L’ORA 25 gennaio 1983
- Un giudice solo
- Vittima di mafia
- Magistrato a Trapani
- Una toga amara
- Un sacrificio dimenticato
- Un audiolibro
- Io sono Giangiacomo
- In ricordo di Montalto
TGR RAI – VIDEO
L’omicidio del giudice Ciaccio Montalto a ValdericeUn delitto eccellente, vittima un brillante magistrato che aveva capito già agli inizi degli anni ottanta la pericolosità della cosche trapanesi. Il ricordo nelle parole di Dino Petralia, magistrato ed ex direttore del Dap
Giangiacomo Ciaccio Montalto: il magistrato che sfidò Cosa Nostra a Trapani
25.1.2026 L’ALTROPARLANTE di Roberto Greco
La vera missione professionale di Ciaccio Montalto si delineò nella seconda metà degli anni ’70, quando cominciò a immergersi nelle inchieste più scottanti sulla mafia trapanese
È l’alba del 25 gennaio 1983. Un contadino percorre la stradina di via Carollo, alla periferia di Valderice, in provincia di Trapani. All’incrocio con via dei Vespri nota un’auto bianca ferma a bordo strada, una Volkswagen Golf. Avvicinandosi, scorge il finestrino del passeggero in frantumi e, all’interno, un uomo riverso sul sedile, crivellato di colpi. Scatta l’allarme: quando giungono i Carabinieri, riconoscono subito il corpo senza vita del dottor Giangiacomo Ciaccio Montalto, 41 anni, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Trapani. Attorno all’auto vengono trovati 23 bossoli; ben 14 proiettili di diverso calibro hanno colpito il magistrato. Uno di essi ha centrato l’orologio di bordo, fermandolo sulle 1:21 di notte, l’ora esatta dell’agguato. Le indagini balistiche riveleranno che ad uccidere Ciaccio Montalto sono stati tre killer, armati di una pistola mitragliatrice e di due revolver calibro 38 Special, quest’ultimi caricati con proiettili speciali da guerra. Una delle armi, una 8 Special, verrà persino ricondotta a un mafioso americano, Natale Evola, segno di possibili collegamenti internazionali del delitto. Nessuno, nelle ore notturne, aveva dato l’allarme: i pochi residenti in zona avevano scambiato quella sventagliata di colpi per spari di bracconieri. Così il corpo del magistrato è rimasto lì, a pochi passi dall’ingresso della casa di campagna di suo padre, fino a quando, verso le 6:30, quel contadino di passaggio ha fatto la tragica scoperta. Giangiacomo Ciaccio Montalto è la prima vittima della mafia nell’anno 1983, ucciso senza scorta e su un’auto non blindata nonostante le minacce ricevute. La notizia scuote il Paese e getta un’ombra cupa su Trapani, dove quel magistrato lavorava da oltre un decennio.
Un magistrato scomodo e tenace
Giangiacomo (detto Gian Giacomo) Ciaccio Montalto era nato a Milano il 20 ottobre 1941, da una famiglia originaria di Trapani. Il padre Enrico era magistrato di Cassazione e il nonno materno, Giacomo Montalto, notaio e già sindaco di Erice. Dopo la laurea in giurisprudenza a Roma, Giangiacomo segue le orme paterne: nel 1970 entra in magistratura e l’anno seguente, a soli 30 anni, viene assegnato come uditore giudiziario (tirocinante) presso il Tribunale di Trapani. Nel 1971 è già Sostituto Procuratore della Repubblica a Trapani, ruolo in cui si farà presto notare per l’eccezionale impegno e senso del dovere. I colleghi lo descrivono come un magistrato “attento allo studio dei fatti, perspicace nella valutazione, fedele al dettato della legge e tuttavia aperto ai valori emergenti della società”, dotato di equilibrio e acume investigativo fuori dal comune. Giovanni Falcone, destinato a diventare il simbolo dell’antimafia, all’epoca giovane giudice a Trapani, rimase colpito dalla forte personalità e dalla competenza di Ciaccio Montalto. I due condivisero anche momenti difficili: nell’ottobre 1976, durante una rivolta nel carcere di Favignana, un detenuto armato prese in ostaggio proprio Falcone, allora magistrato di sorveglianza, e Ciaccio Montalto fu chiamato a gestire la crisi, riuscendo con fermezza a risolverla senza spargimento di sangue. Questo episodio fece capire a tutti la tempra di quell’uomo, schivo e coraggioso, estremamente rigoroso ma anche umano, dotato di una calma lucidità nei momenti di tensione.
La vera missione professionale di Ciaccio Montalto, tuttavia, si delineò nella seconda metà degli anni ’70, quando cominciò a immergersi nelle inchieste più scottanti sulla mafia trapanese. Negli uffici giudiziari di Trapani all’epoca non c’era ancora una tradizione consolidata di contrasto a Cosa Nostra, ma Ciaccio Montalto cambiò passo. Tra i primi casi di grande clamore a cui lavorò vi fu il processo al “mostro di Marsala”: il pluriomicida Michele Vinci, accusato del rapimento e dell’omicidio di tre bambine, tra cui sua nipote, gettate in un pozzo a Marsala, fu assicurato alla giustizia anche grazie all’impegno del giovane PM che collaborò attivamente con Cesare Terranova e Lenin Mancuso, titolari delle indagini. Ma è dal 1977 che la carriera del magistrato prende una direzione precisa: Ciaccio Montalto comincia a indagare sulle cosche mafiose della provincia di Trapani, seguendo le tracce che collegano i boss locali con il mondo imprenditoriale e bancario. Capisce che per colpire la mafia occorre seguirne i soldi. Mentre la gran parte delle indagini di quei tempi si concentrava sui singoli reati sanguinari, lui allarga lo sguardo ai flussi finanziari e ai colletti bianchi che fiancheggiano la criminalità organizzata. In un’epoca in cui parlare apertamente di “mafia” era ancora quasi tabù, Ciaccio Montalto sperimenta metodi innovativi: per primo a Trapani dispone accertamenti patrimoniali e il controllo dei movimenti bancari sospetti, convinto che dietro i traffici illeciti vi sia sempre una traccia economica. Questa intuizione si rivelerà giusta e pionieristica. Ad esempio, indagando sull’onda di un arresto ad Alcamo di un corriere con 5 chili di eroina destinati agli USA, il magistrato ipotizza l’esistenza di un laboratorio clandestino di raffineria di droga nel Trapanese, ipotesi che verrà confermata anni dopo, e comincia a seguire il percorso del denaro sporco nelle banche compiacenti di Trapani. Per quei tempi è una piccola rivoluzione investigativa, che anticipa di fatto il metodo del “seguire i soldi” reso celebre qualche anno dopo dal pool antimafia di Palermo. «Il suo metodo di investigazione è quello che poi Falcone ha portato avanti», noterà non a caso la figlia Maria Irene molti anni dopo.
