19/07/2017  Ritratto inedito di un uomo giusto, ironico e sorretto da una fede forte e viva

Borsellino: quelle voci che ricordano un magistrato, un padre, un amico

 

 

«C’è l’elicottero sulle nostre teste, ci sono guardie ovunque. Mi chiede di accompagnarlo in macchina a prendere le sigarette e mi dice una frase che non dimenticherò mai, a freddo: “Sai Diego, quando subisci la perdita di un parente caro, tu vai al suo funerale e piangi non solo perché ti è morto il parente o l’amico, ma perché sai che la tua fine è più vicina”».

Diego Cavaliero, oggi giudice d’appello a Palermo e primo sostituto procuratore di Paolo Borsellino a Marsala, ricorda i giorni che seguirono all’omicidio di Falcone e della sua scorta. Le parole di Paolo. Non un presagio astratto, ma una certezza. Parla per la prima volta, così a lungo, della sua vita accanto a quel magistrato con il quale lavorò fianco a fianco per due anni e otto mesi e al quale restò legato tutta la vita.

Non è l’unica testimonianza inedita che Alessandra Turrisi ha raccolto per il volume Paolo Borsellino. L’uomo giusto (San Paolo). «Grazie al figlio del giudice, Manfredi», spiega la giornalista palermitana, «mi sono potuta avvicinare a questo coro di voci che per 25 anni ha custodito dentro di sé il ricordo soprattutto umano di Borsellino. Persone che finora avevano parlato soltanto nelle aule giudiziarie, durante i processi». Era giovane, Alessandra, quando la mafia uccideva magistrati, poliziotti, forze dell’ordine, quando si consumava il “sacco di Palermo” e la città stentava a reagire. «Poi venne la Primavera di Palermo, esplose Mani pulite, uccisero Falcone e Borsellino, cominciò la presa di coscienza della società civile. E oggi c’è un modo diverso di vivere la città, una maggiore responsabilità». C’è tutto questo, in controluce, nel racconto lucido e caldo della vita – e della morte – di Paolo Borsellino. C’è un giudice, un uomo «che non ha mai sottovalutato ciò che faceva, l’ambiente in cui era, il rischio che correva, ma che è sempre stato consapevole di dover fare comunque il proprio dovere».

C’è la fede, in questo libro, il Borsellino «credente, cristiano. Un aspetto forse un po’ tralasciato in passato», spiega l’autrice, «e che invece, secondo me, è il dato unificante della persona. Sono sicura che il giudice Borsellino ha potuto affrontare le prove che la vita gli ha messo davanti soprattutto perché aveva una solidità interiore sostenuta anche da questa fede molto forte, anche un po’ tradizionale».

E c’è il racconto di un destino spesso imperscrutabile, e sul quale ancora si interrogano alcuni dei “sopravvissuti”: il cardiologo della mamma, al quale si rompe l’auto e che, per questo, non riesce a raggiungere via D’Amelio in quel pomeriggio di tritolo e sangue; l’agente di scorta Benedetto Marsala, oggi in pensione, che sarebbe stato di turno senza la licenza matrimoniale; la vicina di casa a letto da mesi per una gravidanza a rischio che, proprio quel giorno, ha voglia di aria fresca e sole. «Un intero pezzo d’infisso, con i frammenti di vetro ancora attaccati, si schianta sul letto dei miei genitori, proprio nel punto in cui mia madre, e io dentro di lei, stava coricata tutto il giorno, ma non quel giorno», racconta oggi Fabrizio. Che, con sua madre Rosaria, aggiunge nel libro: «Nelle nostre preghiere, i nomi delle vittime ci sono sempre, ci affidiamo a loro».

Spaccati di vita, indagini giudiziarie, nodi irrisolti. La Turrisi ricorda l’agendina rossa da cui Borsellino non si separava mai e della quale non è rimasta traccia nella borsa che il giudice aveva con sé quel giorno e nella quale tutto il resto, invece, era intatto, «compreso il costume ancora umido del bagno a mare di qualche ora prima». Ricorda gli interrogatori con i collaboratori di giustizia, il suo modo di condurre le indagini. Ma il volume ricostruisce soprattutto il clima, l’ironia dissacrante del giudice e la sua grande capacità di lavoro, restituendoci l’umanità di «un uomo che riesce a essere sempre sé stesso quando è magistrato e quando è padre di famiglia, quando è amico, quando è collega, quando interroga un criminale. Quando incontra un politico e quando si confronta con la moglie di un uomo che è stato ucciso in un agguato mafioso, una povera donna che addirittura gli chiede un aiuto economico», conclude la Turrisi. «E io mi sento una privilegiata per essere diventata, in qualche modo, cassa di risonanza di queste voci che lo hanno raccontato, permettendo di compiere un tuffo in una memoria condivisa che fa emergere anche “l’uomo giusto”, l’interiorità di un personaggio così caro alla Sicilia, a Palermo, all’Italia intera».