Addiopizzo: in dieci anni la mafia è cambiata, ma anche la consapevolezza della gente

 

“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità. Contro il pizzo cambia i consumi!”. Questo slogan – comparso nel 2004 sulle vetrine e i muri di mezza Palermo – a distanza di quasi venti anni si è rivelato quanto mai efficace. Lo dicono i fatti e i numeri. Addiopizzo è proprio una storia all’Italia che Cambia, di quelle che ti fanno credere che tutto è possibile, che ti permettono di sperare in un futuro migliore puntando alla responsabilità individuale e alla comunità per trasformare in modo potente l’immaginario.

Addiopizzo non ha vinto la mafia né ha sconfitto il racket, ma sta contribuendo a cambiare la cultura e l’immaginario collettivo. È proprio per questo che ha funzionato, perché è un’idea semplice, concreta e poco rischiosa. È l’idea collettiva di una rete che si attiva, fatta di consumatori e commercianti che scelgono in modo etico. 

COS’È CAMBIATO NEGLI ULTIMI ANNI?

A distanza di anni l’attività di Addiopizzo è cambiata così come è cambiata anche Palermo. «Oggi sappiamo che è possibile non pagare il pizzo e non subire conseguenze. Sappiamo che è possibile scegliere una strada diversa. I giovani che aprono nuove attività commerciali ci invitano all’inaugurazione, mettono in mostra l’adesivo ancora prima di cominciare. Sono diverse le intercettazioni e le dichiarazioni di pentiti che confermano una mafia che si tiene ben lontana dai negozi che aderiscono ad Addiopizzo, sanno di trovare gente pronta alla denuncia. Aderire ha un valore deterrente importante e risaputo», racconta Dario Riccobono, uno dei fondatori di Addiopizzo. 

In effetti sono sempre più numerosi i commercianti che fanno riferimento al movimento per essere accompagnati dalle forze dell’ordine a sporgere denuncia, per avere il supporto psicologico e legale necessario, per conoscere le opportunità che la legge offre come recupero crediti a chi ha subito danni dovuti alla mafia. 

Addiopizzo è cresciuto a macchia di leopardo. Certo, in alcuni quartieri, soprattutto quelli più arretrati da un punto di vista socio-economico e culturale e poveri di attenzione da parte delle Istituzioni – ad esempio Brancaccio e Borgovecchio, anche se in quest’ultimo sono diverse le azioni di denuncia –, si fa ancora fatica perché il mafioso resta un punto di riferimento e pagare il pizzo non è una tassa, ma la maniera per guadagnarsi certi mercati e certi sostegni.

«Oggi chi paga il pizzo non è vittima ma complice, lo fa perché ha una connivenza con certi ambienti. Abbiamo creato un contesto per fare scelte differenti e se non lo fai ne sei consapevole. Nel 2006 erano cento gli imprenditori che non pagavano il pizzo, adesso sono più di mille, un numero raggiunto già da diversi anni. Ultimamente stiamo puntando non tanto a una crescita numerica, ma piuttosto a un lavoro di qualità, alla cura delle rete. Siamo in attesa di persone che vogliono aderire. Spesso veniamo cercati quando ci si trova in difficoltà, ma l’adesione è importante farla prima, per evitare momenti di disagio, non semplici da affrontare», sottolinea Dario. 

LA MAFIA, IERI E OGGI

In questi anni è anche cambiata la mafia a Palermo, è molto più debole grazie ai tanti arresti, ai controlli delle forze dell’ordine e della magistratura e alle denunce. Prima si contavano sulle dita di una mano, oggi sono centinaia. Non ci sono più delitti sanguinosi per evitare di creare allarme sociale, ma una mafia che non spara e con attività criminali silenziose non è per questo meno pericolosa. Preferisce investire nella finanza o far sporcare le mani ad altre mafie minori. Ad esempio, nel quartiere di Ballarò il grande spaccio di crack, cocaina ed eroina è affidato alla mafia nigeriana per una strategia ben precisa.

