GIOVANNI FALCONE – Articoli 6° Parte

Falcone e quel verbale dopo l’attentato all’Addaura  E’ un fatto noto che all’indomani del fallito attentato all’Addaura nel giugno 1989, il giudice Giovanni Falcone parlò in un’intervista a Saverio Lodato, allora giornalista dell’Unità ed oggi nostro editorialista, di “menti raffinatissime” che si nascondevano dietro quell’attentato.  In una delle ultime udienze del processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo, è stato acquisito, su richiesta della difesa del generale Mori, il verbale della testimonianza di Giovanni Falcone al procuratore di Caltanissetta Salvatore Celesti.  L’intento, ovviamente, è quello di dimostrare che il magistrato palermitano, ucciso poi a Capaci il 23 maggio 1992, non abbia mai fatto riferimento ad entità esterne, e che per la proprietà transitiva non si possa parlare di mandanti esterni o concorrenti esterni nelle successive stragi di mafia.

Analisi di un testimone Leggendo le carte è chiaro che emergono degli interrogativi.  In primo luogo appare assurdo come il magistrato, nonostante quelle dichiarazioni forti pubblicate su l’Unità, sia stato chiamato a testimoniare solo un anno e mezzo dopo dei fatti.  Una lentezza negli accertamenti che ricorda quel che avvenne con Borsellino qualche anno dopo, quando nel celebre discorso di Casa Professa di fatto chiese di essere sentito come testimone dalla Procura di Caltanissetta che indagava sulla strage di Capaci. Non fu mai chiamato, e il 19 luglio 1992 morì assieme agli agenti della sua scorta.  Ma leggendo il verbale del 4 dicembre 1990 in cui Falcone venne interrogato come parte lesa nell’inchiesta sul fallito attentato all’Addaura non si può non evidenziare come non gli sia stata fatta alcuna domanda su cosa intendesse dire con quella terminologia, “menti raffinatissime”, detta appena un anno e mezzo prima. Ovviamente l’allora giudice istruttore del capoluogo siciliano aveva chiaro come “il mio perdurante collegamento con i colleghi svizzeri in tema di indagini concernenti il riciclaggio rafforza ancora di più il sospetto che si sia inteso in qualche modo lanciare un avvertimento per rendere ‘meno pronta’ (le virgolette sono nel verbale, ndr) l’assistenza giudiziaria da parte della Svizzera”. E sempre Falcone, in quell’occasione, dimostrava di avere un’idea di quelli che potevano essere, sul piano pratico, gli esecutori (Marino Mannoia mi ha detto di essere certo che non poteva essere estranea la famiglia Madonia, sarebbe interessante comparare l’identikit con la fotografia dei componenti della famiglia Madonia, e in particolare con Salvatore Madonia).  Quindi, in altri punti del verbale, riportati oggi da Il Fatto Quotidiano, si legge anche che “per completezza” Falcone aggiunse due valutazioni: la prima riguardo all’ipotesi improbabile di coinvolgimenti nell’attentato diversi da quelli comunque riferibili a Cosa Nostra (“se avesse avuto una matrice diversa, in un modo o nell’altro l’organizzazione mafiosa avrebbe fatto sapere di essere estranea”); la seconda sull’esclusione di un possibile ruolo degli agenti Emanuele Piazza (al tempo scomparso) e Nino Agostino (ucciso assieme alla moglie il 5 agosto 1989), su cui al tempo la Procura di Palermo stava indagando (“Dalle indagini non è emerso nulla di particolare che possa far ritenere che i due fossero in qualche modo collegati con il mio attentato”). Bastano queste convinzioni per dimostrare che non esistono mandanti esterni? Assolutamente no, specie se si considerano gli elementi acquisiti nel tempo. Non solo.  Guardando sempre al verbale Falcone inquadra ulteriormente il contesto di quei giorni in cui si sarebbe dovuto consumare l’attentato. I 58 candelotti di esplosivo Brixia erano stati piazzati davanti alla sua casa di villeggiatura. “Visto il luogo ove era stata ubicata la borsa con l’esplosivo – spiegava il magistrato – sono sicuro che l’esplosione dell’ordigno avrebbe provocato effetti letali solo per le persone che stazionavano nei pressi, ma avrebbe provocato danni solo eventuali alla villa e ai suoi abitanti”. E poi ancora evidenziava come in quel giorno erano presenti anche i colleghi elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, giunti a Palermo per una rogatoria sul riciclaggio dell’inchiesta “Pizza connection”. “La coincidenza dell’attentato con la presenza dei giudici svizzeri che sarebbero rimasti sicuramente coinvolti nell’esplosione mi induce a una seria riflessione ove si consideri le abitudini e metodi operativi di Cosa Nostra – analizzava con lucidità – Quasi sicuramente non sarebbero stati uccisi dei magistrati di un altro Paese ove ciò non fosse stato ritenuto opportuno e necessario”. E dopo avere premesso che “ove si fosse voluto prendere di mira soltanto la mia persona avrei potuto essere oggetto di attentati in mille altri modi e in mille altri luoghi”.

