6 agosto 1980 🟥 Cosa nostra uccide il procuratore di Palermo GAETANO COSTA

 

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Gaetano Costa: il coraggio della solitudine e la genesi del metodo antimafia

 

Gaetano Costa nasce a Caltanissetta il 1° marzo 1916, all’interno di un contesto sociale e culturale siciliano segnato da storiche disuguaglianze e da complessi equilibri di potere. Dopo aver completato gli studi secondari presso il Liceo Classico Ruggero Settimo del capoluogo nisseno, sceglie di intraprendere la carriera giuridica iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo. Il 27 giugno 1938, all’età di ventidue anni, consegue la laurea con il massimo dei voti discutendo una tesi in diritto penale dal titolo “Concorso di cause nel sistema del nostro diritto positivo”, elaborata sotto la guida del professor Giuseppe Maggiore, figura di spicco della dottrina penalistica dell’epoca.

Fin dagli anni della giovinezza e degli studi universitari, Costa manifesta una spiccata coscienza civile e una profonda avversione al regime fascista, aderendo clandestinamente al Partito Comunista d’Italia insieme a intellettuali e figure di rilievo della politica siciliana quali Leonardo Sciascia, Pompeo Colajanni ed Emanuele Macaluso. Negli ambienti della militanza antifascista conosce Rita Bartoli, che diventerà sua moglie e compagna di vita, condividendone le scelte umane e le traversie professionali.

Vinto il concorso in magistratura nel 1940, la sua immissione nelle funzioni giudiziarie viene rinviata a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Chiamato alle armi come ufficiale di complemento nel Corpo del Commissariato dell’Aeronautica Militare, partecipa alle operazioni di guerra sul fronte alpino e nel Mediterraneo, venendo decorato con tre croci al merito di guerra per il servizio prestato. Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiuta ogni adesione alle forze nazi-fasciste e si unisce alle formazioni partigiane combattenti della Resistenza operanti tra la Val di Susa e la Valsesia.

Concluso il conflitto bellico, Costa entra pienamente in servizio nell’ordine giudiziario. Dopo una breve prima esperienza presso il Tribunale di Roma avviata nel settembre 1942, chiede e ottiene il trasferimento alla Procura della Repubblica di Caltanissetta, dove prende possesso nel settembre 1944 e dove opererà ininterrottamente per oltre tre decenni, prima come Sostituto Procuratore e successivamente come Procuratore Capo. Nello svolgimento del suo ruolo nel circondario nisseno, il magistrato si distingue per una straordinaria preparazione tecnica, per l’indipendenza da ogni centro di potere politico o sociale e per una spiccata umanità rivolta in particolar modo verso le fasce popolari più deboli. Pur avendo riconsegnato la tessera di partito all’atto dell’ingresso permanente in magistratura per preservare l’assoluta e visibile terzietà dell’ufficio, la sua formazione ideale e l’esperienza partigiana rimarranno il fulcro etico del suo rigore professionale.

L’intuizione pionieristica e il contesto palermitano

Durante il lungo periodo trascorso alla Procura di Caltanissetta, Gaetano Costa matura una comprensione del fenomeno mafioso ampiamente anticipatrice dei tempi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, comprende che la dinamica criminale siciliana sta abbandonando le sue forme tradizionali legate al latifondo, alla guardiania rurale e alla criminalità dei pascoli per trasformarsi in un fenomeno economico-finanziario moderno. Attraverso le prime complesse inchieste dirette sui bilanci e sulle transazioni della Banca Rurale di Mussomeli, della Banca Artigiana di San Cataldo e della filiale del Banco di Sicilia di Campofranco, il magistrato comincia a tracciare la mappa dei flussi finanziari illeciti.

Il 28 marzo 1969, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia, Costa offre un’analisi lucida e profetica della mutazione di Cosa Nostra. In quell’occasione dichiara ai parlamentari che la mafia arcaica è ormai tramontata e che l’organizzazione si è insediata nei gangli vitali della pubblica amministrazione, controllando la gestione degli appalti pubblici, le concessioni edilizie e il sistema delle assunzioni. Costa denuncia l’inadeguatezza dei tradizionali strumenti repressivi e segnala l’urgenza di introdurre nell’ordinamento italiano normative speciali capaci di aggredire direttamente i patrimoni e i conti bancari dei presunti mafiosi, unico mezzo per intaccarne il potere reale.

Nel gennaio 1978 il Consiglio Superiore della Magistratura nomina Gaetano Costa Procuratore Capo della Repubblica di Palermo. La nomina incontra un’immediata quanto strisciante ostilità all’interno del Palazzo di Giustizia palermitano. Il Procuratore uscente, Giovanni Pizzillo, rifiuta di chiedere l’anticipato possesso, ritardando deliberatamente l’insediamento effettivo di Costa fino al luglio di quello stesso anno.

Consapevole delle diffidenze e del clima conservatore che lo circonda, Costa pronuncia al momento della presa di possesso un discorso dall’inattesa chiarezza: avverte i colleghi che il suo inserimento in un ambiente sconosciuto avrebbe inevitabilmente provocato “fenomeni di rigetto”, ma auspica che la discussione interna possa svolgersi senza riserve mentali per preservare la serenità dell’ufficio, denunciando il rischio che interlocutori ostili e inficiati da inimicizie possano condurre l’organo giudiziario al degrado della lite.