Le inchieste di Ciaccio Montalto spaziano in vari settori, rivelando intrecci tra mafia, economia e politica. Fu tra i primi in Sicilia a indagare sul traffico internazionale di eroina e sul commercio d’armi gestiti dalle cosche, ma anche su fenomeni meno noti come le sofisticazioni nel settore vinicolo, le frodi sui finanziamenti europei e i sospetti appalti per la ricostruzione della Valle del Belice dopo il terremoto del 1968. Da pubblico ministero, portò a giudizio numerosi esponenti dei clan locali, contribuendo a sgretolare l’impunità di cui godevano. In quegli anni si concentrò in particolare su due potenti famiglie mafiose del Trapanese: il clan Minore (guidato dai fratelli Antonino “Totò” Minore, Calogero, Giuseppe e Giacomo) e il clan Milazzo, attivi tra Trapani, Alcamo e Marsala. Sulla scrivania di Ciaccio Montalto finirono dettagliati dossier dei Carabinieri che elencavano i crimini di quei gruppi – omicidi, traffici di droga, corruzione, traffico di armi – delineandone i collegamenti con i boss palermitani e persino con la mafia italo-americana. Il magistrato non si fece intimidire: riaprì vecchi casi, come la morte sospetta di un capomafia locale (Giovanni Minore, ufficialmente stroncato da infarto) arrivando a far riesumare la salma pur di fugare ogni dubbio, gesto che i mafiosi interpretarono come un affronto intollerabile. Nel 1979 spiccò un mandato di cattura per traffico di armi contro Antonino “Totò” Minore, che infatti fuggì da Trapani pur di evitare l’arresto.
Alla fine del 1982, Ciaccio Montalto mise a segno quello che avrebbe dovuto essere il suo colpo più duro al cuore dei clan trapanesi. Nell’ottobre di quell’anno, emise 40 ordini di cattura per associazione mafiosa nei confronti di boss e insospettabili imprenditori locali, sfruttando anche il nuovo reato di “416 bis”, quello che formalizzò come reato l’associazione mafiosa, introdotto pochi mesi prima. Per Trapani fu un terremoto giudiziario: mai prima d’allora si erano visti tanti notabili finire in manette con l’accusa di mafia. Purtroppo, il risultato fu amarissimo. Nel giro di qualche mese, quei 40 arrestati tornarono tutti in libertà per insufficienza di prove. Le inchieste di Ciaccio Montalto urtavano contro ostacoli enormi, come la difficoltà di trovare testimoni, l’omertà e talvolta anche l’ostilità o l’inerzia di parte dell’ambiente giudiziario locale. Trapani non era Palermo, ma le collusioni erano radicate e subdole. Ciononostante, il sostituto procuratore andò avanti con determinazione, nella convinzione che il compito di un magistrato fosse di analizzare costantemente ogni traccia riconducibile alla criminalità organizzata, per avere una visione d’insieme aggiornata e strategica. Già nell’estate del 1982, in un convegno dal titolo “Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso” organizzato dal CSM, Ciaccio Montalto aveva auspicato la creazione di una “banca dati” nazionale antimafia e maggiori strumenti investigativi centralizzati, lamentando che troppo spesso le informazioni restavano patrimonio personale di pochi inquirenti isolati. Parole profetiche, che mettevano in luce l’isolamento in cui operavano i magistrati antimafia all’epoca.
Trapani, una mafia sommersa negli anni di piombo
Per comprendere il destino di Ciaccio Montalto occorre inquadrarlo nel contesto storico-sociale in cui operava. Nei primi anni ’80 la Sicilia è insanguinata dalla Seconda guerra di mafia: i Corleonesi di Salvatore “Totò” Riina hanno scatenato una violenta offensiva per eliminare boss rivali e conquistare la leadership di Cosa Nostra. Dal 1979 in poi cadono sotto i colpi mafiosi uomini delle istituzioni e delle forze dell’ordine: il capo della Mobile di Palermo Giorgio Boris Giuliano (luglio 1979), il giudice Cesare Terranova (settembre 1979), il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile(maggio 1980 a Monreale), il procuratore capo Gaetano Costa (agosto 1980), il segretario del PCI siciliano Pio La Torre (aprile 1982), il generale-prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (settembre 1982) e molti altri. È un periodo buio, in cui la mafia toglie la vita a servitori dello Stato con cadenza impressionante, mentre lo Stato fatica a reagire. Proprio dopo l’omicidio di La Torre e Dalla Chiesa, nell’estate-autunno 1982 vengono approvate nuove leggi antimafia (come la 416 bis sulla partecipazione mafiosa e la legge sulla confisca dei beni illeciti) e a Palermo inizia a prendere forma un pool di magistrati dedicato esclusivamente alla lotta a Cosa Nostra. Trapani, però, resta ai margini dell’attenzione nazionale: è una provincia lontana dai riflettori, dove la mafia preferisce agire sottotraccia, “sommersa” e intrecciata col potere economico, piuttosto che sfidare frontalmente lo Stato. Eppure, proprio nel Trapanese si stanno gettando le basi di nuove, pericolose alleanze mafiose. I clan locali, ossia i Minore di Trapani città, i Messina Denaro di Castelvetrano, i Agate di Mazara del Vallo, i Milazzo di Alcamo e gli Asaro di Castellammare, stringono patti con i Corleonesi di Riina, entrando a far parte di una struttura criminale sempre più unificata. Matteo Messina Denaro, figlio ventenne del capomafia di Castelvetrano, è uno dei giovani emergenti protetti da Riina negli anni ’80. La mafia trapanese inizia a investire i proventi dell’eroina in attività imprenditoriali, appalti pubblici e persino in regioni del Centro-Nord Italia. Già agli inizi degli anni ’80, Ciaccio Montalto aveva intuito che una “colonia” di mafiosi trapanesi si era insediata in Toscana, come denunciò pubblicamente in un’intervista televisiva. Per questo stava programmando di trasferirsi alla Procura di Firenze: avrebbe continuato la “caccia ai soldi” delle cosche seguendole fuori dalla Sicilia. “Si stava avvicinando al terzo livello e avrebbe proseguito la caccia ai soldi alla procura di Firenze, dove aveva scelto di andare se non l’avessero ammazzato” scriverà qualcuno a posteriori, riferendosi all’intreccio tra mafia, politica e massoneria che il magistrato stava intravedendo.
