Racconti e suggestioni su Franco Coco Trovato: «Era il secondo dopo Totò Riina»

Il boss della 'ndrangheta Francesco Coco Trovato

I corpi buttati nell’acido, l’esercito di uomini ai suoi comandi, gli ordini impartiti dal carcere: «Lui era in galera e le persone morivano»

 

La figura di Franco Coco Trovato viene generalmente legata alla ‘ndrangheta nel Nord, a Lecco in particolare.
Oggi è un anziano boss di 76 anni, originario di Marcedusa, che si trova ristretto al 41 bis. Ma la sua figura carismatica non ha smesso di guidare e influenzare le nuove generazioni.
Ancora nel 2019 su di lui circolano racconti e suggestioni: avrebbe comandato oltre 200 omicidi, si sbarazzava dei nemici sciogliendoli nell’acido (in una enorme vasca che teneva in un capannone), era diventato il secondo boss dopo Totò Riina, comandava un esercito di uomini, impartiva ordini dal carcere: «Lui era in galera e le persone morivano».
Sono i dialoghi emersi nell’ultima inchiesta della Dda di Catanzaro, “Karpanthos”, e rintracciano quel filo invisibile che porta le cosche di Petronà e Cerva, paesi cerniera tra le province di Catanzaro e Crotone, fino al cuore del sistema creato da Franco Coco Trovato.

La nipote Giusy

Basti pensare che tra gli indagati troviamo Giuseppina Trovato, detta Giusy, 38 anni, nata a Lecco, figlia di un fratello del boss.
È accusata di associazione mafiosa, intranea alla cosca Carpino, nella sua subarticolazione territoriale costituita dal gruppo di Cerva. È lei che si sarebbe adoperata per convincere il compagno Danilo Monti a interrompere la collaborazione con la Dda di Catanzaro. Il grimaldello più pesante usato da Giusy Trovato sul fidanzato sarebbe stata la loro bimba.
Ha funzionato. Il gip distrettuale riferisce di un Monti che «lamentava la mancanza della figlia e diceva di voler morire». Lei lo avrebbe convinto a parlare solo dell’omicidio del macellaio Francesco Rosso, per il quale era stato arrestato, poi si sarebbe incaricata di portare all’esterno le sue dichiarazioni per metterle a conoscenza della consorteria. «… portava all’esterno i messaggi di Danilo Monti, scritti su fazzolettini consegnati durante i colloqui in carcere, tenendo costantemente aggiornato Monti sui rapporti con i sodali, rassicurandolo sul fatto che non aveva da temere per la sua incolumità; manteneva i rapporti con i sodali, sia nella provincia di Lecco, sia in Calabria…», annotano i magistrati della Distrettuale di Catanzaro nella richiesta di misure cautelari vergata dai pm Veronica Calcagno e Debora Rizza e coordinata dal procuratore Nicola Gratteri e dall’aggiunto Giancarlo Novelli.

«Comandava in tutta Italia»

Nei dialoghi Coco Trovato viene descritto come soggetto che «comandava» in tutta Italia, narcotrafficante di grosso calibro, arrivando a gestire i suoi affari anche dal carcere.
Nel corso dei dialoghi, Luigi Colosimo, 36 anni, – anche lui considerato intraneo alla cosca Carpino – chiedeva a Giusy Trovato se nel recente passato avesse fatto visita allo zio e la donna rispondeva dicendo che l’ultima volta c’era stata circa cinque anni prima.

Più ricco di aneddoti si rivela il padre di Colosimo (non indagato) che avrebbe appreso parecchi racconti da tale “Sandrino” autista di vecchia data di Franco Coco Trovato.
Il giovane Luigi è curiosissimo: «A Franco ce ne hanno accollato, quanti ce ne hanno accollato Giù?… 200 vero!?… omicidi a Franco? – chiede a Giusy Trovato – oh io conosco certe persone di qua… sai che mi hanno detto?… calabrese?… di dove sei?…c’ho detto che sono della provincia di Catanzaro… dice noi conosciamo solo una persona di questa provincia… che a Milano ha comandato… è come si chiama?…Franco Coco…».

