Mafia, Contrada: “Depistaggio Borsellino? Si può sbagliare in buona fede”

 

di Elvira Terranova
“Domani andrò a deporre al processo sul depistaggio della strage Borsellino, ma non so proprio cosa mi chiederanno i pm. Io non ho mai fatto indagini sulla strage di via D’Amelio. E non conosco neppure uno dei tre poliziotti imputati. Si parla tato di depistaggio, ma a volte durante una indagine si può anche sbagliare in buona fede…”. A parlare con l’Adnkronos è Bruno Contrada, l’ex dirigente della Squadra mobile di Palermo ed ex 007, che domani deporrà davanti al Tribunale di Caltanissetta dove è stato chiamato, in veste di indagato di reato connesso, a rispondere alle domande dell’accusa. Sono tre gli imputati. Si tratta di tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex appartenenti del ‘Gruppo Falcone-Borsellino’ che indagò sull’attentato. Sono tutti accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Secondo l’accusa i tre poliziotti avrebbero avuto un ruolo nella creazione dei falsi pentiti generando il corto circuito che porta all’ingiusta condanna di otto persone per quell’attentato.

“Io non mi sono mai occupato del pentito Scarantino – dice ancora Bruno Contrada – e non conosco nessuno del gruppo investigativo, fatta eccezione per Arnaldo La Barbera. Non so cosa mi chiederanno ma io risponderò a tutte le domande, senza remore, e senza alcun tentennamento. Non devo difendere nessuno né accusare nessuno”. Contrada era già stato citato altre due volte, ma il lutto per la morte della moglie Adriana, gli ha impedito di partecipare alle udienze. “Domani andrò, accompagnato dal mio legale, Stefano Giordano – spiega – Mi hanno detto che sarò sentito come testimone assistito”.

La Corte di Cassazione aveva revocato due anni fa la condanna a 10 anni inflitta all’ex numero due del Sisde Bruno Contrada, accusato di concorso in associazione mafiosa. I giudici romani avevano accolto il ricorso del legale di Contrada, Stefano Giordano, che aveva impugnato il provvedimento con cui la Corte d’appello di Palermo aveva dichiarato inammissibile la sua richiesta di incidente di esecuzione. La Cassazione aveva così dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”. Bruno Contrada, per anni poliziotto in prima linea contro la mafia a Palermo, venne arrestato con l’accusa di concorso in associazione mafiosa il 24 dicembre del 1992. In primo grado fu condannato a 10 anni, ma la sentenza fu ribaltata in appello e il funzionario venne assolto. L’ennesimo colpo di scena ci fu in Cassazione, quando l’assoluzione fu annullata con rinvio e il processo tornò alla corte d’appello di Palermo che, il 25 febbraio del 2006, confermò la condanna a 10 anni. La sentenza divenne definitiva nel 2007. Due anni fa, però, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo condannò l’Italia a risarcire il poliziotto, nel frattempo sospeso anche dalla pensione, ritenendo che Contrada non dovesse essere né processato né condannato perché all’epoca dei fatti a lui contestati il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile”.

Parlando del processo nel quale domani sarà ascoltato dai giudici, Bruno Contrada, ribadisce di non avere mai “indagato sulle stragi”, anche perché “nel ’92 ero ai Servizi segreti e a fine dicembre – spiega – sono stato arrestato”. E alla domanda se, a suo avviso, ci sia stato un depistaggio, Contrada spiega: “Se io faccio una indagine su un omicidio, anche quello di uno sconosciuto, e imbocco una strada sbagliata, non è che depisto, ma semplicemente sbaglio. Non è un depistaggio. Non parlo del caso Borsellino, ovviamente. Ma da ex investigatore. Una cosa è il depistaggio e un’altra è l’errore. Per depistare ci vuole il dolo, il fine utilitaristico. Poi c’è l’errore, l’incapacità, l’incompetenza, l’eccesso di zelo, un’ambizione o la buona fede”.

E ricorda quella volta in cui qualcuno disse che fosse presente il giorno della strage. A parlare per primo era stato Francesco Elmo, faccendiere ritenuto vicino ai servizi, sottoposto al programma di protezione su richiesta della procura di Torre Annunziata per la collaborazione sfociata nell’ inchiesta ‘Cheque to cheque’. “E’ stato detto anche questo sul mio conto… – dice oggi Bruno Contrada – Invece, come hanno potuto testimoniare 12 persone, quel pomeriggio del 19 luglio 1992 ero in barca al largo di Palermo”.

Oggi Contrada ha quasi 88 anni e ha seri problemi di salute. Da quando, a gennaio, è morta la moglie Adriana, non esce più di casa. O quasi. “Mi sento una persona a metà – dice – E’ come si mi avessero amputato un arto. Siamo stati insieme più di 60 anni. Siamo cresciuti insieme. E mi manca molto”. Domani siederà dopo anni sul banco dei testimoni in un processo. 4 aprile 2019 Famiglia Cristiana