A Trapani, però, quell’approccio dava fastidio a molti. C’erano colleghi e superiori abituati a chiudere un occhio, o a considerare il fenomeno mafioso come qualcosa di remoto. Ciaccio Montalto, invece, dichiara guerra alla mafia in una terra in cui il fenomeno criminale era radicato ma quasi invisibile. “Ha combattuto contro una mafia che iniziava ad interessarsi agli appalti pubblici e a cambiare volto, una mafia che preferiva rimanere sommersa” si legge nelle cronache locali sull’epoca. Nell’ambiente non tutti lo appoggiavano: c’era chi lo riteneva un rompiscatole, chi forse era colluso, chi aveva paura. Lui andava avanti, ma iniziava a sentirsi sempre più solo.
Minacce e isolamento: un giudice lasciato solo
Le ritorsioni di Cosa Nostra non tardarono ad arrivare. Dopo l’ondata di arresti del 1982, poi vanificati, Ciaccio Montalto ricevette chiari segnali di minaccia. Un giorno trovò dipinta sul cofano della sua auto una grande croce nera tracciata con vernice spray, un sinistro avvertimento mafioso. Intorno a lui, però, il silenzio era assordante. In pubblico il magistrato non nascose la propria frustrazione. Il 15 ottobre 1982 rilasciò un’intervista al programma TG2 Dossier nella quale denunciò l’isolamento dei magistrati nella lotta alla mafia. «Siamo in pochi, pochi che ce ne possiamo occupare, pochi che abbiamo determinate conoscenze, la cosiddetta memoria storica, e privi di determinati mezzi» spiegò, aggiungendo con amarezza che così «le nostre conoscenze finiscono col diventare un patrimonio personale (…). Tutto ciò finisce per individualizzare la lotta al fenomeno mafioso». Parole che suonavano come una critica al sistema: la lotta alla mafia non poteva essere lasciata all’eroismo isolato di pochi magistrati, ma doveva farsi corale e strutturata.
Col senno di poi, quelle parole risuonano tragiche. Giangiacomo Ciaccio Montalto era davvero solo. Nonostante le minacce ricevute, non gli venne assegnata alcuna scorta armata. Aveva espresso timori per la propria incolumità, eppure continuava a spostarsi da solo, su un’auto non blindata. Stava ultimando gli scatoloni per il trasferimento a Firenze, ormai approvato dal CSM, ma continuava a lavorare sodo fino all’ultimo giorno, senza abbassare la guardia. In Procura a Trapani alcuni colleghi e superiori forse tiravano un sospiro di sollievo per quella sua imminente partenza: quel giudice “troppo zelante” stava per togliere il disturbo. Lui stesso era deluso e amareggiato per i risultati scarsi ottenuti in quelle terre difficili e, confidandosi, aveva definito Trapani “una provincia irredimibile” in cui si sentiva lasciato a combattere quasi da solo.
Anche la sera del 24 gennaio 1983 Ciaccio Montalto lavorò fino a tardi. Come al solito. Cenò con amici e verso l’una di notte si avviò in auto verso la casa di campagna di famiglia a Valderice, dove pernottava spesso. Era una notte buia e fredda. Nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata la sua ultima notte.
L’agguato mortale e l’indignazione dello Stato
Quella notte, però, ad attenderlo lungo la strada sterrata che conduce alla sua abitazione c’erano i sicari che lo attendevano. Quando la Volkswagen Golf bianca del giudice imbocca via Carollo, i killer si affiancano e aprono il fuoco all’improvviso con micidiale ferocia. Ciaccio Montalto non ha scampo: i proiettili trapassano i vetri e il metallo dell’auto, raggiungendolo ripetutamente. Il magistrato viene colpito al torace e alla testa; l’auto, fuori controllo, si ferma in mezzo alla strada. I killer si dileguano nella notte. Nessuno sente, nessuno vede. Solo all’alba il suo corpo viene ritrovato, crivellato di colpi, ancora all’interno della vettura.
La notizia dell’omicidio provoca un’ondata di sdegno. A Trapani e provincia, però, cala anche una cappa di paura. I funerali si svolgono con rito di Stato il 27 gennaio 1983 nella Cattedrale di San Lorenzo, a Trapani, e vi partecipano circa ventimila persone. In chiesa, accanto alla famiglia distrutta dal dolore, si stringono numerosi cittadini comuni, tanti giovani e rappresentanti delle istituzioni. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si reca subito in Sicilia: poche ore dopo il delitto vola a Palermo per presiedere una riunione straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura, voluta per dare un segnale di presenza dello Stato. Dalle parole di Pertini emerge chiara la condanna dei mafiosi e la vicinanza al popolo siciliano onesto: «Il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo e il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia», dichiara solennemente il Presidente. È un messaggio importante in un momento in cui la sfiducia serpeggia e c’è il rischio di generalizzare colpe su un’intera terra.
