10 marzo 1948, PLACIDO RIZZOTTO da partigiano a sindacalista vittima della mafia

 

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Placido Rizzotto e la sfida alla mafia di Corleone: cronaca di un omicidio annunciato

10 marzo 1948 : il sequestro e l’omicidio

La sera del 10 marzo 1948 Rizzotto uscì dalla Camera del Lavoro di Corleone insieme a due compagni e stava passeggiando per discutere di questioni agrarie quando, in via Sant’Elena, fu avvicinato dai sicari mafiosi. Il bandito Luciano Leggio, all’epoca ventitreenne, gli puntò una pistola al fianco e gli intimò di seguirlo, mentre vicino a loro si avvicinavano Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, affiliati della cosca di Corleone. Secondo le confessioni poi rese da Criscione e Collura, Rizzotto fu costretto a camminare fra Leggio e Collura armato, e trascinato verso le campagne di Contrada Casale: poco dopo Collura riferì di aver udito «tre colpi di pistola». I rapitori abbandonarono quindi il cadavere di Rizzotto in una profonda voragine carsica (una “foiba”) sui pendii di Rocca Busambra, lontano dal centro abitato.
Il 13enne pastorello Giuseppe Letizia, lasciato nel feudo Malvello per sorvegliare il gregge, avrebbe assistito di nascosto all’omicidio e in seguito raccontato l’accaduto in preda a sconvolgimento psichico. Tuttavia gli accertamenti ufficiali dell’Autorità di Pubblica Sicurezza conclusero che il ragazzo morì poco dopo per «grave intossicazione» (un’infezione acuta del cervello) e non vi erano prove concrete del suo racconto; si diffuse comunque l’idea che il Letizia, vistosi usato come testimone, fosse stato eliminato con un’iniezione letale nella clinica dei Bianchi diretta da Navarra. In ogni caso, la brutalità del delitto («lo hanno buttato come bestia nel carro del macellaio», titolò un quotidiano) scosse la comunità contadina, nonostante i depistaggi iniziali che tentavano di minimizzare il movente politico collegandolo a falsi drammi sentimentali.

Indagini e processo

Subito dopo il delitto le forze dell’ordine erano state orientate verso una «pista passionale»: si mormorava, anche da parte di alcuni inquirenti, che Rizzotto fosse stato ucciso per motivi personali (ad esempio una pretesa relazione con una donna) piuttosto che per la sua attività sindacale. La verità emerse solo con l’intervento del capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, incaricato nel dicembre 1949 di condurre le indagini. Grazie all’arresto di Criscione e Collura (2 dicembre 1949) e alle loro confessioni estorte, si chiarirono i fatti: i due ammisero di aver partecipato al rapimento in concorso con Leggio. Guidati dalle loro indicazioni, i carabinieri effettuarono il 6 dicembre 1949 un sopralluogo alla località Scala del Cardone (nei pressi di Rocca Busambra) e individuarono il punto esatto dove Collura aveva detto di aver gettato il corpo. Due giorni dopo fu calato un carabiniere con una carrucola nel fondo della “ciacca” e il 13 dicembre 1949 la squadra dei Vigili del Fuoco recuperò resti scheletrici di almeno tre cadaveri sommersi. Dai resti emersero, tra gli altri effetti, calzature e brandelli di indumenti che il fratello Carmelo e le sorelle di Rizzotto riconobbero come appartenuti a Placido: Carmelo riconobbe i suoi robusti scarponi americani («Erano miei, le avevo date a Placido»), e le sorelle Biagia e Giuseppa identificarono un elastico che Rizzotto usava come reggicalze. Nonostante questi elementi, il giudice istruttore concesse un decreto di “proscioglimento”, archiviazione, per Luciano Liggio il 30 novembre 1949, ritenendolo “irreperibile” e senza prove sufficienti definendole indiscrezioni non corroborate.
Rinvenuto il cadavere e raccolti i resoconti dei testimoni oculari (Criscione e Collura), nel 1952 si svolse a Palermo il processo d’assise contro i presunti responsabili: Luciano Leggio, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. In aula però i due collaboratori di Leggio ritrattarono le confessioni precedenti e negarono le accuse, così «non venne mai fatta giustizia»: la Corte d’Assise li assolse per “insufficienza di prove” nel dicembre 1952. Nessuno fu dunque condannato per l’omicidio di Rizzotto e il delitto rimase impunito fino ad oggi, rendendo il caso un «esempio doloroso del clima di sopraffazione mafiosa» verso chi lottava per i diritti contadini.

