Nella Palermo di fine XIX secolo la presenza della mafia era già radicata, anche se non sempre apertamente riconosciuta. Le inchieste condotte dal questore Ermanno Sangiorgi tra il 1898 e il 1900 furono le prime a definire chiaramente la mafia come un’associazione criminale strutturata, con un proprio codice d’onore e basata su giuramenti, dedita principalmente al racket estorsivo della “protezione”. Dalle indagini di Sangiorgi emerse una mappa di cosche: ben 218 uomini d’onore divisi in otto clan controllavano vaste aree di Palermo, dalle zone rurali periferiche fino al centro cittadino. In quegli anni l’ordine pubblico era fragile e spesso cosche e criminali locali prosperavano grazie all’omertà e alle complicità altolocate. Non di rado si assisteva a omicidi e vendette che coinvolgevano figure di spicco (celebre fu il caso dell’ex sindaco Emanuele Notarbartolo nel 1893), segno del potere occulto che la mafia esercitava sulla società e sulla politica del tempo.
Nel tessuto popolare palermitano di fine Ottocento, la mafia imponeva il proprio controllo anche su attività quotidiane: dal pizzo sulle botteghe alla gestione di traffici illeciti (come la falsificazione di denaro). Denunciare o anche solo essere sospettati di collaborazione con le forze dell’ordine esponeva a gravi rischi. Venire bollati come “‘nfami” (infami), cioè spie, equivaleva a firmare la propria condanna a morte: l’esser considerati informatori era infatti una delle cause principali degli omicidi di mafia in quel contesto. In questo clima di paura, la gran parte della popolazione preferiva tacere. Tuttavia, alcune donne ebbero già allora il coraggio di ribellarsi e denunciare: fu proprio una di queste coraggiose scelte a innescare la tragica vicenda di Emanuela Sansone.
La giovane Emanuela Sansone e la sua famiglia
Emanuela Sansone era una ragazza palermitana di 17 anni, primogenita di Salvatore Sansone e Giuseppina Di Sano (nota anche come “vedova Sansone” o con il cognome Basano nei documenti d’epoca). La famiglia gestiva da circa quindici anni una bottega di generi alimentari con annessa osteria (all’epoca detta bettola) in via Sampolo n. 20, nei pressi del Giardino Inglese – oggi Parco Piersanti Mattarella – alla periferia di Palermo. La bottega fungeva anche da abitazione per la famiglia e da punto di ritrovo per avventori del quartiere popolare situato alle spalle del carcere dell’Ucciardone. Emanuela vi aiutava i genitori insieme ai due fratelli minori, Salvatore e Giuseppe.
Nonostante la giovane età, Emanuela si trovò coinvolta indirettamente nelle dinamiche criminali del quartiere a causa della posizione scomoda in cui venne a trovarsi la sua famiglia. Tra i clienti della loro bottega vi era infatti il comandante della stazione locale dei Carabinieri. La sua presenza frequente destò maldicenze: nel vicinato si mormorava che quell’ufficiale “corteggiasse la diciassettenne Emanuela”, circostanza vista con enorme sospetto in un contesto dove ogni eccessiva familiarità con le forze dell’ordine era malvista. Giuseppina, la madre, doveva dunque bilanciarsi tra il non indisporre il comandante e il placare le chiacchiere, una situazione già di per sé delicata.
Ad aggravare ulteriormente la posizione della famiglia Sansone giunse un altro episodio. Un giorno il proprietario di una conceria mandò i suoi figli a comprare merce presso la bottega, ma Giuseppina si accorse che i ragazzi cercavano di pagare con banconote false. La donna rifiutò cortesemente il denaro contraffatto, suscitando le proteste dei giovani clienti. Ne seguì un alterco: uno dei biglietti falsi rimase nelle mani di Giuseppina, che inviò il marito Salvatore a chiarire la questione col padre dei ragazzi. L’incidente si risolse solo parzialmente, con un pagamento in parte dovuto e molte rimostranze del conceriaio, il quale negava mala fede da parte dei figli. Dopo questo fatto, l’aria attorno alla bottega divenne pesante: gli abitanti del quartiere iniziarono a evitare la famiglia Sansone e a bisbigliare accuse. Qualcuno evidentemente aveva sussurrato che Giuseppina avesse denunciato ai Carabinieri i falsari di banconote. Le altre donne del rione smisero di fare acquisti da lei e la additavano di nascosto come una spia. In un ambiente dominato dalla legge non scritta dell’omertà, quella nomea di delatrice isolò completamente Giuseppina: la sua famiglia era ormai marchiata come ‘nfami. La stessa Giuseppina avvertì chiaramente che una minaccia grave incombeva su di loro.
