PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA: «Le mie pubbliche scuse per il depistaggio e gli errori sul delitto Borsellino»

 

Il procuratore nazionale antimafia: ostacolata la ricerca della verità. Sulle stragi del ‘92-’93 c’è ancora molto da indagare e da scoprire. Gli archivi dell’intelligence saranno messi a disposizione dei magistrati

Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia dal 4 maggio scorso: che senso ha celebrare, trent’anni dopo, l’anniversario della strage di via D’Amelio?
«È importante ricordare ciò che avvenne, per conservare l’ammirazione e la gratitudine che il Paese deve alle vittime di quel terribile delitto. Soprattutto per riconoscere l’enorme debito di verità e giustizia che ancora oggi abbiamo verso le vittime e i loro familiari. Un debito che impone di lavorare in silenzio e con serietà per placare quella sete insoddisfatta di verità e di evitare la retorica e la ritualità di celebrazioni che, seppure sentite e commosse, inevitabilmente rischiano di esacerbare il dolore di chi non può non guardare con diffidenza e fastidio alle formali promesse di impegno succedutesi negli anni».

La sua sembra una risposta ai figli di Paolo Borsellino. Che cosa può dire ai familiari del magistrato e degli agenti uccisi, su quello che una sentenza ha definito «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiani», dopo l’assoluzione e le prescrizioni nel processo ai poliziotti accusati di calunnia?
«A prescindere dalle responsabilità dei singoli, che si possono valutare soltanto nelle sedi istituzionali, per la responsabilità della mia funzione non posso che chiedere pubblicamente scusa per tutte le omissioni e gli errori, ma anche per le superficialità e persino le vanità che hanno ostacolato la ricerca della verità sulla strage. Sono scuse che porgo con rispetto e profonda consapevolezza ai familiari delle vittime e alle persone che, innocenti, sono state trascinate nel baratro della condanna per quel delitto. Gli uni e le altre sanno assai meglio di noi che il tempo non lenisce quelle ferite, se tante domande restano senza risposta».

Si poteva arrivare prima a scoprire le bugie smascherate dal pentito Spatuzza solo nel 2008?
«Nessuno può dirlo con certezza. Però non c’è dubbio che la scelta di Spatuzza di collaborare con la giustizia fu per anni frenata dal timore di ritorsioni e vendette di Cosa Nostra. Non bisogna dimenticarlo. Anche per non rischiare di perdere di vista l’importanza, assolutamente fondamentale nel contrasto alle mafie, dello strumento dei collaboratori di giustizia, per cui tanto si spese Giovanni Falcone. Anzi, da tempo è matura l’esigenza di assicurare al sistema di protezione dei collaboratori reali standard di modernità ed efficienza; ancora oggi, ad esempio, per un’inerzia legislativa davvero incomprensibile, manca una disciplina dei documenti di copertura che impedisca, come purtroppo è accaduto, che una cosca mafiosa rintracci il collaboratore che ne ha svelato i delitti attraverso mirati accessi abusivi alle informazioni dei sistemi sanitari, previdenziali e fiscali».

Ma proprio il depistaggio sul delitto Borsellino ha mostrato i rischi di un cattivo uso del pentitismo.
«In generale, proprio il valore essenziale di quello strumento rende ancora più importante la responsabilità della magistratura di assicurare un rigoroso controllo della sua applicazione. Ciò richiede elevata professionalità, rigore metodologico e profonda conoscenza della natura e delle dinamiche dei fenomeni mafiosi. A partire dalla raccolta delle dichiarazioni del collaboratore».

Ci sono analogie tra quanto accaduto per la strage di via D’Amelio e altre pagine oscure della storia giudiziaria italiana?
«Abbiamo bisogno di riflettere a fondo su ognuna di quelle che lei chiama “pagine oscure”. Il prossimo anno, ad esempio, sarà l’occasione per ricordare, quarant’anni dopo, la strage mafiosa nella quale perse la vita Rocco Chinnici, cui tanto deve l’esperienza del pool antimafia di Palermo, ma anche per riflettere sull’emblematica storia di Enzo Tortora. I delicatissimi poteri affidati a magistratura e apparati di polizia a fini di giustizia esigono, per ricevere una “giustificazione sociale”, la più scrupolosa osservanza delle regole e delle garanzie individuali. Un generale ripudio della tentazione di coltivare immagini edulcorate e a tutto tondo di sé, assegnandosi sempre e solo ruoli benefici e salvifici, aiuterebbe a evitare ogni affievolimento di quel ruolo di garanzia dei diritti e della legalità processuale, innanzitutto nella fase delle indagini, che fonda l’indipendenza della magistratura, e in particolare del pubblico ministero. Ma bisogna evitare anche rischi contrapposti».

