Trentacinque anni di resistenza civile: dall’isolamento di Libero Grassi alla normalizzazione della denuncia nel 2026

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Il 10 gennaio 1991, la storia del contrasto alla criminalità organizzata in Italia subiva una deviazione irreversibile a seguito di un atto di resistenza civile. Quella mattina, i lettori del Giornale di Sicilia trovarono in prima pagina una missiva che non solo sfidava la logica del potere mafioso, ma ne scardinava l’arma più letale: la segretezza. Libero Grassi, titolare dell’azienda tessile Sigma, pubblicava la sua celebre lettera al “Caro estortore”, un atto di ribellione pubblica che, pur portandolo al sacrificio estremo nell’agosto dello stesso anno, avrebbe gettato le basi per una rivoluzione legislativa e culturale. A trentacinque anni da quel gesto, nel gennaio del 2026, il paesaggio sociale e giuridico siciliano appare profondamente trasformato. Se allora la denuncia era un salto nel vuoto compiuto in solitudine, oggi essa rappresenta una scelta strutturata, protetta da una rete di garanzie statali e associative che hanno reso obsoleto quel clamore mediatico che per Grassi fu l’unico, disperato scudo protettivo.

L’anatomia di un isolamento: il contesto del 1991

Per comprendere la portata del cambiamento, è necessario analizzare il vuoto che circondava Libero Grassi nel 1991. L’imprenditore non si scontrava solo con le pretese del clan dei Madonia, ma con un sistema economico che aveva interiorizzato l’estorsione come una tassa d’esercizio inevitabile. La documentazione dell’epoca evidenzia come il “pizzo” fosse una transazione complessa e sfumata, spesso accettata dai colleghi di Grassi in virtù di quello che è stato definito un “complesso di Stoccolma” nei confronti degli aguzzini. Molti imprenditori non solo pagavano, ma negavano sistematicamente qualsiasi contatto con le cosche, nonostante i loro nomi apparissero chiaramente nei libri mastri sequestrati a Cosa Nostra.

Grassi scelse di rompere questo schema. La sua lettera non era solo un rifiuto di pagare, ma un’accusa ai politici e alla società civile che poco avevano fatto per proteggere il tessuto produttivo. L’isolamento di Grassi fu, di fatto, la sua condanna a morte. Le associazioni di categoria del tempo non offrirono il supporto necessario, e l’imprenditore fu costretto a cercare rifugio nella visibilità mediatica, partecipando a trasmissioni televisive nazionali come Samarcanda. Questa sovrapposizione tra vita privata, rischio imprenditoriale e palcoscenico pubblico era l’unico modo per non essere eliminati in silenzio, ma paradossalmente alimentò quella solitudine che la mafia interpretò come un segnale di debolezza del sistema statale.

L’evoluzione del quadro normativo e la protezione economica

Il sacrificio di Grassi impose al legislatore italiano una riflessione urgente sulla necessità di proteggere chi decide di opporsi al racket. Il percorso legislativo iniziato negli anni Novanta ha portato alla creazione di un’architettura di sostegno che oggi, nel 2026, è considerata un modello a livello europeo. Il passaggio fondamentale è stato il riconoscimento che la vittima non necessita solo di protezione fisica, ma di una solida garanzia di continuità aziendale.

L’attuale sistema si fonda sul Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti, istituito e perfezionato attraverso una serie di interventi normativi che hanno unificato preesistenti fondi settoriali. Questo strumento permette di erogare elargizioni a fondo perduto per i danni subiti a causa di attività estorsive e mutui senza interesse per le vittime di usura.

Meccanismi di erogazione e accelerazione delle procedure

Una delle criticità storiche del sistema antiracket era l’eccessiva lentezza burocratica, che spesso portava al fallimento delle imprese denuncianti prima dell’arrivo dei fondi. Le modifiche introdotte con la legge 3/2012 e consolidate nel decennio successivo hanno mirato proprio ad accelerare questi tempi. Oggi è possibile ottenere la concessione del mutuo o dell’elargizione anche durante la fase delle indagini preliminari, previo parere favorevole del pubblico ministero, basandosi su elementi concreti acquisiti durante le indagini.

