CAPACI: la testimonianza del fotografo Antonio Vassallo

 

Marzo 2025 🔴 In merito alla integrità o meno della QUARTO SAVONA 15 bis dopo l’esplosione, si riporta per doverosa e opportuna conoscenza la rettifica  pubblicata da ANTONIO VASSALLO nel suo profilo Facebook nei giorni scorsi.

 

 

Strage di Capaci, testimone rivela: “La Quarto Savona 15 era integra dopo l’esplosione”

 

Il fotografo Antonio Vassallo abita a due passi dal luogo dell’attentato. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17,58, fotografando forse qualcosa che non avrebbe dovuto. E’ convinto che sulla Croma blindata che precedeva l’auto di Falcone non tutto sia stato detto

E’ ancora forte l’odore di sangue e gomma bruciata di quel 23 maggio 1992. La morte di Totò Riina ha evocato i fantasmi della strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Ricordi, testimonianze, confessioni di chi quel giorno era presente sul posto, pochi attimi dopo che mille chili di tritolo disintegrarono un pezzo di autostrada.

Il fotografo Antonio Vassallo abita ancora a due passi dal luogo dell’esplosione. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17,58, fotografando – forse – qualcosa che non avrebbe dovuto. Ha raccontato più volte la storia del rullino che gli fu sottratto da quelli che si presentarono come due poliziotti in borghese, negativi spariti nel nulla, nonostante i suoi tentativi di recuperarli. Ma quello di cui non si è mai parlato, è del ricordo nitido che Vassalo ha della Quarto Savona 15, la Croma blindata su cui viaggiavano gli agenti della scorta di Falcone, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, che morirono nell’esplosione.

Il giallo della Quarto Savona 15

Ciò che resta dell’auto, adesso, è custodito in una teca e, dopo aver fatto il giro d’Italia, è esposto nella caserma “Lungaro” di Palermo. Si tratta ormai solo di un cumulo di lamiere, ma, secondo quanto ricorda Vassallo, la Croma blindata, catapultata tra gli ulivi dopo la deflagrazione, sarebbe rimasta pressoché integra. “La macchina era finita dall’altra parte dell’autostrada – rivela il fotografo a PalermoToday – era capovolta, ma ricordo di averla vista integra, non sicuramente come viene presentata oggi”.

Vassallo, candidato al Consiglio comunale di Palermo alle scorse amministrative e attivista che ogni giorno accompagna studenti da tutta Italia sui luoghi della strage, sembra ricordare bene i dettagli di quel pomeriggio infernale ed è convinto che sulla Quarto Savona 15 non tutto sia stato detto. “Sappiamo che Falcone viaggiava sempre con la sua valigetta ventiquattrore, che conteneva due agende ed un’agendina elettronica – dice il fotografo – dunque il magistrato doveva averla con sĂ© anche in quell’occasione. Di quella valigetta non se ne è saputo piĂą nulla, come mai? E ancora, perchĂ© quell’auto prima era integra e adesso è ridotta un cumulo di lamiere?”.  
Una delle ipotesi che traspare dal racconto di Vassallo è che l’auto sia stata “accartocciata” in un secondo momento, dopo averla “ripulita” di ciò che, verosimilmente, non si sarebbe dovuto trovare. “Nulla esclude – ipotizza il fotografo – che qualcuno abbia volutamente fatto sparire la ventiquattrore di Falcone, un po’ come è successo con la famosa agenda rossa di Borsellino, in via D’Amelio. Sono convinto che quell’auto non fosse ridotta così come ce la mostrano adesso. PerchĂ© nessuno ha spiegato cosa sia successo a quell’auto?”. Un particolare che salta fuori adesso perchĂ© – spiega il fotografo – è solo recentemente che i brandelli della Croma vengono mostrati in pubblico. 