«Il secondo dopo Totò Riina»

Claudio Gentile, del gruppo criminale di Cerva, rincara la dose: «Ma infatti era diventato il secondo dopo Totò Riina eh!».
Il dialogo aiuta a delineare un quadro di Franco Coco Trovato, un uomo che fino ai trent’anni ha portato il cognome Coco della madre, fino a quando, nel 1977, il suo padre naturale non lo ha riconosciuto formalmente.
Un uomo che, da capo del locale di Marcedusa, era divenuto capo di un’alleanza di ‘ndrine del milanese e del lecchese tra gli anni ottanta e novanta.
Un uomo che ha dei fratelli «proprio diversi» da lui. Il padre di Giusy Trovato, infatti, faceva il cantante mentre un altro fratello fa il pizzaiolo.
Luigi Colosimo è curioso di sapere dal padre se Franco Coco Trovato avesse mai messo in fratelli «in mezzo a questi casini», o se avesse altri uomini.
«All’epoca aveva un esercito», risponde il padre.
Uomini che comandava anche dal carcere: «Lui in galera e le persone morivano… e lui era in galera! (…) pure in Sardegna comanda lui e ti sto dicendo che, lui era in galera e le persone morivano!». Un uomo che faceva sparire un corpo buttandolo nell’acido, nel silenzio di un capannone: «Lo buttava dentro là, in quell’acido… e squagliavano (…) aveva un capannone, aveva una vasca più grande di questo appartamento, di acido, le persone vive ci buttava.. e si scioglievano… con tutte le robe ce le immergeva…».
«Pà – chiede Luigi Colosimo – a me hanno detto che era un uomo fortissimo!»
Il paragone ritorna sul capo di Cosa Nostra: «Un po’ di anni è stato insieme con Totò Riina lo sai?».

La faida e l’influenza del gruppo di Coco Trovato

Nel 2001 le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmine Scarpino rivelano quanto ancora forti fossero il legame e l’influenza del gruppo comandato da Coco Trovato con la terra d’origine e le cosche che la presidiavano.
Il pentito rivela che nel territorio di Petronà, negli anni 90, c’era una sanguinosa faida tra la cosca Carpino e la cosca Bubbo (alla quale mise fine l’intervento degli Arena).
In un agguato ad agosto 1992, il capo cosca Alberto Carpino era rimasto miracolosamente illeso mentre uno degli uomini che viaggiava con lui era stato ucciso.
Scarpino racconta che i Bubbo si avvalevano dell’appoggio della cosca di Iazzolino e di quella capeggiata da Franco Coco Trovato.
Il mancato collaboratore Danilo Monti, invece, ha raccontato di come i territori di Petronà e Cerva, sui quali imperversano le cosche Carpino e il gruppo di Cerva, fossero alle dipendenze dal locale di ‘ndrangheta di Mesoraca, facente capo a Mario Donato Ferrazzo, alias “Topolino”.
Dichiarazione che trovano riscontro in quelle rese nel 2017 dal collaboratore Giuseppe Liperoti: «Petronà così come Sersale era una ‘ndrina di Marcedusa fin dagli anni 90 allorché in Marcedusa era forte l’influenza di Franco Coco Trovato. Quando Franco Coco Trovato ormai trasferitosi a Lecco comincia a perdere interesse in relazione alla Calabria, il locale si sposta a Mesoraca e si riconosce come capo Mario Ferrazzo, alias Topolino. […]».
L’influenza di Coco Trovato persisteva, però, nei territori calabresi dove era cresciuto. Tanto che a luglio 2020, Giuseppe Rocca, uno dei promotori della cosca Carpino, si rivolge a Tommaso Scalzi, reggente della consorteria dopo l’arresto di Coco Trovato, per chiedergli come fare per far giungere un messaggio al boss, visto che c’era un suo cugino che voleva chiedergli il permesso per fare un “viaggio”. E certi “permessi” poteva darli solo Franco Coco Trovato. (a.truzzolillo@corrierecal.it 4.10.2023)


I 200 omicidi, i morti nell’acido, la leadership: Franco Coco Trovato fra realtà e leggenda nera

 