La Palermo in cui Costa si trova ad operare tra il 1978 e il 1980 è attraversata da una trasformazione violenta degli assetti criminali. È la fase in cui il clan dei Corleonesi, guidato da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, muove l’offensiva contro le famiglie urbane tradizionali dei Bontate, degli Inzerillo e dei Badalamenti. Al contempo, il capoluogo siciliano diventa il centro nevralgico del narcotraffico internazionale di eroina lungo l’asse tra la Sicilia e gli Stati Uniti, un traffico capace di generare una liquidità imponente che richiede il sistematico riciclaggio dei narcodollari attraverso il sistema bancario e le imprese edili contigue alla mafia.

Il Rapporto dei 55 e la firma solitaria

Preso possesso della Procura di Palermo, Gaetano Costa impone immediatamente un cambio di passo metodologico e organizzativo. Stringe una stretta e riservata intesa operativa con Rocco Chinnici, insediatosi alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale. Per eludere i canali informativi informali che trapelano dal Palazzo di Giustizia, i due magistrati si incontrano frequentemente all’interno dell’ascensore di servizio dell’edificio, scambiandosi documenti e coordinando le indagini al riparo da occhi indiscreti.

L’attenzione della Procura e degli organi di polizia giudiziaria si focalizza sulle imponenti operazioni di narcotraffico che collegano la Sicilia alle famiglie mafiose italo-americane di New York, con particolare riferimento ai clan Gambino e Inzerillo. Le indagini svolte dalla Squadra Mobile guidata da Boris Giuliano, assassinato il 21 luglio 1979, avevano spalancato le porte dei santuari finanziari della mafia. Il testimone investigativo passa all’Arma dei Carabinieri e in specifico al Capitano Emanuele Basile, comandante della Compagnia di Monreale.

Il 16 aprile 1980 il Capitano Basile consegna al giudice istruttore Paolo Borsellino un articolato e dettagliato rapporto giudiziario, noto come il “rapporto dei 55”. L’informativa documenta con precisione i legami finanziari, societari e parentali tra il costruttore edile Rosario Spatola, figura incensurata e stimata nel mondo imprenditoriale per l’impiego di centinaia di maestranze, il boss Salvatore Inzerillo e gli esponenti del clan Gambino. Il documento dimostra come i capitali della droga vengano riciclati nel settore dell’edilizia pubblica e negli appalti del comune di Palermo.

Pochi giorni dopo il deposito del rapporto, la notte tra il 3 e il 4 maggio 1980, il Capitano Basile viene barbaramente ucciso a Monreale. Convinto che la risposta delle istituzioni debba essere immediata per impedire l’impunità degli assassini, Costa decide di intervenire con la massima severità.

La mattina del 9 maggio 1980 Costa convoca tutti i Sostituti Procuratori del suo ufficio per sottoscrivere i decreti di convalida dei fermi e gli ordini di cattura nei confronti di Rosario Spatola, Salvatore Inzerillo, John Gambino e decine di loro sodali. Nel corso del vertice si consuma uno strappo istituzionale senza precedenti. La totalità o la quasi totalità dei sostituti rifiuta di firmare i provvedimenti, adducendo formalmente la presunta debolezza degli indizi raccolti dai Carabinieri e la necessità di compiere ulteriori accertamenti.

Oltre alle riserve tecniche, emerge la diffusa resistenza dell’ambiente giudiziario a rompere gli equilibri di potere consolidati in città. Alcuni magistrati dell’ufficio diffondono all’esterno la notizia del proprio dissenso, facendo pervenire ai collegi difensivi degli indagati la voce che la linea di rigore sia farina del sacco esclusivo del Procuratore Capo.

Di fronte al rifiuto dei colleghi, Gaetano Costa decide di rompere la prassi della firma collegiale e appone la sua sola firma in calce ai 56 mandati di cattura. Con quel gesto solitario e coraggioso, il Procuratore salva l’inchiesta, che diventerà il celebre “Processo Spatola”, spina dorsale del futuro lavoro istruttorio di Giovanni Falcone, ma firma al contempo la propria condanna a morte. La fuga di notizie sul suo isolamento segnala a Cosa Nostra che la rimozione del magistrato non avrebbe innescato reazioni corali all’interno della Procura.

L’esecuzione del 6 agosto 1980

Il 6 agosto 1980 è un giorno afoso a Palermo. Gaetano Costa trascorre la mattinata lavorando nel suo studio nel Palazzo di Giustizia per completare l’esame degli ultimi fascicoli prima delle ferie estive. Il giorno seguente si sarebbe dovuto imbarcare con la moglie Rita Bartoli per raggiungere l’isola di Vulcano, nelle Eolie. Contemporaneamente, a Bologna si celebrano i funerali di Stato per le ottantacinque vittime dell’attentato alla stazione del 2 agosto.

Nonostante fosse l’unico magistrato della Procura a cui era stata formale assegnazione di una scorta, la tutela non era ancora operativa e avrebbe dovuto prendere servizio soltanto al suo rientro dalle vacanze. In ogni caso, Costa aveva sempre preferito camminare a piedi e rifiutato l’uso di vetture blindate o servizi di protezione ravvicinata nei suoi spostamenti privati, ritenendo eticamente inaccettabile mettere a rischio la vita di giovani agenti di polizia per tutelare la propria persona.

Intorno alle ore 19:30, muovendosi da solo e senza alcuna protezione a poca distanza dalla sua abitazione, Costa passeggia lungo via Cavour. Si ferma di fronte a una bancarella di libri usati per sfogliare un volume. In quel momento un commando mafioso gli si avvicina da tergo. Il killer, con il volto parzialmente nascosto da un berretto con visiera e la pistola avvolta in un quotidiano, esplode da una distanza inferiore ai cinquanta centimetri tre colpi di pistola calibro 38 sparatigli alle spalle. Raggiunto da un proiettile al volto, il Procuratore crolla al suolo dissanguandosi sul marciapiede. I sicari fuggono a bordo di una moto trovata poi bruciata o di una vettura di supporto, dileguandosi nel traffico della sera.