Esecutori e mandanti

Luciano Leggio, detto Liggio, era il ventitreenne rampollo mafioso di Corleone che materialmente guidò l’operazione. A fianco a lui agivano gli affiliati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, i quali, come emerso dalle indagini, collocarono Rizzotto fra di loro e gli spararono a bruciapelo. Liggio, che poi divenne il capo indiscusso della mafia corleonese, era stato incaricato da tempo di dare un segnale: «uomo appartenente al più umile proletariato e insperato paladino» dei feudi, Rizzotto doveva essere eliminato perché la sua lotta «dava fastidio alla mafia».
L’identità del mandante resta discussa. Storici e notizie giornalistiche indicano in Michele Navarra, boss-dottore di Corleone all’epoca, il mandante occulto dietro la motivazione degli agrari: egli era cugino del pretore Di Miceli, l’autorità giudiziaria che nel 1949 certificò il riconoscimento dei resti da parte dei familiari. Per altri, tra questi lo stesso Dalla Chiesa, a decidere la morte di Rizzotto fu invece lo stesso Liggio, che voleva segnalarsi come capo e vendicarsi dell’accanimento mafioso contro i partigiani pro-sindacato: nel rapporto istruttorio del maggio 1950, Dalla Chiesa avanzò la tesi che «il mandante sia lui, Liggio. E non Navarra, come si mormora in paese». Qualunque sia la verità, il delitto fu senz’altro favorito dal «sistema di connivenza tra mafia e potere latifondista»: la comparsa dell’elaborato dissequestro di Rizzotto fu infatti accompagnata da evidenti depistaggi investigativi e omissioni politiche che determinarono anni di silenzio e ritardi prima del riconoscimento pubblico del crimine.

Testimonianze dell’epoca

Le testimonianze dirette sulla vicenda, pur rare, confermano il quadro ricostruito. I carabinieri dell’epoca, in particolare il capitano Dalla Chiesa, raccolsero in istruttoria i resoconti concordanti di Criscione e Collura, che descrissero dettagliatamente il rapimento, la minaccia armata e i colpi di pistola esplosi da Liggio. Anche le ricostruzioni giornalistiche del tempo riportarono il nome di Liggio e degli altri uomini coinvolti. Dal versante familiare, quando dopo un decennio furono recuperati resti di vestiario, il fratello di Placido, Carmelo, riconobbe gli scarponi militari del fratello («erano miei, glieli avevo dati perché mi stavano stretti»); le sorelle Biagia e Giuseppa iden­tificarono un elastico dei calzettoni che Rizzotto portava abitualmente. Più tardi, negli anni 1980, i compagni e i lavoratori di Corleone parlarono di Rizzotto come di un «giovane pieno di vita, coraggioso e fermamente convinto della causa», ricordandolo come martire della lotta contadina.
Sul fronte istituzionale, la morte di Rizzotto fu seguita con partecipazione dal capitano Dalla Chiesa, che nel diario di servizio definì il caso “esemplare” e denunciò esplicitamente il ruolo assassino di Cosa Nostra come «autentica delinquenza» in guerra con lo Stato e i suoi diritti. L’inchiesta formale coinvolse magistrati locali, come il pretore Bernardo Di Miceli, che però subirono l’influenza dei potenti locali, sicché alla fine il procedimento giudiziario del 1952 non approdò ad alcuna condanna. Si fa cenno anche alla famiglia Cutropia (vicina a Navarra), ma anch’essa fu prosciolta per insufficienza di prove. Nel complesso, come riassume la CGIL, «l’omicidio di Rizzotto resta l’emblema del clima di sopraffazione che la mafia, insieme agli agrari, esercitava contro chi organizzava la lotta dei lavoratori della terra».