Intanto emergono particolari inquietanti. Si scopre che Ciaccio Montalto non aveva la scorta semplicemente perché nessuno aveva ritenuto di assegnargliela, nonostante le sue richieste e il clima di minaccia crescente. Lo scrittore e neoeletto parlamentare Leonardo Sciascia, da sempre attento alle vicende siciliane, presenta addirittura un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Virginio Rognoni per chiedere spiegazioni sul perché il magistrato sia stato lasciato privo di tutela nonostante il pericolo evidente. È un atto d’accusa verso le istituzioni: possibile che lo Stato non abbia saputo proteggere uno dei suoi servitori più esposti? Purtroppo è così. La tragedia di Trapani apre un altro doloroso capitolo nella stagione dei martiri dell’antimafia.
Indagini e processi: una verità a lungo cercata
All’indomani dell’omicidio, investigatori e inquirenti si mettono al lavoro per identificare i responsabili. Fin da subito i sospetti si concentrano su ciò che Ciaccio Montalto stava investigando. Chi poteva desiderare la sua morte? La risposta più ovvia era: la mafia trapanese. In particolare, i riflettori cadono sul clan Minore, quello su cui il giudice aveva inferto colpi durissimi. Salvatore “Totò” Minore, boss latitante dal 1979, ossia da quando Ciaccio aveva spiccato l’ordine di arresto a suo carico, viene indicato come il possibile mandante. Si sospetta anche di alcuni mafiosi italo-americani legati alle famiglie locali, tra cui i nomi di Ambrogio Farinae Natale Evola emergono nelle prime indagini. D’altronde, uno dei bossoli rinvenuti sul luogo del delitto è risultato compatibile con l’arma di Evola, come detto, a suggerire un suo coinvolgimento. Tuttavia, in quei primi anni le inchieste procedono a rilento. Totò Minore non si trova. E non si troverà mai, perché solo molti anni più tardi si scoprirà che era stato assassinato a sua volta nel 1982 dai suoi stessi alleati Corleonesi e il corpo fatto sparire. Nonostante ciò, la giustizia va avanti anche senza cadavere: nel 1989 la Corte d’Assise emette una condanna all’ergastolo in primo grado, in contumacia, proprio contro Minore, ritenuto il mandante, e contro Farina ed Evola, ritenuti esecutori materiali. Sembra un passo verso la verità, ma è un’illusione di breve durata. Nel 1992, infatti, la Corte d’Appello di Caltanissetta assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove, ribaltando la sentenza. E nel 1994 la Cassazione conferma le assoluzioni, chiudendo il processo senza colpevoli. A oltre dieci anni dal delitto, l’omicidio Ciaccio Montalto resta impunito. È una sconfitta bruciante per lo Stato.
Eppure nuovi squarci di luce stanno per arrivare. A metà degli anni ’90, infatti, alcuni collaboratori di giustizia decidono di parlare, svelando retroscena inediti. Nel 1995 le dichiarazioni incrociate di pentiti come Rosario Spatola, Vincenzo Calcara, Giacoma Filippello e Matteo Litrico indicano altri mandanti e chiariscono finalmente il movente dell’omicidio. Secondo queste rivelazioni, ad ordinare l’uccisione di Ciaccio Montalto furono i boss mafiosi di primissimo piano: Salvatore “Totò” Riina, capo dei Corleonesi, e Mariano Agate, padrino del mandamento di Mazara del Vallo, in accordo con il boss locale Mariano Asaro e con un oscuro avvocato trapanese, Antonio Messina, affiliato a logge massoniche deviate. Il quadro che emerge è quello di un complotto di alto livello: Ciaccio Montalto doveva morire perché la mafia temeva il suo trasferimento a Firenze, dove avrebbe potuto continuare a indagare sugli interessi mafiosi e massonici trapanesi trapiantati in Toscana. In pratica, l’ordine di eliminarlo sarebbe arrivato direttamente da Totò Riina, convinto che quel giudice “ficcanaso” fosse diventato pericoloso non solo in Sicilia ma anche altrove. A riprova di ciò, un pentito riferisce una frase in codice attribuita a Mariano Agate che avrebbe decretato la condanna a morte del magistrato: “Ciaccinu arrivò a stazione”, ovvero “il piccolo Ciaccio è arrivato al capolinea”. Un macabro modo, tipicamente mafioso, per dire che la sua corsa doveva finire lì.
Sulla base di queste nuove evidenze, la Procura di Caltanissetta (competente sui delitti ai danni di magistrati) riapre il caso e porta a processo i nuovi imputati. Nel 1998, quindici anni dopo il delitto, arriva finalmente una sentenza di condanna: Riina e Agate sono dichiarati colpevoli e condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio. Per Asaro e l’avvocato Messina, invece, la giustizia tentenna di nuovo: vengono assolti in primo grado perché le accuse nei loro confronti poggiavano solo sulle parole di Spatola e Calcara, pentiti giudicati parzialmente inattendibili. La verità giudiziaria, insomma, riconosce i grandi capi come responsabili, ma lascia nell’ombra alcuni esecutori materiali. La sentenza del 1998 verrà confermata anche nei successivi gradi di giudizio, rendendo definitive le condanne per Riina e Agate. Ci sono voluti quindici anni, depistaggi e silenzi inclusi, per arrivare a questo risultato. Resta però il rammarico che non tutti i pezzi del puzzle siano stati trovati. Chi premette materialmente il grilletto quella notte? I nomi dei killer non sono mai stati accertati con assoluta certezza nei tribunali, «buio pesto sugli esecutori materiali”», sottolinea Maria Irene Ciaccio Montalto. Nel tempo si è ipotizzato persino che uno dei tiratori potesse essere proprio il giovane Matteo Messina Denaro, all’epoca ventenne ma già dentro Cosa Nostra trapanese: alcuni documenti investigativi hanno suggerito questa pista, e l’arresto di Messina Denaro nel 2023 ha riacceso questi interrogativi. «Avevo letto documenti in cui si ipotizzava che potesse essere la sua mano quella che ha colpito mio padre. Vorrei incontrarlo e parlargli, perché mi spiegasse tante cose rimaste oscure e che forse non emergeranno mai» ha dichiarato Maria Irene dopo la cattura del boss latitante, manifestando il desiderio, vano, di ottenere da lui risposte e verità nascoste.