I soccorsi si rivelano immediati ma inutili: il magistrato spira pochi minuti dopo il suo arrivo in ospedale. L’assassinio del Procuratore Capo di Palermo provoca profondo sconcerto nel Paese, ma la risposta dell’ambiente giudiziario locale appare contrassegnata da un imbarazzato e pesante silenzio. Ai funerali partecipa una folla composta ma ristretta e si nota la clamorosa assenza di larga parte dei magistrati della Procura di Palermo, a testimonianza del clima di distanza e diffidenza che aveva accompagnato gli ultimi mesi di vita di Costa.

L’iter investigativo e processuale: le ombre di una verità incompiuta

L’inchiesta e la successiva vicenda processuale relative all’assassinio di Gaetano Costa hanno rappresentato uno dei percorsi più complessi della storia giudiziaria italiana, caratterizzandosi per una frammentazione dei fascicoli che non è arrivata a una condanna definitiva dei mandanti e degli esecutori materiali per lo specifico reato di omicidio.

Nelle prime fasi, le indagini vengono avviate a Palermo ma trasferite per competenza territoriale alla Procura della Repubblica di Catania. La magistratura etnea focalizza il quadro d’accusa nei confronti di Salvatore Inzerillo (nato nel 1957), lontano parente del boss Totuccio Inzerillo, individuato come il presunto “palo” e complice del commando di via Cavour.

Il dibattimento di primo grado si celebra dinanzi alla Corte d’Assise di Catania e si conclude con l’assoluzione dell’unico imputato per non aver commesso il fatto, sentenza confermata nei successivi gradi di giudizio. Nelle motivazioni della sentenza assolutoria, la Corte d’Assise riconosce formalmente la matrice mafiosa dell’attentato ed esplicita come durante le udienze sia “aleggiata la presenza di Cosa Nostra”, lamentando tuttavia che l’impostazione riduttiva delle prime indagini e la carenza di riscontri univoci non abbiano consentito l’affermazione di una responsabilità penale individuale.

La ricostruzione del contesto originario dell’omicidio registra un progresso decisivo con l’avvio della collaborazione con la giustizia di Tommaso Buscetta nel 1984. Rispondendo agli interrogativi di Giovanni Falcone, Buscetta dichiara che l’eliminazione di Costa non fu deliberata mediante una formale riunione della Commissione di Cosa Nostra, bensì rappresentò un’azione promossa direttamente da Salvatore “Totuccio” Inzerillo (classe 1944). Inzerillo, duramente colpito negli interessi economici dai 56 mandati di cattura firmati da Costa nel maggio 1980, volle punire il magistrato e al tempo stesso lanciare un segnale di forza militare nei confronti della fazione rivale dei Corleonesi.

Successive dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Cucuzza e Francesco Marino Mannoia, hanno confermato che Inzerillo ottenne comunque il previo e informale assenso dei principali esponenti della Cupola, tra cui Stefano Bontate, Pippo Calò e Michele Greco, e che l’agguato vide la partecipazione materiale di Giovannello Greco.

Nonostante la maturazione di queste acquisizioni storiche e investigative, la vicenda processuale specifica per la morte di Gaetano Costa non ha mai condotto a un verdetto di condanna irrevocabile nei confronti degli esecutori materiali e dei mandanti apicali. I principali indiziati del delitto, a partire dallo stesso Totuccio Inzerillo e da Stefano Bontate, vennero assassinati nel corso del 1981 durante la seconda guerra di mafia, estinguendo l’azione penale a loro carico. La sentenza definitiva si è chiusa senza colpevoli, lasciando aperto un solco di amarezza e un’incompiutezza di fondo nella storia della giustizia italiana.

Testimonianze e voci dell’epoca: il coraggio del ricordo

La figura di Gaetano Costa è stata rievocata negli anni attraverso testimonianze di altissimo valore civile che ne hanno delineato tanto l’isolamento sofferto dentro il Palazzo di Giustizia quanto il rigore etico del suo operato.

La vedova Rita Bartoli Costa si è battuta per decenni contro le dimenticanze istituzionali, raccogliendo le sue memorie nel volume “Una storia vera a Palermo”. In un’intervista rilasciata al giornalista Massimo Nava per il Corriere della Sera il 14 settembre 1983, la signora Costa descrisse la spaccatura interna alla Procura palermitana con parole prive di diplomazia, evidenziando come il Palazzo di Giustizia potesse dividersi in tre gruppi distinti: un ristretto nucleo di magistrati realmente impegnati contro la mafia, una maggioranza preoccupata unicamente della tranquillità e della carriera, e un esiguo gruppo contiguo alla criminalità organizzata. In quella stessa occasione denunciò come il marito fosse stato abbandonato dai suoi sostituti e come un paio di essi fossero andati a riferire agli avvocati dei mafiosi che la colpa dei mandati di cattura ricadeva interamente ed esclusivamente sul Procuratore Capo.

Anni dopo la scomparsa del marito, Rita Bartoli ribadì che di Gaetano Costa “si poteva comprare solo la morte”, poiché il suo rigore morale ne rendeva impossibile qualunque forma di corruttibilità o addomesticamento.