L’attentato di via Sampolo e le cronache dell’epoca
La sera del 27 dicembre 1896 (all’indomani delle festività natalizie) i timori di Giuseppina Di Sano si concretizzarono tragicamente. Attorno alle ore 20, mentre la famiglia era riunita come di consueto nei locali della bettola, si udirono dei forti colpi d’arma da fuoco. Due uomini, visti poco prima aggirarsi nella bottega con fare sospetto, avevano probabilmente predisposto un agguato: approfittando di un foro praticato nel muro di un limoneto di fronte al negozio, utilizzarono quell’apertura per mirare all’interno e aprire il fuoco. Dall’altro lato del muro di via Sampolo, nascosti nell’oscurità, i sicari esplosero almeno tre fucilate in rapida successione. I pallettoni e le palle calibro 12 perforarono la parete di legno della bottega, colpendo in pieno le loro vittime. Giuseppina, che si trovava dietro il banco, fu raggiunta alla spalla e al fianco e cadde gravemente ferita. La giovane Emanuela, che si era precipitata verso la madre per soccorrerla, venne colpita da un proiettile alla tempia sinistra. La ragazza si accasciò al suolo priva di sensi. In pochi attimi la bettola si trasformò in una scena straziante: il padre Salvatore, che stava giocando a carte nel retro con un amico, accorse al grido della moglie e trovò la figlia riversa, piangendo come un bambino senza riuscire a reagire allo shock. Un’avventrice presente (Caterina Pirrone) cercò di sostenere la madre ferita, mentre dal vicino presidio di Santa Lucia arrivarono di corsa un brigadiere dei Carabinieri e un altro militare, allertati dagli spari. I soccorritori caricarono in una carrozza Giuseppina ed Emanuela per trasportarle d’urgenza all’Ospedale Militare. Purtroppo durante la corsa verso l’ospedale la giovane Emanuela spirò a causa della gravità della ferita. Giunti al nosocomio, i medici non poterono che constatarne il decesso, mentre Giuseppina, seppur ferita in modo serio, fu affidata alle cure d’urgenza e riuscì a sopravvivere. Emanuela Sansone morì così a soli 17 anni (diciotto non ancora compiuti), tragicamente vittima innocente di un attentato di stampo mafioso. Questo omicidio segnò un triste primato: fu la prima volta che la mafia uccise una donna, infrangendo il presunto codice d’onore secondo cui donne e bambini sarebbero intoccabili. Purtroppo quella “eccezione” non rimarrà isolata – anzi, inaugurerà una lunga scia di sangue in cui anche donne e minori pagheranno con la vita la ferocia mafiosa.
All’epoca, però, il movente dell’agguato di via Sampolo non apparve subito chiaro e gli assassini riuscirono inizialmente a far perdere le proprie tracce. La notizia fece scalpore e fu ampiamente riportata dai giornali locali con toni drammatici. Il Giornale di Sicilia, nell’edizione del 29 dicembre 1896, parlò del “doppio assassinio di via Sampolo”: «Madre e figlia prese a fucilate da dietro un muro – Per vendetta o per isbaglio? Mistero!» titolava il quotidiano palermitano, sottolineando l’efferatezza di due donne colpite a tradimento. Nel suo resoconto la testata avanzò alcune congetture sulle possibili cause della sparatoria, attribuendo l’eccidio a ragioni apparentemente private. In particolare, il Giornale di Sicilia ipotizzò due spiegazioni alternative per l’agguato:
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La vendetta di un corteggiatore respinto: un giovane del rione, invaghito di Emanuela, avrebbe chiesto la mano della ragazza ma si sarebbe visto opporre un netto rifiuto dalla madre, che non lo riteneva “sistemato”. Secondo la voce raccolta, quel diniego avrebbe armato la mano del pretendente respinto.