Le difficoltà nel fare giustizia per Ciaccio Montalto non furono dovute solo all’omertà mafiosa, ma anche a zone d’ombra e depistaggi che accompagnarono le prime indagini. La famiglia del magistrato visse anni di dolore e indignazione. La vedova, Marisa La Torre, insegnante di lettere, dovette assistere persino a tentativi di infangare la memoria del maritopur di trovare moventi alternativi a quello mafioso. «Si era persino cercato di collegare l’omicidio del marito a una questione di donne», racconta la figlia Maria Irene, riferendosi a illazioni su un presunto delitto passionale che all’epoca circolarono per sviare le indagini. Una mistificazionedolorosa e falsa, che spinse Marisa La Torre a un gesto forte: ritirò la costituzione di parte civile della famiglia al processo, in segno di protesta contro quella che riteneva una farsa offensiva. «La verità è che mio padre è stato isolato, lasciato solo da quello Stato che avrebbe dovuto proteggerlo. Solo in quella città di cui aveva cercato di far emergere tutto il marcio» accusa oggi Maria Irene. Trapani, dopo la sua morte, tornò velocemente nell’ombra e nel silenzio: «dopo i funerali, (mio padre fu, ndr) avvolto dal silenzio”. Quasi rimosso dalla coscienza pubblica, nota amaramente la figlia.
L’eredità di Ciaccio Montalto: memoria, dolore e coraggio
A distanza di decenni, la figura di Giangiacomo Ciaccio Montalto continua a rappresentare un simbolo di coraggio e integrità, ma la sua memoria ha rischiato più volte di cadere nell’oblio. «Negli anni papà è stato dimenticato: è la cosa che mi fa più male» confessa Maria Irene, sottolineando come purtroppo ci siano vittime di mafia di “serie A e serie B”, alcune ricordate da tutti e altre no. Eppure, aggiunge con orgoglio, “è stato un innovatore”: quel suo modo di indagare e concepire la lotta alla mafia, basato sul lavoro di squadra e sulla ricerca dei patrimoni criminali, era avanti sui tempi e ha anticipato metodi poi divenuti prassi. Per lungo tempo, complici anche i mancati risultati giudiziari iniziali, su Ciaccio Montalto è calato un inspiegabile velo di indifferenza.
Negli ultimi anni qualcosa però sta cambiando. La società civile e le istituzioni locali hanno riscoperto la storia di Ciaccio Montalto, rendendogli omaggio in vari modi. A Trapani gli sono stati intitolati una scuola e uno spazio pubblico: esiste un Istituto Comprensivo “Ciaccio Montalto” e presso la villa comunale è stato eretto nel 2019 un “Albero della Memoria”in rame dedicato a lui, opera di un artista trapanese, frutto dell’impegno congiunto del Comune, dell’associazione Libera e dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ogni anno, il 25 gennaio, le autorità cittadine depongono una corona d’alloro in via Carollo, sul luogo dell’eccidio, per ricordare il sacrificio del giudice. Nel 2023, in occasione del 40º anniversario, oltre alle cerimonie ufficiali si è tenuto un convegno rivolto ai giovani magistrati presso il Tribunale di Trapani, per trasmettere alle nuove generazioni la lezione professionale ed etica di Ciaccio Montalto.
Anche la famiglia ha scelto di rompere il silenzio e di trasformare il dolore in testimonianza. Maria Irene, la figlia maggiore, che all’epoca dell’omicidio aveva appena 12 anni, oggi gira l’Italia per raccontare la storia di suo padre nelle scuole, nelle università, in occasione di eventi sulla legalità. «Quando mi chiamano, vado con convinzione, perché i ragazzi sono molto recettivi e hanno bisogno di approfondire questo tema… non c’è niente di più vero che il rapporto con i giovani» afferma, sottolineando l’importanza di coltivare la memoria tra le nuove generazioni. Il 21 marzo 2025, in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Maria Irene è tornata a Trapani, su quello stesso palco, per aprire la manifestazione nazionale. «Venire a Trapani per me è stata una scelta volontaria ma quasi obbligata, perché qui sono a casa e mi sembrava giusto iniziare questo cammino di testimonianza nel luogo dove mio padre ha perso la vita» ha dichiarato davanti a migliaia di persone. E ha ricordato un aspetto drammatico spesso ignorato: dopo l’omicidio del padre, le minacce mafiose continuarono contro la sua famiglia. «Mio padre è stato ucciso a gennaio e dopo il suo omicidio sono continuate le minacce e, tra queste, quella di rapire la figlia più grande che ero io – racconta – Ho viaggiato per mesi con la scorta che mio padre non ha avuto e mi muovevo tra casa e scuola. Stavamo a Trapani ma poi mia mamma si rese conto che non potevamo andare avanti così. Abbiamo deciso di trasferirci a Parma…». Così, nel luglio 1983, a sei mesi dalla tragedia, Marisa La Torre lasciò la Sicilia con le sue tre figlie, Maria Irene di 12 anni, Elena di 9 e Silvia di 4, iniziando una nuova vita lontano dalla terra che aveva amato ma che le aveva voltato le spalle. La scelta di Parma non fu casuale. Era un luogo lontano dalla Sicilia, ma abbastanza grande da offrire anonimato e opportunità, e soprattutto Maria Irene vi avrebbe potuto proseguire gli studi di violoncello in conservatorio, coronando un sogno che il padre incoraggiava. A Parma, tuttavia, nessuno sapeva chi fosse suo padre: «nonostante io viva qui da quasi quarant’anni, in pochissimi sanno chi sia (mio padre, ndr)» dice con amarezza. Anche questo silenzio l’ha ferita.