Anche i figli del magistrato hanno mantenuto un atteggiamento rigoroso e critico verso la retorica delle commemorazioni. Il figlio Michele Costa, awocato, ha espresso in più occasioni la profonda amarezza per l’isolamento in cui fu lasciato il padre, manifestando il proprio dissenso mediante scritte e prese di posizione pubbliche. Per lungo tempo Michele Costa ha scelto di non varcare la soglia del Palazzo di Giustizia di Palermo durante le cerimonie ufficiali, fermandosi sui gradini dell’ingresso in segno di protesta contro la permanenza nell’edificio di soggetti che avevano contribuito a creare il clima di ostilità attorno al genitore. Inoltre, ha criticato l’evoluzione delle correnti e delle lottizzazioni all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, ravvisandovi l’origine dell’indebolimento dei giudici indipendenti.

Il fratello Francesco Costa ha ricordato il profilo umano del padre sottolineando che, al momento dell’omicidio, egli aveva vent’anni e lo vedeva come un uomo profondamente onesto e un grandissimo lavoratore. Francesco ha evidenziato come il padre fosse una figura autoritaria senza mai volerlo essere, capace di incutere un spontaneo rispetto per la sua levatura morale senza mai abusare o ostentare il potere derivante dalla sua carica.

Tra i colleghi, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici hanno lasciato testimonianze scritte sull’impatto dell’operato di Costa. Falcone ha ricordato come il Procuratore avesse impresso una svolta fondamentale all’attività giudiziaria palermitana nel biennio 1978-1980, sbloccando energie nuove e spezzando quella tradizione di “prudenza” e quieto vivere su cui la mafia aveva potuto fare affidamento per anni. Rocco Chinnici, nei suoi appunti personali, ha annotato l’angoscia per la morte del collega, scrivendo chiaramente che Costa era stato ucciso per aver voluto compiere fino in fondo il proprio dovere di magistrato all’interno di una città sonnolenta e pervasa dalla presenza mafiosa.

La gestione della memoria e l’eredità per le nuove generazioni

La memoria pubblica di Gaetano Costa ha conosciuto un percorso complesso. Se nell’immediato decennio successivo al 1980 la sua figura è stata coperta da un imbarazzato silenzio da parte delle strutture burocratiche del Palazzo di Giustizia, la tenacia della famiglia e la nascita della Fondazione Gaetano Costa hanno consentito una piena rilettura storica del suo contributo. La città di Palermo gli ha intitolato una via e una villa comunale, mentre nel 2020 Poste Italiane gli ha dedicato un francobollo commemorativo in occasione del quarantesimo anniversario del sacrificio, affiancato dal conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria decretato dallo Stato italiano.

L’eredità che Gaetano Costa lascia alle nuove generazioni di magistrati e di cittadini si articola su due coordinate fondamentali.

Sul piano della tecnica investigativa, Costa è stato un pioniere dell’aggressione ai patrimoni illeciti e del tracciamento dei flussi finanziari. La sua intuizione di penetrare gli assetti societari e bancari per risalire ai soci occulti delle famiglie mafiose ha anticipato il metodo follow the moneyperfezionato da Giovanni Falcone e dal Pool Antimafia, dimostrando che l’azione repressiva diventa efficace solo quando colpisce la ricchezza accumulata dalle organizzazioni criminali.

Sul piano dell’etica istituzionale, la figura di Costa rappresenta un modello d’interpretazione della funzione giudiziaria fondato sull’assoluta indipendenza, sull’assenza di condizionamenti politici o correntizi e sul rifiuto del protagonismo personale. La sua scelta di sottoscrivere da solo i mandati di cattura del maggio 1980 rimarrà per sempre il simbolo del coraggio individuale posto a difesa dello Stato di diritto e della dignità della giurisdizione.

Omissioni di un sistema giudiziario

L’assassinio di Gaetano Costa il 6 agosto 1980 segna uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica italiana. La sua vicenda testimonia l’estremo sacrificio di un uomo di Stato che, formatosi ai valori della Resistenza partigiana, ha inteso l’esercizio della giurisdizione come un servizio inflessibile alla costituzione e alle istituzioni democratiche.

La sua morte in solitudine nel centro di Palermo ha messo a nudo le debolezze, le contiguità e le omissioni di un sistema giudiziario e politico che, lasciando isolati i suoi uomini migliori, ne ha agevolato l’eliminazione da parte di Cosa Nostra. Ciononostante, il solco metodologico ed etico da lui tracciato ha alimentato la stagione del Pool Antimafia e continua a costituire un punto di riferimento ineludibile per le giovani generazioni chiamate a tutelare la legalità e la libertà repubblicana.

Roberto Greco 6.8.2026 LALTROPARLANTE


Mafia, parla il figlio del procuratore Gaetano Costa: “Mio padre fu tradito”

 

Magistrati soli nella lotta alla mafia

 

“La solitudine è la condizione normale di un magistrato. Ma mio padre fu tradito”. Davanti alla lapide che ricorda del procuratore Gaetano Costa, il figlio Michele richiama il clima in cui maturò l’agguato al magistrato il 6 agosto 1980.
Costa venne ucciso poco dopo avere firmato personalmente gli ordini di cattura contro la cosca Spatola-Inzerillo coinvolta in una retata della squadra mobile. I suoi sostituti, tranne uno, non avevano ritenuto di avallare l’operazione per un approfondimento investigativo. Dopo 39 anni non c’è sul delitto una verità giudiziaria. Secondo il figlio, l’inchiesta della Procura di Caltanissetta sarebbe stata a suo tempo condotta in modo “tiepido”. Le indagini non avrebbero ricostruito compiutamente scenari e responsabilità di un grande delitto di mafia. E in questo modo, aggiunge Michele Costa, avrebbe trovato conferma “quello che mio padre aveva scritto nel giorno in cui venne ucciso, e cioè che nei delitti di mafia la causale non deve mai essere chiara”. “Per questo – conclude – per gli omicidi compiuti negli anni Ottanta sono in galera alcuni tagliagole, tanti esecutori, ma poco o nulla si sa dei mandanti”.
Alla cerimonia in via Cavour c’erano, oltre ai familiari del magistrato, anche il sindaco Leoluca Orlando, l’assessore Toto Cordaro in rappresentanza della Regione, il prefetto Antonella De Miro, il questore Renato Cortese e diversi magistrati. “Costa e gli altri servitori uccisi – dice il prefetto De Miro – rappresentavano un grande presidio per la democrazia”. BLOG SICILIA 2019