Quei rullini spariti nel nulla

Al giallo della Quarto Savona 15, si somma, poi, quello del rullino sparito. Una storia già raccontata in passato da Vassallo, ma sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza. Dopo essere arrivato sul luogo della strage, a pochi minuti dall’esplosione, Vassallo racconta di essere fuggito via perché un uomo, che poi scoprirà essere Angelo Corbo, agente della scorta che viaggiava nell’altra auto, gli si avventa contro con un mitra. In quegli attimi deliranti, Corbo avrebbe scambiato l’obiettivo al collo di Vassallo per un’arma. Tornato qualche minuto dopo, il fotografo si aggira tra le macerie scattando a raffica, quando due uomini che si sarebbero presentati come poliziotti in borghese, avrebbero preso in consegna il rullino

“Io ero in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla questura – spiega Vassallo (nella foto a destra) –  stavo scattando fotografie, ma vengo fermato da questi due uomini. Mi sventolano un tesserino in faccia e, strattonandomi per un braccio, mi obbligano a consegnargli il rullino. Cosa che faccio nella speranza che, in qualche modo, le mie foto sarebbero servite alle indagini. Invece, passano i mesi e di queste foto non si sa più nulla. Quindi decido di andare da Ilda Boccassini, che indagava sulla strage alla procura di Caltanissetta, e lei cade dalle nuvole, dicendomi che quelle foto non erano mai arrivate. Guarda caso – racconta ancora il fotografo – il giorno dopo vengo convocato dal questore Arnaldo La Barbera che sostanzialmente si scusa, dicendomi che gli agenti avevano dimenticato di consegnare le foto e che sarebbero state inviate subito a Caltanissetta. Bene, quelle foto non sono state messe agli atti del processo, né tanto meno sono più saltate fuori”.
Il sospetto di Vassallo è che, senza volerlo, quel giorno abbia immortalato qualcosa che non avrebbe dovuto. Ipotesi questa che s’intreccia con i misteri ancora irrisolti di quel 23 maggio. Parallela al corso della giustizia, che ha inflitto dure condanne agli autori materiali della strage, corre – infatti – un’altra strada: quella delle presunte verità taciute, delle possibili complicità di apparati dello Stato e dell’ombra dei mandanti occulti. Segreti che, ancor più dopo la morte di Riina, sembrano perdersi tra le macerie di quel maledetto pomeriggio di maggio. PALERMO TODAY 25 novembre 2017


