DIEGO CAVALIERO

 

In foto con Manfredi Borsellino


VIDEO

 

«L’ultimo sorriso di Borsellino». Parla l’allievo, Diego Cavaliero

«Paolo era un macinacarte. Per lui il lavoro era importantissimo, ma non era la sua vita». Non ha mai fatto a gara per essere amico o erede di Paolo Borsellino, ma Diego Cavaliero, oggi 59 anni e consigliere di Corte d’Appello di Salerno, del magistrato assassinato in via D’Amelio esattamente 25 anni fa assieme ai cinque agenti di scorta era una sorta di «figlio putativo ».

Per un quarto di secolo ha tenuto i suoi ricordi come un tesoro prezioso da custodire gelosamente. Del suo rapporto con il giudice palermitano ha parlato solo nelle aule di giustizia di Caltanissetta, durante gli innumerevoli processi per fare luce sulla strage del 19 luglio 1992, ma senza giungere a nessuna verità. Adesso di colui che riconosce come «padre, amico e maestro», parla nel libro ‘Paolo Borsellino. L’uomo giusto’ (San Paolo Editore) e tira fuori aneddoti, che fanno del giudice Borsellino una persona capace di porre attenzione all’altro con cui entra in relazione. Cavaliero incontra Borsellino, che è stato appena nominato procuratore capo a Marsala, quando viene assegnato come uditore giudiziario proprio alla procura di Marsala. I due magistrati, gli unici in servizio, a partire dal gennaio 1987, si dividono il lavoro a metà. Ma Borsellino capisce di avere alcune lacune sul lavoro da svolgere come pubblico ministero, avendo svolto sempre il ruolo di giudice istruttore, in vigore nel vecchio Codice di procedura penale sostituito poi nel 1988. Così un giorno, davanti a un piatto di spaghetti sul lungomare di Marsala, dice a Cavaliero: «Diego, insegnami a fare il procuratore della Repubblica. Ho sempre fatto il giudice istruttore, ma mi rendo conto che ho delle grosse lacune. Tu sei più fresco di studi». «Lui in ogni caso è il capo, un leader» sottolinea. «Grazie anche al suo ruolo in famiglia, riesce a mediare sempre tra la funzione di padre e quella di magistrato.

Diego Cavaliero, allievo di Paolo Borsellino

Il pedagogo parla al giudice». I due vivono e lavorano in maniera simbiotica. Cavaliero diventa di casa dai Borsellino, frequenta la villetta di Villagrazia, fa amicizia coi figli, accompagna il giudice dalla mamma in via D’Amelio. Poi il giovane magistrato è costretto, per motivi familiari, a tornare a Salerno, ma ogni scusa è buona per incontrarsi. Accade anche alla fine di giugno 1992, a Giovinazzo, in Puglia, dove Borsellino si trova per un convegno. Giovanni Falcone è stato ucciso da poco più di un mese, l’albergo è assediato per motivi di sicurezza.

«Mi dice: ‘Sai Diego, quando subisci la perdita di un parente caro, tu vai al suo funerale e piangi non solo perché ti è morto il parente o l’amico, ma perché sai che la tua fine è più vicina’» racconta Cavaliero. È la prova che Borsellino è perfettamente consapevole della fine a cui sta andando incontro. Cavaliero desidera che Borsellino faccia da padrino di battesimo al suo bambino, Massimo. La risposta è immediata: «Ne sono felice, così tolgo questo bambino dalle mani di un miscredente come te». Il battesimo è fissato a Salerno per il 12 luglio, domenica.

Il luogo della strage a Palermo, in via D’Amelio, dove il magistrato palermitano si era recato a trovare l’anziana madre il 19 luglio 1992

«Ma non è Paolo quello che ho di fronte – racconta Cavaliero – è completamente assente ». Tranne per un momento, quando prende il suo nuovo figlioccio sulle gambe e sorride. Probabilmente è l’ultima fotografia, appena sette giorni prima della strage. Cavaliero è un testimone prezioso anche del modo di vivere la fede cristiana di queste giudice: «Credo che la fede lo abbia aiutato in quello che è il concetto di morale, che va anche al di là della religione, ma individua ciò che è giusto o sbagliato in senso assoluto ». Resta l’amarezza e la delusione su quella verità negata. «Perché è morto Paolo non si sa e forse non si saprà mai. Ci sono due fatti che da uomo della strada non riesco a capire. Il primo è il problema dell’agenda rossa sparita dalla borsa ritrovata dentro la Croma blindata in via D’Amelio.