Anziano, stanco e in carcere: il boss arrestato a Lecco nel 1992 è solo all’apparenza fuori dai giochi. La conferme nelle intercettazioni dell’ultima operazione anti-ndrangheta: c’è anche la nipote Giusy

 

Lecco, 30 settembre 2023 – È anziano, stanco e almeno all’apparenza fuori dai giochi. Franco Coco Trovato, 76 anni compiuti il 2 maggio, 31 dei quali trascorsi in cella al 41 bis dopo essere stato arrestato la mattina del 31 agosto 1992 nel suo ristorante Wall Street in centro a Lecco, è però sempre Franco Coco Trovato, il Totò Riina della ‘ndrangheta della Calabria prima e della Lombardia poi, in grado di comandare in tutta Italia, Sardegna compresa, anche dal carcere.

Sapere dove termina il vero e cominci invece la leggenda non è semplice, nemmeno per inquirenti e investigatori. Di certo conta e spaventa ancora.

Lo hanno confermato, a loro insaputa, alcuni degli indagati nell’ultima operazione antimafia messa a segno la settimana scorsa – nome in codice Karphatos – sotto la guida dell’ex procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri.

Tra loro anche la nipote Giusy, 38 anni di Galbiate, figlia di Pino, fratello minore del capo dei capi, morto il 19 febbraio 2020 all’età di 66 anni, uno dei pochi della famiglia mai lambito da procedimenti giudiziari. “A Franco ce ne hanno accollati, quanti ce ne hanno accollati Giu? – chiede proprio alla nipote un interlocutore intercettato –. 200 vero?!? 200 omicidi…Mio papà mi ha detto che in provincia di Catanzaro conosciamo solo una persona che a Milano ha comandato. E come si chiama? Franco Coco, ha comandato in tutta Italia. Era diventato il secondo di Totò Riina. Un po’ di anni è stato insieme a Totò Riina”.

E ancora: “Io non capisco come mai comandava a Milano, però abitava a Lecco – si legge nelle trascrizioni delle intercettazioni allegate agli atti d’inchiesta –. Ma non solo a Milano! Tutte le parti, pure in Sardegna comanda lui e ti sto dicendo che lui era in galera e le persone morivano”.

Del boss, Sandrinello o Sandrinu, il suo ex autista Alessandro Nania, 70enne di Calolziocorte, raccontava che Coco Trovato uccideva le persone gettandole in una vasca di acido, come Giovanni Brusca con il piccolo Giuseppe Di Matteo:

“A Lecco aveva un capannone, aveva una vasca più grande di questo appartamento, di acido; le persone vive ci buttava e si scioglievano… con tutte le robe ce le immergeva… Franco ordinava a Sandro di portare i corpi e lui li calava nell’acido”. IL GIORNO 29.9.2023

 


Lecco, 31 anni fa la cattura di Franco Coco Trovato: l’ascesa e la caduta del boss

 

Il capo della ‘ndrangheta ora ha 76 anni. E’ al 41 bis dal 1992. Non si è mai pentito e non ha mai rotto col passato

 

Lecco, – Il 31 agosto del 1992 il boss della ‘ndrangheta lombarda Franco Coco Trovato è stato arrestato. Era un lunedì e lui aveva 45 anni. Da quel momento non ha mai più messo piede fuori di prigione. Ad ammanettarlo è stato Mauro Masic, all’epoca il capitano comandante della Compagnia dei carabinieri di Lecco.

In realtà le manette attorno ai polsi al mammasantissima non sono mai scattate, non quel giorno almeno. I colleghi di Foggia stavano cercando il boss della ‘ndrangheta lombarda da una settimana, ma nessuno riusciva a trovarlo, né al ristorante Il Portico di Airuno che frequentava quotidianamente, né nella sua casa di Galbiate, neppure alla sua pizzeria Wall Street di via Belfiore, dove il capo dei capi assumeva ogni decisione, elaborava le strategie, stringeva alleanze con i Flachi, i De Stefano, gli Schettini, i Paviglianiti, Papalja, Crisafulli, Sergi, i catanesi, ordinava agguati, spedizioni punitive, omicidi. Aveva intuito di essere ormai al capolinea e probabilmente prima di lasciarsi catturare voleva sistemare gli ultimi affari, per poi ricomparire proprio dietro il bancone di Wall street.