Gaetano Costa nasce a Caltanissetta il 1 marzo 1916, città dove studia, laureandosi nella facoltà di Giurisprudenza di Palermo Dopo aver vinto il concorso in magistratura arruolato come ufficiale nell’aviazione ottenendo due croci di guerra. L’8 settembre si unisce ai partigiani che stavano operando nella Val di Susa. Terminata la guerra, inizia a lavorare presso il tribunale di Roma e in seguito chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. Qui svolge la maggior parte della sua attività di magistrato prima come sostituto procuratore e poi come procuratore capo dimostrando alta preparazione professionale, indipendenza ed equilibrio. Nonostante apparisse freddo e distaccato e con poca inclinazione ai rapporti sociali, dimostrò sempre una grande umanità ed attenzione soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli. Riuscì ad intuire sin dagli anni sessanta che la mafia aveva subito una radicale mutazione e che si era annidata nei gangli vitali della pubblica amministrazione controllandone gli appalti, le assunzioni e la gestione in genere. Riteneva, infatti, che un’efficace lotta alla mafia imponeva la predisposizione di strumenti legislativi che consentissero di indagare sui patrimoni dei presunti mafiosi e di colpirli. Nel gennaio del 1978 è nominato Procuratore capo di Palermo e nel momento dell’insediamento, consapevole di dover affrontare resistenze, dichiara: “Vengo in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite”. Durante la sua gestione avvia una serie di delicatissime indagini nell’ambito delle quali tenta di penetrare i santuari patrimoniali della mafia. In particolare, firma di proprio pugno la convalida degli arresti di 55 mafiosi, in testa Rosario Spatola, fermati quattro giorni prima, subito dopo l’uccisione del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Proprio questo gesto coraggioso, insieme al fatto che Costa aveva messo gli occhi anche sugli appalti al Comune di Palermo, a partire da quello su sei scuole in mano a ditte facenti capo a Rosario Spatola a portare “Cosa nostra” a decidere di uccidere il magistrato. Fu assassinato il 6 agosto 1980, mentre si trovava da solo e senza scorta davanti a una bancarella di libri nella centralissima via Cavour, vicino alla sua abitazione. Fu raggiunto alle spalle da tre colpi di pistola sparatigli da due killer in moto. Il delitto venne ordinato dal clan mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo. Pur essendo l’unico magistrato a Palermo al quale, in quel momento, erano state assegnate un’auto blindata ed una scorta, non ne usufruiva ritenendo che la sua protezione avrebbe messo in pericolo altri e che lui era uno di quelli che “aveva il dovere di avere coraggio”. L’omicidio, di chiaro stampo mafioso, tutt’ora non ha un colpevole, sebbene la Corte di assise di Catania ne abbia accertato il contesto individuandolo nella zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato. Il suo impegno fu continuato da Rocco Chinnici, allora tra i pochi che lo capirono e ne condivisero gli intenti e l’azione, e a cui, per questo, toccò la stessa sorte. Nel libro “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, edito da Mondadori, Caterina Chinnici ricorda l’abnegazione di Gaetano Costa con queste parole: “Nel febbraio 1982 – noi l’abbiamo scoperto dopo – papà andò in missione a Roma, sotto falso nome, a riferire al Consiglio Superiore della Magistratura cosa stava accadendo a Palermo. Raccontò di Costa, di come fosse stato lasciato solo a firmare un plico di ordini di cattura di cui nessuno voleva farsi carico, contro le famiglie Spatola, Inzerillo e Gambino. Disse che era stato ucciso per aver voluto compiere il suo dovere di magistrato, ed era esattamente così. Nessuno di quegli uomini – Costa, Scaglione, Terranova, Mattarella, Basile e gli altri che si aggiunsero alla lista nel 1981 – stava facendo altro che il proprio dovere”. Lo Stato ha onorato il suo sacrificio con il conferimento della Medaglia d’oro al merito civile per aver esercitato la propria missione ispirandosi al principio dell’indipendenza della funzione giudiziaria, con profondo impegno ed appassionata dedizione, distinguendosi per la particolare fermezza ed il rigore morale, pur consapevole dei rischi personali connessi alla sua funzione di Pubblico Ministero   MINISTERO DELL’INTERNO


 

FONDAZIONE GAETANO COSTA


 

