LEA GAROFALO, la donna che sfidò la ‘Ndrangheta

 

 

 

 

LEA GAROFALO  (Petilia Policastro, 24 aprile 1974 – Milano, 24 novembre 2009)  Testimone di giustizia sottoposta a protezione dal 2002, decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. L’azione di repressione del clan Garofalo si concretizza il 7 maggio 1996, quando i carabinieri, di Milano svolgono un blitz in via Montello 6 e arrestano anche Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia Policastro dedito al controllo dell’attività malavitosa nel centro lombardo. Floriano Garofalo, nove anni dopo l’arresto e dopo l’assoluzione al processo, viene assassinato in un agguato nella frazione Pagliarelle di Petilia Policastro il 7 giugno 2005. In particolare, Lea, interrogata dal Pubblico ministero Antimafia Salvatore Dolce, riferì dell’attività di spaccio di stupefacenti condotta dai fratelli Cosco grazie al benestare del boss Tommaso Ceraudo. Inoltre, Lea dichiara al Pubblico ministero «L’ha ucciso Giuseppe Cosco (detto Totonno U lupu), mio cognato, nel cortile nostro»[1], attribuendo così la colpa dell’omicidio di Floriano Garofalo al cognato, Giuseppe, detto Smith (dal nome della serie tv “La famiglia Smith”) e all’ex convivente, Carlo Cosco, e fornendo anche il movente.[2]

Ammessa già nel 2002 nel programma di protezione insieme alla figlia Denise e trasferita a Campobasso, si vede estromessa dal programma nel 2006 perché l’apporto dato non era stato significativo in quanto ritenuta collaboratrice non attendibile. La donna si rivolge allora prima al TAR, che le dà torto, e poi al Consiglio di Stato, che le dà ragione. Nel dicembre del 2007 viene riammessa al programma (sempre come collaboratrice di giustizia e mai come testimone), ma nell’aprile del 2009 – pochi mesi prima della sua scomparsa – decide all’improvviso di rinunciare volontariamente a ogni tutela e di riallacciare i rapporti con Petilia Policastro rimanendo però a vivere nel capoluogo molisano per permettere alla figlia di terminare l’anno scolastico.

Il tentativo di rapimento La nuova abitazione trovata a Campobasso ha la lavatrice rotta. Questo particolare lo conosce anche Carlo Cosco, che nel frattempo vive tra Milano e Petilia Policastro e ha aiutato la compagna a trovare tale dimora. Il 5 maggio 2009 si presenta sotto mentite spoglie Massimo Sabatino, recatosi sul posto per rapire e uccidere Lea Garofalo. La donna riesce a sfuggire all’agguato grazie al tempestivo intervento della figlia Denise (che sarebbe dovuta essere a scuola) e informa i carabinieri dell’accaduto ipotizzando il coinvolgimento dell’ex compagno. Le indagini sul tentativo di rapimento avranno un’accelerazione solo dopo la sua scomparsa a Milano il 24 novembre dello stesso anno (il 4 febbraio del 2010 viene adottata una Misura Cautelare nei confronti di Carlo Cosco e Massimo Sabatino – già detenuto nel carcere di Milano dal dicembre del 2009 per spaccio di stupefacenti). Il 28 aprile 2009, poco prima di tale tentativo, Lea Garofalo indirizzò una lettera al Presidente della Repubblica nella quale lamentava di essere stata qualificata come collaboratrice di giustizia, di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati.[3]

L’agguato e l’omicidio Il 20 novembre del 2009 Cosco attira l’ex compagna (ormai fuoriuscita da mesi dallo speciale programma di protezione) a Milano, anche con la scusa di parlare del futuro della loro figlia Denise. La sera del 24 novembre, approfittando di un momento in cui Lea rimane da sola senza Denise, Carlo la conduce in un appartamento che si era fatto prestare proprio per quello scopo. Ad attenderli in casa c’è Vito Cosco detto “Sergio”. In quel luogo Lea viene uccisa. A portar via il cadavere da quell’appartamento saranno poi Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Il corpo di Lea viene infatti portato a San Fruttuoso, un quartiere di Monza, dove viene poi dato alle fiamme per tre giorni fino alla completa distruzione (solo dopo la condanna di primo grado, Carmine Venturino inizia a fare dichiarazioni che nel processo d’Appello porteranno a rinvenire più di 2000 frammenti ossei e la collana di Lea Garofalo).

Le indagini e i processi Le indagini per la scomparsa e l’omicidio di Lea Garofalo, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano con la Squadra Omicidi del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Milano, portano a spiccare mandati di arresto, nell’ottobre 2010, a Carlo Cosco, Massimo Sabatino, Giuseppe Cosco «Smith», Vito Cosco «Sergio», Carmine Venturino e Rosario Curcio. Pochi mesi prima, il 24 febbraio, erano già state arrestate altre due persone, di Cormano, per aver messo a disposizione il terreno di San Fruttuoso dove il corpo della donna sarebbe stato portato dopo l’omicidio.[4][5][6][7][8] Il processo vede la presenza della figlia della donna come testimone chiave, avendo questa deciso di testimoniare contro suo padre.[9]

È il 23 novembre 2011 che il processo riparte dall’inizio, con la notizia della nomina del Presidente della Corte Filippo Grisolia come Capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Paola Severino. I due incarichi risultano incompatibili e così la difesa degli imputati, avendone facoltà, ha chiesto che l’intero processo fosse annullato e ricominciato dal principio, comprese le dichiarazioni dei testimoni.[10]

Il 30 marzo 2012, quando ancora secondo la difesa Lea Garofalo sarebbe scappata in Australia, il processo si conclude con la condanna di tutti i sei imputati e il riconoscimento delle accuse di sequestro di persona, omicidio e distruzione di cadavere, ma non l’aggravante mafiosa: i giudici condannano all’ergastolo con isolamento diurno per due anni Carlo Cosco e suo fratello Vito, all’ergastolo e ad un anno di isolamento Giuseppe Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise.[11]

Dopo la sentenza di primo grado Carmine Venturino decide di fare alcune dichiarazioni. Queste permetteranno di rinvenire i resti della testimone di giustizia proprio nel terreno di San Fruttuoso (circa 2000 frammenti ossei rinvenuti a seguito di un vero e proprio scavo archeologico fatto dagli inquirenti in collaborazione con l’Istituto di Medicina Legale di Milano).

Il 28 maggio 2013 la Corte d’assise d’appello di Milano conferma 4 dei 6 ergastoli inflitti in primo grado. Conferma l’ergastolo per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino; 25 anni di reclusione per Carmine Venturino e assoluzione per non aver commesso il fatto per Giuseppe Cosco; inoltre la Corte ha disposto il risarcimento dei danni per le parti civili: la figlia, la madre e la sorella di Lea Garofalo e il comune di Milano.