Il sistema del 2026 prevede inoltre l’interdizione dai benefici per chiunque sia stato condannato per reati di particolare allarme sociale o sia sottoposto a misure di prevenzione patrimoniale, garantendo che le risorse pubbliche non finiscano indirettamente nelle mani della criminalità organizzata. La gestione centralizzata presso il Ministero dell’Interno assicura una visione d’insieme dei flussi di denuncia e dei bisogni del territorio.

Cosa Nostra nel 2026: tra frammentazione e nuove connivenze

L’analisi dei vertici della magistratura palermitana nel gennaio 2026 rivela un’organizzazione mafiosa in mutazione, ma ancora pericolosamente radicata. Maurizio De Lucia, procuratore di Palermo, sottolinea che Cosa Nostra è oggi più debole rispetto al passato a causa della repressione giudiziaria, ma l’estorsione rimane lo strumento privilegiato per rafforzare il controllo del territorio. De Lucia osserva come l’organizzazione stia cercando di inserirsi nei nuovi flussi economici, in particolare concentrandosi sul boom turistico che sta interessando la Sicilia, sfruttando le opacità dei subappalti a cascata.

Il monito di Lia Sava: la “voglia di mafiare”

Particolarmente dura è l’analisi di Lia Sava, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo. In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dello scorso anno, la dottoressa Sava ha denunciato un persistente “degrado etico” che fa da sfondo alla realtà siciliana. Ha definito il fenomeno come una paradossale “voglia di mafia e di mafiare”. Secondo il Procuratore Generale, il pizzo rimane troppo esteso perché in molti casi è divenuto un “costo di impresa ben tollerato”, o addirittura richiesto dall’esercente stesso per ottenere protezione e “stare tranquillo”.

Sava definisce questa prassi con estrema chiarezza: “si chiama connivenza”. La sfida attuale non è dunque solo investigativa, ma etica, poiché il pagamento del pizzo, anche sotto forma di imposizione di forniture o manodopera, continua a togliere ossigeno all’economia sana, esattamente come trent’anni fa.

La rivoluzione di Addiopizzo: dal “pizzo” al consumo critico

Se Libero Grassi fu un precursore solitario, il 2004 ha segnato l’inizio di una mobilitazione collettiva senza precedenti con la nascita del Comitato Addiopizzo a Palermo. La notte tra il 28 e il 29 giugno di quell’anno, la città si risvegliò coperta da adesivi che recitavano: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Questa iniziativa di “guerriglia comunicativa” ha segnato il passaggio dalla denuncia individuale alla responsabilità sociale condivisa.

L’innovazione fondamentale portata da Addiopizzo è stata la strategia del consumo critico, sintetizzata nel marchio “Pago chi non paga”. L’idea è quella di creare una rete di protezione economica attorno agli imprenditori che dicono no alla mafia, impegnando i cittadini a fare acquisti solo presso i negozi pizzo-free. Questo modello ha invertito l’onere del rischio: non è più l’imprenditore a dover essere un eroe isolato, ma è la collettività a isolare il fenomeno mafioso.

Nel corso di oltre vent’anni, Addiopizzo ha trasformato profondamente l’immaginario collettivo siciliano. L’associazione opera oggi in immobili confiscati alla mafia, trasformando i simboli del potere criminale in avamposti di legalità.

La denuncia come processo corale: oltre l’eroismo

Nel 2026, denunciare il racket non significa più essere soli. Maurizio De Lucia ha ribadito che oggi è “incomprensibile non denunciare”, poiché lo Stato e le associazioni garantiscono che nessuno rimanga isolato come accadde a Grassi. Il percorso di ribellione è diventato un processo assistito da esperti legali, psicologi e consulenti aziendali.

Questa rete ha rimosso l’idea che denunciare sia un atto “infamante”, un pregiudizio culturale che per decenni ha favorito l’omertà. Casi recenti come quello di Ciminna (novembre 2025) o le denunce nel quartiere Noce (ottobre 2025) dimostrano che gli imprenditori possono ribellarsi con successo e ottenere condanne senza dover ricorrere al clamore mediatico.

