collaborare, se fosse stato rintracciato.

E sempre una preziosa soffiata avrebbe consentito di individuare in Borgomanero, piccolo borgo in provincia di Novara, il luogo in cui il Di Maggio si era rifugiato, approfittando dell’ospitalità di un suo compaesano e conoscente, Natale Mangano, che era titolare di un’officina meccanica. Ed era tale l’interesse a monitorare il Di Maggio che le utenze telefoniche del Mangano furono sottoposte ad intercettazione.

Finché venne captata, l’8 gennaio, una telefonata nella quale sembrava farsi riferimento ad un’attività di narcotraffico che avrebbe indotto i carabinieri — non si capisce con quale coerenza rispetto alle finalità dell’indagine — a irrompere nell’officina del Mangano, dove non si trovò alcuna traccia del supposto narcotraffico, ma in compenso venne trovato proprio il “ricercato” Di Maggio, e arrestato perché trovato in possesso di un’arma clandestina.

E Di Maggio, appena condotto in caserma, manifestò una grande agitazione, riferendo che temeva per la sua vita ed era disposto a fornire informazioni preziose per le indagini in Sicilia e soprattutto in merito a Salvatore Riina.

I carabinieri di Novara ne informarono i colleghi del gruppo 2 del N.o. di Palermo e la stessa sera l’allora Magg. Balsamo, unitamente al M.llo Merenda giunsero presso la caserma in cui il Di Maggio era trattenuto, scoprendo che aveva già iniziato a dialogare con il generale Delfino.

Di Maggio, infatti, aveva chiesto di poter parlare con il più alto ufficiale in grado, ottenendo di avere un primo colloquio con il generale Delfino, che non ne avrebbe avuto alcuna competenza nella sua qualità di comandante delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta, ma che, secondo quanto dallo stesso dichiarato, stava conducendo da mesi una sorta di indagine parallela sullo stesso Di Maggio.

Infatti, all’atto del suo insediamento come comandante dell’Arma per le regioni Piemonte e Valle d’Aosta (6 settembre 1992) era stato informato dal comandante provinciale di Novara che già dal mese di giugno — a suo dire — erano in corso indagini, sollecitate dai carabinieri di Monreale, per rintracciare tale Di Maggio, indicato da fonte confidenziale come soggetto in grado di fornire notizie utili su Giovanni Brusca che ne aveva ordinato, probabilmente, l’eliminazione.

E qui si sarebbe accesa una lampadina nella testa del Delfino, che si sarebbe ricordato di avere diretto tre anni prima, quale vice comandante della Legione di Palermo, un’operazione in contrada Ginostra, territorio di San Giuseppe Jato, mirata a localizzare e perquisire una lussuosa villa che fonte confidenziale aveva indicato come nella disponibilità di Baldassare Di Maggio, già autista di Riina che forse era ospitato in quella villa.

La perquisizione aveva avuto esito negativo, né si erano rinvenuti riscontri alle informazioni confidenziali. Ma il dato era stato memorizzato dal Delfino, che ritenne di poter collegare la presenza del Di Maggio in Piemonte all’essersi ivi rifugiato lo stesso Riina (un clamoroso quanto provvidenziale errore di valutazione perché è processualmente accertato che Di Maggio era fuggito a Borgomanero grazie ad una soffiata di Maniscalco Giuseppe — che si saprà in seguito essere una fonte confidenziale del Ros — il quale lo aveva avvisato che proprio Riina ne aveva decretato la soppressione45).