Il 18 dicembre 2014 le condanne della Corte d’Assise d’Appello di Milano vengono tutte confermate dalla Cassazione che le rende definitive.[12]  wikimafia


  • Vedere, sentire e parlare Lea Garofalo e l’antimafia che si organizza
  • La storia di Lea e De­nise è diventata la sto­ria di tutti, il simbolo di un riscatto, l’orgo­glio di una ribellione
  • Palermo, i pupi antimafia raccontano la storia di Lea Garofalo a Palazzo Riso

    Lea Garofalo, donna-coraggio e testimone di giustizia, venne uccisa il 24 Novembre 2009 ed il suo corpo dato alle fiamme. Mori’ senza alcuna protezione dopo che aveva accusato molti mafiosi e tra questi Carlo Cosco, il boss di Petilia Policastro che era stato il suo compagno col quale aveva avuto una figlia. Nel maggio 2009 in una prima occasione Cosco aveva tentato di farla rapire per ucciderla e poi il 24 novembre, dopo averla attirata in una trappola, la fece uccidere e il suo corpo fu bruciato per tre giorni fino alla completa distruzione. A Lea era stata data la protezione nel 2002, ma poi tolta nel 2006 perché ritenuta non attendibile. Quando morì era da sola .La sua è stata una storia emblematica che riassume la DISATTENZIONE verso i testimoni ed i collaboratori di giustizia. Il 28 aprile 2009, poco prima del primo tentativo di ucciderla, Lea Garofalo rinuncio’ alla protezione che gli era stata ridata dal giudice amministrativo. Poi si rivolse al Presidente della Repubblica Napolitano con una lettera nella quale “lamentava di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati.” Oggi lo Stato la riabilita, con ritardo e con grandi responsabilità rispetto al suo sangue innocente.  SEBASTIANO ARDITA Magistrato CSM 24.11.2021


Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano  24 nov 2019 Giovanni Marrucci SKYtg24 Simbolo della lotta contro la criminalità organizzata, la donna scompare nel nulla il 24 novembre del 2009. Rapita e uccisa, il corpo trasportato in un campo vicino a Monza. Il mandante è Carlo Cosco, il suo ex compagno e padre della figlia Denise.  È il 24 novembre 2009 e alcune telecamere vicino all’Arco della Pace, a Milano, riprendono la passeggiata di due donne. Una madre e una figlia. La madre è Lea Garofalo e di lì a poco sparirà nel nulla. Sequestrata e uccisa in un appartamento in piazza Prealpi, con il corpo poi trasportato nelle campagne della Brianza e infine bruciato. Il mandante dell’omicidio, stabiliranno i giudici, è il boss della ‘ndrangheta Carlo Cosco, il padre di sua figlia Denise, l’altra donna inquadrata dalle telecamere. Quella è stata la loro ultima passeggiata insieme.

Chi era Lea Garofalo  Lea Garofalo, nata nel 1974 a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, è ricordata come un simbolo della lotta contro la criminalità organizzata. Figlia di Antonio Garofalo e Santina Miletta, rimane orfana a soli nove mesi perché il padre viene ucciso nella cosiddetta “faida di Pagliarelle”. A 14 anni Lea si innamora di Carlo Cosco. Siamo alla fine degli anni Ottanta e Lea decide di trasferirsi con lui a Milano, dove Cosco aveva cominciato a frequentare alcuni spacciatori di Quarto Oggiaro e dove era già presente un gruppo della ‘ndrangheta operante in Lombardia. I due si stabiliscono in un palazzo di via Montello 6 di proprietà della Fondazione Policlinico, occupato abusivamente da famiglie calabresi che campano con la droga.

La figlia Denise  Il 4 dicembre 1991, a 17 anni, Lea dà alla luce la figlia Denise. Cinque anni più tardi, il 7 maggio 1996, Carlo Cosco e altri componenti della sua famiglia vengono arrestati per traffico di stupefacenti: durante un colloquio in carcere, Lea comunica al compagno la volontà di lasciarlo e di volersi portare via la figlia. Per placare la reazione violenta dell’uomo devono intervenire le guardie carcerarie, ma la donna abbandona comunque Milano insieme a Denise.

Gli anni nell’anonimato  Sei anni più tardi, nel 2002, Lea Garofalo trova la propria macchina bruciata sotto casa e realizza che i Cosco sono sulle sue tracce. Decide allora di rivolgersi ai carabinieri e di raccontare tutto ciò che sa su alcuni omicidi avvenuti negli anni ’90 a Milano. Viene così inserita nel programma di protezione dei testimoni, cambia città (va a Campobasso con la figlia Denise) e generalità. La vita da testimone, però, è complicata. Come ricorderà Denise in un’intervista del 2013, sua mamma “passava la maggior parte del giorno chiusa in casa”. A un certo punto, nel 2006, Lea perde le tutele garantite dal programma perché la sua collaborazione non viene ritenuta sufficientemente rilevante. Ricorre al Tar e poi al Consiglio di Stato, che le dà ragione: nel 2007 viene riammessa al programma.

Il primo tentativo di sequestro  Nell’aprile del 2009, a pochi mesi dalla sua scomparsa, Lea Garofalo, sfinita e completamente sfiduciata nei confronti delle istituzioni, rinuncia al programma di protezione. Decide di tornare in Calabria, nella sua Petilia Policastro, convinta che finché avrà con sé Denise nessuno le farà nulla. Poco dopo, però, si ritrasferisce di nuovo a Campobasso, in una casa che le ha trovato proprio l’ex compagno Carlo Cosco. A maggio la donna denuncia ai carabinieri di aver subito un’aggressione nel suo appartamento da parte di un sicario inviato da Cosco, preoccupato di ciò che Lea avrebbe potuto rivelare di lì a poco durante l’udienza di un processo a cui era stata chiamata a testimoniare a Firenze. È la figlia Denise ad aiutarla a sfuggire all’agguato.

L’uccisione  Nel novembre successivo Cosco riesce a convincere Lea Garofalo a incontrarlo a Milano per parlare del futuro della figlia Denise. Nonostante il suo avvocato faccia di tutto per farla desistere, la donna decide di partire, convinta che a Milano, con sua figlia accanto, non sarebbe potuto succederle nulla. E invece nel pomeriggio del 24 novembre 2009 Lea e Denise si concedono una passeggiata, l’ultima insieme. Le raggiunge intorno alle 18 Carlo Cosco, parla con loro e poi dice di voler portare Denise a salutare gli zii. Lea non ci vuole andare e allora dà appuntamento alla figlia direttamente in stazione, dove avrebbero dovuto prendere il treno per rientrare a casa. Da quel momento si perdono le tracce della donna, inquadrata poi da altre telecamere lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale. Lea viene sequestrata e uccisa in un appartamento di piazza Prealpi, di proprietà della nonna di un amico dei Cosco. Poi il suo corpo viene trasportato in un capannone industriale vicino a San Fruttuoso e lì bruciato. I resti del suo cadavere, che inizialmente si pensava sciolto nell’acido, saranno ritrovati solamente nell’autunno di tre anni dopo.

Gli arresti  Il giorno successivo alla scomparsa della madre, Denise racconta la sua vita da “protetta” ai Carabinieri della caserma di via della Moscova: è il maresciallo Persurich a raccogliere la deposizione. Denise sostiene di avere la certezza morale che la madre non è scomparsa (e tanto meno si è allontanata volontariamente come afferma fin da subito il padre e poi gli avvocati difensori durante il processo), ma che in realtà è morta. Quasi un anno dopo, il 18 ottobre 2010, Carlo Cosco viene arrestato insieme ad altri presunti partecipanti al delitto.