Gaetano Costa (Caltanissetta, 1° marzo 1916 – Palermo, 6 agosto 1980)   magistrato italiano, ucciso da Cosa Nostra mentre ricopriva la carica di Procuratore Capo a Palermo.Nato a Caltanissetta, dove studiò fino alla maturità, si laureò in Giurisprudenza all’Università di Palermo. Sin dal liceo aveva aderito al Partito Comunista d’Italia, ai tempi del fascismo clandestino. Nel 1940, a 26 anni, vinse il concorso in Magistratura, ma fu subito arruolato come Ufficiale dell’Aviazione durante la Seconda Guerra Mondiale, ottenendo due croci di guerra, per poi raggiungere la Val di Susa unendosi alla Resistenza Partigiana. Immesso in ruolo come giudice istruttore a Roma, chiese e ottenne il trasferimento a Caltanissetta nel 1944, dove rimase fino al 1978.In quegli anni si occupò sistematicamente del fenomeno mafioso, con indagini sulla Banca Rurale di Mussomeli, la Banca Artigiana di San Cataldo, la filiale del Banco di Sicilia di Campofranco. Durante la visita a Caltanissetta della Commissione Parlamentare Antimafia, nel 1969, diede una lucida analisi della mafia che stava cambiando pelle e sugli appalti “solo formalmente regolari” nella pubblica amministrazione: “Ormai non esiste più un certo tipo di attività mafiosa, quella tradizionale, quella che si concretizzava nei sequestri, nei danneggiamenti, negli incendi, nell’omicidio… Ora, quando dopo la riforma agraria è venuto meno il latifondo, c’è stata la suddivisione dei feudi, la campagna si è impoverita e non rende più; in queste condizioni è evidente che non c’è convenienza, non è più un affare andare a controllare una campagna per stabilire che un determinato ladruncolo si orienta verso un pascolo piuttosto che un altro. La mafia, quindi, ha abbandonato virtualmente la campagna, date queste mutate condizioni. Penso che il complesso dei problemi sia rappresentato dall’amministrazione e che esso vada esaminato più a fondo.”
La nomina a Procuratore Capo di Palermo Nel gennaio 1978 fu nominato Procuratore capo di Palermo ma la reazione del “Palazzo” fu, in larga misura, negativa, tanto da far sì che si ritardasse la sua immissione in possesso sino al luglio di quell’anno perché il suo predecessore, Giovanni Pizzillo, si rifiutò di chiedere l’anticipato possesso. Insediatosi ad agosto, consapevole delle resistenze che avrebbe dovuto affrontare, dichiarò: “Vengo in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite.”
Come raccontato dal figlio, fino alla fine di Natale venne tenuto sotto controllo dal sostituto procuratore aggiunto Martorana, che filtrava tutto quello che arrivava sulla sua scrivania. Inizialmente cercò di evitare il filtro, poi si scontrò duramente con l’aggiunto e cominciarono gli attacchi contro di lui[. Per sapere quello su cui stavano lavorando i suoi sostituti, faceva quelle che lui chiamava “perquisizioni domiciliari”: si alzava dalla sedia e si faceva un giro nelle loro stanze, sbirciando tra le carte.  
L’indagine sul traffico di droga degli Spatola-InzerilloNei primi mesi del suo lavoro, Costa strinse un forte sodalizio con il capo dell’Ufficio Istruzione Rocco Chinnici: i due si incontravano spesso nell’ascensore di servizio per discutere delle indagini lontani da occhi e orecchie indiscrete[. In quel periodo le indagini si stavano orientando sul filone della mafia italo-americana, il traffico di droga USA-Sicilia e le famiglie palermitane degli Spatola, dei Gambino e degli Inzerillo. Le indagini di Boris Giuliano, ucciso il 21 luglio 1979, poi proseguite dal capitano Emanuele Basile di Monreale, lambirono anche gli affari del Clan dei Corleonesi. Nel marzo 1980 erano stati ritrovati a Milano 40 kg di eroina purissima nelle custodie dei dischi di Esmeralda Ferrara, una cantante pop di Bagheria, che andava avanti e indietro dagli USA proprio per conto della famiglia dei Gambino. Costa voleva individuare gli assetti societari e bancari per risalire ai soci occulti delle famiglie mafiose e scoprire i meccanismi di riciclaggio dei narcodollari. Il 16 aprile Basile consegnò a Paolo Borsellino un rapporto, soprannominato “rapporto dei 55”, che sarebbe stato alla base degli arresti del 5 maggio 1980, all’indomani dell’uccisione proprio del capitano Basile. Il 9 maggio Costa convocò nel suo ufficio tutti i sostituti per convalidare gli arresti, ma alla fine fu costretto a rompere la consolidata prassi dell’unanimità e firmò da solo gli ordini di cattura. Gli avvocati dei mafiosi restarono di sasso e un paio di sostituti, per difendersi, scaricarono tutta la colpa su Costa, come disse poi la moglie Rita Bartoli in un’intervista al Corriere della Sera il 14 settembre 1983.  
L’omicidio  Il 6 agosto Gaetano Costa fu sfigurato verso le 19:30 dai proiettili di un killer solitario che lo aveva seguito da casa fin davanti a un’edicola libreria nella centralissima via Cavour. Il giorno dopo sarebbe dovuto partire per le vacanze per le Isole Eolie con la famiglia. Proprio il giorno dopo avrebbe avuto la scorta, fino a quel momento mai concessa. Ai suoi funerali parteciparono pochissimi magistrati, a riprova dell’isolamento in cui aveva vissuto fino al giorno della sua morte.  
Indagini e Processi La morte di Gaetano Costa resta senza colpevoli, benché la Corte d’Assise di Catania individuò l’origine nella zona grigia mafia-economia-appalti. Ufficialmente quindi l’omicidio Costa non ha ad oggi né mandanti né esecutori condannati. Il 4 agosto, due giorni prima dell’omicidio, i poliziotti avevano fermato sotto l’abitazione di Costa Totuccio Inzerillo, giovane trentaduenne appartenente a una delle famiglie colpite dagli ordini di cattura firmati dal Procuratore Capo. Il giovane, che pure aveva insospettito gli agenti, venne subito rilasciato. Una settimana dopo l’omicidio Costa si presentò spontaneamente in Procura accompagnato dal suo avvocato, si sottopose all’esame del guanto di paraffina ma venne rilasciato prima dell’esito dell’esame. Tre anni dopo la magistratura catanese spiccò contro di lui un mandato di cattura per omicidio, senza però che potesse essere eseguito. Ciononostante, negli anni diversi collaboratori di giustizia (da Tommaso Buscetta a Francesco Marino Mannoia, da Giovanni Brusca a Francesco DI Carlo) indicarono la matrice mafiosa del delitto, sostenendo che l’omicidio fosse stato ordinato da Salvatore Inzerillo per dimostrare all’interno di Cosa Nostra la supremazia delle famiglie palermitane rispetto ai Corleonesi, che agli albori della Seconda Guerra di Mafia uccidevano senza l’autorizzazione della Commissione. WIKI MAFIA