Dati e statistiche: l’efficacia del sistema nel 2024-2025

Le statistiche del Ministero dell’Interno confermano un trend positivo nel ricorso agli strumenti di sostegno. Nel 2024, le richieste di aiuto per estorsione sono aumentate del 15%.

Dato Statistico (2024) Valore/Variazione Contesto Territoriale
Istanze Legge 44/99 (Estorsione) 187 (+15% vs 2023) Totale Nazionale.
Elargizioni Deliberate (Sicilia) € 2.595.205,35 Seconda regione dopo la Campania.
Indennizzi Totali (2024) Oltre € 14.000.000,00 Totale nazionale erogato alle vittime.

Trentacinque anni dopo: la lezione di via Alfieri nel 2026

Il 10 gennaio 2026, l’anniversario della lettera di Libero Grassi è stato celebrato con un momento di analisi all’Università di Palermo, con la partecipazione di magistrati e accademici. La riflessione centrale è che il passaggio dall’eroismo individuale alla normalità collettiva è ormai un traguardo visibile.

In conclusione, l’inchiesta dimostra che, sebbene Cosa Nostra cerchi nuove forme di infiltrazione e alcuni settori economici cedano alla tentazione della connivenza, la scelta di denunciare non ha più bisogno della solitaria sfida mediatica di trentacinque anni fa. Come ricordato da Maurizio De Lucia, lo Stato oggi offre collaborazione e protezione totale; il “residuo d’ombra” che ancora spinge a pagare non è più figlio della solitudine, ma di una scelta di campo etica che la società civile e la magistratura sono impegnate a scardinare. Il “Caro estortore” di Libero Grassi ha finalmente trovato una risposta corale, rendendo la denuncia non solo un atto possibile, ma la via più razionale per la libertà d’impresa.

Roberto Greco


Libero Grassi non si piegò a Cosa Nostra


29.8.2025 Oggi ricorre l’anniversario dell’assassinio di Libero Grassi. Sulla vicenda dell’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia molto è stato scritto e molto è stato dimenticato
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Il delitto ebbe un antefatto.
 
Quasi due anni prima venne ritrovato il cosiddetto libro mastro dei Madonia.
Conteneva l’elenco degli imprenditori che pagavano il pizzo. Oltre alle voci in entrata c’erano quelle in uscita.
Per esempio, i pagamenti dovuti agli avvocati della famiglia, ma anche quelli per i corrieri della droga.
Falcone avrebbe ripreso l’indagine, che avrebbe probabilmente suscitato anche l’interesse di Borsellino, dopo Capaci. Inoltre nel libro mastro vi erano i pagamenti degli infermieri che si occupavano di Francesco Madonia, capomafia di Resuttana agli arresti ospedalieri.
Non era il solo. C’era un intero reparto del principale ospedale cittadino che ospitava alcuni mafiosi di primo piano.
Dalle indagini della squadra mobile sul libro mastro emersero anche i nomi degli estorsori, ma il libro venne dimenticato dai magistrati per quasi due anni, fino all’assassino di Libero Grassi.
In tanti si chiesero dopo la morte di Grassi: potevano essere arrestati prima? In seguito, vi furono una serie di ispezioni presso il palazzo di giustizia palermitano ordinate dal ministro Martelli, a cui si aggiunse una indagine sulla fuga del boss Vernengo, anch’egli ricoverato in ospedale.
In una relazione sembra si parlasse di talpe.
Dei ricoveri facili concessi ai boss in ospedale dai suoi colleghi si occupò anche Giovanni Falcone, all’epoca direttore generale degli affari penali.
Tutto venne archiviato dal Csm dopo il 23 maggio.
 