L’avvertimento  Quel fallito attentato, secondo Falcone, era un “avvertimento”, aggiungendo che “proprio i colleghi svizzeri in quel periodo si stavano occupando di indagini soprattutto finanziarie riguardanti notissimi esponenti della mafia siciliana” e sottolineando che in quel procedimento, al tempo condotto dai colleghi svizzeri vi erano figure di peso come “Vito Roberto Palazzolo, Leonardo Greco, Salvatore Amendolito e Oliviero Tognoli“. Soggetti in qualche maniera borderline il cui ruolo “non era del tutto chiaro”.  Non solo. Falcone mise a verbale di essere convinto che Tognoli non avesse detto tutta la verità “sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e su inquietanti vicende riguardanti la sua fuga da Palermo subito dopo l’emissione di un ordine di cattura nei suoi confronti”. Sempre Falcone disse che lo stesso ammise “di essere stato avvertito da qualcuno che non può non essere un uomo delle istituzioni, ma sul punto Tognoli è ancora reticente”. Non solo. Falcone rivela a Celesti di avere “espletato una rogatoria internazionale” chiedendo il verbale di Tognoli reso ai colleghi svizzeri. Il documento però, “non ci viene trasmesso per l’opposizione del suo difensore per il timore palesato da Tognoli che le sue dichiarazioni venissero in qualche modo conosciute in Italia”. Per comprendere questi passaggi, forse, sarebbe utile risentire le parole della giudice Carla Del Ponte, intervenuta nel maggio 2020 alla trasmissione Atlantide.


Le parole di Carla Del Ponte  Oliviero Tognoli decise di farsi arrestare a Lugano perché diceva che lì la mafia non c’era. Lui sapeva di essere ricercato in Italia. – aveva raccontato rispondendo alle domande del conduttore Andrea Purgatori – Però non voleva far sapere di essersi costituito quindi si parlò solo di arresto. Una delle prime domande che gli posi fu chiedergli chi l’avvertì di aver avuto un ordine di arresto in Italia, e lui mi disse che era vero di essere stato avvertito e a farlo era stato il funzionario di polizia e dei servizi segreti Bruno Contrada. Per me non era nessuno, quindi presi l’informazione e la passai subito a Giovanni Falcone, col quale eravamo naturalmente in contatto perché io stavo bloccando a Lugano tutti i conti bancari di riciclaggio di denaro proveniente dai traffici di droga”.”Non glielo dissi al telefono – aveva ricordato il giudice svizzero – perché nel frattempo avevo oramai imparato che al telefono non si dicono certe cose. Quindi la prima volta che ci vedemmo a Lugano glielo dissi. Rimasi sorpresa nel vedere Falcone non sorpreso che questo Bruno Contrada avesse avvertito Tognoli dell’ordine di arresto. Naturalmente voleva che Tognoli lo mettesse a verbale e lì Tognoli quando poi ci siamo incontrati tutti ha sempre rifiutato. Io ricordo che non gli aveva mai detto a Falcone che fosse Contrada, lo ha lasciato capire, intendere, perché naturalmente era in mia presenza e quindi era difficile negarlo però ripeto non l’ha detto spontaneamente il suo nome. O magari l’ha detto a lui. Perché devo dire anche è stata forse l’unica volta che vidi Falcone arrabbiarsi. Falcone non si arrabbiava mai quando interrogava, invece con Tognoli sì. Si arrabbio con lui perché praticamente negava l’evidenza. Sono passati molti anni ma credo che non ha mai verbalizzato che fosse Bruno Contrada, tant’è che andai io stessa a testimoniare a Palermo”. Sono questi dunque i contesti investigativi dietro cui lavoravano Falcone ed i colleghi svizzeri al tempo del fallito attentato. Contesti di mafia, sì, ma non solo.Aaron Pettinari 25 Novembre 2020 ANTIMAFIA DUEMILA