Per non dimenticare: Gaetano Costa

Il 6 agosto 1980 Gaetano Costa, Procuratore della Procura della Repubblica di Palermo, dopo aver trascorso la mattina in Ufficio, sta passeggiando nella centralissima via Cavour del Capoluogo siciliano. Il giorno seguente ha in programma di partire per le ferie, da trascorrere sull’isola di Vulcano, insieme alla moglie Rita Bartoli.
Intorno alle ore 19.30, mentre osserva alcuni libri davanti ad una bancarella, viene raggiunto da tre proiettili calibro 38 esplosi alle sue spalle da ravvicinatissima distanza (non più di 45 cm di distanza, accerteranno in seguito esperti balistici). L’assassino ha il volto seminascosto da un berretto con visiera e ha in mano un giornale che serve a coprire la pistola utilizzata per l’omicidio.
Quello stesso giorno, a Bologna, si sono appena svolti i funerali di Stato per le vittime della strage del 2 agosto.
Gaetano Costa ha dedicato la propria vita professionale alla lotta alla criminalità organizzata siciliana, prima come Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, poi come Procuratore della Repubblica di Palermo. Quando venne assassinato stava conducendo delicate indagini sul traffico di stupefacenti (che coinvolgevano diverse famiglie della mafia siculo-americana) e su alcuni appalti concessi nel capoluogo siciliano (sui quali era già stata avviata un’ispezione amministrativa dal Presidente della Regione Siciliana). Il magistrato si stava occupando, inoltre, delle indagini sull’omicidio dello stesso Piersanti Mattarella.
Ad oggi, esecutore e mandanti dell’omicidio del Procuratore Costa sono rimasti ignoti.
I processi celebrati per l’omicidio del Procuratore Costa si concluderanno senza alcuna condanna, pur essendo stato ricostruito il contesto generale in cui il delitto venne consumato. In un passo della sentenza con la quale la Corte di assise di Catania assolverà l’unico imputato (Salvatore Inzerillo, classe 1957, lontano partente del più noto Salvatore Inzerillo, classe 1944, detto “Totuccio”) può leggersi: “E’ aleggiata su alcuni episodi (e ciò dicasi per i continui avvicendamenti ai vertici della Guardia di Finanza di Palermo) l’ombra nefasta della P2 di Licio Gelli…”.
Nell’anniversario della tragica scomparsa, il Consiglio Superiore della Magistratura intende rendere omaggio alla figura di Gaetano Costa ricordandone l’impegno, la professionalità, la dedizione e il sacrificio per la funzione ricoperta attraverso i numerosi documenti di archivio che consentono di ripercorrere la vita professionale del magistrato ed il contesto storico in cui lo stesso ha svolto il proprio lavoro. Nella sezione dedicata al ricordo di Gaetano Costa – raggiungibile attraverso il seguente link – sono inoltre disponibili le sentenze intervenute nei processi celebrati per l’omicidio del Procuratore della Repubblica di Palermo.
E’ il doveroso omaggio che l’organo di governo autonomo della magistratura intende tributare a chi ha sacrificato la propria esistenza per la difesa delle Istituzioni democratiche del Paese. CSM


 

In ricordo di Gaetano Costa Procuratore Capo della Repubblica di Palermo, assassinato dalla mafia.

 

Gaetano Costa 
(Caltanissetta, 1 marzo 1946 – Palermo, 6 agosto 1980)
Procuratore Capo della Repubblica di Palermo, assassinato dalla mafia.

Il 6 agosto del 1980 viene ucciso il Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa. Nel ventennale della morte, Rita Bartoli, sua moglie, ha ricordato così quel giorno tremendo: “In un caldo pomeriggio di agosto, nella parte alta di via Cavour, mentre era fermo a guardare i libri esposti in una bancarella, un killer di mafia, indisturbato, in tutta tranquillità, aggrediva alle spalle, uccidendolo, mio marito, Gaetano Costa, Procuratore Capo della Repubblica di questa città, colpevole di aver sempre fatto rispettare le leggi dello Stato da ogni forma di prevaricazione criminale, in difesa della società di questa Repubblica”.
Di lì a poco, il magistrato e la sua famiglia sarebbero dovuti partire per le vacanze. Appena appresa la notizia dalla televisione, aggiunge la Signora Costa: “Istintivamente mi portai le mani alla testa, quasi un gesto di difesa, dicendo, chiedendomi come avrei fatto, cosa avrei fatto”; poi scandisce con forza: “Gaetano Costa e’ stato magistrato di grande valore e di indiscussa preparazione e ciò malgrado non ebbe la dovuta solidarietà, diciamo, dal suo ufficio e da chi aveva il sacrosanto dovere di difendere il suo modo di amministrare la giustizia”.