LE FOTOGRAFIE CHE “MANCANO” ALL’ITALIA…
“Allora abitavo – e abito tutt’oggi – a 300 metri da dove avvenne la strage, a metĂ  strada tra quel pezzo di autostrada cancellata e la collinetta da cui fu azionato il telecomando che provocò l’esplosione. Il 23 maggio del 1992 mi trovavo a casa, sul terrazzo che si affaccia sulla parte a valle verso il mare, verso quell’autostrada, quando alle 17,58 ho sentito una fortissima esplosione. Non posso descrivere che rumore fanno 500 chili di esplosivo, so solo che la montagna che sovrasta Capaci riversò sia l’onda d’urto che il suono”. “A me bastò girare lo sguardo verso l’autostrada da cui proveniva questo nuvolone di fumo e detriti che si era alzato altissimo nel cielo. Afferro la macchina fotografica che era giĂ  pronta perchĂ© la sera avrei avuto un compleanno e salto sul mio scooter 50”.
“Pensavo che fosse saltata i aria un’autocisterna piena di gas: non pensavo che per uccidere un uomo si progettasse di far saltare in aria un’autostra con 500 chili di tritolo. Lì accanto casa mia”. “Sono costretto ad appoggiare il mio scooter al tronco di un albero e proseguo a piedi perché la strada era impraticabile e mi ritrovo davanti quest’autostrada che non c’era più: c’era una voragine larga decine di metri. La mia attenzione è subito attirata da questa macchina bianca in bilico sull’orlo del cratere: sostanzialmente integra, solo con il vano motore danneggiato e con un principio di incendio. Decido di scalare la collinetta e da lì mi rendo conto che le macchine coinvolte sono molte di più”.
“Era cosciente e aveva gli occhi aperti: anche se distavamo cinque-sei metri, per un attimo ho incrociato quegli occhi e i suoi hanno incrociato i miei. Ci siamo cercati e ci siamo trovati. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, mi chiedo cosa avrà pensato il Dottor Falcone in quegli istanti guardandomi: probabilmente ha pensato che fossi uno del comando pronto a finirlo”. “Fui costretto a scappare: uno di loro, agitandomi il mitra contro, mi urlò di allontanarmi, cosa che io feci istintivamente”.
“Non ero un fotografo di cronaca nera, io ancora oggi faccio il fotografo di cerimonie, però in quel momento sento fortissimo il dovere di documentare il tutto fotograficamente. Comincio con delle fotografie panoramiche, poi mi avvicino sempre più al luogo interessato dall’esplosione, fino a fotografe il folto gruppo di persone che intorno a quella Croma bianca avevano difficoltà a estrarlo fuori, perché i detriti erano caduti attorno alla macchina di Falcone rendendone difficoltosa l’apertura”. “Io mi mantengo a distanza e faccio due o tre scatti con la mia macchina fotografica. A questo punto vengo avvicinato da due uomini in abiti civili che mi dicono essere poliziotti. Mi sventolano in faccia un tesserino così velocemente da non farmi capire se fosse della Polizia o della piscina, chiedendomi di consegnare il rullino fotografico. Allora io con orgoglio esibisco il tesserino da fotografo chiedendo solo di completare quel rullino di 36 pose. Loro se ne fregano, mi afferrano il braccio esercitando una leggera violenza e rinnovandomi l’invito a consegnare il rullino: a quel punto l’ho consegnato”.
“Per lungo tempo ho pensato che le mie fotografie avrebbero fatto un percorso normale finendo nelle mani degli investigatori e rivelandosi utili per le indagini. Magari mi avrebbero pure chiamato per ringraziarmi.
Invece non chiamò nessuno”. “Il Questore La Barbera sostanzialmente si scusa con me, dicendomi che le mie fotografie erano state dimenticate in un cassetto per sette mesi.
Non me le fa vedere, ma mi assicura che proprio in quelle ore erano state mandate agli investigatori della procura di Caltanissetta.
Ma quando si aprì il processo per la strage di Capaci scopro che le mie fotografie non erano agli atti. Mi amareggio ancora di più e mi incuriosisco, volevo sapere perché le mie fotografie erano di nuovo sparite. Da piu parti venni invitato alla prudenza, perché probabilmente avevo fotografato qualcuno o qualcosa che non dovevo fotografare: ancora oggi mi chiedo chi. Forse quelle persone che sono già sul posto, si fingono soccorritori e devono fare un altro mestiere, per esempio uccidere i feriti fingendo di soccorrerli oppure fare sparire dei documenti importanti come è accaduto in Via D’Amelio. Anche a Capaci è stata sottratta la ventiquattro ore di Falcone che conteneva due agende. Però non c’è una fotografia che lo documenta.”
“… l’Ispettore Catani dice di ricevere dai tre agenti sopravvissuti la ventiquattro ore di Falcone e che a sua volta la consegna ad Arnaldo La Barbera. Probabilmente ho fotografato tutto questo…”.
Testimonianza di Antonio Vassallo Capaci, Fotografo
 
