Il 12 gennaio il Giudice per l’Udienza Preliminare Emanuele Mancini ha pronunciato la sentenza di 1° grado del Processo Hydra. Condannati 62 degli 80 imputati, riconosciuta l’associazione mafiosa nei confronti di 24 persone. È la conferma, derivata dall’indagine omonima della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, condotta dai pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, coadiuvati dal procuratore Marcello Viola, dell’esistenza in Lombardia di un’alleanza criminale in cui convivono esponenti di ’Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra.
I mafiosi non parlano al telefono. Così, tempo fa, aveva sentenziato (è il caso di dirlo) il ministro della Giustizia Carlo Nordio, mostrando, con queste parole, di non capire cosa sia effettivamente la mafia e la necessità per gli affiliati di parlare tra di loro con una certa frequenza per stabilire le cose da fare, per dare e ricevere notizie condividendole, per progettare affari, traffici di droga, armi, riciclaggio, estorsioni: in una parola per far funzionare l’organizzazione.
I mafiosi parlano al telefono, eccome se parlano. Se ci fosse ancora bisogno di una controprova basta guardare a quello che è successo a Milano con il processo Hydra dove il pubblico ministero Alessandra Cerreti nella sua lunga requisitoria ha detto: “l’elemento di prova fondamentale sono le intercettazioni, le parole dei nostri imputati”.
Non più pizzini
Probabilmente il ministro Nordio era rimasto fermo al tempo in cui a Montagna dei cavalli, a due passi da Corleone, era stato catturato il più grande latitante dell’epoca, quello che aveva sostituito Totò Riina nella guida di cosa nostra, Bernardo Provenzano.
Il capo della squadra mobile di Palermo dell’epoca, Renato Cortese, entrò nella casupola dove si nascondeva e trovò, ben allineati e messi in ordine, arrotolati, numerosi pizzini con i quali il capomafia corleonese comunicava con gli altri mafiosi. Scrivevano loro a Provenzano e il corleonese rispondeva.
Un grande archivio cartaceo. Questo sistema apparentemente era antiquato, ma in realtà era modernissimo; infatti non è mai esistita una registrazione con la voce di Bernardo Provenzano.
Finché non è stato catturato, di Provenzano non si conosceva la sua voce proprio perché lui non parlava al telefono perché i magistrati avrebbero potuto intercettarlo e registrare la sua voce. Ma Provenzano era un’eccezione. Gli altri mafiosi, invece, erano e sono molto loquaci.
Senza le intercettazioni e i collaboratori di giustizia non si riuscirebbe a capire cosa stia succedendo in un universo mafioso che, non lo si dimentichi mai, è segreto perché prende decisioni e agisce nell’ombra. E non si riuscirebbe a comprenderne l’evoluzione.
La ragione è molto semplice: perché, sono ancora parole di Alessandra Cerreti che assieme all’altro PM, Rosario Ferracane, porta avanti l’accusa, “l’associazione mafiosa è un fatto vivo e come fatto vivo muta, quindi dobbiamo essere pronti anche a scardinare le nostre conoscenze, basate su evidenze giudiziarie e storiche ed essere pronti ad affrontare nuove realtà associative”.
Meno visibile non meno pericolosa
È un passaggio chiave dell’impianto accusatorio che si unisce ad un’affermazione di un affiliato: “Senza spari hai visto come è cambiato tutto”.
Aggiunge il PM che è “con questa realtà fenomenica che l’interprete del diritto si deve confrontare”. Già! La mafia non spara più, o, lo fa molto di meno rispetto al passato, è diventata più invisibile, opaca, nebulosa, non crea allarme sociale perché non c’è sangue sulle strade, e i magistrati, in particolare quelli del Nord, se non comprendono queste nuove caratteristiche, rischiano di farsi sfuggire l’essenza del fenomeno mafioso odierno che esprime una violenza diversa rispetto al passato, ma non per questo meno pericolosa.
Attraverso la viva voce dei mafiosi i magistrati sono riusciti a comprendere una realtà nuova. “Qua siamo tutti e 3, siamo tutti insieme, siamo tutti una cosa”.
Sono le parole di un rampollo di una famiglia storica siciliana, trapiantata sin dagli anni Settanta a Milano e in Lombardia. I tre di cui si parla non sono persone fisiche, ma organizzazioni; sono la mafia siciliana, la ‘ndrangheta e la camorra i cui rappresentanti nel territorio lombardo agiscono insieme.
Il sistema
E qui viene la novità dirompente perché siamo in presenza di “un’associazione mafiosa, a cui aderiscono rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, per fare insieme il profitto”.
I soldi sono il motore di tutto. Lo sapevamo; ne abbiamo un’ulteriore conferma. “Si è parlato di mafia nuova, si è parlato di super associazione, si è parlato di super mafia, quasi che l’associazione mafiosa contestata avesse la pretesa di raggruppare in sé le tre mafie storiche italiane”, ma non c’è “nulla di tutto questo”.
La realtà nuova è la scoperta di “un sistema mafioso lombardo” che mette insieme i rappresentanti di vertice di mafia, ‘ndrangheta e camorra presenti sul territorio lombardo. Si sono messi insieme e hanno avuto l’avallo delle rispettive case madri. “Ci siamo fatti autorizzare dalla Sicilia, alla Calabria, alla Campania” dice un imputato.