Perché non è stato fatto l’esame del Dna sulla borsa, visto che lo hanno fatto sui mozziconi di sigaretta ritrovati a Capaci, rendendo immediata l’individuazione di chi aveva schiacciato il telecomando per la strage?» si interroga Cavaliero. E poi la creazione del falso pentito Vincenzo Scarantino: «Come si è arrivati a questa figura? ». «Paolo è morto da solo – aggiunge – con la consapevolezza di andare a morire, ha affrontato il proprio destino come un samurai, che credeva nella giustizia non come principio astratto ma come affermazione di verità, affrontando un nemico armato della propria fede cristiana e della propria idea di legalità e di giustizia».

Alessandra Turrisi AVVENIRE 19 Luglio 2017



L’allievo di Borsellino: “Dopo l’omicidio di Lima mi disse: ‘Inizia la resa dei conti’”

 

 “Era stato ucciso da poco l’europarlamentare democristiano Salvo Lima e ricordo nitidamente le parole di Paolo. Mi guardò dritto negli occhi e mi disse: ‘Sai Diego, dopo l’omicidio di Salvo Lima, è iniziata la stagione della resa dei conti’. Ne era certo. Lo avvertivo dal suo sguardo. Era molto serio. E poco tempo dopo iniziò la stagione delle stragi”. A raccontarlo, mentre guarda con gli occhi lucidi la camera abitata nell’estate del 1985 daPaolo Borsellino e dalla moglie Agnese, è Diego Cavaliero, allievo, amico fraterno del giudice Paolo Borsellino e dei suoi figli. Cavaliero è sull’isola dell’Asinara, che nel 1985 divenne il palcoscenico di uno dei capitoli forse meno conosciuti ma più cruciali della lotta alla mafia. In questo luogo isolato, lontano da Palermo, due uomini stavano gettando le basi per un’impresa che avrebbe cambiato la storia d’Italia: il Maxiprocesso. I loro nomi erano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Cavaliero lo racconta alla presenza di Lucia e Manfredi Borsellino. Lucia è arrivata qui per la prima volta dopo 40 anni da quell’estate che la vide anche ammalarsi. A organizzare l’incontro è stato Andrea Vacca, Presidente della Giunta esecutiva sezionale della Sardegna, in collaborazione con la commissione Legalità del Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati e con la Giunta sezionale di Palermo guidata da Giuseppe Tango.
Una due giorni per rendere omaggio ai due giudici a 40 anni da quando scrissero proprio sull’isola l’ordinanza sentenza del Maxiprocesso a Cosa nostra. Tra i presenti, oltre a Diego Cavaliero, anche Rino Germanà, il poliziotto che scampò all’attentatomafioso nel 1992, e altri due sopravvissuti alle stragi: Giovanni Paparcuri e Giuseppe Costanza. Una due giorni con tanti nomi illustri della magistratura sarda e palermitana. Per Anm, oltre all’organizzatore Andrea Vacca, hanno partecipato il segretario generale Rocco Maruotti, il componente della Giunta Giuseppe Tango e il presidente della commissione Legalità Gaspare Sturzo. Tra gli ospiti il procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio, il procuratore di Cagliari Rodolfo Sabelli, il Pg di Palermo Lia Sava, Fernando Asaro, procuratore della Repubblica a Marsala e Antonio Balsamo, sostituto procuratore generale della Corte di cassazione. Ma anche Alessandra Camassa, Presidente del Tribunale di Trapani, Leonardo Agueci, ex Procuratore aggiunto di Palermo. E altri. È intervenuto anche il magistrato Pietro Grasso. Hanno inviato i loro videomessaggi il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta, il procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo, del procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio de Lucia.

L’amicizia tra Cavaliero e Borsellino

Cavaliero è un fiume in piena. “Ci vedemmo poi con Paolo il 28 giugno del 1992, quando io gli chiesi se voleva battezzare mio figlio appena nato. E lui mi e lui mi disse: ‘Te lo battezzo volentieri, lo levo dalle mani di un miscredente come te’. Perché ogni domenica mi toccava questa ‘punizione’ di andare alla messa”. 