 
Strage di Capaci, testimone rivela: “La Quarto Savona 15 era integra dopo l’esplosione”. Antonio Vassallo, fotografo di Capaci, era lì quando il 23 maggio 1992 la mafia fece saltare l’autostrada, uccidendo Giovanni Falcone. Fece anche alcune foto sul luogo della strage, mettendole a disposizione degli inquirenti.
Il fotografo abita a due passi dal luogo dell’attentato. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17:58, fotografando forse qualcosa che non avrebbe dovuto. E’ convinto che sulla Croma blindata che precedeva l’auto di Falcone non tutto sia stato detto. E’ ancora forte l’odore di sangue e gomma bruciata di quel 23 maggio 1992. La morte di Totò Riina ha evocato i fantasmi della strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Ricordi, testimonianze, confessioni di chi quel giorno era presente sul posto, pochi attimi dopo che mille chili di tritolo disintegrarono un pezzo di autostrada. Ha raccontato piĂą volte la storia del rullino che gli fu sottratto da quelli che si presentarono come due poliziotti in borghese, negativi spariti nel nulla, nonostante i suoi tentativi di recuperarli. Ma quello di cui non si è mai parlato, è del ricordo nitido che Vassalo ha della Quarto Savona 15, la Croma blindata su cui viaggiavano gli agenti della scorta di Falcone, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, che morirono nell’esplosione.
Ciò che resta dell’auto, adesso, è custodito in una teca e, dopo aver fatto il giro d’Italia, è esposto nella caserma “Lungaro” di Palermo. Si tratta ormai solo di un cumulo di lamiere, ma, secondo quanto ricorda Vassallo, la Croma blindata, catapultata tra gli ulivi dopo la deflagrazione, sarebbe rimasta pressoché integra.
“La macchina era finita dall’altra parte dell’autostrada – rivela il fotografo a PalermoToday – era capovolta, ma ricordo di averla vista integra, non sicuramente come viene presentata oggi”.
Vassallo, ogni giorno accompagna studenti da tutta Italia sui luoghi della strage, sembra ricordare bene i dettagli di quel pomeriggio infernale ed è convinto che sulla Quarto Savona 15 non tutto sia stato detto. “Sappiamo che Falcone viaggiava sempre con la sua valigetta ventiquattrore, che conteneva due agende ed un’agendina elettronica – dice il fotografo – dunque il magistrato doveva averla con sĂ© anche in quell’occasione. Di quella valigetta non se ne è saputo piĂą nulla, come mai? E ancora, perchĂ© quell’auto prima era integra e adesso è ridotta un cumulo di lamiere?”.
Una delle ipotesi che traspare dal racconto di Vassallo è che l’auto sia stata “accartocciata” in un secondo momento, dopo averla “ripulita” di ciò che, verosimilmente, non si sarebbe dovuto trovare.
“Nulla esclude – ipotizza il fotografo – che qualcuno abbia volutamente fatto sparire la ventiquattrore di Falcone, un po’ come è successo con la famosa agenda rossa di Borsellino, in via D’Amelio.
Sono convinto che quell’auto non fosse ridotta così come ce la mostrano adesso. PerchĂ© nessuno ha spiegato cosa sia successo a quell’auto?” Un particolare che salta fuori adesso perchĂ© – spiega il fotografo – è solo recentemente che i brandelli della Croma vengono mostrati in pubblico.
Al giallo della Quarto Savona 15, si somma, poi, quello del rullino sparito. Una storia già raccontata in passato da Vassallo, ma sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza. Dopo essere arrivato sul luogo della strage, a pochi minuti dall’esplosione, Vassallo racconta di essere fuggito via perché un uomo, che poi scoprirà essere Angelo Corbo, agente della scorta che viaggiava nell’altra auto, gli si avventa contro con un mitra. In quegli attimi deliranti, Corbo avrebbe scambiato l’obiettivo al collo di Vassallo per un’arma. Tornato qualche minuto dopo, il fotografo si aggira tra le macerie scattando a raffica, quando due uomini che si sarebbero presentati come poliziotti in borghese, avrebbero preso in consegna il rullino. Io ero in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla questura – spiega Vassallo (nella foto a destra) – stavo scattando fotografie, ma vengo fermato da questi due uomini. Mi sventolano un tesserino in faccia e, strattonandomi per un braccio, mi obbligano a consegnargli il rullino. Cosa che faccio nella speranza che, in qualche modo, le mie foto sarebbero servite alle indagini. Invece, passano i mesi e di queste foto non si sa più nulla. Quindi decido di andare da Ilda Boccassini, che indagava sulla strage alla procura di Caltanissetta, e lei cade dalle nuvole, dicendomi che quelle foto non erano mai arrivate. Guarda caso – racconta ancora il fotografo – il giorno dopo vengo convocato dal questore Arnaldo La Barbera che sostanzialmente si scusa, dicendomi che gli agenti avevano dimenticato di consegnare le foto e che sarebbero state inviate subito a Caltanissetta. Bene, quelle foto non sono state messe agli atti del processo, né tanto meno sono più saltate fuori”.
Il sospetto di Vassallo è che, senza volerlo, quel giorno abbia immortalato qualcosa che non avrebbe dovuto. Ipotesi questa che s’intreccia con i misteri ancora irrisolti di quel 23 maggio. Parallela al corso della giustizia, che ha inflitto dure condanne agli autori materiali della strage, corre – infatti – un’altra strada: quella delle presunte verità taciute, delle possibili complicità di apparati dello Stato e dell’ombra dei mandanti occulti. Segreti che, ancor più dopo la morte di Riina, sembrano perdersi tra le macerie di quel maledetto pomeriggio di maggio. Antonio Vassallo Capaci