Oggi Maria Irene, che gli amici chiamano “Marene”, è una donna forte, una “sopravvissuta” la definisce qualcuno. Ha costruito la sua vita, ha una figlia e un nipotino, ma quel padre perduto resta una presenza costante e contemporaneamente un vuoto incolmabile. «Aveva 41 anni quando ci ha lasciato; praticamente ancora un ragazzo – ricorda di lui -. Un ragazzo con una vita piena, un cuore grande, con un gran bisogno di dare e ricevere affetto. Era un padre amorevole, un compagno di giochi, una presenza certa, intransigente e rigorosa per quanto riguardava l’educazione e lo studio». Giangiacomo Ciaccio Montalto non fu solo un magistrato integerrimo, ma anche un papà presente e affettuoso, che giocava con le figlie e ci teneva ai loro studi. «Ci ha trasmesso un senso profondo del dovere, quello che non lo ha fatto arretrare di fronte a nulla; quello che ha messo sempre prima di sé e degli affetti» sottolinea Marene, consapevole che proprio quella dedizione totale al dovere portò suo padre a rischiare, e perdere, la vita.
Il sacrificio di Giangiacomo Ciaccio Montalto oggi non è dimenticato. La sua vicenda, per anni poco conosciuta al di fuori della Sicilia, sta assumendo il posto che merita nella memoria collettiva della lotta alla mafia. Nel 2024 un gruppo di avvocati e cittadini ha lanciato la campagna “Un Giusto in una terra ingiusta” in suo onore, con il supporto della famiglia Montalto, proprio per “vivificare la memoria di uno dei protagonisti della vita democratica del Novecento italiano, uno dei più grandi promotori dell’innovazione e della ricerca nel settore della giustizia”. Parole, queste di un manifesto letto in occasione dell’anniversario, che riconoscono a Ciaccio Montalto il ruolo di “Giusto”, di uomo retto in una terra che allora fu ingiusta con lui, lasciandolo solo. Anche l’Ordine giudiziario ne sta riscoprendo il lascito: “un giudice schivo e intelligente, colto e coraggioso”, così è stato definito, “che operò a Trapani, dove non mancavano figure di giudici abulici e opachi, adottando un metodo che in seguito si rivelerà esiziale per la mafia, ovvero la cooperazione nella lotta alla mafia prima che nascessero i pool”. In questa descrizione c’è tutto Ciaccio Montalto: rigore, cultura, coraggio e visione innovativa. Oggi sappiamo che le sue intuizioni, dal lavoro di squadra tra magistrati all’aggressione dei patrimoni mafiosi, dalla banca dati nazionale antimafia ai controlli incrociati in banca, erano esattamente ciò che serviva per combattere Cosa Nostra. Lui lo capì prima di molti altri, pagando però un prezzo altissimo.
Ciaccio Montalto amava profondamente la vita e la libertà. Nel tempo libero, raccontano i familiari, veleggiava nel mare di Trapani con la sua barca a vela, sentendosi finalmente libero e leggero, con il vento tra i capelli e lo sguardo limpido rivolto all’orizzonte. Lo immaginiamo così, in quell’ultima estate del 1982, mentre sul suo piccolo yacht naviga al largo delle Egadi, magari sognando un futuro sereno in Toscana con la famiglia al sicuro. Sulla poppa della barca sventola il tricolore, simbolo di quello Stato che ha servito fino all’ultimo giorno. Un’immagine di pace che contrasta con la violenza del suo destino. Eppure è forse l’immagine più giusta per ricordarlo: un servitore dello Stato, un uomo libero, un sognatore coraggioso. Giangiacomo Ciaccio Montalto fu, in definitiva, un pioniere solitario nella lotta alla mafia trapanese. La sua storia ci insegna il valore della tenacia e dell’onestà intellettuale, ma anche il prezzo dell’isolamento. Oggi, grazie alla voce dei suoi familiari, al ricordo di colleghi e all’impegno di associazioni e istituzioni, il suo nome è stato strappato al silenzio. Risuona nelle aule scolastiche, nelle targhe commemorative, nei racconti di chi combatte le mafie. È dovere di tutti noi non dimenticare quel sorriso limpido e quel sacrificio. Perché dietro ogni eroe civile ucciso dalla mafia c’è una vita fatta di affetti, di ideali e di scelte coraggiose. Ricordare Giangiacomo Ciaccio Montalto significa onorare un uomo giusto e rafforzare in ciascuno di noi l’impegno a non lasciare mai più soli chi combatte per la legalità.
Roberto Greco
25.1.2024 L’omicidio Ciaccio Montalto, la targa cancellata e l’impegno degli studenti
Quarantuno anni fa la mafia uccideva il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto. Nel giorno dell’anniversario docenti e studenti dell’Istituto Mario Rutelli di Palermo hanno organizzato un momento di ricordo.
“Riteniamo essenziale, specialmente in un contesto in cui taluni sembrano minimizzare la pericolosità della mafia e del crimine organizzato, che la memoria di Ciaccio Montalto catalizzi un impegno collettivo. In questo momento cruciale in cui prepariamo il terreno per il nostro futuro – scrive il collettivo degli studenti – non possiamo sottostimare l’importanza di abbracciare la conoscenza di storie come quella di Ciaccio Montalto, che fu tra i primi ad indagare sull’intreccio criminale fra mafia, politica e massoneria, in un territorio, la provincia di Trapani, crocevia di sporchi affari e indicibili accordi, che toccano il potere anche ai piani più alti”.
“La figura del magistrato, il suo metodo investigativo che anticipa quello di Giovanni Falcone, la sua caparbietà e il suo sacrificio sono ancora oggi, ingiustamente, poco valorizzati, e pagano anni di negazione”, spiega Giulia Argiroffi, consigliere comunale e professoressa del Rutelli. Nei mesi scorsi gli studenti si sono accorti che qualcuno aveva cancellato la parola “MAFIA” dalla targa della piazza a lui intitolata davanti alla scuola, nella zona di corso Calatafimi. Stamani ne sarà apposta una nuova. Non si può e non si deve cancellare l’orrore mafioso.
Nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 1983, killer rimasti ignoti assassinarono il sostituto procuratore di Trapani. Aveva appena ottenuto il trasferimento a Firenze. Fecero fuoco con due pistole e una mitraglietta non appena lo videro varcare in macchina il cancello di ingresso della sua villetta a Valderice. Aveva 42 anni. All’indomani avrebbe dovuto tenere la requisitoria in un processo per omicidio. Grande conoscitore dei fenomeni mafiosi, Ciaccio Montalto nel corso della sua carriera si era occupato di inchieste delicate, come quella sulle distrazioni di denaro legate alla ricostruzione post terremoto del Belice. Fu tra i primi a capire che bisognava colpire gli interessi economici delle cosche, applicando la legge “Rognoni-La Torre” del 1982.