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Un tragico errore di persona: i sicari avrebbero colpito le vittime sbagliate. L’attacco – in questa versione – era forse destinato a colpire il padre di Emanuela (Salvatore Sansone) o l’amico Antonino Clemente con cui egli giocava a carte, per qualche precedente contrasto, e non le due povere donne.
Il quotidiano chiuse l’articolo con una nota mesta, descrivendo la ragazza uccisa come «una ragazza avvenentissima, un bel tipo di biondina, dagli occhi cerulei, piena di salute» che ora giaceva esanime in attesa di sepoltura, “vittima di chissà quale dramma”. Le cronache dell’epoca, dunque, restituirono immediatamente l’immagine di un delitto misterioso e senza colpevoli certi, insinuando moventi passionali o errori fatali. Non si parlava ancora apertamente di mafia su quelle pagine: l’ombra mafiosa – sebbene evidente oggi nella dinamica premeditata dell’agguato – rimaneva sottintesa o ignorata nella stampa coeva.
Le indagini e il processo Sangiorgi
Subito dopo l’omicidio di Emanuela Sansone, le autorità avviarono le indagini, ma inizialmente brancolarono nel buio. Sul luogo dell’attentato i Carabinieri e i funzionari di polizia trovarono il modus operandidell’agguato: il foro nel muro di fronte alla bottega, ad altezza d’uomo, da cui erano partiti i colpi di fucile. I proiettili rinvenuti confermarono la premeditazione: i killer avevano usato cartucce caricate con mischia di pallini e pallettoni per colpire un bersaglio ampio (Giuseppina) e una cartuccia a palla singola per il colpo mortale che centrò Emanuela. Nonostante questi indizi, all’epoca nessun colpevole venne immediatamente individuato. Le prime ipotesi investigative seguirono le piste suggerite dai pettegolezzi (il pretendente vendicativo, il possibile errore nel colpire Sansone o l’amico Clemente), ma nessuna prova concreta emerse nell’immediato. La mafia, vera mandante dell’attentato, continuava a celarsi dietro un muro di omertà e paura.
Fu soltanto negli anni successivi, grazie a un’azione investigativa più ampia, che la verità iniziò a delinearsi. Giuseppina Di Sano, scampata per miracolo all’agguato in cui perse la figlia, decise di non piegarsi alle intimidazioni: trovò il coraggio di collaborare con la giustizia, diventando di fatto una delle primissime donne-testimoni contro la mafia. Dopo aver seppellito Emanuela, Giuseppina iniziò a fornire informazioni e denunce, aiutando le autorità a ricostruire il contesto criminale dietro l’omicidio. La sua determinazione la portò anche a costituirsi parte civile nel grande processo antimafia che andava prendendo forma. Le indagini coordinate dal questore Sangiorgi, infatti, rivelarono che l’attentato di via Sampolo rientrava in un quadro più ampio di attività mafiose nel capoluogo siciliano. Il rapporto Sangiorgi, documento destinato al Ministero degli Interni, analizzò esplicitamente anche il caso Sansone, confermando che la sparatoria nacque dal sospetto (peraltro infondato) che Giuseppina avesse denunciato i falsari di monete. In altre parole, l’ordine di morte era stato emesso dalla mafia locale contro la madre di Emanuela, vista come traditrice, e la ragazza ne fu la vittima innocente “per errore”.