Perciò aveva deciso di attivare in tutta segretezza un gruppo di investigatori con il compito di ricercare eventuali tracce della presenza del boss corleonese in territorio piemontese, ma senza riferire a nessuno l’episodio del 1989 (cfr. pag. 16 della sentenza Mori/De Caprio). E un riscontro ad uno specifico interessamento del generale Delfino alle indagini per la cattura di Riina, fin dall’estate del ‘92 parrebbe venire dalla testimonianza di Claudio Martelli che data alla fine di luglio ‘92 o primi di agosto e comunque dopo la strage di via D’Amelio una visita del generale Delfino che gli comunicò tra l’altro che entro dicembre, gli avrebbero fatto un bel regalo di natale con la cattura di Riina (“Presidente, stia tranquillo, glielo prendiamo noi Totò Riina, glielo poniamo noi prima di natale”).

Sempre secondo quanto ricostruito dai giudici del processo Mori/De Caprio sulla base della deposizione che il generale Delfino (non esaminato al dibattimento per motivi di salute) aveva reso il 21 febbraio 1997 alla Corte d’Assise di Caltanissetta, i Carabinieri di Novara avevano proseguito le ricerche sul Di Maggio; e a dicembre il comandante provinciale aveva informato Delfino che erano riusciti a localizzarlo a Borgomanero (per inciso, è la seconda coincidenza temporale con gli sviluppi della vicenda Ciancimino: perché a dicembre ‘92, ovvero alla vigilia del suo arresto.

Vito Ciancimino ebbe a produrre il massimo sforzo per mettere in atto la collaborazione che aveva deciso di intraprendere senza riserve con i Carabinieri, sia richiedendo una specifica integrazione della documentazione che già gli era stata fornita da De Donno per localizzare il covo di Riina; sia scendendo a Palermo per incontrare i suoi referenti o intermediari mafiosi al fine di ricavarne informazioni utili alle indagini. E a dicembre si sarebbe incontrato, a Roma, con Pino Lipari).

Il generale Delfino, appena informato che Di Maggio aveva dichiarato di potere fornire informazioni su Riina e aveva chiesto di parlare con l’ufficiale più alto in grado, s’era precipitato in caserma ed aveva iniziato a raccogliere le “spontanee dichiarazioni” del Di Maggio, prima dell’arrivo del Magg. Balsamo (che, secondo quanto si legge a pag. 16 della sentenza Mori/De Caprio, avrebbe faticato per convincere i colleghi di Novara a riconoscere la competenza del N.o. di Palermo in ordine alle indagini che erano state avviate e all’arresto che ne era conseguito).

I pur scarni e frammentari elementi desumibili dalla non facile ricostruzione operata dalla citata sentenza dei fatti che avevano portato all’arresto di “Balduccio” Di Maggio non possono che suscitare il dubbio che qualcosa non torni, fermo restando che si è accertato che gli input sull’interesse investigativo per la figura dello stesso Di Maggio erano venuti da una fonte confidenziale che doveva essere molto bene informata, ed evidentemente interna all’organizzazione mafiosa.

La versione di Violante e la “carriera” di Delfino

Per completezza va rammentato che la versione che dinanzi a questa Corte l‘On. Violante ha dichiarato di avere appreso, praticamente in tempo reale rispetto agli avvenimenti in corso, dalla viva voce del generale Delfino — con il quale peraltro già all’epoca non gradiva avere contatti diretti — è, anche al netto del lapsus sulla località in cui fu rintracciato Di Maggio (che non è Verbania, come ha dichiarato il teste, bensì Borgomanero), sensibilmente diversa da quella processualmente acquisita nel processo Mori/De Caprio. Essa oscura del tutto le pregresse indagini del gruppo 2 del N.o. Carabinieri di Palermo, ed enfatizza i profili di assoluta occasionalità e accidentalità dell’arresto del Di Maggio, avvalorando ulteriormente il sospetto di una messinscena (“Quindi come dire che qualcuno andasse da Palermo a Verbania, e si facesse prendere per dire guardate vi metto.., aveva l‘impressione come di una cosa in qualche modo costruita”).