I processi  Il processo comincia a luglio 2011, ma per i giudici non si può parlare di delitto di ‘ndrangheta e quindi a Denise non viene riconosciuto lo status di familiare di vittima di mafia. Nonostante questo, Lea Garofalo viene ricordata il 21 marzo ogni anno nella giornata, organizzata da Libera, della memoria e dell’impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie. La sentenza di primo grado arriva il 30 marzo 2012: ergastolo per tutti e sei gli imputati. Nell’estate successiva uno di loro, Carmine Venturino, decide di collaborare con la giustizia. In secondo grado viene stabilito che Carlo Cosco non ha materialmente ucciso Lea Garofalo, ma che è lui il mandante dell’omicidio. A maggio 2013 la sentenza in appello: ergastolo confermato per i fratelli Carlo e Vito Cosco e per Rosario Curcio e Massimo Sabatino, pena ridotta a 25 anni per Venturino e assoluzione per Giuseppe Cosco. Nel 2014 la Cassazione rende definitive le condanne.

I funerali di Lea Garofalo  Nel frattempo, il 19 ottobre 2013, in piazza Beccaria a Milano si tengono i funerali di Lea Garofalo, trasmessi in diretta nazionale. La figlia Denise chiede che la mamma venga salutata “come se fosse una festa” e che lo si faccia a Milano, città che si era dimostrata molto vicina alla sua vicenda. I resti della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo riposano oggi al cimitero monumentale di Milano, perché l’amministrazione le ha riconosciuto di aver dato lustro alla città.

Donne contro la ‘ndrangheta, parla il procuratore di Reggio Alessandra Cerreti   “Non si parla mai delle donne legate alla ‘ndrangheta”: così Alessandra Cerreti, sostituto procuratore della DDA di Reggio Calabria, ha aperto il suo intervento nella serata conclusiva degli incontri antimafia organizzati dal Collegio S. Caterina di Pavia, dal titolo “La forza espansiva della ‘ndrangheta”. Il procuratore ha ricordato Lea Garofalo e Giuseppina Pesce; è intervenuta poi anche la direttrice di Fimmina Tv.

Non si parla mai delle donne legate alla ‘ndrangheta”: così Alessandra Cerreti, sostituto procuratore della DDA di Reggio Calabria, ha aperto il suo intervento nella serata conclusiva degli incontri antimafia organizzati dal Collegio S. Caterina di Pavia, dal titolo “La forza espansiva della ‘ndrangheta”.“Quando sono arrivata alla DDA di Reggio Calabria – ha spiegato il procuratore – mi è stato detto che le donne all’interno delle cosche mafiose non contavano nulla. Ma io, fin da subito, ci credevo poco. Infatti, ha raccontato la Cerreti, le intercettazioni utilizzate dalla procura nelle indagini hanno rilevato una componente femminile fondamentale nelle associazioni di ‘ndrangheta, e già nel 1882 due donne furono condannate perché affiliate, anzi “punciute”.

Donne di ndrangheta, e donne che si ribellano. Sempre di più – Le donne hanno avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel portare messaggi dei familiari dal carcere al mondo esterno, ma soprattutto, purtroppo, nell’insegnare la cultura e i valori mafiosi ai loro figliMa negli ultimi anni le donne sono sempre più in prima linea contro la ‘ndrangheta, ribellandosi a questo meccanismo socio-culturale e criminale. A questo proposito, il procuratore ha ricordato naturalmente il sacrificio di Lea Garofalo, e ha espresso tutto il suo rimpianto per non aver protetto forse abbastanza la collaboratrice di giustizia che è stata  raggiunta e uccisa a Milano dal marito – aguzzino. La Cerreti ha raccontato poi una storia positiva, quella di Giuseppina Pesce, giovane mamma calabrese che, grazie alla sua testimonianza, ha permesso l’arresto dei familiari e il sequestro di beni per 224 milioni di euro. E forse sta riuscendo, finalmente, a ritrovare la libertà.

Le fimmine ribelli – Dopo il procuratore di Reggio, è intervenuta nel dibattito Raffaella Rinaldis, direttrice dell’emittente calabrese Fimmina TV, che ha raccontato come le sue trasmissioni cerchino di mostrare un’alternativa di giustizia ai giovani calabresi facendo parlare sempre più le donne: un modo per ribaltare quel processo di trasmissione di cultura mafiosa in cui le stesse donne di ‘ndrangheta sono state protagoniste nel silenzio. Di questi temi si è occupato anche Trame. Festival dei libri sulle mafie, che si è svolto a Lamezia Terme nel giugno scorso con la collaborazione dell’Associazione Antiracket di Lamezia e dell’Associazione italiana editori. E, a proposito, di donne che si ribellano alla ‘ndrangheta, non possiamo non ricordare Anna Maria Scarfò, minacciata e isolata dalla sua comunità a San Martino di Taurianova per aver denunciato un branco di ragazzi del paese affiliati alle cosche che l’avevano violentata ripetutamente per tre anni, da quando ne aveva tredici. Poche settimane fa gli stupratori cono stati condannati in secondo grado per violenza sessuale di gruppo. Claudia Borgia 18/11/2013

“Le donne contro la ‘ndrangheta”, Pavia incontra il procuratore Cerreti  Non si parla mai delle donne legate alla ‘ndrangheta”. Con queste parole ha cominciato il suo intervento Alessandra Cerreti, sostituto procuratore della DDA di Reggio Calabria e ospite dell’ultima serata pavese del ciclo “Storia delle mafie italiane”. Il procuratore Cerreti ha voluto subito ricordare Lea Garofalo, celebrata con l’ascolto di una canzone calabrese in suo onore, esprimendo il suo sgomento ed il suo rimpianto per non aver protetto abbastanza la giovane testimone di giustizia che a Milano cercava la libertà ma, purtroppo, non l’ha trovata. “Quando sono arrivata alla DDA di Reggio Calabria – ha proseguito Alessandra Cerreti – mi è stato detto che le donne all’interno delle cosche mafiose non contavano nulla. Ma io, fin da subito, ci credevo poco”. Infatti il procuratore ha poi affermato di aver indagato a lungo e, tramite intercettazioni, di essere arrivata a conoscenza di ruoli fondamentali della componente femminile nelle associazioni di ‘ndrangheta già dal 1882, quando due donne vennero condannate perchè colpevoli di essere “punciute”, ovvero affiliate. Cerreti ha poi spiegato nel particolare i ruoli delle donne, fondamentali nel portare “ambasciate”, cioè messaggi, dal carcere all’esterno, ma ancora più importanti nell’insegnamento della cultura e dei valori mafiosi ai figli. Il procuratore ha voluto poi concludere il suo discorso raccontando la storia di Giuseppina Pesce, collaboratrice di giustizia che, con tanto coraggio, è riuscita, o meglio, sta riuscendo, a trovare la strada per la libertà. Al termine dell’intervento di Alessandra Cerreti, ascoltato con molta attenzione dai tantissimi studenti, in prevalenza, va da sé, di sesso femminile, presenti in sala, la parola è passata all’altra ospite della serata, Raffaella Rinaldis, direttrice dell’emittente calabrese “Fimmina TV”. La giornalista ha descritto questa nuova sua esperienza raccontando come le sue piccole trasmissioni diano sempre più voce alle donne, per far capire ai giovani calabresi che esiste una giusta alternativa. L’incontro è stato concluso dalle parole del consueto moderatore Enzo Ciconte, che ha ringraziato tutti i presenti per la bella risposta della città al ciclo di serate, il quale verrà sicuramente proposto anche l’anno prossimo. Nov 16, 2013 |  di Pierfilippo Saviotti


«Lea Garofalo è una testimone di giustizia» La fimmina calabrese, uccisa brutalmente dalla ‘ndrangheta, è una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Il riconoscimento non è mai arrivato ufficialmente. Dall’inizio l’hanno inserita tra i collaboratori, ma la donna non aveva mai commesso alcun reato. Il 28 settembre del 2018 (nove anni dopo) il magistrato Salvatore Dolce dirà pubblicamente: «Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo».

