«La regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei Magistrati del Pubblico Ministero non può essere identica a quella dei Magistrati Giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi. Investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’anacronistico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura»,
L’Opinione di Francesco Chiucchiurlotto – dalla Redazione Politica per il Quotidiano l’Italiano
VITERBO – GIUSTIZIA ED INGIUSTIZIA – PARLA GIOVANNI FALCONE
Come previsto, ancora una volta il nostro Paese si cimenta in quell’andazzo deleterio e deprimente delle divisioni capziose, dei distinguo altisonanti in difesa di presunti valori talmente alti da sparire dall’orizzonte della credibilità, da interessi di bottega talmente mal nascosti da meritare, come affermava Alberto Arbasino, non disprezzo ma “sprezzatura”.
Sto parlando naturalmente del futuro referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, ed altro, sul quale non si è mancato di coinvolgere in modo farlocco perfino Giovanni Falcone, attribuendogli una opinione ad essa negativa.
Ma attenzione, raccogliere le argomentazioni originali da interviste, libri e documenti di certi personaggi, come sto facendo, non deve avere il valore di unIPSE DIXIT di aristotelica memoria, ma semplicemente accogliere argomentazioni sulle quali riflettere.
Ad esempio l’intervista che Falcone rilasciò a Mario Pirani di Repubblica, il 3 ottobre 1991 sulla riforma Vassalli, che aveva introdotto il sistema, come si disse allora, alla Perry Mason, in cui affermò:
“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un Pubblico Ministeroche raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice.
Il Giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.
Ancora: le sue parole riportate nel libro “Meglio separate” scritto da Gaetano Bono:
«Il punto di partenza di questo ragionamento sta nel prendere atto della differenza di professionalità e competenza tra Giudici e Pubblici Ministeri, e non ci si sorprenda per questa affermazione, che non è affatto scontata, perché c’è chi si ostina a sostenere l’unitarietà della figura del magistrato»
Nel libro “Giovanni Falcone, interventi e proposte 1982/1992”, egli afferma:
«La regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei Magistrati del Pubblico Ministero non può essere identica a quella dei Magistrati Giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi. Investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’anacronistico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura», “Inevitabilmente, per il suo funzionamento, occorre una profonda trasformazione dell’ordinamento giudiziario e non è pensabile né logicamente plausibile, in un codice che accentua vistosamente le caratteristiche di parte del PM, pensare che le carriere dei magistrati, del Pubblico Ministero e quelle dei Giudici potranno rimanere ancora a lungo indifferenziate”.
Ma c’è un’ultima considerazione da fare che concerne la stessa sorte di Giovanni Falcone e successivamente di Paolo Borsellino, protagonisti del pool antimafia: lo strapotere delle correnti in Magistratura, che finalmente questa riforma azzera con il sistema del sorteggio, praticato addirittura già nell’Atene di Pericle.
Ci sono domande restate senza risposta sulla loro morte:
Perché a conclusione del Maxi Processo che aveva condannato centinaia di mafiosi, Falcone non fu nominato come tutti si aspettavano e come era naturale e necessario, a capo della Procura Generale di Palermo?
Perché nel Consiglio Superiore della Magistratura, che già aveva tentato di impedirne la nomina alla direzione dell’Ufficio Istruzione, si andò ad una scelta diversa, dopo una fase di intrighi correntizi e collusioni con ambienti politici inquinati, e lo si spedì a Roma?
Non fu quella mancata nomina l’inizio del suo isolamento ed il segnale per un via libera alla sua drammatica morte?
Ecco quindi che, anche dopo le rivelazioni di Luca Palamara, già Presidente dell’ANM, appare evidente che il sistema correntizio che ancora imperversa nella Magistratura, dopo le garanzie per un Giudice terzo, è un problema gravissimo che il referendum può risolvere; naturalmente per chi ragioni in buona fede e su un terreno giuridico scevro da interessi partitici o di bottega.
Francesco Chiucchiurlotto *
*Francesco Chiucchiurlotto, laureato in Giurisprudenza. È stato Sindaco del Comune di Castiglione in Teverina (Viterbo) – Consigliere Nazionale dell’Associazione Nazionale Comuni d’Italia A.N.C.I.