Ora, il generale Delfino (o ex generale, poiché ha ingloriosamente concluso la sua carriera subendo l’orna della degradazione a soldato semplice), calabrese e originario di Platì, con un passato nei ranghi del Sismi, non è una figura che, per i suoi trascorsi giudiziari e i legami intrattenuti a dire di alcuni collaboratori di giustizia con esponenti di spicco della ’ndrangheta calabrese (cfr. Cuzzola che ha riferito dei suoi rapporti con i fratelli Papalia e lo accusa tra l’altro di avere avvisato prima Domenico e poi, su richiesta di questi, anche il fratello Antonio, che Saverio Morabito aveva deciso di collaborare con i magistrati; e Fiume Antonino, che ha dichiarato di essere stato testimone oculare di un incontro del Delfino con Rocco Papalia, nell’ufficio di questi) possa rassicurare più di tanto o fugare qualsiasi sospetto sul vero ruolo che potrebbe avere avuto nell’individuazione e nell’arresto del Di Maggio, intromettendosi in un’indagine in corso e della quale, teoricamente, non aveva alcun titolo e motivi di occuparsi (non essendo per il suo grado e per le funzioni e il comando di cui era investito, un ufficiale di polizia giudiziaria).

Tra l’altro, secondo quanto emerso in questo processo, all’indomani delle stragi in continente, l’allora Capitano Giraudo che all’epoca si occupava delle indagini sulla strage di P.zza Della Loggia a Brescia (delitto per il quale Delfino, accusato di avervi concorso insieme a Delfio Zorzi, Mario Tramonte, Carlo Maria Maggi e altri, è stato processato e assolto con sentenza definitiva) fu convocato dal generale Subranni nel suo ufficio e informato che il Ros stava lavorando ad una pista che portava al Delfino come possibile mandante e organizzatore a livello superiore degli attentati mafiosi commessi nel territorio nazionale, additandolo come ufficiale dell‘Arma particolarmente pericoloso.

Solo una congettura

Ma, al di là delle coincidenze temporali prima ricordate, che vi sia un link con la collaborazione parallelamente intrapresa da Vito Ciancimino resta una congettura confortata da scampi appigli processuali, come le dichiarazioni di Tullio Cannella che sostiene di avere appreso da Bagarella che Provenzano aveva rapporti con Ciancimino e quest’ultimo a sua volta con il generale Delfino, che quindi poteva essere raggiunto da Provenzano attraverso Ciancimino (Cannella non è stato poi in grado di precisare quale indicazione avrebbe ricavato da sue assente conversazioni in carcere con lo stesso Ciancimino che possano confermare l’assunto di Bagarella, al di là di fumosi riferimenti alla comune appartenenza — di Ciancimino e di Delfino – ad ambienti massonici).

Va anche rammentata, a onor del vero, una terza coincidenza temporale.

Ai primi di gennaio, e veRosimilmente pochi giorni prima di quel fatidico 8 gennaio 1993 in cui i Carabinieri di Novara fanno irruzione nell’officina meccanica di Borgomanero, trovandovi e arrestando Baldassare Di Maggio, Vito Ciancimino fa sapere attraverso il suo nuovo difensore, l’avv. Ghiron che ha urgenza di avere un colloquio riservato con lo stesso Mori.

È quest’ultimo a rammentano nelle sue spontanee dichiarazioni, che per questa parte riproducono il memoriale del l’agosto ‘97, anche se non riesce a precisare se accadde poco prima o poco dopo l’arresto di Riina. In realtà, sulla base delle indicazioni fornite dallo stesso Mori, la richiesta di Ciancimino deve farsi risalire a prima ancora del 10 gennaio 1993, giorno in cui Mori ebbe ad incontrare il procuratore Caselli, che diii a poco si sarebbe insediato nel posto di capo della procura della Repubblica di Palermo.