«No, non è una testimone. L’hanno inserita tra i collaboratori di giustizia. Non si può far rientrare Lea Garofalo tra i testimoni di giustizia.» Queste affermazioni, dopo undici anni dalla sua morte violenta, continuano ad essere utuilizzate – a sproposito – da chi non sa o, peggio, fa finta di non sapere. Allora bisogna dirlo e sostenerlo chiaramente (con carte alla mano). Lea Garofalo, uccisa a Milano e bruciata in un bidone a San Fruttuoso (Monza) è a tutti gli effetti una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Come Peppino Impastato, come Rita Atria è nata in una famiglia mafiosa (padre e fratello), ma non ha mai commesso alcun reato. Ha denunciato la sua famiglia e quella del suo convivente (clan) Cosco. E, in vita, non è stata ritenuta credibile. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate dopo. I processi, con i relativi arresti, sono stati fatti dopo.    

«Sì, ma c’è la normativa che parla chiaro». In questa vicenda c’è una storia limpida che parla chiaro. Un riscatto cercato ed ottenuto con le proprie forze. Soprattutto per sua figlia Denise. Senza l’aiuto di nessuno, nè dello Stato nè delle Associazioni (che oggi sbandierano il suo nome). Questa donna è stata rivalutata dopo la sua morte, dopo il barbaro omicidio di ‘ndrangheta

«Ma non è stata riconosciuta vittima di mafia». Cosa rispondere a questa inutile provocazione? Prima di parlare o sparlare è doveroso studiare. E possibilmente capirle certe informazioni. Cosa è successo a Milano? Perchè è stato eliminato l’articolo 7, l’aggravante mafioso, durante il processo? In questo Paese si continua a ricordare solo quello che si vuole ricordare. Ma restano i documenti, i libri, gli articoli. Viva Dio! Bisogna informarsi, prima di fare brutte figure. 

Vi piacciono le provocazioni? Vi piace sparlare? Procediamo, allora, con una domanda retorica. Lea Garofalo è una testimone di giustizia o una collaboratrice di giustizia? In attesa di ricordare questa donna, in occasione dell’anniversario della sua morte (24 novembre 2009) , riproponiamo le considerazioni di magistrati, esperti, componenti della commissione antimafia. Possono bastare? Cosa serve, ancora, per eliminare queste perplessità intorno a questa eroina antimafia?

«Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo», Salvatore Dolce, il primo magistro che ha “ascoltato” Lea, Firenze, 28 settembre 2018   «Deve essere considerata come una testimone di giustizia, così dovrebbe essere considerata. In alcuni casi ho visto dei verbali di interrogatorio in cui risultava indagata di reato connesso dai Pm di Catanzaro. Il problema è che l’assunzione di una determinata garanzia serve anche a garantire la validità delle dichiarazioni rese. Comunque, non ho trovato falle nel sistema di protezione, è tutto motivato.», Armando D’Alterio, DDA Campobasso, intervista realizzata nel giugno 2012.

Oggi il magistrato, già PM del caso Siani (Giancarlo, il giornalista precario de «Il Mattino», ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985), ricopre l’incarico di PG presso la Procura della Repubblica di Potenza.

 «…i punti di criticità che l’attuale normativa presenta rispetto alle garanzie che dovrebbero essere dovute al testimone di giustizia. C’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciola e Santa Boccafusca, nda).»

Lei ha definito Lea Garofalo una testimone di giustizia, ma…  «In realtà era una collaboratrice di giustizia. Lea Garofalo era una collaboratrice di giustizia come tanti altri collaboratori e, pur appartenendo a famiglie ‘ndranghetiste, non si sono macchiate di reati, non hanno ucciso. Li considero come testimoni. Se poi penso che la legge sul cosiddetto pentitismo consente dei benefici ai collaboratori di giustizia, caratterizzati spesso da persone che hanno alle spalle magari decine di omicidi, mi sento di definire Lea una testimone e non una collaboratrice.», On. Angela Napoli, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione e alla interpellanza parlamentare.

 Lei ha definito la Garofalo una testimone. La stessa cosa ha fatto Angela Napoli e anche Lea non si sentiva una collaboratrice di giustizia, ma nelle carte ufficiali…  «Naturalmente la linea di confine è sottile, noi la individuiamo come testimone perché Lea Garofalo non era una criminale. Aveva preso le distante dalla famiglia dei mafiosi, non aveva mai agito per rafforzare le finalità mafiose di questa famiglia. È un po’ la storia di Peppino Impastato, padre mafioso, lo zio capomafia ma lui aveva preso le distanze. Naturalmente Lea Garofalo non aveva gli strumenti culturali, non aveva la passione politica, il contesto era diverso di quello di Peppino Impastato. Ma ha fatto una scelta di tale portata e quindi questa scelta è tipica del testimone di giustizia, di chi non è nell’organizzazione mafiosa e dà un contributo allo Stato, con la sua testimonianza, con le sue conoscenze. Lea Garofalo deve essere valorizzata e considerata una testimone di giustizia. Anche Denise, un’altra donna straordinaria, una donna che non ha avuto dubbi, che non si è fatta assolutamente assorbire dalla omertà familistica, dove spesso si consumano violenze inenarrabili e si sta zitti. Lei ha capito che il padre, che gli zii, che il nonno, che il contesto familiare era un contesto di mafia, che aveva ucciso e sciolto nell’acido la mamma. Non ha avuto dubbi a schierarsi dalla parte giusta, della verità, della giustizia sino ad essere presente in tribunale.», Sen. Giuseppe Lumia, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione parlamentare.


Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo –  La LETTERA della TESTIMONE DI GIUSTIZIA. «La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile…»

Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!

È stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una fimminaA 36 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente tentativo di sequestro in Molise, a Campobasso. 

Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. Solo grazie alle fimmine è possibile immaginare un futuro diverso per questo Paese, un futuro senza il puzzo opprimente di queste organizzazioni criminali, che possono tutto per la loro immensa potenza economica e militare. Per i loro legami secolari con la politica e le Istituzione. Ma con Lea e con Denise non hanno potuto nulla. Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo. Al carcere a vita. Il clan Cosco è stato distrutto da due donne, che hanno avuto la forza e il coraggio di dire No.

Lea in vita si è sentita «una giovane madre disperata», stanca di chiedere aiuto, di chiedere protezione. Nessuno, come in tante altre occasioni, ha mai chiesto scusa. Nessuno ha mai telefonato alla madre di Lea, la signora Santina. Il suo memoriale è stato pubblicato solo dopo la sua morte. In questo strano Paese succede sempre tutto dopo.