Eredità e commemorazioni

Il sacrificio di Placido Rizzotto è entrato lentamente nella memoria collettiva italiana come esempio di coraggio civile. Per decenni la sua vicenda fu ricordata soprattutto in ambito sindacale e antifascista: comitati locali della CGIL e dell’ANPI lo celebrarono in assemblee e iniziative, rimarcando il suo ruolo di “martire dei braccianti”. Nel 2000 il regista Pasquale Scimeca gli dedicò un film tv (con Marcello Mazzarella nel ruolo di Rizzotto), contribuendo a far conoscere il caso a un pubblico più ampio.
Negli anni successivi, Rizzotto fu sempre invocato dai familiari e dalle associazioni antimafia per ottenere il riconoscimento ufficiale del suo status. La svolta arrivò solo nell’ultimo decennio: il 7 luglio 2009 furono rinvenuti altri frammenti ossei a Rocca Busambra, che, grazie all’esame del DNA comparato con quello del padre Carmelo, nel marzo 2012 furono finalmente certificati come appartenenti a Placido Rizzotto. Il 16 marzo 2012, 64 anni dopo l’omicidio, a Corleone si tennero solenni funerali di Stato per Rizzotto, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che gli conferì la medaglia d’oro al merito civile postuma. All’evento parteciparono i familiari, i sindacati e le autorità locali: come dichiarò in quell’occasione il segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini, «le scelte di chi lottò per la libertà e la giustizia… e per questo fu ucciso, sono esempio per tutti i cittadini e le istituzioni».
Oggi in tutta Italia, in particolare nei sindacati e nella rete di Libera, si celebra l’anniversario della morte di Rizzotto come ricordo dell’impegno civile e della legalità. Manifestazioni, convegni scolastici e intitolazioni (piazze, scuole e cooperative sociali) mantengono viva la sua eredità morale. La vicenda di Rizzotto è citata nei memoriali dedicati alle “vittime del dovere” e viene spesso ricordata in incontri pubblici come simbolo dei sindacalisti siciliani caduti nella lotta alla mafia. Il nome di Placido Rizzotto risuona oggi quale monito: anche di fronte alla violenza mafiosa più brutale, «la memoria è il salvadanaio dello spirito» e la lotta per la verità e i diritti non può essere dimenticata.