Nel maggio 1901 si aprì finalmente a Palermo un maxiprocesso contro 51 presunti affiliati mafiosi, frutto del lavoro di Sangiorgi e delle coraggiose testimonianze raccolte. Giuseppina Di Sano fu una testimone chiave in aula: nonostante le continue minacce ricevute, denunciò apertamente i sospettati dell’omicidio della figlia. La sua scelta, per l’epoca, fu eccezionale – una donna del popolo che sfidava la mafia in tribunale – e le costò caro a livello personale. Nella sua deposizione, la vedova Sansoneespresse tutta l’amarezza per l’isolamento e le ritorsioni subite dopo la morte di Emanuela, dichiarando: «mi sono veduta da allora mal vista e sfuggita da tutti e, all’insanabile piaga che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliola, si aggiunse ora il danno economico prodottomi dalle persecuzioni della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi». Queste parole, verbalizzate oltre un secolo fa, trasmettono la duplice sofferenza di una madre: al lutto incancellabile per la figlia uccisa si univa la rovina economica e sociale inflittale dai mafiosi, che continuarono a tormentarla per una “colpa” inesistente.
L’esito del processo Sangiorgi fu tuttavia parzialmente deludente. Nonostante l’impegno dei magistrati e le numerose prove raccolte, molti imputati riuscirono a evitare condanne esemplari. Le udienze furono segnate da ritrattazioni improvvise e dall’ostinato silenzio di tanti testimoni intimoriti. Inoltre, diversi personaggi eminenti, tra cui nobili, parlamentari e professionisti insospettabili, intervennero in difesa degli accusati, fornendo alibi e testimonianze a discarico che minarono l’accusa. Alla fine, le pene inflitte ai mafiosi risultarono miti rispetto alle attese e ben 19 dei 51 imputati vennero assolti, spesso grazie alle protezioni influenti di cui godevano nell’alta società palermitana. Di fatto, come spesso accadrà in seguito, i veri mandanti e colpevoli dell’omicidio di via Sampolo rimasero impuniti o subirono solo lievi conseguenze. Eppure, qualcosa di importante era avvenuto: Giuseppina Di Sano con la sua testimonianza ottenne almeno la condanna di uno dei mafiosi coinvolti nell’omicidio, un risultato quasi impensabile fino a pochi anni prima. Per la prima volta una donna siciliana, semplice ma determinata, era riuscita a trascinare in tribunale uomini d’onore e a farli giudicare dallo Stato. Questo evento, pur con tutte le sue ombre giudiziarie, rappresentò un precedente storico nella lotta alla mafia e gettò le basi per una maggiore consapevolezza del fenomeno mafioso nelle istituzioni.
La memoria di Emanuela Sansone: dall’oblio alla commemorazione
Per lungo tempo la vicenda di Emanuela Sansone e il coraggio di sua madre Giuseppina sono rimasti poco noti al grande pubblico. Alla fine dell’Ottocento la stessa parola “mafia” era pronunciata a mezza bocca e presto l’episodio di via Sampolo scivolò nell’oblio, oscurato da decenni di silenzio e da ben più celebri fatti di sangue del Novecento. Emanuela, giovane vittima innocente, non ebbe l’onore di monumenti o intitolazioni immediate nella sua città. Tuttavia, con il tempo, studiosi e attivisti dell’antimafia hanno recuperato questa storia, riconoscendone l’importanza simbolica. Storici come Umberto Santino e Anna Puglisi del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” hanno definito Emanuela “un triste primato”, ovvero la prima donna uccisa dalla mafia, e hanno riportato alla luce le circostanze del suo omicidio nelle loro ricerche. Il suo nome compare oggi negli elenchi delle vittime innocenti di mafia che l’associazione Libera legge pubblicamente ogni 21 marzo (Giornata della Memoria e dell’Impegno): Emanuela Sansone è ricordata come una ragazza la cui unica “colpa” fu l’essere figlia di una donna onesta che non si piegò al volere dei boss. Proprio un presidio di Libera dell’Alto Vicentino (a Schio, in provincia di Vicenza) è stato intitolato a Emanuela Sansone, a testimonianza di come il sacrificio di questa giovane abbia assunto un valore nazionale nella cultura della memoria antimafia.