Diego Cavaliero non parla volentieri. Per oltre un quarto di secolo ha tenuto i suoi ricordi come un tesoro prezioso da custodire gelosamente. Del suo rapporto con il giudice palermitano ha parlato solo nelle aule di giustizia di Caltanissetta, durante gli innumerevoli processi per fare luce sulla strage del 19 luglio 1992, ma senza giungere a nessuna verità. Qui, all’Asinara, è tornato indietro con i ricordi. Cavaliero incontra Borsellino, che è stato appena nominato procuratore capo a Marsala, quando viene assegnato come uditore giudiziario proprio alla procura di Marsala. I due magistrati, gli unici in servizio, a partire dal gennaio 1987, si dividono il lavoro a metà. I due vivono e lavorano in maniera simbiotica. Cavaliero diventa di casa dai Borsellino, frequenta la villetta di Villagrazia, fa amicizia coi figli, accompagna il giudice dalla mamma in via D’Amelio. Poi il giovane magistrato è costretto, per motivi familiari, a tornare a Salerno, ma ogni scusa è buona per incontrarsi. A Giovinazzo Paolo Borsellino, quel giorno di fine giugno 1992 confida a Cavaliero: “Diego, quando subisci la perdita di un parente caro, tu vai al suo funerale e piangi non solo perché ti è morto il parente o l’amico, ma perché sai che la tua fine è più vicina”, racconta lo stesso ex magistrato che ha lasciato la magistratura anzitempo.
“Dopo la morte di Falcone – racconta ancora Cavaliero – Paolo assunse un atteggiamento totalmente diverso. Prima parlava con me anche di indagini a Marsala. Lui diventò cupo, si chiuse totalmente. Sapeva che sarebbe stato ammazzato. Dato che pure le pietre sapevano che dopo la morte di Falcone sarebbe toccata a lui…”. E aggiunge: “Dove era lo Stato? Voi giudici dove eravate?”.  
Per Diego Cavaliero l’isola dell’Asinara, in particolare il luogo in cui vissero i due giudici nell’agosto di 40 anni fa, “è una sorta di Altare della Patria. I ricordi sono un fatto personale, che forse non interessano, però vorrei fare qualche riflessione su alcuni avvenimenti recenti”. Poi dice: “Io sono stato ‘figlio adottivo’ di Paolo Borsellino” e ricorda il legame con i figli del giudice. Tornando ancora indietro nel tempo ricorda: “Falcone e Borsellino hanno vissuto due vite parallele. Paolo diceva sempre: ‘Finché Falcone è vivo mi farà da parafulmine’”.  
Cavaliero: “Chi entrò nella blindata mentre c’erano temperature da Hiroshima?”  
Era turbato, Paolo Borsellino, in quei giorni, soprattutto dopo la strage di Capaci. “Vorrei che questo stesso turbamento fosse provato da determinati soggetti che si sono permessi, in questi giorni, di offendere in un modo meschino, disonesto, la famiglia Borsellino. A parte il fatto che essere senza neuroni per me è un onore, perché io mi ritengo il fratello ‘largo’ di Fiammetta, Manfredi e Lucia”, dice facendo riferimento alle intercettazioni registrate nell’abitazione dell’ex giudice Gioacchino Natoli in cui critica la vedova e i figli di Borsellino.  
Poi parla dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, scomparsa il giorno della strage. “Abbiamo questa famosa agenda rossa. Vorrei capire una cosa: Via D’Amelio, dopo la strage, raggiunge una temperatura degna della bomba di Hiroshima, si sciolgono i vetri delle macchine blindate. C’è qualcuno che ha il coraggio di entrare e di pendere questa agenda e di portarla via, al costo di morire fuso. Chi?”.  
E conclude: “Questa famiglia dopo oltre 30 anni dalla strage quotidianamente viene tirata per la giacchetta da qualche delinquente, nonostante loro non abbiamo mai presenziato ad anniversari, cortei, bandiere e chi più ne ha più ne metta. Non aggiunge altro se non che sono un soggetto senza neuroni…”. (di Elvira Terranova ADNKRONOS)


