QUELLA TELEFONATA FANTASMA DI CONTRADA SULLA PISTA NERA

 
La telefonata che non c’è. O meglio, che nessuno ha ancora mai visto. Nell’udienza del 17 novembre scorso al tribunale di Caltanissetta, durante il processo sul depistaggio della cosiddetta “pista nera”, è emerso un dettaglio che merita attenzione.
Il generale Emilio Borghini, comandante del Gruppo Carabinieri Palermo I dal 1990 al 1992, ha parlato di una telefonata che Bruno Contrada gli avrebbe fatto all’epoca per lamentarsi del brigadiere Walter Giustini e delle sue indagini.
Una conversazione in cui si sarebbe chiesto addirittura il trasferimento del sottufficiale.
Il problema? Borghini non ricordava (e in realtà non ricorda tuttora) assolutamente nulla di questa telefonata.
Almeno fino a quando non è stato sentito dall’allora procuratore generale Roberto Scarpinato nel gennaio 2022. «Io questa telefonata me l’ero completamente dimenticata», ha dichiarato il generale in aula.
E ancora: «Quando il dottor Scarpinato me l’ha ricordata, perché loro, l’autorità giudiziaria, evidentemente ne erano a conoscenza».
Alla domanda della pm Nadia Caruso su come gli sia stato rammentato questo episodio, Borghini ha precisato: «Il dottor Scarpinato mi disse che l’autorità giudiziaria era a conoscenza di quella telefonata».
Non gli è stata data lettura di una conversazione intercettata. Non gli è stato mostrato un documento. Solo un racconto a voce. «Confermo sì, io non ho diretto ricordo», ha ribadito il generale quando gli è stato chiesto esplicitamente.
Contattato telefonicamente da Il Dubbio, Bruno Contrada nega categoricamente di aver mai fatto quella telefonata a Borghini.
«Non ho mai chiamato Borghini per lamentarmi di Giustini o chiederne il trasferimento!», dice l’ex funzionario dei servizi segreti.
Una smentita netta che rimette tutto in discussione. D’altronde, in trent’anni di processi, indagini e carte processuali che hanno ricostruito minuziosamente quegli anni, questa telefonata non è mai spuntata.
Mai citata, mai menzionata, mai emersa in alcun atto.
Nemmeno in quelli che riguardano Contrada quando fu processato. Compare solo nel 2022, quando Scarpinato – allora a capo della Procura generale di Palermo, oggi senatore grillino – sente Borghini come persona informata sui fatti.
C’è poi un aspetto tecnico che rende la vicenda ancora più singolare.
Contrada all’epoca era nei servizi segreti. Seppur indagato, intercettare un funzionario dell’intelligence nel 1992 era praticamente impossibile.
Le procedure, i controlli e le autorizzazioni necessarie rendevano un’operazione del genere estremamente improbabile. Eppure – almeno dalle parole del testimone – Scarpinato avrebbe fatto capire a Borghini che il telefono era controllato. «Mi sembra che il dottor Scarpinato forse mi disse che l’altro telefono era controllato», ha riferito il generale in udienza.
Non si mette in dubbio la caratura di chi ha guidato uffici giudiziari importanti. Sarebbe grave pensare che Scarpinato abbia potuto suggestionare Borghini. Ma allora, se questa intercettazione esiste davvero, se l’autorità giudiziaria ne è effettivamente a conoscenza come riferito al generale, è stata prodotta? Sarebbe nell’interesse della verità.
Scarpinato ha riaperto nel 2022 la pista nera, ha rivitalizzato elementi già scartati in passato.
Una cosa è certa: questa intercettazione, che dimostrerebbe le pressioni di Contrada per ostacolare indagini sulla pista nera, non sarebbe a disposizione della procura nissena. O meglio, dal processo in corso sul depistaggio della pista nera, emerge che i pubblici ministeri non ne sono a conoscenza.
Emilio Borghini non ha memoria diretta
In aula, l’avvocata Sonia Battagliese, difensore di Giustini, ha messo il dito nella piaga.
Ha chiesto a Borghini se Contrada avesse chiesto il trasferimento del brigadiere.