4 agosto 1991.PIU’ FORTE DEI POLITICI LA TESTA DELLA MAFIA *
di GIOVANNI FALCONE
IL tempo è galantuomo. La riflessione, un po’ sciasciana, mi è arrivata spontanea, sfogliando le pagine di cronaca di questi ultimi giorni. Due notizie, a mio avviso, meritano di essere considerate con un’attenzione maggiore di quanta ne sia stata dedicata: il deposito della motivazione della sentenza di appello nel primo maxiprocesso contro Cosa Nostra e le recentissime dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, su due vicende importanti della nostra storia recente. E cioè: il rapimento di Aldo Moro e l’ uccisione del banchiere Roberto Calvi.
Entrambe le notizie mi sembra riportano all’attenzione, rendendo giustizia di certe banali approssimazioni degli anni passati, argomenti centrali per la comprensione del fenomeno mafioso e, quindi, per la scelta delle giuste contromisure: la struttura di Cosa Nostra e il meccanismo che regola la dialettica dei rapporti della mafia con gli “altri poteri” , quello politico compreso.
Andiamo con ordine. Alcuni mesi fa, quando il presidente della Corte d’Appello lesse il dispositivo di udienza che concludeva il primo processone a Cosa Nostra, molti si avventurarono in giudizi catastrofici. Quella sentenza fu bollata come un vistoso e deludente cambio di rotta che vanificava tanti sforzi e sacrifici nelle indagini di mafia. Leggendo, adesso, la motivazione depositata nei giorni scorsi – e in questo senso il tempo è galantuomo – si capisce quanto quelle analisi, superficiali e non condivise dai commentatori più attenti, si siano rivelate del tutto ingiustificate.
Al di là delle decisioni adottate sulle singole imputazioni, il dato più significativo della sentenza oltre al riconoscimento del ruolo decisivo dei pentiti nella ricostruzione dei delitti di mafia e della assoluta trasparenza nella loro “gestione” è costituito dalla motivata riaffermazione della unicità strutturale ed organizzativa di Cosa Nostra. Contrariamente a quanto possa apparire a prima vista, questa è una grande novità. Non dimentichiamo che, solo qualche anno fa, veniva messa in discussione addirittura la stessa esistenza della mafia e che certa stampa isolana liquidava sbrigativamente il problema, attribuendo pudicamente la matrice dei delitti ad “ignota mano assassina”.
È risultato di grande rilievo, quindi, che sia stata autorevolmente confermata dai giudici di secondo grado, dopo ulteriori verifiche rispetto a quelle già particolarmente attente della Corte di primo grado, l’esistenza e l’unicità di una organizzazione criminale che, per numero dei suoi membri e per pericolosità, non ha uguali nel mondo occidentale. La precisazione è d’ obbligo: non perché vi sia da menar vanto per l’esistenza di un fenomeno criminale di tali proporzioni, ma perché finalmente si è giunti ad una incontestabile identificazione della natura e delle dimensioni del da combattere.
Una diagnosi, questa, indispensabile per la scelta di una giusta terapia di contrasto. I termini del problema sono ormai noti a tutti, per cui certe fantasiose ricostruzioni o, peggio, certe strane dimenticanze della realtà mafiosa non sono più consentite e si rivelerebbero fonte di imperdonabili errori nella strategia contro la “piovra”.
E veniamo alla seconda notizia. Ci arriva dalla solita violazione del segreto che dovrebbe accompagnare le indagini del pubblico ministero e che, invece, pare impossibile da rispettare, specialmente nelle vicende più eclatanti. Sembra, dunque, che il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia abbia riferito, prima alle autorità statunitensi poi ai magistrati italiani, del rifiuto di Cosa Nostra nonostante la richiesta di autorevoli uomini politici di adoperarsi per la liberazione di Aldo Moro. Il pentito avrebbe parlato anche della uccisione, per mano della mafia, del banchiere Roberto Calvi, “colpevole” di non aver restituito somme di denaro di provenienza illecita e di pertinenza delle “famiglie” palermitane.
Non è certo questa la sede per verificare l’attendibilità delle rivelazioni, né per ipotizzare quale seguito giudiziario queste potranno avere. Ma non si può ignorare come, ancora una volta, la realtà smentisca chi vorrebbe annegare lo specifico del fenomeno mafioso in una genericità priva di qualsiasi riferimento ai suoi collegamenti con la terra d’origine. Penso allo scetticismo di tanti autorevoli esperti che ritengono riduttiva l’indicazione di cercare a Palermo la “testa del serpente”. Ma la realtà smentisce anche chi si ostina a disegnare improbabili scenari dove hanno vita schematici rapporti tra mafia e politica, ipotizzando una subalternità della prima rispetto alla seconda.
L’intreccio è, in realtà, molto più complesso di quanto si pensi e poco adatto a generalizzazioni tanto suggestive quanto infondate. Una costante, tuttavia, a conferma del potere di Cosa Nostra, si può dedurre dalle diverse vicende che costellano la storia siciliana. E cioè: la mafia si è sempre rifiutata seppure in presenza di pressioni politiche o di autorevoli centri di interessi di intervenire in imprese che non siano anche di sua utilità e comunque senza la garanzia del rispetto della propria autonomia.
Mi pare superfluo sottolineare quanto, tali caratteristiche, siano la spia della soglia di pericolosità ormai raggiunta dalla mafia. E della necessità che qualunque attività di contrasto tenga conto della unicità del fenomeno che si vuole combattere, facendo ricorso, dunque, a strategie unitarie e a strutture e uomini altamente specializzati.