Via D´Amelio, le rivelazioni del procuratore Cavaliero sull´agenda rossa

21 maggio 2013 –  Non era l’agenda di Paolo Borsellino! L’oggetto rosso fotografato nel frame tirato fuori dopo anni dall’archivio video dei vigili del fuoco non era la famosa agenda rossa. Dalle risultanze della polizia scientifica di Roma risulta essere parte di un parasole per vetture in cartone utilizzato per coprire parte del corpo dell’agente di scorta Manuela Loi.  “In quell’agenda segnava tutto, in particolare iniziò a utilizzarla sempre più frequentemente dopo la morte di Falcone” sono le parole di Diego Cavaliero, sostituto procuratore di Marsala dall’86 all’89, che oggi è stato sentito nell’ambito del processo ‘Borsellino Quater’. “L’agenda rossa che utilizzava Borsellino era molto grande – spiega Cavaliero – era un’agenda dell’Arma dei carabinieri dove il giudice annotava di tutto ed utilizzava dei segni geroglifici. Per esempio c’era un segno, una specie di chiocciola, che per il giudice significava che era andato a trovare la madre”. l teste ha anche uno dei sospetti più inquietanti del giudice palermitano “Paolo avrebbe riferito ad Agnese che il generale dei carabinieri Subranni era ‘punciutu’. In quell’occasione – ricorda Cavaliero – il giudice ebbe un senso di vomito, di fastidio” Questa confidenza, già nota agli inquirenti, la signora Agnese, recentemente scomparsa, l’aveva ricevuta direttamente da Paolo Borsellino qualche giorno prima dell’attentato. La signora Agnese avrebbe confidato questo sospetto a Cavaliero poco prima del matrimonio del figlio Manfredi. Cavaliero ha anche aggiunto che il giudice Borsellino non aveva un rapporto idilliaco con l’allora capo della procura di Palermo. I due erano in contrasto per la gestione del pentito Gaspare Mutolo. A scuotere il giudice fu allora anche la morte di Salvo Lima. Borsellino aveva la percezione che a Palermo stesse per succedere qualcosa di dirompente per la prossimità del maxiprocesso. Dopo la morte di Falcone “lo stato d’animo di Borsellino – ha aggiunto il teste – era tetro, non solo per la perdita dell’amico, ma anche perchè aveva la consapevolezza che qualcosa era cambiato nella sua vita. Lui perse il suo punto di riferimento. La cosa fu devastante. La sua vita cambiò in maniera radicale. Ha iniziato a morire quando è morto Falcone. Sapeva che anche la sua morte era vicina”. Cavaliero si è soffermato anche sull’eccidio di via d’Amelio. “Il viso del giudice – ha detto – era perfettamente integro. Vidi una scarpa, sotto il citofono, credo che appartenesse a Paolo. Borsellino era molto abitudinario. Si recava dalla madre tutte le domeniche, sempre allo stesso orario, intorno alle 17”. Intanto a Caltanissetta si continua a fare il punto sulle indagini legate alle stragi di Capaci e via D’Amelio, quest’ultimo oggi al centro di un nuovo “giallo” legato ad un vecchio video dei Vigili del fuoco riemerso nei giorni scorsi, dove potrebbe essere stata ripresa la famosa “agenda rossa”. Il video è stato trasmesso alla polizia scientifica di Roma per un esame dettagliato dell’immagine che ritrae un oggetto rosso che secondo Sergio Lari, non sarebbe l’agenda di Paolo Borsellino, sparita subito dopo la strage. La perizia vuole comunque fugare ogni possibile dubbio. MADONIE PRESS


Trattativa, tocca a Diego Cavaliero: ”Dopo Capaci Borsellino aveva fretta”

Stamattina l’ex pm di Marsala ha testimoniato al processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Palermo. Due anni fa, al processo a Mori e Obinu, raccontò ciò che gli aveva riferito la moglie del magistrato: “Subranni è punciuto”

Dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino aveva fretta, e c’era la percezione che questa fretta nascesse da qualcosa di ben preciso”. Lo ha detto il magistrato salernitano Paolo Cavaliero deponendo come TESTE al processo sulla Trattativa Stato mafia.

Cavaliero era un giovane sostituto procuratore di Marsala, quando a guidare la procura trapanese c’era Paolo  Borsellino. In quegli anni, divenne amico del magistrato palermitano, assistendo ad  importanti episodi  poco prima che Borsellino venisse assassinato in via d’Amelio.

Per questo motivo, il giudice del Tribunale di Salerno Cavaliero è stato chiamato a deporre  al processo in corso davanti la corte d’assise di Palermo. “”Dopo la morte del giudice Falcone- ha spiegato il magistrato oggi in servizio al tribunale del lavoro di Salerno – la protezione nei suoi confronti era oggettivamente aumentata. Incontrai Borsellino il 28 giugno 1992 a Giovinazzo. Lui aveva perso gran parte della sua giovialita’. Era cupo, percepivo la sua preoccupazione. E parlando della strage di Capaci, Borsellino mi disse: Sai, quando una persona cara muore vai al funerale e ti addolori anche perche’ sai che anche la tua fine si avvicina”.