La mafia ha imparato dai propri errori e si muove in modo diverso rispetto al passato. L’opinione pubblica di adesso non tollererebbe gesti e morti eclatanti come è stato fino agli anni ‘90. «Possiamo fare di più, soprattutto con i giovani abbiamo risultati importanti, ma va affiancata un’iniziativa culturale e sociale, legata anche alle altre istituzioni. La politica è la grande assente, in nessuna campagna elettorale si parla di lotta alla mafia e la conoscenza del territorio è alla base».

«Nel quartiere Kalsa ad esempio – dove si trova la nostra sede, in un bene confiscato alla mafia –, nonostante le tante attività educative di strada che permettono a molti ragazzi di avvicinarsi a questi temi, mancano prospettive di future e si fa fatica, si rischia di cadere in tentazioni malgrado le buone intenzioni. In generale questo calo di attenzione può rischiare di farci tornare indietro di diversi anni e non possiamo permetterlo.Speriamo di non doverne pagare più avanti di questa diffidenza», continua Dario.

ADDIOPIZZO, DA MOVIMENTO A UNA NUOVA MENTALITÀ

Nel 2004 Addipizzo è nato come movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso, portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. A seguito dei fatti di Genova si cominciava a parlare di consumo critico, eticità ed ecco che Addipizzo è diventata anche un’associazione di volontariato con lo scopo di promuovere un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”. Poi è nata anche la società cooperativa Addipizzo Travel, che opera nell’ambito dell’imprenditoria sociale come ulteriore declinazione della strategia del consumo critico contro il pizzo nel settore del turismo. Un valore misurabile che proviene dalla scelta consapevole di tante persone che scelgono di consumare pizzo free e che muove una filiera etica.

Dario e le attiviste e gli attivisti non pensavano che il primo adesivo avrebbe scatenato e smosso così tanto le coscienze, sentivano e sapevano di dover fare qualcosa, essere molto di più di un “semplice” cittadino onesto. Hanno sentito la necessità di assumersi la responsabilità e farlo anche attraverso gli acquisti poteva avere un senso. Dopo le stragi, il dolore e la rabbia è stato un modo per dirsi “non sto a guardare, non posso stare a guardare”. 

Ed è così che, grazie all’adesivo, la gente ha cominciato a scegliere in modo consapevole a quale negoziante rivolgersi, che qualche imprenditore che pagava il pizzo come garanzia di tranquillità per la propria famiglia, ha deciso di aderire alla campagna perché ammonito dal figlio, di ritorno da un incontro organizzato da Addiopizzo nella sua scuola e ha smesso di pagare dopo tante generazioni. 

QUALE SARÀ IL FUTURO DI ADDIOPIZZO?

«Da qui a dieci anni Addiopizzo forse non ci sarà più. L’obiettivo di Addiopizzo è la fine di Addiopizzo: speriamo che un giorno non ci sia più bisogno della nostra presenza. Al di là di queste provocazioni, il messaggio più importante è credere nelle possibilità di ciascuno di noi, mettersi in gioco, essere padroni del nostro destino in un’epoca in cui nessuno ci regala nulla. Il modo migliore per fare antimafia è lottare per i propri diritti, per sconfiggere una certa mentalità».

«Laddove i diritti non sono raggiungibili si va avanti con i favori e nel mondo dei favorì la mafia è invincibile e incontrastabile. Tra dieci anni mi immagino una Palermo più libera, con una coscienza collettiva più diffusa, manca ancora una ribellione alla mentalità mafiosa collettiva, diffusa, universale, speriamo che avvenga e che il processo di crescita riguardi sempre più persone», conclude Dario. Oggi camminare per le strade del centro storico di Palermo e scorgere tra le vetrine “quell’adesivo” ha tutto un altro impatto. È la prova che niente è impossibile se si fa squadra e che insieme, al di là di qualsiasi slogan, si è davvero più forti nel cuore, nella mente e nelle azioni!