La cattura

“Mandammo lì per un controllo due nostri carabinieri in borghese appena trasferiti in provincia insieme a due ragazze come se si trattasse di due coppiette di amici – ha raccontato Paolo Chiandotto, maresciallo in congedo, ex comandante del Nucleo operativo -. Avuta la conferma della sua presenza intervennero il capitano e un mio collaboratore”. Nel locale c’erano due scagnozzi pronti ad intervenire, ma lui, con un impercettibile segno della mano e uno sguardo ordinò loro di non muoversi e rimettersi a sedere.

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Indossava un abito elegante, con la giacca, la cravatta sgargiante e l’immancabile camicia bianca. Ai militari ha chiesto se potesse offrire qualcosa da bere, poi si è consegnato senza resistenza, seguendoli a bordo della gazzella senza bisogno appunto delle manette, per non provocare reazioni da parte dei suoi. “In caserma è stato estremamente gentile – prosegue Chiandotto -. Noi però eravamo tuttavia preoccupati, sapevamo con chi avevamo a che fare, lo abbiamo guardato a vista tutta notte, fino alla mattina seguente, quando è stato trasferito in prigione”.

Wall Street

Durante la successiva perquisizione di Wall Street è stata poi trovata una sorta di stanza blindata, protetta da telecamere e porte antisfondamento, una sorta di bunker, proprio come quelli che nei covi di padrini e latitanti in Calabria. Dentro il bunker non non c’era nulla, se non una brandina. Se prima c’era qualcosa Franco Coco Trovato è riuscito a farlo sparire per tempo. Ora Wall Street non c’è più. La pizzeria è stata sequestrata, confiscata ed è stata trasformata in Fiore, sempre una pizzeria, ma della legalità. La gestiscono gli operatori della cooperativa sociale La fabbrica di Olinda, Arci e Auser. Ci sono voluti due decenni tra passaggi di consegne, progetti, malaburocrazia, scandali. La stanza blindata di Wall Street invece è rimasta tale e quale: è una testimonianza per raccontare soprattutto ai più giovani, cosa avveniva lì, in centro a Lecco, una delle capitali della picciotteria, capoluogo di una provincia con la più alta percentuale pro-capite di società di ndranghetisti e di interdittive antimafia.

Franco Coco Trovato

Dietro le sbarre si è laureato in giurisprudenza, giura di non aver più nulla a che spartire con i picciotti d’un tempo, però non ha mai collaborato con gli inquirenti né rivelato un solo nome, nemmeno confessato nulla e neppure chiesto scusa. Per questo, nonostante sia trascorso un quarto di secolo dalla sua cattura, resta al 41 bis, il carcere duro. Eppure, sospettano gli investigatori, risulta essere ancora il capo riconosciuto e naturale della ‘ndrangheta lecchese e milanese e – si legge in alcuni atti d’inchiesta – “il suo indiscusso ruolo apicale nell’ambito della consorteria non è venuto mai meno, neanche a seguito del suo arresto”.

Lo hanno stabilito anche di recente gli ermellini della Cassazione, secondo cui, “non pare tuttora essere accompagnato da una reale rivisitazione delle proprie scelte criminose e, pur in assenza di qualsivoglia collaborazione, comunque di una rielaborazione critica delle stesse, accompagnata da una precisa (e definitiva) crasi con il passato”. Tradotto: mantiene gli stessi contratti di prima e continua ad interessarsi degli affari di famiglia.

La carriera criminale

Franco Coco Trovato – solo Franco Coco fino al 1991 prima che il padre lo riconoscesse e gli concedesse il cognome Trovato – prima di diventare un criminale, anzi il re dei criminali, era un muratore, arrivato come tanti al Nord in cerca di lavoro e fortuna. Da giovanissimo rubava i motorini, poi negli anni ’60 è diventato rapinatore. È stato arrestato e in carcere ha conosciuto esponenti di spicco della mala calabrese.