“Eravamo in CASA della signora Borsellino, a Palermo. Ricordo che era il 2004. Lei mi raccontò che, poco prima di morire, Paolo Borsellino un giorno tornò a CASA e si sentì male. Poi si sfogò e avrebbe detto alla moglie: Subranni è punciuto”, ha raccontato l’ex pm di Marsala, un EPISODIO già messo a verbale nel giugno del 2012, deponendo nel processo a Mario Mori e Mauro Obinuper la mancata cattura di Bernardo Provenzano, che in primo grado si concluse con un’assoluzione (attualmente è in corso l’appello).

Paolo Borsellino non si separava MAI dalla sua agenda, un diario di COLORE rossodell’Arma dei carabinieri, su cui scriveva continuamente appuntando riflessioni e quanto gli accadeva”, ha aggiunto Cavaliero davanti ai giudici che processavano Mario Mori e Mauro Obinu. L’ex magistrato raccontò anche un episodio dell’11 luglio 1992, otto giorni prima della strage di via d’Amelio: Borsellino era a Salerno per partecipare al battesimo del figlio di Cavaliero. “Improvvisamente – raccontò l’ex pm – si rese conto di non avere l’agenda e mi fece smontare la macchina per ritrovarla, poi si accorse che era in HOTEL”. A condurre l’interrogatorio dell’ex magistrato salernitano nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è il pm Roberto Tartaglia. Il processo è stato aggiornato al prossimo 4 dicembre.

(fonte L’Ora Quotidiano) 20.11.2014


Paolo Borsellino. Cavaliero (magistrato): “Uno Stato ‘distratto’ non lo ha protetto”

Ricorda i giorni condivisi in procura, a Marsala; un lavoro divenuto sempre più condivisione e una conoscenza che lo ha fatto diventare parte della famiglia Borsellino. Diego Cavaliero, magistrato – autore della prefazione del libro “Paolo Borsellino 1992… La verità negata” (ed. San Paolo), scritto da Umberto Lucentini e Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino – era al suo primo incarico a Marsala, come sostituto di Paolo, allora procuratore della Repubblica, tra il 1986 e il 1992. Da lì il primo contatto e un’amicizia che sarebbe durata tutta la vita.
Tra ricordi, aneddoti e sorrisi, per i bei momenti vissuti assieme, Diego ripercorre il ricordo del collega ucciso trent’anni fa in via d’Amelio, a Palermo. “Una volta eravamo su un vespino vicino all’aeroporto di Punta Raisi – racconta -. A un certo punto Paolo si sente chiamato da un venditore di pane, che lo vendeva nella sua macchina parcheggiata vicino. Lui era uno che non accettava niente da nessuno. Questo signore offre a Paolo un pezzo di pane. Lui lo ringrazia e ce ne andiamo. A quel punto io gli ho chiesto perché lo aveva accettato. E lui mi raccontò che aveva fatto condannare all’ergastolo il fratello di questo signore. ‘Se gli avessi rifiutato il pane, che in quel momento era la cosa più preziosa che aveva, gli avrei arrecato un’offesa gravissima’, mi disse. Questo era Paolo”.

Come conobbe Paolo Borsellino? 
Il mio ricordo mi rimanda all’inizio di un rapporto anomalo, nel senso che io mi presentai nello studio di Paolo. Lui era ancora giudice istruttore, a Palermo. Ma era stato appena nominato procuratore della Repubblica a Marsala. Entrai nel bunker, dopo aver superato innumerevoli controlli. Gli chiesi: ‘Procuratore, permesso. Sono Diego Cavaliero’. E lui mi rispose: ‘Paolo sono!’. A quel punto andammo a prendere un caffè. Per me Marsala era la prima sede come sostituto. Dopo un paio d’ore, mi ritrovai a casa sua. Perché mi invitò a pranzo e lì fui accolto da una folla festante costituita dalla signora Agnese, che cercava di moderare le intemperanze dei figli, che allora erano veramente ragazzini.