VINCENZO CERUSO Saggista

 


29.8.2025 – La figlia di Libero Grassi: “La lotta alla mafia? Ai cittadini non interessa più”

Un “disinteresse dilagante” nella società civile e un’antimafia “parolaia” tra i ranghi della politica. A 34 anni dall’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso da Cosa nostra il 29 agosto del 1991 per essersi rifiutato di pagare il pizzo denunciando pubblicamente il racket delle estorsioni, la figlia Alice è amareggiata. “Se si vuole combattere la mafia, se si vuole sottrarre manovalanza alla criminalità organizzata nei quartieri a rischio, quelli in cui i boss reclutano le ‘nuove leve’ non servono altre leggi – dice all’Adnkronos -. Occorre, invece, offrire un’alternativa ai soldi facili della mafia, dare servizi, scuole, occasioni a chi vive quotidianamente nel degrado”. Alternative. Lo ripete più volte Alice, perché dopo la morte di suo padre, a distanza di oltre tre decenni Palermo sembra essersi assuefatta. “La città ha reagito molto tardi alla brutalità dell’assassinio di papà, nonostante pochi mesi dopo ci siano stati gli attentati di Falcone e Borsellino – ricorda -. Ha reagito anche grazie ai ragazzi di Addiopizzo, che sono riusciti a coinvolgere i consumatori, a farli sentire responsabili in un processo di liberazione dall’oppressione mafiosa”.  
“Dopo la denuncia pubblica di papà, sull’onda emotiva delle stragi, dei morti ammazzati in strada l’atteggiamento è cambiato moltissimo – aggiunge -. Oggi, però, quella tensione si è un po’ affievolita”. Archiviata la stagione stragista, arrestati i boss sanguinari ‘protagonisti’ degli anni più bui di Palermo, anche la mafia sembra essere diventata un fenomeno a cui guardare con distrazione. “Molti cittadini fanno finta che il problema non esista, che la mafia non ci sia più – denuncia Alice Grassi -. Oggi che Cosa nostra non spara più, la società civile finisce per relegarla a un fenomeno del passato. E, invece, purtroppo la mafia continua a prosperare, è viva più che mai, presente anche nelle benestanti città del nord, dove soldi e affari fanno gola ai boss. A Palermo botteghe artigiane e negozi storici hanno lasciato spazio a grande distribuzione e franchising, questo la rende meno tangibile ma non per questo meno presente”.  
E la politica? “Direi che combatte la mafia a parole, un’antimafia parolaia – dice -. Cosa sta facendo contro Cosa nostra? Il Ponte sullo Stretto? La Sicilia non ha bisogno del ponte, ma di strade, scuole, infrastrutture, una sanità efficiente. A quest’Isola serve tanto. A Palermo ancora di più. E’ una città con tante contraddizioni, con situazioni di degrado pesantissime. Nel centro storico sono scomparsi mercati e attività artigianali, vendiamo solo cassate, cannoli e arancine. Possibile che Palermo sia solo questo? Un immenso fast food a cielo aperto”. Segno anche questo di una crisi. Culturale, prima ancora che economica. “Se lo studio e la cultura vengono ritenuti inutili perché l’importante nella vita è fare i soldi e non come li fai – avverte -, allora la mafia ha campo libero. Ecco perché continuo a ripeterlo, forze dell’ordine e magistratura fanno un gran lavoro, ma occorre ripartire dalle scuole, là dove si forma per primo il senso di comunità”.
“Scuole che siano degne di questo nome”, sottolinea Alice Grassi, che girando tra gli istituti per portare l’esempio del padre tra gli studenti ne ho viste di “terrificanti”. “Con banchi e infissi rotti, senza palestre, ospitate in condomini, con i ragazzi costretti a stare nelle aule con i cappotti per proteggersi dal freddo, istituti che cadono a pezzi. Se manca la presenza dello Stato, soprattutto nei quartieri più a rischio, Cosa nostra ha terreno facile nell’attirare i giovani. Bisogna dare alternative valide al guadagno facile della mafia. A Palermo ci sono ancora troppe situazioni di povertà e degrado”. Oggi a distanza di 34 anni il sacrificio di suo padre è stato vano? “Papà ha fatto un gesto eclatante in solitudine, voleva realizzare quello che poi tanti anni dopo hanno fatto i ragazzi di Addiopizzo: aggregare alla sua denuncia altri imprenditori. Allora non ci riuscì, non solo non si unì nessuno ma gli diedero anche del folle”.
Quella lettera al ‘Caro estortore’, però, segnò uno spartiacque. “Alzò il velo su una situazione che tutti conoscevano, ma che avevano scelto di ignorare – dice ancora Alice Grassi -, quella denuncia pubblica non permise più di negare l’evidenza. Da allora il palermitano sa che può decidere da che parte stare”. Di papà Libero lei ricorda un insegnamento soprattutto. “Mi diceva sempre: ‘I soldi non servono per acquistare cose, ma per garantirsi la libertà di poter scegliere. Servono a essere liberi. Di lui mi manca tutto, mi manca come amico, come persona con cui confrontarmi e discutere di ogni cosa”.
“Alle elementari – ricorda – non amavo andare a scuola. Il lunedì mattina le maestre mi chiedevano l’argomento della predica della domenica, ma la mia famiglia non era religiosa. Alle medie mio padre mi esentò dall’insegnamento religioso. Non era comune per quei tempi… Essere libera, questo mi ha insegnato papà”. (di Rossana Lo Castro ADNKRONOS)