Roberto Greco LATROPARLANTE


PLACIDO RIZZOTTO. L’OMICIDIO DEL SINDACALISTA DI CORLEONE   Placido Rizzotto scomparve il 10 marzo 1948. I suoi resti non vennero trovati subito, ma il racconto in preda al delirio di un pastorello di tredici anni, lasciava indubbiamente intendere che in quella notte un contadino fosse stato ucciso. Placido Rizzotto fu un sindacalista italiano che si battè per migliorare la condizione dei contadini siciliani e li aiutò a ribellarsi ai soprusi della mafia. Nato nel 1914 a Corleone, in Sicilia. Fu il primo di sette fratelli e in seguito alla morte della madre e all’arresto del padre, prese le redini della famiglia in giovanissima età. Lasciò quindi gli studi per dedicarsi al lavoro. Durante la Seconda Guerra Mondiale, prestò servizio in Carnia (Friuli Venezia Giulia) e dopo l’8 settembre, prese parte alla Resistenza come partigiano.
Una volta finita la guerra, tornò in Sicilia e cominciò la carriera come Presidente dei combattenti per l’ANPI, l’associazione dei partigiani, si iscrisse poi al Partito Socialista Italiano, per diventare infine sindacalista della CGIL.
Il suo impegno per aiutare i contadini onesti a raggiungere consapevolezza sul problema delle oppressioni mafiose, lo rese un bersaglio. All’epoca, il capo della cosca corleonese di Cosa nostra era Michele Navarra, medico e direttore dell’ospedale di Corleone, che tramite i suoi affiliati minacciò Rizzotto più volte. Questo non lo fece arrendere e aiutò i contadini emarginati dalla mafia a trovare terre incolte da occupare, seguendo il decreto Gullo che prevedeva l’obbligo ai proprietari terrieri di cedere le terre abbandonate o mal conltivate alle cooperative di contadini.
Con l’attuazione di questa legge, vennero tolte delle proprietà a Luciano Liggio, affiliato di Navarra e conosciuto per le sue efferatezze. Ad inasprire ulteriormente le tensioni, contribuì una rissa avvenuta fra ex partigiani e affiliati del boss corleonese, dove Liggio venne pubblicamente umiliato da Rizzotto.
La sera del 10 marzo 1948, Placido Rizzotto venne attirato in una trappola dal collega della CGIL, Pasquale Criscione, segretamente affiliato a Navarra. Una volta caricato a bordo della sua auto, il compagno lo portò in un cascinale in Contrada Marvello, dove con l’aiuto di Pasquale Crisicone , venne picchiato a sangue fino alla morte. I suoi resti vennero poi gettati in una foiba a Rocca Busambra.
All’epoca le indagini furono nella mani del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il corpo non venne ritrovato. Un testimone oculare però, assistette all’omicidio e vide in faccia gli assassini. Il pastorello Giuseppe Letizia stava badando al gregge quella sera vicino al cascinale. Il giorno dopo, il ragazzo era in preda al delirio e il padre decise di portarlo all’ospedale di Corleone, dove due giorni dopo morì per tossicosi. All’ospedale, diretto dal Dott. Navarra in persona, gli fu somministrata una dose di veleno.
Le indagini però portarono all’arresto dei due esecutori dell’omicidio che ammisero di aver rapito Placido Rizzotto insieme a Liggio. È stato per mano di quest’ultimo che venne fatto sparire il corpo nella foiba. Ma, poco tempo dopo, Criscione e Collura ritrattarono la confessione e in sede di processo vennero assolti per insufficienza di prove.
Il 7 settembre 2009, i resti del cadavere di Rizzotto furono recuperati e scientificamente riconosciuti nel 2012 come suoi, grazie alla comparazione con il campione di DNA del padre (preso dalla riesumazione del corpo per l’occasione).
Secondo la logica mafiosa, quei resti non si sarebbero mai dovuti ritrovare. Perché Rizzotto doveva essere cancellato, così come la sua memoria. Come se non fosse mai esistito. Ma in realtà a Corleone crebbero amabili resti, parafrasando un celebre libro, intorno alla sua assenza. COSA VOSTRA

 