Ed era già sua intenzione informarlo dei contatti che aveva avuto con Ciancimino proprio perché intendeva chiedere l’autorizzazione ad un colloquio investigativo con Vito Ciancimino, avendo raccolto la sollecitazione in tal senso veicolatagli dall’avv. Ghiron (“nel gennaio 1993, non ricordo se prima o dopo la cattura di Salvatore Riina, fin contattato dall ‘avv. Giorgio Ghiron, difensore di Vito Ciancimino, il quale mi comunicò che il suo cliente desiderava incontrare me e il capitano De Donno. A questo punto, resi informalmente edotto di tutta la vicenda il procuratore della Repubblica di Palermo, dr. Giancarlo Caselli e concordai la richiesta di un colloquio investigativo con ciancimino”).

Come già sappiamo, il dr. Caselli nega di essere stato informato dell’operazione Ciancimino quando incontrò a Torino l’allora Col. Mori, perché l’incontro era previsto per tutt’altro oggetto e non vi lii tempo di parlare d’altro se non delle decisioni da prendere dopo che il generale Delfino l’aveva edotto degli avvenimenti di Borgomanero. E fu lo stesso Caselli a esigere che Mori partecipasse all’incontro con Delfino per i ragguagli sul caso, e per pianificare i successivi sviluppi investigativi.

Il colloquio investigativo sollecitato da Ciancimino vi fu, ma solo il 22 gennaio, una settimana dopo l’arresto di Riina (circostanza che non mancò peraltro di insospettire Liliana Ferraro, come lei stessa ha dichiarato, precisando che tuttavia non ritenne di darvi troppo peso, dando per scontato, anche se non ne chiese conferma al dr. Caselli, che il nuovo procuratore della Repubblica di Palermo, appena insediatosi, ne fosse al corrente. E in effetti, nelle settimane successive le risulta che furono effettuati altri colloqui e interrogatori di Ciancimino sotto il controllo della procura di Palermo). Ma è davvero un filo troppo esile per collegare l’urgenza di Ciancimino di avere un colloquio con Mori e De Donno, che poteva essere semplicemente propedeutico alla sua decisione di aprirsi ad una più ampia collaborazione anche con l’A.g., con i contestuali fatti di Borgomanero.

La mancata perquisizione del covo di Riina come segnale rassicurante

È innegabile però che la mancata perquisizione del covo di Riina, se non fu soltanto il frutto di dabbenaggine, o di discutibili scelte investigative mescolate a corto circuiti nelle attività di informazione e coordinamento dei vari reparti investigativi operanti sul campo e una sequela di incomprensioni e malintesi, appare perfettamente in linea con il tenore della proposta che era stata brutalmente rivolta a Vito Ciancimino all’atto dello showdown, in occasione dell’ultimo degli incontri con Mori (quello del 18 ottobre, secondo il timing ricavato dalle agende dello steso Mori).

Essa diede infatti la possibilità di ripulire il covo e quindi cancellare ogni possibile traccia e documentazione che potesse aiutare gli inquirenti a individuare soci in affari, complici del Riina, i suoi rapporti con altri affiliati e i suoi favoreggiatori: dandosi così corso all’impegno dei carabinieri di avere un occhio di riguardo per le “famiglie” dei latitanti arrestati (ovvero: che si fossero auto-consegnati, nella versione decisamente improbabile di Mori e De Donno; o che fossero stati consegnati ai Carabinieri, secondo la più plausibile versione di Ciancimino).