 

 

 


29 agosto 1991, ore 7:25, Libero Grassi è sul balcone della sua casa, insieme alla mogli
e. Scambiano poche parole e Libero si avvia verso la porta d’uscita. Ore 7:30 esce dal portone e si dirige verso l’auto. I suoi assassini sono già appostati e aspettano che Grassi esca di casa. Il boss comanda al suo complice di tenere il motore accesso e lo sportello aperto per la fuga. Scende dall’automobile, nascondendo un calibro trentotto nel giornale, e segue la vittima. L’imprenditore svolta per via Alfieri e il killer arriva alle sue spalle, punta la pistola e spara quattro colpi, uno al petto, tre alla testa. Muore così, in un battito d’ali, il simbolo dell’antiracket colpito alle spalle.

 


«Io non sono pazzo: non mi piace pagare. È una rinunzia alla mia dignità di imprenditore.»

 

Libero Grassi (Catania, 19 luglio1924 – Palermo, 29 agosto1991) imprenditore ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo. È divenuto simbolo della lotta alla criminalità. Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli danno il nome di Libero, in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. La sua famiglia era antifascista ed anche Libero matura una posizione avversa al regime di Benito Mussolini[1]. Nel 1942 si trasferisce a Roma, dove studia scienze politiche durante la seconda guerra mondiale e si avvicina al Partito d’Azione.

La formazione e l’impegno

Entra poi in seminario: non per una vocazione maturata nell’avversità della guerra, bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al fianco di fascisti e nazisti.[1] Ne esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Palermo. Malgrado l’intenzione di divenire diplomatico, prosegue l’attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo dell’imprenditoria; in seguito torna nel capoluogo siciliano per aprire uno stabilimento tessile. Nel 1955, con la moglie, partecipa alla fondazione del Partito Radicale di Marco Pannella. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali e successivamente si dà anche alla politica attiva con il Partito Repubblicano Italiano, per il quale viene nominato, nella seconda metà degli anni sessanta, “suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas”[1] (si dimette nel giugno 1969), e candidandosi alle provinciali nel 1972 senza essere eletto[2].

Le minacce di Cosa Nostra

Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, viene preso di mira da Cosa Nostra, che pretende il pagamento del pizzo. Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia e di uscire allo scoperto, con grande esposizione mediatica. Nel gennaio 1991 il Giornale di Sicilia aveva pubblicato una sua lettera[3] sul rifiuto di cedere ai ricatti della mafia. L’imprenditore denuncia gli estorsori (i fratelli Avitabile, arrestati il 19 marzo 1991 assieme a un complice), e rifiuta l’offerta di una scorta personale.La stessa Sicindustria gli volta le spalle. In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 30 aprile 1991 afferma che «l’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana»[4] e definisce “scandalosa” la decisione del giudice catanese Luigi Russo (del 4 aprile 1991) in cui si afferma che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi.

L’assassinio

Il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro. Una grande folla prende parte al suo funerale, tra cui l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il figlio Davide sorprende tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre. Non mancano le polemiche, tra chi sostiene fin dall’inizio la battaglia dell’imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato (dedicato ad un’altra vittima della mafia) e chi non ha preso le sue difese, come Assindustria.