LA LETTERA DI LEA GAROFALO: «Ho bisogno d’aiuto, qualcuno ci aiuti»

Signor Presidente della Repubblica, chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate.

Siamo da circa sette anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca un anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee. Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia. Sono una donna che si è sempre presa la responsabilità e che da tempo ha deciso di rompere ogni tipo di legame con la propria famiglia e con il convivente. Cercando di riniziare una vita all’insegna della legalità e della giustizia con mia figlia. Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti. Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città per ovvie paure e con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di C.(Catanzaro, nda) e lì fui sentita in presenza di un avvocato assegnatomi dalla stessa procura.

Questi mi comunicarono di figurare come collaboratore, premetto di non aver nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di arrestare dei criminali mafiosi. Dopo circa tre anni il mio caso passa ad un altro magistrato e da lui appresi di essere stata mal tutelata dal mio legale. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava, per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro!

Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari.        

Eppure sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripentendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile e soprattutto senza la soddisfazione per qualche mio familiare è stato anche abbastanza naturale se così si può dire, di una persona che muore perché annega i propri dolori nell’alcol per dimenticare un figlio che è stato ucciso per essersi rifiutato di sottostare ai ricatti di qualche mafioso di turno. Per qualcun altro è stato certamente più atroce di quanto si possa immaginare lentamente, perché questo visti i risultati precedenti negativi si è fatto giustizia da solo e, si sa, quando si entra in certi vincoli viziosi difficilmente se ne esce indenni tutto questo perché le istituzioni hanno fatto orecchie da mercante! Ora con questa mia lettera vorrei presuntuosamente cambiare il corso della mia triste storia perché non voglio assolutamente che un giorno qualcuno possa sentirsi autorizzato a fare ciò che deve fare la legge e quindi sacrificare se pur per una giustissima causa la propria vita e quella dei propri cari per perseguire un’idea di giustizia che tale non è più nel momento in cui ce la si fa da soli e, con metodi spicci.

Vorrei Signor Presidente, che con questa mia richiesta di aiuto lei mi rispondesse alle decine, se non centinaia di persone che oggi si trovano nella mia stessa situazione.

Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiamo mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi di appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perché le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad avere saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza. Lei oggi, signor Presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo Paese vivere giustamente si può nonostante tutto! La prego signor Presidente ci dia un segnale di speranza, non attendiamo che quello, e a chi si intende di diritto civile e penale, anche voi aiutate chi è in difficoltà ingiustamente! Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti.   Please! Una giovane madre disperata aprile 2009   Paolo De Chiara – WORDNEWS novembre 2020


La versione di Venturino. Separato da un paravento bianco da coloro che «per tre anni sono stati – così come li ha definiti – la mia famiglia», Carmine Venturino, collaboratore di giustizia dal 31 luglio 2012, si è trovato nel secondo giorno di udienza del processo di secondo grado per la morte di Lea Garofalo a dover confermare le dichiarazioni fatte nei mesi scorsi al pubblico ministero e ad autoaccusarsi del concorso all’omicidio della madre della ragazza che lui stesso dice di amare.

Lo scorso 10 aprile dichiara dunque questo davanti alla corte d’Assise del Tribunale di Milano: «È     una scelta d’amore per Denise perché deve sapere come sono andate le cose sull’omicidio di sua madre». Con queste parole Carmine Venturino, nato a Crotone nel 1987 da una famiglia di incensurati, inizia la ricostruzione di tutte le fasi di organizzazione dell’omicidio di Lea Garofalo; dal progetto sventato a Campobasso nel maggio del 2009 fino al giorno, il 24 novembre 2009, in cui la donna viene rapita, torturata e uccisa. Strangolata con un nastro floreale delle tende dell’appartamento di Via Fioravanti, il cadavere messo in uno scatolone e alla fine trasportata in un garage. Lì l’ordine di Carlo Cosco: «La dovete carbonizzare».

Poche parole quelle dell’ex compagno della donna ma soprattutto poche domande, afferma Venturino: «Non si fanno domande nella ‘ndrangheta, significherebbe poca serietà; l’unico commento di Carlo Cosco è stato ‘la bastarda se n’era accorta’». Il collaboratore poi prosegue il suo agghiacciante racconto sulla distruzione del cadavere di Lea Garofalo: «Apriamo lo scatolone e rovesciamo il corpo a testa in giù nella benzina; si intravedevano solo le scarpe. Poi abbiamo buttato la benzina ma il cadavere bruciava lentamente, così mentre il corpo bruciava venivano spaccate le ossa con un badile. Ciò che rimaneva l’abbiamo messo in una borsa e coperto da una lamiera».

Continua poi la sua ricostruzione, raccontando alla corte il recupero degli abiti sporchi di sangue di Carlo Cosco, nascosti vicino al cimitero monumentale e recuperati da Rosario Curcio perché “erano firmati”. Dettagli che, sommati alle altre dichiarazioni, lasciano intravedere lo scenario ‘ndranghetista dentro il quale si è consumato il terribile omicidio: «Lui doveva ammazzare la compagna per le regole della ‘ndrangheta; io non sono un affiliato, sono un contrasto onorato, ho preso parte a questo disegno criminoso perché facevo parte della famiglia, in quanto spacciavo per loro e quindi dovevo loro dei soldi; non potevo dire di no; a Pagliarelle non si muove una foglia che i Cosco non voglia».

E sulla dichiarazione spontanea rilasciata da Carlo Cosco il 9 aprile, alla fine della prima udienza, Carmine Venturino dichiara: «Secondo Carlo Cosco si doveva dovevano uccidere anche Denise; nel processo di primo grado c’è stato un episodio in cui l’avvocato ha mostrato delle fotografie rimaste appoggiate sul banco della difesa e Carlo Cosco quando le ha viste ha detto, ‘ancora davanti a me la metti questa puttana’».

Carmine Venturino ha dovuto riportare tutto quello che ha detto anche nel corso della terza udienza, tenutasi venerdì 11 aprile. In questa giornata la corte ha ascoltato anche altri due testimoni, che hanno definito meglio l’ambiente malavitoso in cui si è consumato l’omicidio di Lea Garofalo.

L’udienza si è infatti aperta con il contro esame da parte degli avvocati difensori, in primo luogo il legale di Carlo Cosco, Daniele Sussman Steinberg. La maggior parte delle domande era mirata ad un unico tema: la ‘ndrangheta. Sussman ha cercato di far cadere le informazioni che Venturino aveva rilasciato riguardo a quell’ambiente malavitoso in cui operava Carlo Cosco. Incalzato dall’avvocato, Carmine Venturino dichiara le doti, i gradi di potere, che avevano i membri della famiglia Cosco. Giuseppe avrebbe il grado di sgarrista, Massimo di picciotto, Vito di camorrista e infine Carlo avrebbe la dote di Santa, facendo così parte della Società Maggiore. Con questa dichiarazione viene quindi sollevata l’ipotesi che non solo l’imputato sia vicino alla ‘ndrangheta, ma che ne ricopra una posizione di rilievo nei vertici. Certo davanti a lui ci sono altre doti, altri gradi, da raggiungere prima di arrivare in cima, ma comunque lui sarebbe un capo zona.