La risposta del generale: «Credo di sì, però ripeto, relata refero, perché sono informazioni che mi ha dato il dottor Scarpinato». Relata refero.
Riferisco quello che mi è stato riferito. Borghini non sta raccontando qualcosa che ricorda: sta riportando quanto gli ha detto Scarpinato nel 2022 su un episodio del 1992 che lui aveva rimosso.
L’avvocata ha insistito e Borghini ha chiarito: «Io non ricordo questa telefonata qui.
Ma dissi al dottor Scarpinato che se effettivamente è accaduto che un funzionario chiede a un comandante di trasferire un dipendente, la prima cosa che fa un comandante è prendere la tutela del proprio dipendente».
In pratica, ha spiegato a Scarpinato come avrebbe dovuto comportarsi un comandante, non che lo avesse fatto davvero. Quando la pm gli ha chiesto se gli fosse stata mostrata la trascrizione di un’intercettazione, Borghini ha risposto: «Io ritengo che non mi sia stata sottoposta una trascrizione, ma ritengo che mi sia stato detto a voce che l’autorità giudiziaria era a conoscenza di quella telefonata». Più chiaro di così non si può.
Due note Cavallo o una?
Ma c’è un altro elemento che emerge dall’udienza e che aggiunge confusione alla confusione.
La famosa “nota Cavallo” del 5 ottobre 1992, quella che per la prima volta riportava il de relato sul coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie nella strage di Capaci.
Anche qui Borghini ha un ricordo particolare.
Il generale ha spiegato di aver dimenticato l’esistenza di questa nota fino a quando Scarpinato non gliel’ha mostrata nel 2022, riconoscendo la sua sigla. Ma quando in udienza la pm Caruso gli ha sottoposto la nota Cavallo presente agli atti del processo, Borghini ha fatto un’affermazione sorprendente: quella non è la nota che lui aveva siglato. E in effetti, nel documento agli atti, figura solo la sigla dell’allora capitano Cavallo.
«No, dottoressa, non fu questa qui, perché quella che mi fu mostrata era inviata a due indirizzi, a un procuratore della Repubblica, che mi pare fosse il dottor Tinebra, se non mi sbaglio, e per conoscenza al comando del gruppo», ha spiegato il generale.
La nota mostrata in udienza invece aveva indirizzi diversi e destinatari multipli. E soprattutto, secondo Borghini, conteneva «delle notizie un pochino più dettagliate», mentre quella da lui siglata era «più generica».
Quindi esisterebbero due note Cavallo?
Una più sintetica, siglata da Borghini e mostrata da Scarpinato nel 2022, e una più dettagliata agli atti del processo? Il generale è stato chiaro: «Ho la netta sensazione che questa qui che mi è stata mostrata adesso sia molto più precisa, molto più precisa e molto più dettagliata». Com’è possibile?
Qualcuno ha integrato la nota originale? Ne è stata redatta una seconda versione più corposa? E se sì, quando e perché?
Sono domande che meritano risposte.
La pista nera si regge su elementi fragili: un pentito che della strage non sapeva nulla, una donna sotto processo per falsa testimonianza, colloqui investigativi senza valore probatorio.
Ora si aggiunge una telefonata che compare solo trent’anni dopo, ricordata a un testimone che ammette candidamente di non averne memoria diretta. E una nota che forse esiste in due versioni diverse. Report continua a costruire il suo castello di ombre.
Ma i castelli hanno bisogno di fondamenta solide. E qui, francamente, di solido si vede poco. Anzi, più si scava, più emergono contraddizioni e singolarità.
La verità sulle stragi del 1992, dove furono uccisi Falcone e Borsellino, merita rispetto. Merita che si lavori sui fatti, non sulle suggestioni. Che si producano prove, non racconti. Altrimenti il rischio resta quello di sempre: confondere le acque e allontanarsi dalla realtà invece di avvicinarsi. IL DUBBIO 6.1.2026
 
 

BRUNO CONTRADA