In anni recenti, si sono moltiplicate le iniziative per onorare la memoria di Emanuela e di sua madre Giuseppina. Nel 2018, ad esempio, un gruppo di studentesse di Brescia ha composto una ballata intitolata “Due giorni dopo Natale” dedicata alla storia di Emanuela, nell’ambito di un progetto educativo sulle vittime di mafia promosso da Libera. A Palermo, solo in tempi molto recenti, si è colmata una lacuna commemorativa: l’8 marzo 2024, in occasione della Giornata internazionale della donna, il Comune di Palermo ha apposto una targa in ricordo di Emanuela Sansone e di sua madre proprio sul muretto di fronte al civico 20 di via Sampolo, nel luogo esatto dove avvenne l’agguato. Questa targa restituisce finalmente un segno tangibile di memoria nel quartiere, ricordando ai passanti quel tragico evento del 1896.
Nello stesso anno, grazie alla sinergia tra il Centro Impastato – No Mafia Memorial, la Biblioteca delle Donne UDI Palermo e altre associazioni, è stato lanciato un progetto artistico e culturale per celebrare le due donne. Il 12 dicembre 2024 è stata inaugurata a Palermo un’installazione d’arte contemporanea site-specific dell’artista Franca Marini, collocata in un giardino pubblico vicino a via Sampolo, dedicata al sacrificio di Emanuelae alla lotta di Giuseppa Di Sano. L’opera, pensata come effimera ma altamente simbolica, rappresenta non solo l’atto criminale, l’omicidio di una giovane innocente, ma soprattutto la straordinaria forza morale di sua madre, che rifiutò di piegarsi alla prepotenza mafiosa (rifiutando il denaro falso e le imposizioni del clan) e continuò a resistere alle intimidazioni, battendosi fino in fondo per identificare i colpevoli. Contestualmente, è stato pubblicato un volume storico-illustrativo curato da Umberto Santino, Anna Puglisi e Daniela Dioguardi, che ricostruisce dettagliatamente le vicende storiche e giudiziarie di Emanuela e Giuseppa. Questo libro, basato su documenti d’archivio e arricchito da tavole artistiche, rende omaggio alla memoria delle due donne e al tempo stesso “restituisce alla città di Palermo un frammento emblematico della propria storia”.
La riscoperta di Emanuela Sansone e di sua madre Giuseppa Di Sano ha un profondo significato civile e culturale. Come hanno sottolineato i promotori di queste iniziative, recuperare questa storia significa sanare una frattura nella memoria collettiva palermitana e italiana. Giuseppa fu un’eroina antesignana della lotta alla mafia: in un’epoca in cui di mafia non si poteva né doveva parlare, e in cui alle donne non era neppure riconosciuto il diritto di voto, lei denunciò il crimine e riuscì ad ottenere (sia pur parzialmente) giustizia per l’uccisione di sua figlia. Un fatto storico e civico di enorme portata, rimasto a lungo dimenticato, ma oggi finalmente valorizzato. Ricordare Emanuela Sansone significa anche sfatare il mito di una mafia “galante” che risparmierebbe donne e bambini: la cruda realtà è che la mafia ha sempre ucciso anche i più innocenti quando ciò serviva ai suoi scopi di vendetta o intimidazione. La giovane Emanuela, colpita “per caso” al posto della madre, è la prima di oltre cento vittime minorenni che dalla fine dell’Ottocento ad oggi sono state sacrificate sull’altare della violenza mafiosa. La sua memoria, oggi affidata a targhe, opere d’arte, libri e all’impegno di associazioni e scuole, è divenuta monito ed esempio: il suo nome ricorda a tutti noi il prezzo altissimo che la comunità ha pagato e paga nella lotta contro la mafia, ma anche il coraggio di chi, come Giuseppa Di Sano, non si piega all’omertà e insiste nel chiedere verità e giustizia. Emanuela Sansone, la ragazza “dagli occhi cerulei” uccisa nel fiore degli anni, continua così a vivere nella memoria storica come simbolo di innocenza violata ma anche di riscatto civile, in una Palermo e in un’Italia che riscoprono le proprie eroine dimenticate.
Roberto Greco