RICORDANDO PLACIDO RIZZOTTO, IL SINDACALISTA CHE SI OPPOSE ALLA MAFIA CORLEONESE  Era il 10 marzo 1948 quando il sindacalista di Corleone Placido Rizzotto scomparve.Per sapere che Rizzotto era stato ucciso non ci fu comunque bisogno di aspettare il ritrovamento dei resti del corpo, avvenuto il 7 settembre 2009, o la comparazione, nel 2012, con il Dna del corpo del padre, riesumato per l’occasione. Sin dal giorno della sua scomparsa era già chiaro quel che era successo.Placido Rizzotto era un uomo coraggioso che si oppose con fermezza a Cosa nostra. Era stato un partigiano in Friuli Venezia Giulia e alla fine della Guerra si iscrisse al Partito Socialista Italiano, prestando servizio come sindacalista della CGIL. Sin dal primo momento ebbe modo di comprendere che nella sua città natale, Corleone, la cappa mafiosa era ben presente. A capo della cosca di Cosa nostra vi era il primario dell’ospedale di Corleone, Michele Navarra, insieme ai suoi sodali tra cui spiccavano figure che avrebbero successivamente fatto la storia di Cosa nostra come Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. I mafiosi presero subito di mira il sindacalista, che si batteva e aiutava i contadini nel difendere le loro terre chiedendo l’applicazione del “decreto Gullo”, che prevedeva l’obbligo ai proprietari terrieri di cedere le terre abbandonate o mal coltivate alle cooperative di contadini. Con l’applicazione del decreto molte terre vennero sottratte alla cosca.Ma vi fu anche un ulteriore episodio che inasprì ulteriormente le tensioni tra i mafiosi corleonesi ed il sindacalista: Rizzotto umiliò pubblicamente Luciano Liggio, aggredendolo fisicamente e appendendolo all’inferriata della Villa Comunale.La vendetta non tardò ad arrivare. Infatti, la sera del 10 marzo 1948 a Rizzotto gli fu tesa una trappola dal suo collega, Pasquale Criscione, colluso con Cosa nostra. Subito dopo, il sindacalista fu portato in un cascinale in Contrada Marvello, dove con l’aiuto di Pasquale Crisicone, venne picchiato a sangue fino a quando morì. Ciò che rimase del corpo di Rizzotto fu buttato in una foiba a Rocca Busambra. Un tredicenne, Giuseppe Letizia, fu testimone di quel delitto. In ospedale, dove giunse delirante e in preda a una febbre alta, morì dopo essere stato “curato” con un’iniezione; fu il veleno ad ucciderlo, perché lo stesso ospedale era diretto dal capomafia di Corleone, nonché mandante dell’assassinio.Le indagini sulla morte di Rizzotto furono condotte dal giovane carabiniere, poi diventato generale, Carlo Alberto dalla Chiesa. In un primo momento si riuscì a ritrovare il corpo del sindacalista. Ad essere arrestato fu Vincenzo Collura, il quale rivelò di aver preso parte al rapimento di Rizzotto in concorso con Luciano Liggio e la cui testimonianza rese possibile agli inquirenti rinvenire alcune tracce del sindacalista. Dopo poco tempo, Criscione e Collura ritrattarono la confessione e in sede di processo vennero assolti per insufficienza di prove.L’omicidio di Placido Rizzotto aprì una lunga catena di sangue della mafia corleonese, che da lì, con una lunga scia di sangue, prese il potere di Cosa nostra palermitana. I corleonesi si contraddistinsero per la loro brutalità nel commettere gli omicidi. Come anche nell’omicidio di Rizzotto, i mafiosi volevano che del sindacalista non ne rimanesse più nulla, nemmeno il suo corpo. Ma dopo tantissimi anni la memoria e il coraggio del sindacalista resta vivo.

RIAPERTE INDAGINI SU OMICIDIO PLACIDO RIZZOTTO La procura di Palermo ha riaperto le indagini sul rapimento e omicidio del sindacalista di Corleone Placido Rizzotto. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dal pm Francesca Mazzocco, è a carico di ignoti. La decisione arriva all’indomani delle esequie solenni del sindacalista celebrate alla presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano.Rizzotto, ex partigiano, socialista e segretario della Camera del lavoro di Corleone, venne rapito dalla mafia la sera del 10 marzo 1948 massacrato di botte e buttato in una foiba. Nel 2009 i suoi resti sono stati riconosciuti solo pochi mesi fa, grazie al confronto effettuato dalla polizia scientifica col dna del padre, il cui cadavere è stato riesumato. E’ stato accertato che le ossa ritrovate erano sue.A chiedere la riapertura delle indagini sono stati i familiari di Placido Rizzotto e la Cgil. Ieri durante i funerali solenni a Corleone, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, e poi il nipote del sindacalista, l’omonimo Placido Rizzotto, nelle loro orazioni avevano invocato un nuovo processo per avere giustizia.