Strage di Capaci: “non hanno perquisito il casolare dove scioglievano i corpi”

Foto rubate, depistaggi, mancate perquisizioni e troppe ombre. La rabbia del fotografo Antonio Vassallo

 

Strage di Capaci: “non hanno perquisito il casolare dove scioglievano i corpi”

Una memoria di plastica, nessuna verità “certa” a 29 anni dall’esplosione sull’A29. A poco meno di 6 giorni dalla commemorazione della Strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrato, gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, abbiamo riascoltato il racconto di un supertestimone. Antonio Vassallo, di professione fotografo, quel 23 Maggio 1992 alle 17.58, si trovava a pochi metri da quel pezzo di Autostrada fatto saltare in aria ed è stato uno dei primi ad accorrere sul luogo della strage. Salì sulla sua Vespa 50 Special, macchina fotografica a tracolla e, facendosi largo fra fango e detriti, arrivò fino alle autoblindate distrutte.

Antonio Vassallo ricorda lo scenario apocalittico, da film di guerra in cui, sconvolto, si aggirò, fra quei resti. Il suo racconto odierno ridelinea alcuni passaggi già ribaditi anche in trasmissioni TV come “Non è l’Arena” di Massimo Giletti e getta nuove ombre su alcune leggerezze investigative più o meno “volute”.

Vassallo, mancano pochi giorni al 29° anniversario della strage di Capaci. Lei, in un recente post pubblicato dal noto giornalista antimafia Attilio Bolzoni, ha commentato non senza una nota polemica, tutte le inadempienze compiute durante i rilievi nei giorni successivi della strage.

Io dico che oltre al dovere della memoria che dobbiamo avere tutti i giorni e non solo per quelle che io chiamo le “Falconiadi”, dobbiamo coltivare il nostro diritto alla veritĂ . Io voglio sapere chi ha premuto il vero telecomando e voglio sapere che fine hanno fatto le foto che io ho scattato quando sono arrivato come primo fotografo anche perchĂ© abito a pochi metri dall’accaduto”.

Lei più volte ha raccontato del rullino che si sono fatti consegnare 2 persone sul luogo della strage che si sono presentate come poliziotti dicendo che l’avrebbero consegnato al “Superpoliziotto” Arnaldo La Barbera.

“Io continuo a farmi delle domande sul ruolo che ha avuto Arnaldo La Barbera sull’intera vicenda. Quando mi sono recato, quasi spontaneamente, dalla giudice Ilda Boccassini che indagava a Caltanissetta per raccontare quanto avevo visto quei pochi minuti dopo l’esplosione, le ho detto che avrebbe potuto avvalersi, per compiere le indagini, delle mie foto scattate e che mi erano state requisite e consegnate al poliziotto Arnaldo La Barbera. La Boccassini mi disse che non sapeva nulla di queste foto e che non ne sapevano nulla neanche i suoi collaboratori. L’indomani mi chiamò l’Ufficio di Arnaldo la Barbera che allora era a capo di una squadra che indagava proprio su questa strage e mi disse che le foto erano state dimenticate nella tasca della divisa di uno dei poliziotti. Io feci notare che erano in borghese entrambi ma le stranezze non finiscono qui”.

In che senso?

Mi disse che le foto, in mattinata, erano state mandate a Caltanissetta e mi invitò a non alzare polveroni perchĂ© era giusto in quei giorni “fare quadrato” intorno allo Stato messo sotto attacco. Quando pochi mesi dopo iniziò il processo, scoprii che le foto non erano state messe agli Atti. Ricordo a me stesso che Arnaldo La Barbera arrivò fra i primi a Capaci e prese in consegna la borsa del magistrato che viaggiava nella Fiat Croma accartocciata”.

