l’omicidio del Capitano GIUSEPPE RUSSO

 

 

PROCESSO OMICIDIO GIUSEPPE RUSSO


Giuseppe Russo (Cosenza6 gennaio 1928 – Ficuzza20 agosto 1977) Tenente colonnello dei Carabinieri, insignito di medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Si arruolò il 10 dicembre 1953, a 25 anni. Nel corso della carriera ricoprì numeri incarichi di un certo rilievo, tra cui il comando della Tenenza di Torino Po, delle Compagnie di Alcamo (TP), di Castelvetrano (TP) e di Palermo Urbana 2ª (ora Palermo San Lorenzo). Tra gli uomini di fiducia di Carlo Alberto dalla Chiesa ed era il comandante del nucleo investigativo di Palermo dell’Arma. Guidò la squadra partita da Palermo che svolse le indagini iniziali sulla strage di Alcamo Marina del gennaio 1976.

Fu assassinato dalla mafia mentre si occupava del caso Mattei e dei rapporti tra cosa nostra palermitana e corleonesi. L’omicidio avvenne a Ficuzza, frazione di Corleone, dove il colonnello stava trascorrendo le vacanze, e stava passeggiando con l’insegnante Filippo Costa, pure lui ucciso insieme a Russo per non lasciare testimoni dell’omicidio.

Per il suo assassinio erano stati inizialmente condannati come mandante Rosario Cascio e come esecutori dei pastori, Rosario Mulè, Salvatore Bonello e Casimiro Russo, ma nel 1997 sono stati assolti. Le fasi del processo furono seguite, registrate e rese disponibili da Radio Radicale[3]. In verità, si seppe in seguito, i mandanti del delitto furono Totò Riina e Bernardo Provenzano mentre il commando che assassinò il colonnello Russo era formato da Leoluca BagarellaPino GrecoGiovanni Brusca e Vincenzo Puccio.

Secondo il pentito Antonino Calderone, Giuseppe Russo aveva come confidente il boss mafiosodi Riesi Giuseppe di Cristina, il quale si oppose duramente al suo omicidio, e fu ucciso daicorleonesi pochi mesi dopo

La squadra di carabinieri di Russo ha subito una serie di accuse in seguito all’assoluzione, in revisione, nel 2012 di Giuseppe Gulotta e altri condannati per la strage di Alcamo Marina in cui furono uccisi due carabinieri, in seguito a rivelazioni di un ex militare dell’Arma secondo le quali gli accusati sarebbero stati oggetto di violenze e torture per farli confessare.


MEDAGLIA D’ORO AL VALOR CIVILE ALLA MEMORIA
 

  • Data concessione: D.P.R. 24 settembre 1990
  • Data e luogo di nascita: 26 aprile 1928 Cosenza, Calabria
  • Data e luogo di morte: Corleone, Palermo, 20 agosto 1977
  • Data e luogo evento: Corleone, Palermo, 20 agosto 1977

Comandante di Nucleo Investigativo operante in ambiente ad alto rischio e caratterizzato da tradizionale omertà, si impegnava con coraggio ed elevata capacità professionale in prolungate e difficili indagini relative ai più eclatanti episodi di criminalità mafiosa verificatisi tra gli anni ’60 e ’70 nella Sicilia occidentale. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato, immolava la sua esistenza ai nobili ideali di giustizia e di difesa delle istituzioni democratiche


 Giuseppe Russo, la vendetta esemplare di Cosa nostra contro un nemico in divisa Stava passeggiando a tarda sera per la strada principale di Ficuzza, frazione di Corleone. Giuseppe Russo, tenente colonnello dei carabinieri, non fece in tempo ad accendersi l’ultima sigaretta. I killer di Cosa nostra, giunti a bordo di una Fiat 128 verde rubata, lo freddarono in piazza con le loro calibro 38. E lo finirono con un colpo di fucile sparato in testa. L’arma che in quegli stessi frangenti era servita per uccidere l’amico che passeggiava in sua compagnia, il professore Filippo Costa.

Erano le 22 del 20 agosto 1977.

Giuseppe Russo, uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa Quello di Giuseppe Russo, comandante 49enne del Nucleo Investigativo di Palermo, fu uno dei primi omicidi eccellenti di mafia. Scomposto e plateale, con un preciso motivo. Lo mise nero su bianco un giornalista che meno di due anni dopo sarebbe morto in circostanze simili, per mano dei sicari di Cosa nostra, Mario Francese: “La mafia voleva un’esecuzione spettacolare ed esemplare“.

