QUEL PENTITO IN PASTO ALLA MAFIA. Arrestato in Germania il 14 aprile scorso, aveva cominciato a parlare già con Paolo Borsellino

 

Stava ridisegnando la mappa della mafia agrigentina e i legami con Cosa nostra siciliana. Stava raccontando quel che sapeva su almeno una ventina di omicidi firmati dalla criminalità organizzata, in testa quello di Rosario Livatino, il giudice ucciso il 21 set- tembre del ‘ 90. Gioacchino Schembri, l’ uomo di Palma di Montechiaro arrestato in Germania il 14 aprile scorso, aveva cominciato a parlare già con Paolo Borsellino, ma per lungo tempo era stato titubante.
Temeva per la sua vita Temeva per la sua vita e per quella dei suoi tre figli.
Dopo il massacro di via Mariano D’ Amelio, ucciso il giudice Borsellino, Schembri aveva ricevuto la visita di un altro sostituto procuratore, quindi era stato estradato in Italia il primo agosto scorso su richiesta della procura distrettuale antimafia di Palermo. E si era convinto a collaborare. Una testimonianza importante la sua, raccolta anche grazie alle maggiori garanzie offerte dalla recente legge sulla protezione dei “pentiti”. Una normativa ampliata e corretta proprio alla fine del luglio scorso, sull’ onda dello strazio provocato dalle stragi di Capaci e di Palermo. Schembri era alloggiato e guardato a vista in una caserma dei carabinieri di Bolzano nella più assoluta segretezza. Ieri mattina però una fuga di notizie ha permesso al quotidiano “La Sicilia” di rivelare l’ identità del nuovo pentito, il luogo dove era rinchiuso e una serie di particolari sulle sue ammissioni. “Un episodio gravissimo”, commenta al telefono il procuratore distrettuale palermitano Vittorio Aliquò che avverte: “Abbiamo immediatamente aperto un’ inchiesta, il nostro scopo prioritario è risalire a chi ha fatto la soffiata pur essendo tenuto alla massima riservatezza”. Fino a qualche mese fa Gioacchino Schembri, 35 anni, aveva a Mannheim una pizzeria, la “Goldener Kegel”. E quella notte del 14 aprile, quando al ristorante si erano presentati gli agenti del Bka, il Bundeskriminalamt, l’ ufficio federale contro la criminalità insieme con i carabinieri italiani, l’ uomo aveva sparato attraverso la porta con un fucile a pompa. Non si aspettava di ricevere la visita dei poliziotti: poco prima, verso le tre di notte, aveva subìto un’ aggressione da parte di un gruppo di “picciotti” compaesani, un agguato come tanti di una guerra tra cosche aspra e sanguinosa. Schembri in Germania aveva stretto alleanza con altri personaggi di Palma di Montechiaro, soprattutto con Gaetano Puzzangaro, detto “A Musca” per la sua capacità di sfuggire a chiunque. Un sodalizio che si era poi trasformato in scontro aperto. Tanto che un malavitoso tedesco, collaboratore della giustizia, Heiko Kshinna, aveva potuto riferire che era stato proprio Schembri a confidargli che ad uccidere il giudice Rosario Livatino era stato, oltre a Paolo Amico e Domenico Pace, anch’ essi originari di Palma e attualmente sotto processo a Caltanissetta, appunto Gaetano Puzzangaro. “A Musca” venne poi catturato nel maggio di quest’ anno nell’ Assia, a Moerfelden-Walldorf, grazie alle indicazioni fornite da Kshinna e a un pacchetto di foto segnaletiche pervenute al Bka. Il giudice Borsellino che prima di morire cercava tra Stoccarda e Mannheim le tracce per ricostruire la mappa delle cosche agrigentine, aveva interrogato subito Puzzangaro. Durante le sue trasferte però aveva incontrato anche Schembri che gli era apparso subito un testimone importante. I mafiosi di Palma di Montechiaro, distribuiti ovunque in Germania, costituiscono il tessuto malavitoso che alleva i potenziali killer usati da Cosa nostra siciliana per spargere sangue e terrore. E Borsellino aveva parlato con Schembri più volte, per cercare notizie e riscontri. Ma l’ uomo rimaneva incerto.
Aveva paura e si era convinto a collaborare solo quando aveva ricevuto assicurazione che sua moglie e i suoi tre figli avrebbero ricevuto una protezione adeguata. Una volta deciso comunque, il pentito aveva cominciato a rivelare quel che sapeva.
Gli esecutori del delitto Livatino sarebbero stati quattro e non tre. Oltre ai nomi già acquisiti dagli investigatori, rivela “La Sicilia”, Schembri ha fatto quello di un certo Benvenuto, uomo-spola tra la Germania e la Sicilia e attualmente latitante. Ed altre informazioni le ha fornite a proposito dell’ omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso il 4 aprile scorso.
Dopo anni di silenzi Proprio in questi giorni i giudici della procura distrettuale di Palermo si erano recati più volte ad ascoltare Gioacchino Schembri. Sulle sue rivelazioni, come ha informato ancora “la Sicilia”, “erano in corso accertamenti che, dopo anni di silenzi” avrebbero permesso di “colmare vuoti storici sulle cosche agrigentine e siciliane”. Le notizie diffuse dal quotidiano di Catania, sono state riprese dal Tg1 delle 13 e 30 di ieri. “Oltre ad aprire l’ inchiesta per rivelazione di segreto d’ ufficio”, precisa adesso Aliquò, “ovviamente abbiamo fatto subito trasferire Schembri ed abbiamo intensificato la protezione dei suoi famigliari”. Già ma che ne sarà degli “accertamenti in corso”? “E’ un episodio gravissimo”, conclude con amarezza il procuratore distrettuale antimafia. LA REPUBBLICA