Eppure a lungo il delitto non fu trattato come un omicidio di mafia.Qualcuno parlò addirittura di pista passionale. Ed invece furono Salvatore Riina e Mariano Agate a volere la morte del magistrato. Le sue indagini avevano dato fastidio e temevano che una volta giunto a Firenze Ciaccio Montalto avrebbe seguito gli affari mafiosi lontano dalla Sicilia. Le condanne sono definitive, i killer sono ancora senza volto. Per fortuna c’è la memoria coltivata dai ragazzi.
“Mio papà, Ciaccio Montalto, era solo. Via dalla Sicilia per le minacce”

“Mio padre è stato lasciato solo. Ha lottato ed è stato assassinato. Io non posso credere più nella giustizia”.
Maria Irene Ciaccio Montalto è figlia di Giangiacomo, il giudice, ucciso dalla mafia il 25 gennaio del 1983. Tutti la chiamano Marene, un’onda sonora aggraziata, un fluire che, alla fine, ha avuto la meglio sul dolore aguzzo di uno strappo. Sono passati quarantuno anni. Il dottore Ciaccio Montalto era un magistrato rigoroso, un gentiluomo schivo, uno dei pionieri del contrasto a Cosa nostra. Era un marito e un padre innamorato di sua moglie Marisa e delle sue figlie, Marene, Elena e Silvia. Amava la musica classica. Gli spararono di notte, tra il 24 e il 25 gennaio, il corpo fu ritrovato la mattina dopo. Ha lasciato un vuoto, quest’uomo appartato e affettuoso, che va colmato per quanto possibile con incessante impegno.
Signora Marene, grazie per questa chiacchierata, in giorni talmente densi. “Sono io che ringrazio chi sostiene la memoria di mio padre. Che è stato dimenticato”.
Perché? “Una domanda dolorosa che non ha ricevuto ancora risposta e che, forse, mai l’avrà. Papà non meritava l’oblìo, è stato uno dei primi a intraprendere certe indagini molto pericolose. Qualcuno, anche al tribunale di Trapani, ha preferito non vedere”.
Chi? “Io mi riferisco a un certo contesto. Papà era completamente solo, ma si è esposto lo stesso in prima persona quando non c’era niente che lo sostenesse”.
Girava senza scorta e senza auto blindata. Come mai?M“Non si sentiva così importante. Un suo amico giudice, Mario Almerighi, purtroppo scomparso, ne aveva parlato con lui e glielo aveva chiesto: perché non ti impunti? L’ho saputo dal diretto interessato”.Quale era stata la risposta di suo padre? “Che non voleva mettere a rischio le ragazze e i ragazzi di una scorta. Che preferiva affrontare il pericolo da solo”.
Suo padre viene ucciso e voi lasciate la Sicilia qualche mese dopo. Volevate allontanarvi dall’epicentro della sofferenza o temevate per la vostra incolumità? “Mia madre si è ritrovata sola a quarant’anni, con tre figlie. Le minacce continuavano, con le telefonate anonime, specialmente contro di me, la figlia più grande. Io ho avuto la scorta mai data a papà. A giugno, con la fine delle scuole, mamma ha capito che non potevamo vivere così e siamo andate via, a Parma. La scelta più saggia, compiuta da una donna meravigliosa, pure lei morta troppo presto. Siamo state fortunate ad avere due genitori così”.
La voce della Signora Marene appartiene allo stesso fluire del suo nome. E’ piana e scorre con dolcezza, in mezzo alle lacrime sedimentate dagli anni. Una voce e tante voci. La donna che non si è arresa. La bambina di dodici anni a cui portarono la notizia che suo padre non c’era più.
Come l’avete appreso? “Papà si era trasferito da Trapani a Valderice, in campagna, per proteggerci. La mattina del 25 gennaio ero a scuola. Venne a prendermi un amico di famiglia che mi accompagnò a casa sua con una scusa. Il giorno dopo tornai a casa nostra e c’erano tanti parenti, persone che non vedevo da tempo. Mamma aveva gli occhi rossi e il viso stravolto. Ci disse: “Bambine mie, è successa una cosa tremenda: papà è morto… Mi perdoni se mi commuovo. Sono cose intime”.,
Lei, in una intervista alla Gazzetta di Parma, in occasione della cattura di Messina Denaro, aveva espresso la speranza di sapere tutto, finalmente, nei dettagli. “In effetti una vera speranza non l’ho mai nutrita. Comunque, con la sua morte, il discorso è chiuso. Pensi che lavoro all’ospedale Maggiore di Parma, dove era ricoverato Totò Riina… Però non c’è mai stato un pentimento in persone che hanno seminato tanti lutti”.
Con suo padre, condivide la passione della musica.“Papà era verdiano, poi amava molto Puccini. Stravedeva per Beethoven. Un giorno, nel suo studio, mi fece ascoltare il Don Carlos con un magnifico assolo di violoncello. Strumento che ho studiato”.
Signora Marene, lei crede nello Stato e nella giustizia?“Vorrei tanto. Ma, mio malgrado e secondo la mia esperienza, devo risponderle di no”.Roberto Puglisi LIVE SICILIA 25.1.2024
Giangiacomo Ciaccio Montalto (Milano, 20 ottobre 1941 – Valderice, 25 gennaio 1983) magistrato vittima di Cosa nostra. Nato a Milano da famiglia trapanese[1], suo padre, Enrico, era magistrato di Cassazione. Il nonno materno, Giacomo Montalto, era notaio e fu sindaco di Erice. Il fratello Enrico, giovane dirigente comunista[2], partecipò alle lotte bracciantili nel dopoguerra. Enrico morì a 22 anni in un incidente stradale. Entrò in magistratura nel 1970 e divenne Sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, dove era arrivato nel 1971. Negli anni ’70 è stato pubblico ministero nel processo contro Michele Vinci, condannato per i delitti del cosiddetto “mostro di Marsala”, che nella città siciliana aveva rapito, gettato in un pozzo e lasciato morire tre bambine, tra cui una nipote.[1] Dal 1977 Ciaccio Montalto si trovò ad indagare sui mafiosi della provincia di Trapani e sui loro legami con il mondo imprenditoriale e bancario trapanese[3]: le inchieste si basarono anche su indagini patrimoniali, ricostruendo il percorso del denaro sporco nelle banche di Trapani.