Il collaboratore di giustizia ha quindi chiarito anche alcune dinamiche interne al gruppo degli imputati. «Carlo Cosco era il capo. Rosario Curcio era uno dei suoi soldati. Suo fratello Giuseppe invece era quello più indipendente della famiglia, si occupa dello spaccio di droga». Per quanto riguarda poi la sera dell’omicidio, Venturino afferma ancora l’estraneità dei fatti per Massimo Sabatino, mentre a Giuseppe Cosco attribuisce solo un ruolo organizzativo. «Carlo non è che abbia tutto questo cervello, a preparare tutto quanto, per me può essere stato solo Giuseppe». Sembra infine che Rosario Curcio fosse già sulla lista nera dei Cosco, colpevoli di averli insultati in pubblico. «I Cosco avevano aperto un’impresa edile, la Olimpia srl, che si occupava di cartongesso. Avevano fatto diversi lavori in giro, per esempio a Desio o Buccinasco. Nella ditta c’era anche Curcio, ma lui non aveva preso nemmeno un euro per tutte queste opere. Una sera allora, dopo che si era ubriacato, aveva insultato i Cosco in mezzo al cortile, apertamente. Da quel momento Carlo ha sempre avuto l’idea di ucciderlo».

Venturino non ha risposto a tutte le domande, spesso infatti si è riservato di non parlare perché le informazioni richieste erano coperte da segreto istruttorio. L’ipotesi più probabile è che dalle sue dichiarazioni sia iniziato un altro procedimento penale, che riguarda invece l’usura, lo spaccio e tutte le altre attività criminali dei Cosco.

Il processo è continuato poi con la deposizione di Giulio Buttarelli, tenente colonnello dei carabinieri, che ha riportato l’esito dei sopralluoghi fatti grazie alle indicazioni di Venturino. Ha confermato il ritrovamento di una scheda sim distrutta e poi nascosta in una grata  e ha dichiarato anche che dal suo appartamento mancava la corda di una tenda, quella usata per strangolare Lea.

Ultima ad avvicinarsi al microfono è stata Denise. La ragazza si è mostrata subito decisa, disposta a rispondere a qualsiasi tipo di domanda le venisse rivolta. La sua testimonianza è stata breve, ha dovuto solo riconoscere dei gioielli che portava la madre il giorno della sua scomparsa. Questo piccolo esame è servito per identificare ancora il corpo di Lea Garofalo, dato che, per adesso, non si è ancora riusciti ad estrarre il suo Dna dai resti. Prima di andarsene Denise ha però voluto chiarire una cosa. Era stato detto infatti che lei aveva partecipato alla festa organizzata da suo padre Carlo in occasione del suo diciottesimo compleanno. Era il 4 dicembre del 2009, pochi giorni dopo la scomparsa di sua madre. «Io a quella festa non ci sono mai andata, non volevo neanche che la organizzasse. Mia madre era appena scomparsa. Io non avevo niente da festeggiare, forse gli altri sì».

Tramite il suo legale, Carlo Cosco ha infine chiesto di poter testimoniare in aula. Dopo essersi sempre dichiarato innocente fino alla prima udienza del processo di secondo grado, il principale imputato per la morte di Lea Garofalo si siederà per la seconda volta davanti ai giudici. da Sara Manisera | Apr 20, 2013 STAMPO ANTIMAFIOSO


L’appello di Denise – Domani le esequie della testimone uccisa dalla ’ndrangheta. Una ragazza che vive sotto scorta in una località segreta ci prega di far conoscere questo messaggio: «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Il suo funerale pubblico – al quale vi invito e al quale spero parteciperanno tante persone – è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a mettersi in gioco per i propri valori, per la propria dignità e per la giustizia di tutti».

Questa ragazza è la protagonista di una delle storie più terribili, ma anche più dense di speranza, degli ultimi anni. Si chiama Denise Cosco, compirà 22 anni in dicembre e il funerale di cui parla è molto speciale: sua mamma Lea è morta già da quattro anni, uccisa e bruciata, e solo da pochi mesi sono stati recuperati i suoi poveri resti. Ma l’invito di Denise ad andare ai funerali è molto speciale soprattutto perché l’assassino di sua mamma è suo padre, che lei ha avuto il coraggio di denunciare.

Lea Garofalo nasce nel 1974 a Petilia Policastro, in Calabria, figlia di un boss della ’ndrangheta. Ha davanti a sé un percorso segnato dalla quale si illude di uscire a 16 anni, quando finisce nella braccia di Carlo Cosco, un uomo che credeva diverso. Quando nasce Denise, Lea ha solo 17 anni e la certezza di essere stata ingannata. Il 18 agosto 1992 annota: «…So solo che la mia vita è stata sempre niente, non gliene è mai fregato niente a nessuno di me, non ho mai avuto né affetto né amore da nessuno, sono nata nella sfortuna e ci morirò. Oggi però ho una speranza, una ragione per cui vivere e per andare avanti, questa ragione si chiama DENISE, ed è mia FIGLIA. Lei avrà da me tutto quello che io non ho mai avuto da nessuno».

È nel 2002 che Lea capisce qual è il bene più grande che possa dare a sua figlia, anche se immagina il prezzo: comincia a collaborare con la giustizia, racconta i loschi traffici del compagno e dei clan. La mettono sotto protezione. Dopo quattro anni, però, le autorità stabiliscono che la collaborazione non è significativa e tolgono la protezione. Lea non si arrende. Fa ricorso al Tar. Perde. Insiste: ricorso al Consiglio di Stato. Questa volta vince. Nel 2007 è di nuovo «protetta». Ma nel 2009 è lei a lasciare: è esasperata dalle continue pressioni dei Cosco, ha difficoltà a nascondersi, si sente abbandonata dallo Stato perché le sue denunce restano inascoltate. Così, torna a Petilia Policastro, poi a Campobasso.

Ma Carlo Cosco non le dà pace. Tenta anche di farla rapire. Lea gli chiede di uscire dalla sua vita, di trovare un accordo. Ed è qui che scatta la trappola. Cosco la chiama a Milano per parlare del loro futuro. Invano Denise tenta di convincere la mamma a non andare: il 24 novembre 2009, giorno dell’appuntamento, una telecamera della sicurezza riprende madre e figlia vicine all’Arco della Pace, pochi attimi prima di separarsi per sempre. Lea viene fatta salire su un furgone da Carlo Cosco e due suoi complici. Da quel momento Denise non ha più notizie della mamma. Il padre le dice di averla accompagnata alla Stazione centrale, Denise capisce che mente. Scopre perfino che Carmine Venturino, il suo fidanzato, è in realtà una spia inviata dal padre per controllarla. È in questi giorni che Denise ha il coraggio di andare da un magistrato. Da allora, è lei a vivere sotto protezione. I funerali civili di Lea Garofalo saranno celebrati domani alle 10 in piazza Beccaria a Milano. Interverranno il sindaco Giuliano Pisapia e don Luigi Ciotti; parlerà anche Denise, con un audio registrato. In piazza ci saranno migliaia di bandiere con la scritta «Io vedo io sento io parlo».