Russo era un abile investigatore, uno degli uomini di cui più si fidava Carlo Alberto Dalla Chiesa (all’epoca dell’omicidio colonello e comandante della Legione carabinieri di Palermo). Di Russo Dalla Chiesa disse: “Aveva tutti e cinque i sensi sviluppati, ma la mafia l’ha ammazzato“.

Dal caso Mattei alle indagini su Cosa nostra Uomo di punta dell’Arma, stava indagando sul caso Enrico Mattei, ancora oggi uno dei più impenetrabili della storia italiana. Le inchieste difficili, del resto, non lo spaventavano. A lui erano state affidate le indagini sulla strage di Alcamo Marina, avvenuta il 27 gennaio 1976, quando ignoti armati di fiamma ossidrica riuscirono a forzare la porta blindata della stazione dei carabinieri e a crivellare di colpi nel sonno due militari: morirono il 19enne Carmine Apuzzo e l’appuntato Salvatore Falcetta, ai quali, esattamente 40 anni dopo l’omicidio, è stato dedicato il lungomare della località balneare del Trapanese. Un assassinio rimasto senza colpevoli.

Per quello di Russo e Costa, invece, venne trovato velocemente, dopo indagini lacunose, un gruppo di pastori su cui far ricadere ogni colpa: Rosario Cascio fu condannato in qualità di mandante; Salvatore BonelloRosario Mulè, e Casimiro Russo vennero riconosciuti come esecutori materiali. Nel 1997, però, attraverso le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, furono prosciolti. E il duplice omicidio venne riconosciuto per quello che era in realtà: la vendetta di Cosa nostra per eliminare un nemico in divisa. I veri mandanti, infatti, erano Totò Riina e Bernardo Provenzano. A premere il grilletto furono Leoluca BagarellaPino GrecoGiovanni Brusca e Vincenzo Puccio.

Giuseppe Russo aveva attirato su di sé le ire dei corleonesi nel modo più semplice: “mettendo il naso” negli affari dei padrini. Aveva capito, infatti, che per colpirli bisognava indagare sui loro interessi economici, in particolare su finanziamenti pubblici e grandi appalti. Due campi nei quali si stavano saldando le relazioni tra mafiosipolitici e imprenditori.

L’assassinio del professore Filippo Costa Per non farsi ostacolare nelle loro mire espansionistiche e imprenditoriali, i corleonesi decisero, con un modus operandi diventato purtroppo una triste consuetudine, di eliminare il problema alla radice.

A restare coinvolto, quella tarda sera d’estate, fu anche il professore Filippo Costa, di 57 anni, la cui unica colpa era stata quella di camminare a fianco dell’amico carabiniere: venne ucciso affinché non ci fossero testimoni dell’accaduto. 20/08/2020 6:00 Aurora Circia’ NEWS SICILIA


Il pentito Di Carlo: “Ecco perché fu ucciso il colonnello Russo”

Un nuovo movente per l’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, ucciso a Ficuzza nel 77 dai killer di Totò Riina. E’ stato il pentito Francesco Di Carlo a svelarlo, deponendo a Caltanissetta

Un nuovo movente per l’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, ucciso a Ficuzza nel 77 dai killer di Totò Riina. E’ stato il pentito Francesco Di Carlo a svelarlo, deponendo a Caltanissetta. L’ufficiale è medaglia d’oro al valor civile.
La rivelazione giunge a sopresa. Nel corso del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. E’ l’anziano collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo a parlare. “Quando era capitano il colonnello ammazzò per errore un suo collega. Ma poi dichiarò che era stato qualcun altro”.​
Le indagini furono subito depistate. Vennero arrestati e condannati tre pastori. Assolti dopo 20 anni. Quando fu chiaro – grazie ai pentiti – che il delitto era stato deciso ed eseguito dai Corleonesi. 
E offre una sua interpretazione della Sicilia degli anni Settanta e Ottanta: “In quel periodo la Sicilia era controllata da Cosa Nostra, un omicidio lo poteva fare solo Cosa Nostra”.
Quando fu assassinato, il 20 agosto del ’77, Giuseppe Russo era il comandante del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Palermo. Con lui venne ammazzato un amico, il professore Filippo Costa.
Il colonnello era un bravo investigatore. Aveva lavorato con Carlo Alberto Dalla Chiesa. Si era occupato di difficili e delicate inchieste. Non solo di mafia.  
Roberto Ruvolo RAI NEWS 20.2.2019

 

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto San Francesco