Nel 1983 gli è stata riconosciuta sul campo la dote di santista, la più bassa nelle gerarchie della picciotteria, ma in pochi anni è diventato il capo dei capo della ‘ndrangheta lecchese: narcotraffico, armi, estorsioni, omicidi ordinati e commessi, le alleanze con gli altri mafiosi, le guerre a colpi di Kalašnikov, un attentato scampato nel 1990… un’ascesa rapida e cruenta, a capo di un esercito di 1.400 picciotti. Tutti sapevano chi era, eppure politici, amministratori locali, imprenditori e colleghi lo osannavano e facevano a gara per sedersi a tavola nel suo ristorante. Almeno fino al 31 agosto di 31 anni fa appunto, quando è stato arrestato e poi processato e condannato a 1700 anni di carcere e quattro ergastoli. IL GIORNO 


Franco Trovato (Marcedusa, 2 maggio 1947) è un mafioso italiano, è stato uno dei capi di un’alleanza di ‘ndrine del milanese e del lecchese tra gli anni ottanta e novanta.

Si trasferisce nel lecchese dove conosce la futura moglie Eustina Musolino negli anni Sessanta.

L’arrivo in Lombardia

Si trasferisce nella provincia di Lecco nella seconda metà degli anni ’50 lavorando come muratore e a partire dal 1960 si trasferisce al nord, secondo le rivelazioni del pentito Antonio Zagari e comincia a lavorare in una banda di rapinatori in cui il padre Giacomo Zagari era il basista e tutti erano affiliati all’organizzazione calabrese[1]. Negli anni ’70 è in carcere e nel 1974 si ritrova Antonio Zagari come compagno di cella[1].

L’ascesa e le alleanze

Nel 1981 era detenuto al carcere di San Vittore a Milano per il presunto omicidio di un certo avvocato D’Agostino da cui fu poi assolto per legittima difesa[1]. In carcere fu accusato dell’omicidio di un sudamericano e anche di questo reato venne assolto[1].

Nel 1983 gli viene conferita la dote di santista. Qualche anno più tardi era capo della società Lecchese. Coco agisce da padrone incontrastato in un’ampia zona che va dalla Comasina fino a Lecco, passando per Como[2].

Entra in contatto con i catanesi Angelo Epaminonda e Jimmy Miano[1]. Dal 1982, secondo il pentito Zagari, Trovato inizia a dedicarsi nella zona di Lecco e Como al traffico e allo spaccio di droga insieme ad Antonino Pristeri[1].

Inizia a costruire il suo impero alleandosi insieme al boss calabrese della Comasina Giuseppe Flachi detto Pepè, Antonio Papalia di Buccinasco e al clancamorrista dei Batti per gestire il narcotraffico. Diventa proprietario di una catena di ristoranti e pizzerie[3].

Fa uccidere per questioni di droga tre esponenti degli Arena il 1991 e il 1993: volevano cambiare fornitori e avevano mire espansionistiche[4][5].

Nel 1987 in Brianza fa uccidere sei affiliati ai Miriadi, per una disputa sugli appalti di costruzione.[6]

C’è un particolare che unisce Reggio Calabria a Milano: Coco Trovato è parente con la famiglia dei De Stefano. Sua figlia Giuseppina, infatti, è stata dapprima fidanzata e poi moglie di Carmine De Stefano, primogenito del boss Paolo De Stefano, capocosca reggino ucciso il 13 ottobre 1985. L’alleanza tra i Coco e i De Stefano, aumenta notevolmente la potenza di queste famiglie nell’ambito degli interessi malavitosi. Ma soprattutto vengono lanciate le prime basi per creare quelle alleanze tra ‘ndrine del nord con ‘ndrine del sud, facendo di Milano il vero centro degli interessi economici della ‘ndrangheta.[7]

Guerra con i Batti

La federazione ‘Ndrangheta-Camorra si sfalda nel 1990 quando i Battidecidono di mettersi in proprio e contrattare direttamente la compravendita di eroina con i turchi. Il pretesto per scatenare la guerra che durerà 6 mesi è un diverbio tra Franco Coco Trovato e Salvatore Batti durante un incontro nel appartamento dove Pepè Flachi si nascondeva nella sua latitanza.