Qualche mese dopo la morte di Grassi, è varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, prosegue la lotta per la legalità in nome del marito, all’interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d’Italia.[5] Nel 1992 è eletta senatrice nelle file dei Verdi, fino al 1994[6]. A Libero Grassi è stato intitolato un istituto tecnico commerciale di Palermo.[7]

I processi

Nell’ottobre del 1991 viene arrestato il killer Salvatore Madonia, detto Salvino, figlio del boss di Resuttana, e il complice alla guida della macchina Marco Favaloro, che in seguito si pente e contribuisce alla ricostruzione dell’agguato. Madonia è stato condannato in via definitiva al 41-bis[5], e con lui l’intera Cupola di Cosa Nostra (sentenza del 18 aprile 2008)[8].


«Chi oggi non denuncia il pizzo è connivente con la mafia»

Su questa tendenza va ridefinita l’analisi e aggiornata la narrazione, approfondendo le condotte di chi corrisponde le estorsioni e si ostina persino a negarne l’evidenza.

Oggi, a differenza del passato, il tema che investe la maggior parte di coloro che pagano non è più quello della paura né tanto meno della solitudine, ma quello della connivenza. Emergono a più riprese dai processi relazioni di grave contiguità tra chi paga senza remore le estorsioni e Cosa nostra.

Si tratta di commercianti e imprenditori che in cambio del pizzo pagato chiedono servizi alla criminalità organizzata: c’è chi paga e non denuncia perché si rivolge al suo estorsore per impedire l’apertura di concorrenti nel proprio quartiere oppure per recuperare crediti presso i propri clienti, dirimere vertenze con i dipendenti e risolvere problemi di vicinato. C’è chi paga e non denuncia perché appartiene a Cosa nostra o perché il pizzo lo corrisponde al proprio cugino o genero, che è l’estorsore del rione. Dinanzi a tali casi è illusorio aspettarsi collaborazioni proprio per gli interessi e le relazioni tra chi paga e Cosa nostra. Da qui l’esigenza di ridefinire l’analisi perché le estorsioni e soprattutto chi paga non hanno più, su Palermo, le caratteristiche di vent’anni fa. Per tale ragione molti di coloro che sono acquiescenti alle estorsioni non possono considerarsi vittime.

Negli ultimi due decenni il contrasto a tale fenomeno a Palermo è stato contrassegnato da un trend di denunce e collaborazioni più o meno costante, senza diminuzioni o incrementi esponenziali.

Da un lato singole denunce, dall’altro significative anche se isolate ribellioni collettive registrate nelle cinque operazioni Addiopizzo nel 2008 sul mandamento San Lorenzo; nell’area industriale di Carini nel 2009; nell’operazione Apocalisse del 2014 sul mandamento di Resuttana; in via Maqueda nell’operazione nata con le denunce dei commercianti bengalesi nel 2016; e per ultimo nell’operazione Resilienza a Borgo Vecchio nel 2020.

Oggi però, se si vuole segnare una svolta, occorre ripartire da due imprescindibili direttrici. In primo luogo, la riformulazione dell’analisi sul fenomeno delle estorsioni per giungere all’adozione di nuovi strumenti amministrativi, utili a rendere sconvenienti le relazioni di connivenza che lesionano il mercato e sterilizzano la libera concorrenza a danno di imprese e consumatori. La seconda, specie in un momento in cui si registra un calo di interesse sui temi della lotta alle mafie nell’agenda elettorale dei partiti, riguarda chi si candida a rappresentare i cittadini che non può ignorare il tema della «qualità del consenso». Fu proprio Libero Grassi nell’aprile del 1991 a rilanciare tale questione sostenendo la necessità di mettere al bando «le cattive raccolte di voti». Del resto non si può chiedere a commercianti ed imprenditori di denunciare le estorsioni se da chi governa e amministra non proviene il buon esempio.