ESEQUIE SOLENNI PER RIZZOTTO,SINDACALISTA ANTIMAFIA, ALLA PRESENZA DEL PRESIDENTE NAPOLITANO Sono appena due metri d’asfalto, ma contengono una storia lunga piu’ di mezzo secolo. Da un lato c’e’ una palazzina come tante: al piano basso c’e’ un bar, sopra, 64 anni fa, s’affacciava il boss Michele Navarra, da quel balcone annuiva ai suoi scagnozzi e dava ordini a Luciano Liggio. Dalla parte opposta del marciapiede c’e’ la chiesa di San Martino: qui lo Stato oggi ha scritto una nuova pagina di storia, riconsegnando al Paese Placido Rizzotto, il sindacalista celebrato in maniera solenne dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano e dalle altre cariche dello Stato. Navarra e Rizzotto: il mandante e la vittima. Il mafioso, tradito proprio da quel Luciano Liggio che assassino’ Rizzotto, e il sindacalista, ritrovato dai suoi familiari e riconsegnato alla sua gente. Ci sono voluti 64 anni, un tempo troppo lungo, per scrivere questa nuova pagina di storia italiana. Ma adesso, come ha sostenuto Napolitano, Rizzotto ”e’ certamente parte della memoria condivisa del Paese”. La pioggia incessante che ieri ha scandito le celebrazioni della strage di Capaci non c’e’ piu’. Il sole e’ alto. Corleone e’ in festa. Blindata, ma in festa. La piazza e’ piena di ragazzi e bambini. Quando arriva Napolitano, assieme alla signora Clio, la gente applaude e urla il suo nome. Sventolano le bandiere della Cgil. Ci sono tutti. C’e’ Susanna Camusso, c’e’ il suo predecessore Guglielmo Epifani. E c’e’ Giuseppa Rizzotto, 81 anni, sorella del sindacalista, tenuta sottobraccio dai familiari. Emozionatissima. Dalle mani del presidente Napolitano Giuseppa riceve la medaglia al merito civile in onore del fratello. Anche la signora Clio non nasconde l’emozione. Alla festa non c’e’ il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la mafia lo ha ucciso nell’82; fu lui, giovane comandante dei carabinieri a Corleone, a ritrovare i resti del sindacalista a Roccabusambra, in una fossa dove i picciotti di Navarra, medico condotto e padrino corleonese, buttavano i cadaveri dei morti ammazzati. Solo due mesi fa, gli esperti attraverso la comparazione del Dna con quello del padre Carmelo, hanno accertato che quelle ossa appartengono a Placido Rizzotto. Nella chiesa madre monsignor Salvatore Di Cristina, arcivescovo di Monreale, celebra il funerale. Per due volte sbaglia il nome del sindacalista (lo chiama ”Rizzutto”), provocando brusio tra i presenti. Il prelato ripercorre la storia di Rizzotto. Non cita mai pero’ la parola mafia. Riccardo Nencini, segretario del Psi, il partito al quale aderiva il sindacalista, si arrabbia: ”Non dicendolo, lo uccideremo due volte”. In compenso, prima il nipote, l’omonimo Placido Rizzotto, e poi Emanuale Macaluso, storico esponente del Pci, nelle loro orazioni ne parlano come un eroe. La chiesa applaude. Perche’ ”Placido Rizzotto, qui e’ un eroe come lo e’ Giuseppe Di Vittorio in terra di Puglia”, afferma fiera Susanna Camusso, anche lei all’altare per l’orazione. ”Chiediamo che si faccia giustizia – afferma il segretario della Cgil – anche se molti protagonisti sono morti vogliamo che si riapra il processo Rizzotto e quello dei tanti sindacalisti assassinati dalla mafia durante la lotta per la conquista delle terre”. Il piu’ emozionato e’ il nipote. Placido Rizzotto sale sull’altare, parla a fatica, con la voce rotta. ”Il 24 maggio ha un significato nuovo, in quel giorno del ’15 il Piave mormoro’ ‘non passa lo straniero’, e oggi noi urliamo ‘non passi la mafia”’. Ancora applausi. Anche lui invoca ”verita’ e giustizia per riscrivere la storia dei sindacalisti uccisi: ciao zio tu hai vinto, oggi tocca a noi vincere”. Fuori dalla chiesa, Napolitano si avvicina ai cronisti:”Non abbiamo mai pensato che la mafia fosse finita, ma pensiamo che finira”’, aggiunge, prima di dirigersi in un altro luogo ”sacro” per il mondo del lavoro: Portella della Ginestra. La bara con le ossa di Rizzotto viene caricata in auto. Parte il corteo. Ora il sindacalista, dopo 64 anni, riposa nel cimitero, quello sacro di Corleone. La sua tomba non e’ piu’ a Roccabusambra.