Ad esempio?
«L’uso politico strumentale dell’errore giudiziario e persino della fisiologica diversità delle pronunce giudiziarie traspare spesso nelle proposte di comprimere le prerogative processuali del pubblico ministero, indebolendone la responsabilità nella direzione delle indagini. Che resta essenziale, anche per evitare che la giustizia torni, come in un tempo non troppo lontano, a scorrere solo lungo i binari tracciati dai mattinali delle questure».


Che cosa resta da scoprire sulle stragi di mafia del 1992-93?

«Obiettivamente, molto. Sin dal primo momento fu drammaticamente chiaro che le stragi rivelavano disegni e relazioni criminali difficilmente riconducibili alle sole strategie di un’organizzazione schiettamente criminale come Cosa Nostra. Basti ricordare le parole che il presidente del Consiglio Ciampi pronunciò dinanzi alle Camere riunite dopo i simultanei attentati del luglio ’93, additando la responsabilità di “una torbida alleanza” di forze eterogenee, ma con comuni obiettivi di destabilizzazione politica. Molti elementi, anche di recente acquisizione, sembrano indicare quello scenario anche in relazione ad altri non meno gravi delitti, la ricostruzione dei quali esige però ancora grande impegno ed un estremo rigore nelle valutazioni del materiale indiziario; anche perché ogni tentativo mal riuscito allontana la formazione di prove affidabili. In questa prospettiva, stiamo definendo un’apposita intesa con il Dis per rendere concretamente accessibili ai magistrati che indagano tutti i documenti dei servizi segreti versati all’Archivio di Stato, in attuazione delle direttive politiche, da ultimo del presidente Draghi, sulla declassificazione delle informazioni di intelligence sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia repubblicana».

Che cosa può e intende fare la Procura nazionale per aiutare le indagini ancora in corso?
«La Dna deve garantire l’impulso e l’effettivo coordinamento delle indagini che da tempo impegnano le Procure di Caltanissetta, Firenze, Palermo, Roma, Reggio Calabria e Catanzaro. Siamo dunque impegnati ad assicurare la tempestiva condivisione delle informazioni e l’opportuna concertazione delle iniziative dei vari uffici, anche attraverso l’applicazione ad alcune di quelle indagini di magistrati della Dna, secondo un modello di integrazione degli indirizzi investigativi che va consolidato e va potenziato. Anche per evitare aporie, contraddizioni e tensioni, che sono incomprensibili all’opinione pubblica e capaci di minare la credibilità e l’efficacia della nostra azione. Tuttavia, va riconosciuto che la grandissima parte dei pm italiani ha da tempo imparato a lavorare insieme, interiorizzando la cultura del coordinamento. Confido che ciò renderà più efficace il nostro sforzo di lavorare accanto alle Procure distrettuali per sostenerne e valorizzarne l’impegno, rifuggendo dai rischi di approcci autoritari e autoreferenziali».

18 luglio 2022 (modifica il 19 luglio 2022 | 00:31)


La famiglia Borsellino: «Grati per le scuse, ma chi ha sbagliato sia fuori dalle indagini»-

Mai come quest’anno omaggio (alle vittime) fa rima con depistaggio, a pochi giorni dalla sentenza che ha certificato il contributo di almeno due poliziottidell’epoca al falso pentimento del falso mafioso Vincenzo Scarantino, accusa oggi dichiarata prescritta; ma non sono certo loro gli ideatori, né i mandanti delle prove manipolate. Lo spiega l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, primogenita del magistrato assassinato, e di fatto rappresentante legale della famiglia. Sia nei processi in cui è stato legale di parte civile, sia nel giorno in cui i figli di Borsellino hanno deciso di disertare le cerimonie ufficiali; solo Manfredi, funzionario di polizia, è andato alla caserma dell’ufficio scorte dove il capo del Dipartimento Lamberto Giannini ha deposto una corona di fiori sulla lapide che ricorda i cinque agenti caduti nella strage: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina e Vincenzo Li Muli.

Sono tutti anelli di un’unica catena, sostiene il marito di Lucia Borsellino, che per sedici anni ha legato l’attentato di via D’Amelio a una falsa verità costruita dagli investigatori e avallata dai pubblici ministeri e poi dai giudici di primo e secondo grado di Caltanissetta, fino a quelli della Cassazione. Per questi errori tramutatisi in depistaggio, dopo trent’anni, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha chiesto pubblicamente scusa ai familiari di Borsellino e agli innocenti condannati all’ergastolo, scarcerati dopo 17 anni di detenzione. «Un atto di sensibilità umana e istituzionale di cui siamo grati — commenta Trizzino — e che altri avrebbero dovuto compiere prima. Penso però che la magistratura debba fare un passo ulteriore, trovando dei meccanismi per cui chi è stato coinvolto, anche in buona fede, in quelle indagini inquinate e inquinanti non siano più investiti in futuro delle indagini sulla strage. Quegli inquirenti hanno avuto la loro occasione, hanno fallito, ora devono lasciare il campo a chi può guardare e leggere con occhi diversi quelle carte». CORRIERE DELLA SERA