25.8.2022 – La ribellione al pizzo che 31 anni fa Libero Grassi pagò con la vita, eventi e iniziative per ricordarlo

L’imprenditore tessile venne ucciso a colpi di pistola in via Alfieri il 29 agosto del 1991, mentre di mattina andava al lavoro. Un dibattito sulle estorsioni, una mostra fotografica e anche una veleggiata organizzati da Addiopizzo e dalla famiglia della vittima in occasione dell’anniversario dell’omicidio

Andava al lavoro come tutte le mattine, ma quel giorno – il 29 agosto di 31 anni fa – Libero Grassi, l’imprenditore a capo dell’azienda tessile “Sigma”, fu punito da Cosa nostra per il suo coraggio con quattro colpi di pistola e pagò con la vita la sua ribellione al pizzo: solo pochi mesi prima dell’omicidio, a gennaio del 1991, non aveva esitato a scrivere una lettera aperta, pubblicata dal Giornale di Sicilia, al suo “ignoto estorsore” per chiedergli di “risparmiare telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia”. Un seme lanciato nel tempo – da un uomo che libero non lo era soltanto di nome – che da allora ha senz’altro dato dei frutti e che lunedì, in occasione dell’anniversario del delitto, sarà ricordato con una serie di eventi.

La commemorazione sul luogo dell’omicidio

Le iniziative, volte anche a ricordare la moglie di Libero Grassi, Pina Maisano, sono organizzate dai parenti dell’imprenditore e da Addiopizzo, che ha raccolto proprio quel seme ed ha contribuito significativamente a fare lentamente cambiare la mentalità di commercianti ed imprenditori rispetto alla possibilità di denunciare. Si inizierà alle 7.45 proprio in via Alfieri, dove ogni anno la famiglia Grassi affigge il manifesto che rievoca le condizioni di isolamento e solitudine in cui maturò il delitto. Perché Grassi fu lasciato solo, anche dai suoi colleghi e dalle associazioni di categoria che si spinsero a definire la sua ribellione come una “tammurriata”. Cosa per la quale, tempo dopo, chiesero pubblicamente scusa.

“La giornata del 29 agosto rappresenta un momento non solo per interrogarsi su cosa sia rimasto dell’esempio di Libero Grassi e sulle difficoltà che ancora si incontrano lungo il percorso della denuncia contro le estorsioni – scrive in una nota Addiopizzo – ma soprattutto sulle relazioni di connivenza che si instaurano tra Cosa nostra e molti di coloro che ancora pagano e non denunciano”.

Il programma delle iniziative per ricordare Libero Grassi

In programma per lunedì alle 10, quindi, un confronto sul fenomeno estorsivo in città e provincia che si terrà nella sede dell’associazione antiracket, in via Lincoln, 131. Il tema sarà proprio “Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché?” ed interverranno il procuratore facente funzioni, Marzia Sabella, il commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, Maria Grazia Nicolò, e il prefetto Giuseppe Forlani, oltre a Daniele Marannano e Raffaele Genova di Addiopizzo. Spazio anche alle testimonianze di alcune vittime che si sono opposte al pizzo, che saranno introdotte dall’avvocato dell’associazione, Salvo Caradonna. A moderare il dibattito sarà il giornalista Riccardo Arena.

Alle 15.30, alla Cala, la VII edizione di “Vela per l’inclusione sociale”, una veleggiata in barche d’altura con i bambini del quartiere Kalsa e gli educatori di Addiopizzo, la Lega navale italiana e Alfredo Chiodi, nipote di Libero.

PALERMO TODAY

 

 

 

Note

  1. ^Biografia di Libero Grassi, ITIS Libero Grassi. URL consultato il 10 agosto 2012 (archiviato dall’url originale il 10 agosto 2012).
  2. ^Libero Grassi, cara mafia ti sfido
  3. ^Libero Grassi, 20 anni fa la lettera al “Caro estortore” da sky.it, 10 gennaio 2011
  4. ^Addio Pizzo Catania, su addiopizzocatania.org.
  5. ^Libero Grassi, l’uomo perbene che sfidò la mafia, L. Balzarotti, B. Miccolupi, Corriere della Sera, 29 agosto 2016
  6. ^senato.it – Scheda di attività di Giuseppina MAISANO GRASSI – XI Legislatura
  7. ^Il Libero Grassi, su isducabruzzi-grassi.it. URL consultato il 28 agosto 2016 (archiviato dall’url originale l’11 settembre 2016).
  8. ^Cinquantamila.it
  9. ^Libero Grassi Medaglia d’oro al valor civile, su Presidenza della Repubblica. URL consultato il 24 gennaio 2012.