Quando Paolo tornava a casa era una festa. E io sono stato accolto come uno di loro. Posso dire di essere stato il quarto figlio di Paolo Borsellino.none

Dal punto di vista personale, qual è il suo ricordo?
Io ho perso un amico, un fratello e un padre. Quando sono arrivato in Sicilia, mi ha preso per mano e mi ha portato a imparare un lavoro ma soprattutto ad affezionarmi a un lavoro. Quando lui lavorava – e lui più di me -, eravamo in due nella procura di Marsala, trascorrevamo 12 ore insieme. A pranzo andavo da lui, la sera a volte lo andavo a prendere di nascosto dalla scorta e andavamo a Mazara del Vallo a mangiare qualcosa da qualche parte. Lui non andava solo il sabato e la domenica a casa. Ma spesso faceva delle improvvisate. Allora lo andavo a prendere e il pomeriggio andavamo a Palermo.

E dal punto di vista professionale?
Era un mezzo blindato. Io arrivai a Marsala e lui mi diede tre faldoni di carte relative a un’inchiesta su una finanziaria che prosperava tanto. Mi disse di leggerle e fargli sapere cosa ne pensassi. Io andai in cartoleria. Spesi tanti soldi di materiale. La mattina dopo andai in ufficio e Paolo mi diede un foglio di carta in bianco. Mi chiese di firmare. Io gli dissi: ‘Ma cosa firmo?’. E lui mi rispose: ‘Non ti fidi del tuo procuratore?’. Nella notte aveva redatto un provvedimento di custodia cautelare di oltre duecento pagine per gran parte dei componenti di questa struttura. Io mi permisi di dirgli: ‘Guarda, Paolo, qui sopra c’è scritto mandato di cattura’. Parliamo del vecchio codice di procedura penale. Lui si arrabbiò. Gli dissi che da procuratore della Repubblica lui faceva ordini di cattura, non mandati di cattura. Dopo mezz’ora, cancellò mandato e scrisse ordine. E mi disse: ‘Mi hai convinto’. Lui era così.

Avevamo sempre le nostre stanze aperte l’uno per l’altro. Chiedeva consigli. Si arrabbiava quando veniva contraddetto, perché non accettava di essere messo in discussione. Se ne andava quasi sbattendo la porta. Però, dopo mezz’ora massimo, tornava e diceva di andarci a prendere il caffè. Questo era il suo modo di fare pace. Non c’è mai stata un’occasione di litigio.none

Lei parla di Paolo Borsellino come di una “coperta di Linus” per i colleghi. In che senso?
Una volta dispose una perquisizione domiciliare  nei confronti di un soggetto che non sapevo chi fosse. Il giorno dopo uscì un articolo: “Perquisita l’abitazione di un deputato siciliano”. Io lessi quel giornale senza accorgermi che era un provvedimento mio. Paolo la prima cosa che fece fu quella di convocare una conferenza stampa e disse che ‘se avete qualcosa da dire la dovete dire a me, perché il collega ha agito su mia delega’. Paolo proteggeva i colleghi, faceva da parafulmine.  A patto che non ci fosse un errore doloso da parte di chi operava.

Quale sicurezza dava a chi lavorava con lui?
Totale. Nel senso che ricordo che una volta tentarono di rubarmi la macchina sotto casa. Trovai un vetro rotto ma non mancava nulla. Quando raccontai la cosa a Paolo, gli dissi che avevo trovato due cavi elettrici che scendevano dallo sterzo. In quel momento, mi disse: ‘Adesso te ne devi andare, perché la prossima volta i fili elettrici non li vedi’. Voleva dire che sarei saltato per aria. Lui era molto attento a tutti i segnali possibili e immaginabili che venivano dall’esterno.

Paolo a Marsala era un giudice scomodo

I suoi rapporti con i colleghi erano cordiali ma la cosa finiva lì. Gli altri colleghi evitavano un suo coinvolgimento anche con una pizza, perché nessuno voleva avere problemi. L’arrivo di Paolo a Marsala ebbe un effetto dirompente. E lui viveva in un appartamento a spese sue, all’interno del commissariato. Aveva un’Alfetta blindata. Lui e Giovanni Falcone erano gli unici giudici in Italia che potevano guidare la blindata senza l’autista perché non c’era la possibilità di coprire il turno di otto ore con due autisti. E Paolo ci pagava la benzina di tasca sua.