«Il coraggio di queste due donne», dice don Ciotti, «testimonia che battere le mafie è sempre possibile, e che l’illegalità e il crimine non sono un destino cui i figli sono condannati. La possibilità di cambiare c’è sempre». La cerimonia religiosa si terrà in un altro momento e in un luogo segreto. Lea Garofalo ha almeno avuto giustizia: Carlo Cosco e tre complici sono stati condannati all’ergastolo; Carmine Venturino, il finto fidanzato, ha avuto uno sconto: 25 anni. È lui che ha parlato e fatto ritrovare i resti di Lea. Dicono che il suo pentimento è sincero. MICHELE BRAMBILLA 18 Ottobre 2013 LA STAMPA


«Lea Garofalo è una testimone di giustizia».   di Paolo De Chiara, WordNews.it 1.12.2020«No, non è una testimone. L’hanno inserita tra i collaboratori di giustizia. Non si può far rientrare Lea Garofalo tra i testimoni di giustizia.» Queste affermazioni, dopo undici anni dalla sua morte violenta, continuano ad essere utilizzate – a sproposito – da chi non sa o, peggio, fa finta di non sapere. Allora bisogna dirlo e sostenerlo chiaramente (con carte alla mano). Lea Garofalo, uccisa a Milano e bruciata in un bidone a San Fruttuoso (Monza) è a tutti gli effetti una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Come Peppino Impastato, come Rita Atria è nata in una famiglia mafiosa (padre e fratello), ma non ha mai commesso alcun reato. Ha denunciato la sua famiglia e quella del suo convivente (clan) Cosco. E, in vita, non è stata ritenuta credibile. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate dopo. I processi, con i relativi arresti, sono stati fatti dopo.    

«Sì, ma c’è la normativa che parla chiaro». In questa vicenda c’è una storia limpida che parla chiaro. Un riscatto cercato ed ottenuto con le proprie forze. Soprattutto per sua figlia Denise. Senza l’aiuto di nessuno, nè dello Stato nè delle Associazioni (che oggi sbandierano il suo nome). Questa donna è stata rivalutata dopo la sua morte, dopo il barbaro omicidio di ‘ndrangheta. 

«Ma non è stata riconosciuta vittima di mafia». Cosa rispondere a questa inutile provocazione? Prima di parlare o sparlare è doveroso studiare. E possibilmente capirle certe informazioni. Cosa è successo a Milano? Perchè è stato eliminato l’articolo 7, l’aggravante mafioso, durante il processo? In questo Paese si continua a ricordare solo quello che si vuole ricordare. Ma restano i documenti, i libri, gli articoli. Viva Dio! Bisogna informarsi, prima di fare brutte figure. 

Vi piacciono le provocazioni? Vi piace sparlare? Procediamo, allora, con una domanda retorica. Lea Garofalo è una testimone di giustizia o una collaboratrice di giustizia? In attesa di ricordare questa donna, in occasione dell’anniversario della sua morte (24 novembre 2009) , riproponiamo le considerazioni di magistrati, esperti, componenti della commissione antimafia. Possono bastare? Cosa serve, ancora, per eliminare queste perplessità intorno a questa eroina antimafia?

«Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo», Salvatore Dolce, il primo magistro che ha “ascoltato” Lea, Firenze, 28 settembre 2018

«Deve essere considerata come una testimone di giustizia, così dovrebbe essere considerata. In alcuni casi ho visto dei verbali di interrogatorio in cui risultava indagata di reato connesso dai Pm di Catanzaro. Il problema è che l’assunzione di una determinata garanzia serve anche a garantire la validità delle dichiarazioni rese. Comunque, non ho trovato falle nel sistema di protezione, è tutto motivato.» 

Armando D’Alterio, DDA Campobasso, intervista realizzata nel giugno 2012.

Oggi il magistrato, già PM del caso Siani (Giancarlo, il giornalista precario de «Il Mattino», ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985), ricopre l’incarico di PG presso la Procura della Repubblica di Potenza.

«…i punti di criticità che l’attuale normativa presenta rispetto alle garanzie che dovrebbero essere dovute al testimone di giustizia. C’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciola e Santa Boccafusca, nda).»

Lei ha definito Lea Garofalo una testimone di giustizia, ma… «In realtà era una collaboratrice di giustizia. Lea Garofalo era una collaboratrice di giustizia come tanti altri collaboratori e, pur appartenendo a famiglie ‘ndranghetiste, non si sono macchiate di reati, non hanno ucciso. Li considero come testimoni. Se poi penso che la legge sul cosiddetto pentitismo consente dei benefici ai collaboratori di giustizia, caratterizzati spesso da persone che hanno alle spalle magari decine di omicidi, mi sento di definire Lea una testimone e non una collaboratrice.» 

On. Angela Napoli, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012. Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione e alla interpellanza parlamentare.

Lei ha definito la Garofalo una testimone. La stessa cosa ha fatto Angela Napoli e anche Lea non si sentiva una collaboratrice di giustizia, ma nelle carte ufficiali…  «Naturalmente la linea di confine è sottile, noi la individuiamo come testimone perché Lea Garofalo non era una criminale. Aveva preso le distante dalla famiglia dei mafiosi, non aveva mai agito per rafforzare le finalità mafiose di questa famiglia. È un po’ la storia di Peppino Impastato, padre mafioso, lo zio capomafia ma lui aveva preso le distanze. Naturalmente Lea Garofalo non aveva gli strumenti culturali, non aveva la passione politica, il contesto era diverso di quello di Peppino Impastato. Ma ha fatto una scelta di tale portata e quindi questa scelta è tipica del testimone di giustizia, di chi non è nell’organizzazione mafiosa e dà un contributo allo Stato, con la sua testimonianza, con le sue conoscenze. Lea Garofalo deve essere valorizzata e considerata una testimone di giustizia. Anche Denise, un’altra donna straordinaria, una donna che non ha avuto dubbi, che non si è fatta assolutamente assorbire dalla omertà familistica, dove spesso si consumano violenze inenarrabili e si sta zitti. Lei ha capito che il padre, che gli zii, che il nonno, che il contesto familiare era un contesto di mafia, che aveva ucciso e sciolto nell’acido la mamma. Non ha avuto dubbi a schierarsi dalla parte giusta, della verità, della giustizia sino ad essere presente in tribunale.»

Sen. Giuseppe Lumia, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012. Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione parlamentare.

«Lea Garofalo, donna e madre capace di sfidare la ‘ndrangheta diventando una testimone di giustizia, il 24 novembre 2009 veniva ammazzata dal suo ex compagno, ‘ndranghetista anche lui.

Eppure c’è chi ancora sostiene che le mafie rispettino donne e bambini.»

Nicola Morra, Presidente Commissione Antimafia, 24 novembre 2020 «Lea GAROFALO era una testimone di giustizia che aveva accusato molti mafiosi di Petilia Policastro e tra questi il boss che era stato il suo compagno Carlo Cosco, col quale aveva avuto una figlia.

Nel maggio 2009 in una prima occasione Cosco aveva tentato di farla rapire per ucciderla e poi il 24 novembre, dopo averla attirata in una trappola, la fece uccidere e il suo corpo fu dato alle fiamme e bruciato per tre giorni fino alla completa distruzione.