A fine anni ’70 il suo lavoro si concentrò sul clan dei Minore: Antonino detto “Totò”, Calogero, Giuseppe e Giacomo. Sulla scrivania di Montalto finì, su sua richiesta, un dossier dei carabinieri in cui venivano riportate le attività del clan: omicidi, corruzione, spaccio di stupefacenti, traffico d’armi[4]. I Minore furono coinvolti in varie indagini come il finto sequestro dell’industriale Rodittis e il sequestro di Luigi Corleo. Il clan dei Minore era alleato dei corleonesi. Montalto fece riesumare perfino la salma di Giovanni Minore per verificare che fosse realmente morto d’infarto e si dice che quest’azione fu considerata blasfema dai Minore[2]. Nel ’79 Ciaccio Montalto chiese un mandato di cattura per traffico di materiale bellico[4] per Antonino Minore che fuggì da Trapani per evitare di essere arrestato.
Infine nell’ottobre 1982 Ciaccio Montalto spiccò quaranta ordini di cattura per associazione mafiosa contro mafiosi e imprenditori della zona, che però furono tutti scarcerati per insufficienza di prove nel giro di qualche mese. Ciaccio Montalto ricevette delle minacce e una croce nera fatta con una bomboletta spray sul cofano della sua Volkswagen Golf[2].
Montalto fino al 1982 visse con la moglie Marisa La Torre, anch’ella trapanese, e con le loro tre figlie Maria Irene, Elena e Silvia. Nel 2001 Marisa diverrà per alcuni mesi vicesindaco di Trapani.[5]
Deluso dallo scarso risultato delle sue inchieste, Ciaccio Montalto all’inizio degli anni ’80 decise di chiedere il trasferimento a Firenze in Toscana.
Tre settimane prima di essere ucciso, Ciaccio Montalto andò a Trento per incontrarsi con il procuratore Carlo Palermo al fine di scambiarsi informazioni riservate sull’inchiesta che riguardava il traffico di stupefacenti[4].
Omicidio Tuttavia nella notte del 25 gennaio 1983 alle 01:30 venne ucciso a Valderice da tre uomini armati di mitraglietta e due pistole calibro 38[6] mentre rientrava a casa, privo di scorta e a bordo della sua auto non blindata nonostante le minacce ricevute.
I vicini non avvertirono le autorità perché sospettavano fossero spari legati ai cacciatori di frodo[2] e così il corpo esanime del magistrato venne ritrovato da un pastore alle 6:45. Ciaccio Montalto aveva quarantadue anni[7].
Esequie Le esequie di stato furono celebrate nella cattedrale di San Lorenzo dal vescovo di Trapani monsignor Emanuele Romano. Accorsero circa ventimila persone[2]. Il Presidente della repubblica Sandro Pertini presiedette poche ore dopo una convocazione ufficiale del consiglio superiore della magistratura a Palermo dove disse: « il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo e il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia »[2]. di Caltanissetta e la sentenza d’assoluzione venne confermata nel 1994 dalla Cassazione[9].
Nel 1995 le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (Rosario Spatola, Giacoma Filippello, Vincenzo Calcara e Matteo Litrico) portarono all’identificazione dei veri responsabili dell’omicidio: vennero infatti rinviati a giudizio i boss mafiosi Salvatore Riina, Mariano Agate, Mariano Asaro (ritenuto l’esecutore materiale) e l’avvocato massone Antonio Messina, che avevano ordinato il delitto perché il trasferimento ormai deciso del magistrato alla Procura di Firenze avrebbe minacciato gli interessi mafiosi in Toscana[10].
Nel 1998 Riina e Agate vennero condannati all’ergastolo in primo grado mentre l’avvocato Messina e Mariano Asaro vennero assolti; la sentenza venne anche confermata nei successivi due gradi di giudizio[11].
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Note
- ^ a b scheda muro della memoria – Per Non Dimenticare
- ^ a b c d e f Saverio Lodato, Anche l’83 fu un anno tremendo, in Trent’anni di mafia, Rizzoli, 2008, pp. 116-123, ISBN 978-88-17-01136-5.
- ^ ‘COSTA SI È VENDUTO, CI SONO LE PROVE’ – Repubblica.it
- ^ a b c UCCISERO IL GIUDICE CHE SAPEVA – Repubblica.it
- ^ https://www.bottegheoscure.it/rassegna/notdett.asp?quale=33
- ^ SCOTLAND YARD ESAMINA LE ARMI DELLA MAFIA – Repubblica.it
- ^ 25 gennaio 1983 Valderice (TP). Ucciso il Magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto
- ^ UCCISI 2 KILLER DELLA MAFIA – Repubblica.it
- ^ TUTTI ASSOLTI PER L’OMICIDIO CIACCIO MONTALTO – Repubblica.it
- ^ FU RIINA A CONDANNARE A MORTE IL GIUDICE CIACCIO MONTALTO – Repubblica.it
- ^ NOTIZIE IN BREVE N3 | Articoli Arretrati Archiviato il 4 ottobre 2013 in Internet Archive.
Bibliografia
- Carlo Lucarelli, Trapani, coppole e colletti bianchi, in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1ª ed., Einaudi, 2008, pp. 332-395, ISBN 978-88-06-19502-1.
- Salvatore Mugno, Una toga amara. Giangiacomo Ciaccio Montalto, la tenacia e la solitudine di un magistrato scomodo, Trapani, Di Girolamo Editore, 2013, ISBN 978-88-97050-18-6
- Saverio Lodato, Anche l’83 fu un anno tremendo, in Trent’anni di mafia, Rizzoli, 2008, pp. 116-118, ISBN 978-88-17-01136-5.