A trent’anni di distanza dal giorno della strage di via d’Amelio, quale considerazione si può fare?
Ho il timore che Paolo, come Giovanni, e tanti altri – Cassarà, Montana, Chinnici, Basile – siano morti invano. Hanno lasciato degli orfani. I figli di Paolo sono diventati uomini e donne. È stato tolto loro il padre. Però così come lo Stato, quando c’è stata la notizia di Radio Carcere secondo cui era stato organizzato un attentato per lui e per Giovanni Falcone, quando si trattava di scrivere l’ordinanza del maxiprocesso, li ha mandati all’Asinara e ha fatto pagare loro 750mila lire di vino, con fattura che ho visto, perché non ha portato Paolo chissà dove, dopo la morte di Falcone? Perché non è stato protetto così?

Non so se sarebbe vivo, però credo che lo Stato sia stato un po’ ‘distratto’, per usare un eufemismo.none

Qual è l’eredità morale lasciata da Paolo Borsellino?
La sua eredità rivoluzionaria nasce dal fatto di essere stato un grande padre, un grande magistrato, un fervente credente. Era una persona che aveva la consapevolezza di quello cui andava incontro. Tant’è vero che lui sapeva. Io gli chiedevo: ‘Ma tu hai paura?’ E lui diceva: ‘Sì, ma ci vuole anche il coraggio e l’importante è che la paura non diventi panico’. Non so quanti magistrati oggi farebbero quello che ha fatto lui. Credo veramente pochi.


DIEGO CAVALIERO  Magistrato collega di Borsellino a Marsala  Dagli insegnamenti sul campo alla grande fede. Sette giorni prima della strage, il magistrato palermitano aveva fatto da padrino di Battesimo al primogenito del giovane giudice salernitano «Paolo era un macinacarte. Per lui il lavoro era importantissimo, ma non era la sua vita». Non ha mai fatto a gara per essere amico o erede di Paolo Borsellino, ma Diego Cavaliero, oggi 59 anni e consigliere di Corte d’Appello di Salerno, del magistrato assassinato in via D’Amelio esattamente 25 anni fa assieme ai cinque agenti di scorta era una sorta di «figlio putativo». Per un quarto di secolo ha tenuto i suoi ricordi come un tesoro prezioso da custodire gelosamente. Del suo rapporto con il giudice palermitano ha parlato solo nelle aule di giustizia di Caltanissetta, durante gli innumerevoli processi per fare luce sulla strage del 19 luglio 1992, ma senza giungere a nessuna verità. Adesso di colui che riconosce come «padre, amico e maestro», parla nel libro ‘Paolo Borsellino. L’uomo giusto’ (San Paolo Editore) e tira fuori aneddoti, che fanno del giudice Borsellino una persona capace di porre attenzione all’altro con cui entra in relazione. Cavaliero incontra Borsellino, che è stato appena nominato procuratore capo a Marsala, quando viene assegnato come uditore giudiziario proprio alla procura di Marsala. I due magistrati, gli unici in servizio, a partire dal gennaio 1987, si dividono il lavoro a metà. Ma Borsellino capisce di avere alcune lacune sul lavoro da svolgere come pubblico ministero, avendo svolto sempre il ruolo di giudice istruttore, in vigore nel vecchio Codice di procedura penale sostituito poi nel 1988. Così un giorno, davanti a un piatto di spaghetti sul lungomare di Marsala, dice a Cavaliero: «Diego, insegnami a fare il procuratore della Repubblica. Ho sempre fatto il giudice istruttore, ma mi rendo conto che ho delle grosse lacune. Tu sei più fresco di studi». «Lui in ogni caso è il capo, un leader» sottolinea. «Grazie anche al suo ruolo in famiglia, riesce a mediare sempre tra la funzione di padre e quella di magistrato. Il pedagogo parla al giudice». I due vivono e lavorano in maniera simbiotica. Cavaliero diventa di casa dai Borsellino, frequenta la villetta di Villagrazia, fa amicizia coi figli, accompagna il giudice dalla mamma in via D’Amelio. Poi il giovane magistrato è costretto, per motivi familiari, a tornare a Salerno, ma ogni scusa è buona per incontrarsi. Accade anche alla fine di giugno 1992, a Giovinazzo, in Puglia, dove Borsellino si trova per un convegno. Giovanni Falcone è stato ucciso da poco più di un mese, l’albergo è assediato per motivi di sicurezza.  «Mi dice: ‘Sai Diego, quando subisci la perdita di un parente caro, tu vai al suo funerale e piangi non solo perché ti è morto il parente o l’amico, ma perché sai che la tua fine è più vicina’» racconta Cavaliero. È la prova che Borsellino è perfettamente consapevole della fine a cui sta andando incontro. Cavaliero desidera che Borsellino faccia da padrino di battesimo al suo bambino, Massimo. La risposta è immediata: «Ne sono felice, così tolgo questo bambino dalle mani di un miscredente come te». Il battesimo è fissato a Salerno per il 12 luglio, domenica. Il luogo della strage a Palermo, in via D’Amelio, dove il magistrato palermitano si era recato a trovare l’anziana madre il 19 luglio 1992 «Ma non è Paolo quello che ho di fronte – racconta Cavaliero – è completamente assente». Tranne per un momento, quando prende il suo nuovo figlioccio sulle gambe e sorride. Probabilmente è l’ultima fotografia, appena sette giorni prima della strage. Cavaliero è un testimone prezioso anche del modo di vivere la fede cristiana di queste giudice: «Credo che la fede lo abbia aiutato in quello che è il concetto di morale, che va anche al di là della religione, ma individua ciò che è giusto o sbagliato in senso assoluto». Resta l’amarezza e la delusione su quella verità negata. «Perché è morto Paolo non si sa e forse non si saprà mai. Ci sono due fatti che da uomo della strada non riesco a capire. Il primo è il problema dell’agenda rossa sparita dalla borsa ritrovata dentro la Croma blindata in via D’Amelio. Perché non è stato fatto l’esame del Dna sulla borsa, visto che lo hanno fatto sui mozziconi di sigaretta ritrovati a Capaci, rendendo immediata l’individuazione di chi aveva schiacciato il telecomando per la strage?» si interroga Cavaliero. E poi la creazione del falso pentito Vincenzo Scarantino: «Come si è arrivati a questa figura?». «Paolo è morto da solo – aggiunge – con la consapevolezza di andare a morire, ha affrontato il proprio destino come un samurai, che credeva nella giustizia non come principio astratto ma come affermazione di verità, affrontando un nemico armato della propria fede cristiana e della propria idea di legalità e di giustizia». 19 luglio 2017