E questo dà forza, prestigio e autorevolezza al sistema mafioso lombardo che, diversamente dalle storiche organizzazioni tradizionali, è una “struttura che non ha un carattere verticistico, ma orizzontale su più gruppi, dove i capi stanno sullo stesso piano”.
Uno accanto all’altro, alla pari, senza che ci sia bisogno di qualcuno che comandi sugli altri. È un esperimento davvero interessante e sono davvero curioso di vedere quanto potrà durare questo meccanismo di regolazione mafiosa della struttura.
Finora le organizzazioni mafiose hanno funzionato anche perché c’erano dei capi capaci e autorevoli che comandavano e tra loro c’era uno che era al vertice di tutto e di tutti. Se durerà, sarà una novità assoluta e un’evoluzione di un meccanismo plurisecolare.
Hanno una cassa comune, la baciletta come un tempo veniva chiamata con una parola tratta dal gergo mafioso. Ed è un fatto importante segnalare che si preoccupano di dare sostegno economico ai carcerati. Questa è stata sempre l’ossessione di tutti i mafiosi. Non è solo un segno di solidarietà per chi è in carcere, ma è essenzialmente un’assicurazione sulla vita, sull’esistenza dell’organizzazione perché se il carcerato non si sente solo e sa che la famiglia è aiutata economicamente e non è abbandonata, non ha la tentazione di fare il collaboratore di giustizia. Hanno anche, in questo non c’è nessuna novità, l’abitudine di fare i matrimoni trasformandoli non solo in una giornata di festa e di gioia per gli sposi, ma anche come occasione di fare i summit, le riunioni per prendere, come da tradizione, decisioni importanti.
Mafiosità immanente
Quello che è stato scoperto in Lombardia “non è né mafia nuova né mafia delocalizzata”, né una “supermafia”, semmai come ha detto il Tribunale della libertà di Milano, è un fenomeno di “mafiosità immanente”.
Ha affermato ancora Alessandra Cerreti: “la struttura che noi ci troviamo oggi ad analizzare, non ha nulla di nuovo rispetto a ciò che è stato affermato da sentenze definitive” dei decenni passati, in particolare Wall Street e Countdown.
Mi sono occupato di queste sentenze, un quarto di secolo fa, esattamente nel 2000 scrivendo un libro che ha per titolo Estorsioni ed usura a Milano e Lombardia.
L’ho preso in mano e ho trovato scritto che è stato possibile “accertare come gli uomini della ‘Ndrangheta avessero rapporti con quelli di Cosa nostra, della Camorra e della Sacra corona unita.”
La storia di questi gruppi criminali è la dimostrazione di come i loro rapporti abbiano subito nel tempo un’evoluzione e di come sia errato pensare di studiare un’organizzazione mafiosa immaginandola come separata dalle altre organizzazioni.
I raggruppamenti mafiosi hanno tra di loro rapporti stabili e frequenti, vendono ed acquistano droga l’uno dall’altro, si scambiano favori d’ogni tipo compresi i killer per uccidere gli avversari, rispettano l’uno il territorio dell’altro, fanno riferimento allo stesso codice culturale.
Le due capitali: Milano e Reggio Calabria
Da allora ad oggi è passato tanto tempo. Le mafie si sono evolute e il sistema mafioso lombardo è esattamente l’evoluzione di quanto era accaduto decenni fa. E questo pone più di un interrogativo perché Milano, ha sottolineato Alessandra Cerreti, “è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza, non faremo passo avanti nell’attività di contrasto”.
Non è una definizione azzardata o ad effetto di una magistrata in cerca di visibilità, ma semplicemente la constatazione di una realtà che ancora si fa fatica ad accettare a Milano. È storia antica che risale almeno al 1990 quando la commissione antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte si recò in visita in città e trovò una situazione negazionista perché i milanesi non volevano riconoscere, o accettare, che nella loro realtà operasse la mafia.
Anche ai tempi dell’operazione Crimine-Infinito si registrò la medesima situazione.
Nel frattempo, io ne sono particolarmente convinto, la ‘ndrangheta è mutata a tal punto da avere due capitali, una a Reggio Calabria, quella principale, e l’altra a Milano, quella finanziaria.
Ed è proprio il sistema economico e finanziario ad essere sotto attacco perché i mafiosi continuano a fare quello che di più sanno fare: droga, estorsioni, truffe, riciclaggio, recupero crediti, intestazioni fittizie, cessione di crediti d’imposta fittizi.
Ripuliscono il loro denaro sporco e cercano di aumentarlo. Il libero mercato ne viene condizionato e sarà ben presto travolto se non si correrà ai ripari. Ma forse questa penetrazione del capitale illegale e criminale è oramai accettata dal moderno modello di sviluppo capitalistico perché il capitale mafioso è un segmento ed è entrato a far parte a pieno titolo del sistema di accumulazione capitalistico italiano e mondiale.
AVVISO PUBBLICO 22 Gennaio 2026 Enzo Ciconte, storico, professore, rappresentante del comitato scientifico di Avviso pubblico
‘Alleanza tra le mafie in Lombardia’, 62 condanne e 45 a processo