Nessuno è stato condannato per la morte del dottor Costa. A continuare la sua opera, fu l’amico e collega Rocco Chinnici, tra i pochi che allora ne compresero e appoggiarono gli intenti; a lui tre anni dopo toccherà la stessa triste sorte. Tra coloro che presero in mano l’eredità di Costa c’è sicuramente anche la moglie Rita, che subito dopo l’omicidio volle rivelare i retroscena delle vicende che avevano determinato l’assassinio del consorte. Rita Bartoli non si è mai arresa nella ricerca della verità e dei colpevoli che ordinarono l’uccisione del marito. È morta il 19 gennaio del 2003 e qualcuno ha ricordato che quel giorno, allo stadio di Palermo, fu esposto lo striscione “Tutti uniti contro la mafia” in risposta a quello che un mese prima chiedeva l’abolizione del “carcere duro”.

Gaetano Costa nasce a Caltanissetta nel 1916, dove consegue la licenza liceale. Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Dopo aver vinto il concorso in magistratura, inizia la sua carriera a Roma. Si arruola poi, da ufficiale, nell’aviazione ottenendo due croci di guerra. Ma, dopo l’8 settembre del 1943, decide di raggiungere la Val di Susa per unirsi ai partigiani nella liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Dal Tribunale di Roma viene trasferito, a richiesta, alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. Qui realizza la maggior parte della sua attività di magistrato, da Sostituto Procuratore prima e da Procuratore poi, offrendo sempre chiara manifestazione di alta preparazione professionale, indipendenza, ed equilibrio. Quando si insedia a Palermo, come Procuratore Capo, Gaetano Costa è consapevole delle resistenze che avrebbe dovuto affrontare e decide di esprimere immediatamente il suo modus operandi: “Vengo, in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite”.

Nel periodo della sua gestione, la Procura di Palermo avvia una serie di indagini nell’ambito delle quali si cercano “di penetrare i santuari patrimoniali della mafia”. Quando, a conclusione di un’indagine contro i trafficanti di stupefacenti, si decide di emettere provvedimenti cautelari a carico di alcuni boss mafiosi, i Sostituti Procuratori delegati si dissociano dal Procuratore. Rita Bartoli, nel libro dedicato al marito ha così raccontato la vicenda: “L’allora Questore di Palermo, in seguito al delitto Basile, aveva fatto arrestare 55 personaggi, tutti dediti a traffici illegali, e aveva chiesto alla Procura della Repubblica la convalida di tali arresti, secondo la normale procedura. Per l’occasione, dopo averne parlato con l’aggiunto che si era mostrato d’accordo, Gaetano riunì nel suo ufficio i due sostituti ai quali era stata affidata l’inchiesta per discutere la convalida di quei fermi. L’aggiunto ritenne opportuno non andare alla riunione e i due sostituti, che avevano interrogato gli imputati, dichiararono sic et simpliciter il loro disaccordo per la convalida dei fermi… Si discuteva, e animatamente, sull’opportunità della convalida, quando uno dei due sostituti dichiarò che non avrebbe firmato. Allora Gaetano firmò personalmente quelle convalide, e con esse firmò anche la sua condanna a morte”. Quella firma “in solitudine” fu, secondo Rita Bartoli, il passaggio chiave che determinò l’assassinio del marito.

Nel 1980 Costa era l’unico magistrato cui, in quel momento, erano state assegnate un’auto blindata e una scorta; le rifiutò, perché non riteneva giusto che la sua protezione potesse mettere in pericolo altre vite umane: “Io”, era solito dire, “sono uno di quelli che ha il dovere di avere coraggio”. “Era riuscito a capire la mafia più di altri che non volevano capire”. Così scrive di lui il giornalista Dino Paternostro sul quotidiano La Sicilia nell’agosto 2010, a trent’anni dalla morte. Le sue riflessioni Costa, le espose negli anni sessanta alla prima Commissione antimafia dove sostenne, come riporta Giuseppe Casarrubea, che “la mafia aveva subito una radicale mutazione e che ormai si era annidata nei gangli vitali della pubblica amministrazione, controllandone gli appalti, le assunzioni e la gestione in genere”. “Inutilmente”, aggiunge Casarrubea, “Costa richiamò l’attenzione delle massime autorità sul fatto che un’efficace lotta alla mafia imponeva la predisposizione di strumenti legislativi che consentissero di indagare sui patrimoni dei presunti mafiosi e di colpirli”.

Mario Farinella, all’indomani dell’assassinio, su L’Ora di Palermo così descrive Costa: “Era l’antisimbolo per cultura, per educazione, per naturale disposizione. Si considerava ed era soltanto un caparbio amministratore della giustizia, un uomo apparentemente comune, disadorno, dalla vita semplice, essenziale nelle parole, nei gesti, nel lavoro e perciò era un magistrato di audace modernità, razionale e puntiglioso, di raro rigore morale e intellettuale”.
Nella seduta plenaria del 17 settembre del 1980 il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ricordò l’attaccamento del dottor Costa alle concezioni democratiche del paese e il suo battersi contro il fenomeno mafioso. Aggiunse che dietro l’omicidio potevano intuirsi motivazioni attinenti alla conservazione di posizioni finanziarie acquisite e che il delitto non era stato un semplice delitto di mafia “perché il fenomeno mafioso non è più un fenomeno locale ma ormai un fatto nazionale con collegamenti internazionali” (tratto dal volume “Nel loro segno” edito dal Csm). ANM