E quali che fossero le circostanze e fortunate contingenze che avevano condotto all’arresto del capo di Cosa nostra — e quindi anche ammettendo che Ciancimino non vi avesse avuto alcun ruolo — l’omessa perquisizione avrebbe conservato intatto il suo significato di segnale rassicurante lanciato alla componente mafiosa con cui si voleva instaurare un dialogo, per confermare tale volontà di un’interlocuzione finalizzata a raggiungere un’intesa che, in tale prospettiva, la cattura di Riina non avrebbe pregiudicato, rendendola anzi più agevole. Sul versante opposto, le difese degli ufficiali del Ros e quelle di Mori e De Donno in particolare, protese a dimostrare che l’operazione Ciancimino fu soltanto un’iniziativa di polizia giudiziaria; che non vi fu mai alcun intento di negoziare con chicchessia; e tanto meno si sollecitarono da parte dei Carabinieri, intese o accordi con Provenzano per la cattura di Riina, formulano una precisa obbiezione: se davvero Provenzano avesse giocato un ruolo nella cattura di Riina, con l’intermediazione del “pontiere” Ciancimino, non avrebbe avuto bisogno delle mappe invocate dallo stesso Ciancimino come mezzo per arrivare ad individuare il covo in cui Riina si nascondeva (in realtà non si nascondeva affatto, ma vi abitava con tutta la sua famiglia), perché ne era già a conoscenza, essendo uno dei pochi ammessi al suo cospetto.

In realtà, come già s’è visto, una più attenta lettura delle dichiarazioni dimostra che Brusca non può né confermare né smentire che Provenzano sapesse dove abitava Riina, perché ciò non gli consta personalmente e nessuno gli ha mai dato un’informazione del genere.

Ciò che gli consta con certezza è che Provenzano poteva incontrare in qualsiasi momento Riina perché conosceva i soggetti che ne tutelavano la latitanza ed ai quali rivolgersi per organizzare eventuali incontri, così come faceva lo stesso Brusca che in effetti non sapeva, negli ultimi tempi almeno, dove il capo di Cosa nostra abitasse.

Ed una clamorosa conferma è venuta proprio in questo processo dalla viva voce di Salvatore Riina. Questi, infatti, in una delle conversazioni intercettate al carcere di Opera, vanta la sua astuzia e la sua prudenza nell’interdire a tutti l’accesso alla sua abitazione (tranne a Raffaele Ganci) e nel blindare con rigore teutonico (Sì, no per ste cose un tedesco era) la conoscenza del luogo in cui era ubicata: e si lascia scappare che neppure “Binnu” e i Madonia ne era a conoscenza (cfr. intercettazione del 6 agosto 2013: […]). In effetti, c’erano anche altri soggetti che curavano direttamente l’assistenza al qualificato latitante, come il giardiniere e autista Di Marco, che accompagnava i figli a scuola; e Salvatore Biondino, e naturalmente i Sansone che avevano messo a disposizione l’abitazione all’interno del residence costruito da una foro impresa.

Ma Provenzano non era tra coloro che ne erano a conoscenza, e poteva al più sapere dei Sansone e dei Ganci, e quindi della zona in cui veRosimilmente era ubicata l’abitazione del suo illustre compaesano, ma niente di più. Il ricorso alle “mappe” non esclude dunque, la possibilità di un coinvolgimento del Provenzano nel tentativo messo in atto da vito Ciancimino di pervenire per tale via all’individuazione del covo di Riina; ma neppure lo prova. […]. E deve convenirsi che il discorso delle mappe, da integrarsi con una documentazione relativa a utenze Amap ed Enel che solo in parte sarebbe stata consegnata al Ciancimino, è una sorta di buco nero nella ricostruzione della vicenda della tortuosa collaborazione clandestina intrapresa dalI’ex sindaco di Palermo con i Carabinieri del Ros.[…].

Il “lavoro rimasto in sospeso” 

Orbene, l’insistenza con cui Vito Ciancimino nei suoi scritti torna ad insistere sull’utilità e soprattutto sull’attualità, dal punto di vista investigativo, anche dopo l’arresto del Riina, di quel lavoro rimasto in sospeso, e l’interesse manifestato dai magistrati della procura di Palermo — e segnatamente il procuratore Capo Caselli e il sost. Ingroia — per gli input rilanciati dallo stesso Ciancimino, di cui v’è evidente traccia nella delega d’indagine del 25 gennaio 1994 e nelle successive Note di sollecito al Ros dovrebbero bastare a fugare il dubbio che quella delle mappe planimetrie (e utenze per le forniture di luce e acqua) fossero solo una messinscena per dissimulare un contributo di altra natura alla cattura di Riina, cui l’ex sindaco di Palermo aveva deciso di cooperare.