DIEGO CAVALIERO   Cavaliero incontra Borsellino, che è stato appena nominato procuratore capo a Marsala, quando viene assegnato come uditore giudiziario proprio alla procura di Marsala. I due magistrati, gli unici in servizio, a partire dal gennaio 1987, si dividono il lavoro a metà. Ma Borsellino capisce di avere alcune lacune sul lavoro da svolgere come pubblico ministero, avendo svolto sempre il ruolo di giudice istruttore, in vigore nel vecchio Codice di procedura penale sostituito poi nel 1988. Così un giorno, davanti a un piatto di spaghetti sul lungomare di Marsala, dice a Cavaliero: «Diego, insegnami a fare il procuratore della Repubblica. Ho sempre fatto il giudice istruttore, ma mi rendo conto che ho delle grosse lacune. Tu sei più fresco di studi.  Lui in ogni caso è il capo, un leader. «Grazie anche al suo ruolo in famiglia, riesce a mediare sempre tra la funzione di padre e quella di magistrato. Il pedagogo parla al giudice». I due vivono e lavorano in maniera simbiotica. Cavaliero diventa di casa dai Borsellino, frequenta la villetta di Villagrazia, fa amicizia coi figli, accompagna il giudice dalla mamma in via DAmelio.  C’è lelicottero sulle nostre teste, ci sono guardie ovunque. Mi chiede di accompagnarlo in macchina a prendere le sigarette e mi dice una frase che non dimenticherò mai, a freddo: Sai Diego, quando subisci la perdita di un parente caro, tu vai al suo funerale e piangi non solo perché ti è morto il parente o lamico, ma perché sai che la tua fine è più vicina.   Sette giorni prima della strage, Paolo Borsellino aveva fatto da padrino di Battesimo al primogenito del giovane giudice salernitano Cavaliero. Paolo era un macina carte. Per lui il lavoro era importantissimo, ma non era la sua vita. È la prova che Borsellino è perfettamente consapevole della fine a cui sta andando incontro. Cavaliero desidera che Borsellino faccia da padrino di battesimo al suo bambino, Massimo. La risposta è immediata: «Ne sono felice, così tolgo questo bambino dalle mani di un miscredente come te. Il battesimo è fissato a Salerno per il 12 luglio, domenica.  Ma non è Paolo quello che ho di fronte – racconta Cavaliero – è completamente assente». Tranne per un momento, quando prende il suo nuovo figlioccio sulle gambe e sorride.