Il 15 settembre 1990 dei sicari dei Batti tentano di uccidere Trovato colpendo invece due innocenti, Pietro Carpita e Luigi Recalcati nel comune di Bresso[8]. Trovato insieme al suo vice Antonio Schettini e a Flachi passano al contrattacco uccidendo Francesco Batti in un campo a Trezzano sul Naviglio[9]. Luigi Batti tenta una mediazione, ma i calabresi con l’inganno invece di aprire una trattativa lo portano con sé e lo uccidono in una pressa[9]. Vengono trovati 11 morti in 6 mesi, Rosalinda Traditi, affiliata ai Batti è l’ultima della serie.

L’ultimo a rimanere in vita è Salvatore Batti che ritorna nel napoletano a cercare nuovi uomini per la guerra. I calabresi si accordano mandando Antonio Schettinicon i Fabbrocino e con gli Ascione per l’omicidio di Batti e in cambio devono uccidere Roberto Cutolo, figlio del più famoso Raffaele Cutolo. Il 19 dicembre 1990 Antonio Schettini lo uccide a Tradate.

L’ultima inchiesta riguardante quella guerra termina il 23 gennaio 2002 con l’operazione Atto finale vengono eseguiti 46 ordini di cattura[10].

L’arresto e la condanna

Nell’ottobre del 1992 viene arrestato e nel 1997 viene condannato all’ergastolo[11][12]. Nell’operazione vengono sequestrati beni del valore di 28 miliardi lire[13].

La figura e l’operato di Franco Coco Trovato (divenuto uno dei boss del narcotraffico e noto anche per la sua ferocia con cui elimina gli avversari) sono descritte nell’operazione “Wall Street” condotta ai tempi dal sostituto procuratore Armando Spataro.[7]

Emiliano Trovato

Ha un figlio Emiliano Trovato che viene arrestato durante l’operazione Costa dei monaci, cominciata nel 2002, il 14 ottobre 2003. L’operazione si conclude nel 2005 portando all’arresto di 119 persone. Aveva come luogo d’azione la provincia di Lecco, la Brianza comasca e l’hinterland milanese[14]. Il clan di Franco Coco Trovato resta uno dei più potenti in Lombardia.[15]

 

Note

  1. ^ a none.
  2. ^ Poteri segreti della criminalità. L’intreccio inconfessabile tra ‘ndrangheta, massoneria e apparati dello stato. Mario Guarino
  3. ^ Lecco, la carriera del boss finisce al ristorante dei vip, in Corriere.it, 6 settembre 1992 (archiviato dall’url originale il 1º gennaio 2016).none
  4. ^https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/06/16/milano-esplose-la-guerra-di-mafia.html
  5. ^ E a Milano esplose la guerra di mafia, in Corriere.it, 5 febbraio 2004.none
  6. ^ Blu Notte – la Mafia al nord
  7. ^ a Poteri segreti della criminalità. L’intreccio inconfessabile tra ‘ndrangheta, massoneria e apparati dello stato. Mario Guarino
  8. ^ E a Milano esplose la guerra di mafia, in Corriere.it, 16 gennaio 1993.none
  9. ^ a i Batti, ascesa e crollo di una dinastia criminale, in Corriere.it, 4 novembre 1993 (archiviato dall’url originale il 1º gennaio 2016).none
  10. ^ Mafia, l’ultima inchiesta, in Repubblica.it, 23 gennaio 2002.none
  11. ^https://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1997/04/26/Cronaca/MAFIA-PROCESSO-WALL-STREET-CONDANNE-PER-1700-ANNI-DI-CARCERE_170200.php
  12. ^https://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1997/04/26/Cronaca/MAFIA-PROCESSO-WALL-STREET-CONDANNE-PER-1700-ANNI-DI-CARCERE-2_170400.php
  13. ^ Scoperti tre clan della droga, 35 arresti, in Corriere.it, 16 ottobre 2003 (archiviato dall’url originale il 1º gennaio 2016).none
  14. ^ Scoperti tre clan della droga, 35 arresti, in Corriere.it, 14 ottobre 2003 (archiviato dall’url originale il 1º gennaio 2016).non