Come sa queste cose?

“E’ scritto nel verbale stilato dal poliziotto che tirò fuori la borsa di Falcone e che scrisse di averla consegnata nelle mani di Arnaldo La Barbera”.

Lei crede che le sue foto contenessero qualcosa di strano, un dettaglio rivelatore?

“Forse ho fotografato qualcosa che non doveva essere reso noto”.

Subito dopo la terribile esplosione, gli investigatori che perquisirono il luogo, trovarono 51 mozziconi di sigarette di almeno 3 marche diverse, la maggior parte, 43 complessivamente appartengono al tipo Merit, uno di marca Muratti e 7 MS. Tutti questi mozziconi sono stati trovati nel luogo che è servito da punto di osservazione ai sicari appostati per controllare l’autostrada A29 ed essere in grado di premere il telecomando nell’attimo preciso in cui le blindate dovevano saltare in aria con il tritolo accuratamente collocato in un viadotto sottostante. Lei, più volte, ha parlato di mancata perquisizione ad un casolare che si trova a 30 metri dal luogo in cui molto probabilmente erano appostati i sicari.

“Sì, certo, è quello di Giovanni Battaglia che fumava proprio le Merit, lo so per certo. Tutti parlano di luoghi, traiettorie perfette, pietre spostate, alberi potati per vederci meglio ( Attilio Bolzoni nel suo Editorialedomani Blog Mafie ndr) e nessuno pensò a perquisire un casolare che invece doveva essere “smontato” per trovare altri fondamentali dettagli. Invece, non l’hanno perquisito nemmeno 7 mesi dopo l’arresto di Giovanni Battaglia. A pensarci bene, non mi sorprendo neanche che non l’abbiano perquisito: quando hanno arrestato Totò Riina, non sono andati neanche nella sua casa di via Bernini”.

Poi però il casolare l’hanno perquisito, Vassallo.

Sì, dopo 4 anni grazie alle indicazioni di un pentito. Nel casolare hanno scoperto le vasche dove scioglievano i corpi. Emanuele Piazza e altri casi di “lupara bianca”, sono stati portati lì”.

Lei che idea si è fatto in questi anni?

“Che è stata la manovalanza locale a premere il telecomando ma, conoscendo Giovanni Battaglia (era mio vicino di casa) e gli altri sicari, tutti semianalfabeti, non credo abbiano potuto architettare un piano così ingegneristicamente perfetto. Sono in tanti a chiedersi questo, anche il magistrato Nino Di Matteo, se l’è chiesto”.

Bastava premere un tasto di telecomando, no?

“Bisognava colpire una macchina che passava a 140/150 Km orari, calcolando i tempi di reazione di un telecomando posto a circa 900 metri e il tutto con la tecnologia di quasi 30 anni fa. Mi pare difficile”.

Lei non ha paura a raccontare queste cose?

Continuo a vivere in quel territorio, come lo vivevo il giorno in cui è successa la strage, quella è casa mia. Non ho paura della mafia che a me, comunque, non mi ha fatto mai niente. La paura è un sentimento che quando sei giovane, non conosci e nel ’92 io ero un giovane. Oggi io sono arrabbiato”.

Perché?

Mi hanno deluso uomini dello Stato e continuano a farlo. Questa storia che racconto dovrebbe essere presa in considerazione da chi fa le indagini ed invece preferiscono fare le commemorazioni, portare avanti una memoria di plastica che non porta a nulla”.

Lei continua a fare da guida portando specialmente le scolaresche sulla collinetta da dove venne premuto il telecomando.

“Sì, sempre. Quest’anno con la pandemia purtroppo no e non ho mai chiesto 1 euro per farlo, sono e resto libero, ecco perchè creo imbarazzo quando parlo, sono un cane sciolto, non ho padroni. In 12 anni, ho accompagnato almeno 30 mila ragazzi”.

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Prima Pagina Marsala 17 Maggio 2021 

 

23 maggio 1992 e la QUARTO SAVONA 15 bis

 
 
 
 

 

 

 

ANTONIO VASSALLO, quel 23 maggio che avrebbe cambiato per sempre la sua vita