Resta però da spiegare, non volendo prendere in considerazione e neppure fare cenno delle elucubrazioni e manipolazioni di una fonte inaffidabile qual è Massimo Ciancimino, che fine abbiano fatto quelle mappe – su cui peraltro Ciancimino senior avrebbe fatto delle annotazioni, se è vero che, come si legge negli appunti citati, aveva segnato o indicato alcune vie – e l’ulteriore documentazione a suo tempo consegnata al collaborante. E come sia possibile che Mori e De Donno non ne abbiano conservato copia agli atti del proprio Ufficio, considerato che su quella documentazione, stando al loro racconto, investivano ogni residua Speranza di ricavare un risultato utile (e che risultato: la cattura del capo di Cosa nostra) da tutta l’operazione Ciancimino.

Ma non v’è alcuna possibilità di ricevere dai due ufficiali del Ros una spiegazione che solo loro potrebbero dare, perché per anni hanno insistito in una versione, quella secondo cui la documentazione in questione sarebbe stata trovata e trasmessa all’A.g., che si è rivelata non rispondente al vero.

Ma soprattutto resta da spiegare l’improvvisa e definitiva perdita d’interesse di Mori per quella pista investigativa di cui, non a torto, come fra breve si vedrà, Vito Ciancimino propugnava la fecondità, ancora un anno dopo l’arresto del latitante corleonese più ricercato, nella convinzione che gli immobili che insistevano in una certa zona (tra Palermo e Monreale) potessero ancora essere adibiti a covo di altri pericolosi latitanti corleonesi.

Né era tanto difficile presumere a quali corleonesi doc latitanti di spicco lo stesso Ciancimino potesse fare riferimento, nel gennaio del ‘94, quando, grazie alle rivelazioni di Salvatore Cancemi, ogni residuo dubbio che Provenzano potesse essere morto (ammesso che il Ros avesse mai condiviso questo dubbio di matrice giornalistica) s’era dissolto. Peraltro, questa perdita d’interesse a coltivare la “pista delle mappe” si era registrata, inopinatamente, anche prima che si giungesse alla cattura del capo di Cosa nostra.

L’arresto di Vito Ciancimino, che aveva impedito la prosecuzione della ricerca intrapresa con l’ausilio di quelle mappe da integrarsi con l’ulteriore documentazione richiesta dallo stesso Ciancimino, non era un ostacolo insormontabile: anzi, avrebbe dovuto indurre Mori e De Donno ad attivarsi subito per essere autorizzati — e la competenza era del ministero e non della procura — a un colloquio investigativo che poteva servire oltretutto per rimediare allo strappo causato dall’inopinato arresto al rapporto di fiducia che si era instaurato con il potenziale collaboratore di giustizia.

Invece, Mori attese che fosse Ciancimino a farsi vivo attraverso il suo avvocato (ciò che avvenne, con tutta probabilità, poco prima del 10 gennaio, ma comunque prima lo stesso Mori incontrasse Caselli a Torino e che questi lo invitasse a partecipare al briefing con il generale Delfino sull’arresto del Di Maggio e sui possibili sviluppi).

La spiegazione offerta da De Donno (al processo Mori/Obinu) è che ritennero di poter aspettare qualche settimana, prima di andare a compulsare Ciancimino per riprendere il lavoro di ricerca sulle mappe mediante colloquio investigativo, essendo ormai alle viste l’insediamento del nuovo procuratore capo a Palermo. Una spiegazione discutibile, posto che il rischio che un latitante di quello spessore usasse l’accortezza di cambiare spesso il proprio rifugio non era trascurabile. EDITORIALE DOMANI