A Lea era stata data la protezione nel 2002, ma poi tolta nel 2006 perché ritenuta non attendibile. Quando morì non era protetta. La sua è stata una storia emblematica anche che riassume la DISATTENZIONE verso i testimoni ed i collaboratori di giustizia.

Il 28 aprile 2009, poco prima del primo tentativo di ucciderla, Lea Garofalo rinuncio’ alla protezione che gli era stata risata dal giudice amministrativo. Poi si rivolse al Presidente della Repubblica Napolitano con una lettera nella quale “lamentava di essere stata qualificata come collaboratrice di giustizia, di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati.”

Oggi lo Stato la riabilita, con ritardo ed avendo molte molte colpe rispetto al suo sangue innocente.»

Sebastiano Ardita, magistrato, 24 novembre 2020 


Una giovane madre disperata aprile 2009. La risposta del Quirinale del 2 dicembre 2010 «A proposito del dispaccio “Sciolta nell’acido: Lea Garofalo a capo Stato, mi uccideranno”, che rilancia un testo pubblicato da un quotidiano calabrese, dalle accurate ricerche compiute al Quirinale non risulta essere mai pervenuta alcuna lettera dell’allora collaboratrice di giustizia al Presidente della Repubblica. Né il Capo dello Stato avrebbe potuto conoscere il testo di una “lettera aperta” ma – stando a quanto si “rivela” – “mai pubblicata” su una vicenda il cui tragico epilogo non può che turbare profondamente”».

Pasquale Cascella, consigliere del Presidente della Repubblica per la Stampa e la Comunicazione


Memoria

Lea Garofalo è ricordata ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi.

Con una cerimonia di commemorazione, il primo aprile 2012 il Comune di Monza ha raccolto l’appello di Daw-blog.com e ha posato una targa in ricordo di Lea Garofalo presso il cimitero di San Fruttuoso, a pochi passi dal luogo dove la donna è stata torturata e uccisa.[13][14]

Nel dicembre 2012 esce il libro sulla vita di Lea Garofalo, Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.[15]

Nel 2012 la cantastorie Francesca Prestia ha scritto e musicato “La ballata di Lea” che ha aperto l’Assemblea Nazionale delle Donne della CGIL dello stesso anno al Teatro Capranica di Roma.[16]

Il 19 ottobre 2013 si sono svolti a Milano, in piazza Beccaria, i funerali civili di Lea Garofalo. In piazza erano presenti migliaia di persone, fra le quali i rappresentanti dell’associazione Libera e personalità come Don Luigi Ciotti e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Lo stesso giorno è stato intitolato a Lea Garofalo un giardino pubblico in viale Montello a Milano.[17] Ancora a Milano, nel prato della biblioteca del Parco Sempione, è stata piantata una magnolia invernale alla quale sono appesi testi in memoria di Lea.

Il comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ha intitolato la propria biblioteca a Lea Garofalo il 7 settembre 2013.

Anche a Savignano sul Panaro, in provincia di Modena, nel luglio del 2014 è stato inaugurato un parco in onore di Lea Garofalo, chiamato Parco del Coraggio;[18] il 4 marzo 2015 Don Luigi Ciotti ha visitato il parco e in quell’occasione è stata piantata una quercia dedicata alla donna.[19]

La Rai ha prodotto un film TV sulla sua storia[20], dal titolo Lea di Marco Tullio Giordana interpretato da Vanessa Scalera, andato in onda il 18 novembre 2015 su Rai 1.[21]

Il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, ha intitolato i “Giardini di San Leonardo” a Lea Garofalo nel 2015.[22]

Il 9 gennaio 2016 il circolo dei Giovani Democratici di Crotone dedica a Lea Garofalo, con la presenza della sorella Marisa, una targa commemorativa che recita “A Lea Garofalo – I giovani che odiano la ‘Ndrangheta“.[23]

A Lea Garofalo e a Denise è dedicato il graphic novel Lea Garofalo, una madre contro la ‘ndrangheta, di Ilaria Ferramosca e Chiara Abastanotti, BeccoGiallo, 2016, con i contribuiti di Daniela Marcone (vicepresidente di Libera) e Marika Demaria.

I Litfiba le hanno dedicato una canzone dal titolo “Maria Coraggio“, contenuta nell’album Eutòpia, pubblicato l’11 novembre 2016, il cui videoclip è stato poi pubblicato il 10 marzo 2017, insieme al singolo nelle radio.

Il giorno 10 dicembre 2016 con la presenza di Luigi Ciotti a cui viene conferita la cittadinanza onoraria, l’Amministrazione comunale di Vimodrone inaugura la nuova biblioteca comunale intitolandola a “Lea Garofalo” e tutte le vittime innocenti delle mafie.

A Lamezia Terme un ponte di recente costruzione è stato intitolato a Lea Garofalo.[24]

Il 30 novembre 2019 a Rho il Parco di Goglio viene ribattezzato in onore di Lea Garofalo su spinta degli studenti della scuola media San Carlo della città che aveva partecipato ad un progetto di legalità e che son riusciti a portare l’idea nella commissione consiliare antimafia e poi nel consiglio comunale stesso.[25]

il 2 giugno 2020, il graphic novel Lea Garofalo, una madre contro la ‘ndrangheta, di Ilaria Ferramosca e Chiara Abastanotti, viene ripubblicato nella collana de Il Fatto Quotidiano, Chiedi chi erano gli eroi, con un contributo di Marco Tullio Giordana e alcuni documenti processuali.

Note

  1. ^ Elena Favilli, Chi era Lea Garofalo, Il Post, 18 ottobre 2010. URL consultato il 2 agosto 2015 (archiviato il 9 aprile 2015).
  2. ^ La compagna del boss abusiva e sotto sfratto Ma il comune le assegna una casa popolare – Il Fatto Quotidiano, in Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2012. URL consultato il 21 settembre 2018.
  3. ^ Anna Lisa Tota, Storia di Lea Garofalo e di sua figlia Denise. Generazioni di donne contro le mafie (PDF), in Cross, vol. 3, n. 3, 28 novembre 2017, pp. 20-23, DOI:10.13130/cross-9279, ISSN 2421-5635 (WC · ACNP), OCLC 7854874422. URL consultato il 31 marzo 2020 (archiviato il 23 febbraio 2020). Ospitato su archive.is.
  4. ^ Sei arresti per la donna che denunciò la ’ndrangheta. Uccisa e sciolta nell’acido, Corriere della Sera, 6 luglio 2011. URL consultato il 2 agosto 2015 (archiviato il 4 aprile 2014).
  5. ^ Marika Demaria, Processo Lea Garofalo, la figlia Denise Cosco in aula, Narcomafie, 21 settembre 2011. URL consultato il 2 agosto 2015.
  6. ^ Milano: processo morte Lea Garofalo padroni anche dell’ex ospedale, Il Quotidiano della Calabria, 26 settembre 2011. URL consultato il 2 agosto 2015 (archiviato dall’url originale il 16 ottobre 2011).
  7. ^ Anna Giorgi, Un saluto alla figlia e i killer la portano via, Il Giorno, 19 ottobre 2010. URL consultato il 2 agosto 2015 (archiviato il 2 agosto 2015).
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a cura di Claudio Ramaccini, Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF