Si è tenuta ieri, nell’Aula Magna della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo, la cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario. Tra i presenti anche il consigliere del Csm Antonello Cosentino e, in rappresentanza del Ministero della Giustizia, Lina De Domenico. All’esterno del Palazzo di Giustizia era in corso un flash mob organizzato dal comitato per il no al referendum. In tutta Italia l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 ha trasformato i palazzi di Giustizia in un campo di battaglia tra governo e magistratura. Al centro dello scontro la riforma costituzionale della giustizia e il referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. I magistrati hanno attaccato duramente la riforma definendola «inutile e punitiva», mentre il Ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha difesa a Milano sostenendo che non ha intenti persecutori.
La situazione del distretto giudiziario
Il distretto giudiziario di Palermo comprende anche i tribunali di Termini Imerese, Trapani, Marsala, Agrigento e Sciacca e per dimensioni è il quinto dei 26 distretti italiani.
«Nel settore penale, in Corte d’Appello, in un territorio in cui Cosa nostra continua ad essere viva e vitale, ci sono solo 10 magistrati su 27 – ha detto in apertura della sua relazione il presidente della Corte d’Appello di Palermo Matteo Frasca – i risultati sono comunque lusinghieri, ma solo grazie allo straordinario impegno di tutti i magistrati che con abnegazione e senso dello Stato non si risparmiano, la gravissima scopertura degli organici, però, non è più sostenibile».
La Corte d’appello di Palermo mantiene un disposition time penale di 436 giorni, sotto il tetto PNRR di 606, mentre i Tribunali del distretto migliorano dal 2019 con riduzioni drastiche: Trapani -36,8%, Termini Imerese -66,5%, Agrigento -37%, consolidando l’efficienza dopo la crisi Covid; fa eccezione il Tribunale minorenni con +32,7% pendenti. E’ quanto emerge dalla relazione presentata all’inaugurazione dell’anno giudiziario dal presidente della Corte d’appello di Palermo, Matteo Frasca, che conferma il trend virtuoso. Tutti gli uffici del distretto hanno centrato al 31 dicembre 2024 l’obiettivo PNRR intermedio di smaltimento dell’arretrato civile, riducendo del 95% i procedimenti baseline 2019 (da 10.978 a soli 183 casi totali, con picchi come il -99,2% in Corte d’appello); per il target finale 2026 si è già all’89,7% di abbattimento, celebrando un recupero netto post-pandemia. Matteo Frasca ha elogiato l’impegno per il rispetto dei nuovi parametri “statici” di arretrato. Nel settore civile del distretto giudiziario di Palermo si registrano aumenti delle sopravvenienze del 4,9% e delle definizioni del 4,2%, ma i procedimenti pendenti crescono comunque del 2,4%: inversione di tendenza nel penale giudicante, con il totale che scende da 48.878 a 47.013 fascicoli (-3,8%), grazie a flessioni negli uffici ordinari, in Corte d’appello e Giudici di pace. Evidenziato dal presidente della Corte d’appello un andamento disomogeneo tra i due settori della giurisdizione.
I dati sull’andamento della criminalità nel restituiscono una fotografia che è piuttosto distante dalla percezione comune e che, come già accade ormai da qualche anno, avvicinano le città siciliane a quelle italiane. Nella sua analitica relazione il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Matteo Frasca, ha presentato i dati statistici relativi al periodo 1 luglio del 2024 al 30 giugno dello scorso anno. Diminuiscono gli omicidi, compresi quelli colposi legati alle morti sul lavoro, così come sono in calo, leggermente, le denunce per associazione mafiosa. Si riducono persino i furti e le rapine. Aumentano i casi di corruzione (addirittura del 49%), i decessi dovuti ad incidenti stradali (+24%), ma soprattutto tutti quei reati, dal tentativo di omicidio alla violenza sessuale e allo stalking, che più frequentemente colpiscono le donne.
Nello specifico, il dato più significativo, dal punto di vista dell’allarme sociale, è quel +71% legato a tentativi di omicidi a danno di donne, che sono passati da 14 a ben 24. Stessa valutazione per le violenze sessuali, aumentate del +12%, che passano da 519 a 583, e per lo stalking +9%, per il quale si registra un aumento da 1.779 a 1.936. In crescita del 14% anche i casi di pedofilia e di pedopornografia, passati da 154 a 175. Un contesto di abusi e di prevaricazione, specialmente sulle fasce più deboli della popolazione, che matura però in una realtà in cui gli omicidi volontari risultano in calo del 34% e sono passati da 59 a 39, e quelli che hanno per vittima una donna sono addirittura dimezzati. Per quanto riguarda i fatti di sangue, gli unici reati in crescita nel distretto giudiziario sono le morti determinate da incidenti stradali passate da 67 a 83 (+24%), mentre sono in calo del 37% (da 1.111 a 696) i feriti in seguito a questo tipo di sinistro. Allo stesso modo risultano dimezzate le morti sul lavoro (da 28 a 14), ma sono invece in crescita significativa i feriti, passati da 384 a 461 (+20%). In calo anche le denunce per associazione mafiosa da 90 a 80 (-11%), i casi di estorsione (-4%): 798 casi nel periodo di osservazione mentre erano stati 929 nel periodo precedente. In calo anche le denunce per attività terroristiche (-11%, da 13 a 10). Crescono invece i reati contro la pubblica amministrazione passati complessivamente da 3.890 a 4.020. Un balzo in avanti determinato soprattutto dall’aumento dei casi di corruzione, quasi raddoppiati (+49%) e passati da 57 ad 85, mentre diminuiscono invece la concussione (-41%, da 17 a 10), il peculato (-32%, da 92 a 63) e i casi di malversazione ai danni dello Stato (-11%, da 73 a 65). In calo, inoltre, anche i reati contro il patrimonio: i furti diminuiscono del 13%, 29.338 a fronte dei 33.668 registrati nel periodo precedente, e sono in calo, sempre del 13%, passando da 3.560 a 3.091, quelli in abitazione. Diminuite le rapine (-5%), anche se il dato è elevato: da 1.035 a 1.090. In calo anche i casi di usura (-33% da 33 a 22), perlomeno quelli denunciati. In crescita netta, +30%, i reati tributari passati da 274 a 355, quelli legati all’inquinamento e ai rifiuti (+27%, da 895 a 1.138), quelli in materia edilizia (+5%, da 1.262 a 1.319) e quelli legati alla tossicodipendenza (+4% da 3.144 a 3.279). Ulteriore campanello d’allarme riguarda i minori: sono stati 1606 i ragazzi segnalati ai servizi sociali, di cui 1448 per la prima volta e 158 già conosciuti.
Matteo Frasca: «Il nome di Falcone strumentalizzato dal blocco del Sì»
Nel suo articolato intervento Matteo Frasca ha affrontato anche il tema relativo al prossimo voto referendario relativo alla modifica costituzionale proposta dal Governo. Nel dibattito sulla riforma della Giustizia «si utilizza strumentalmente il nome di Giovanni Falcone, che aveva posto il tema della separazione tra quelli di rilievo nel quadro della diversa professionalità richiesta alla magistratura requirente dal nuovo codice di procedura penale, ancorché, contrariamente a quanto attribuitogli con disinvoltura dai sostenitori della riforma egli non ne fosse stato apodittico sostenitore, ma l’avesse posta all’attenzione degli addetti ai lavori come argomento sul quale confrontarsi, analogamente a quello altrettanto spinoso dell’obbligatorietà dell’azione penale” ha dichiarato, aggiungendo che «al tempo stesso non si fa neppure menzione del fatto che Paolo Borsellino, eretto a Nume tutelare dall’attuale maggioranza di governo, aveva espresso in modo chiaro e netto la propria contrarietà alla separazione delle carriere qualificandola come una mortificazione dei magistrati del Pubblico Ministero in un discorso tenuto a Marsala l’11 dicembre del 1987. Si è pure arrivati a inserire tra i Padri spirituali della separazione anche Giacomo Matteotti, decontestualizzando il suo pensiero”. Quella della separazione delle carriere – ha sottolineato il magistrato è una “questione ormai da tempo affrontata con una strumentale attività di disinformazione, tra ricerca frenetica di sponsor illustri, formulazione di slogan tanto suggestivi quanto infondati e trascuratezza del contesto normativo esistente, con un dibattito avvelenato che si inserisce in un contesto comunicativo da tempo inquinato e con uno scadimento inedito del confronto».
Ha inoltre aggiunto che «ancor prima che nel merito la riforma presenta forti criticità nel metodo attraverso il quale è stata approvata. La Costituzione è di tutti i cittadini, è la struttura portante del Paese e le sue modifiche richiedono ponderazione, riflessione, confronto. La Costituzione non può essere piegata a strumento di lotta tra contrapposte forze politiche per contingenti esigenze di potere». Frasca ha inoltre sottolineato come «in sede parlamentare non vi sia stato alcun confronto reale e il testo normativo, caso unico nella storia delle riforme costituzionali, è rimasto blindato nella sua versione originaria proposta dal governo, approdando alla definitiva approvazione in appena nove mesi. E così alla capacità persuasiva delle idee si è sostituita la forza dei numeri: la maggioranza ha eluso il confronto con la minoranza senza cercare un percorso condiviso per un intervento di così grande rilievo. L’iter parlamentare si è trasformato in un semplice passaggio obbligato verso il referendum» ma ciò che desta «particolare perplessità sulla finalità della riforma è il fatto che già la Corte Costituzionale con sentenza del 2000 aveva affermato che per prevedere la separazione delle carriere non è necessaria una riforma della Costituzione, potendosi provvedere con legge ordinaria. Sorge spontaneo quindi l’interrogativo sulle reali ragioni di una riforma costituzionale». «Affermare cha la magistratura vanifica l’attività del governo e della polizia giudiziaria è preoccupante. Rischia innanzitutto di alimentare una contrapposizione che non può esistere tra le forze di polizia e la magistratura» ha poi chiosato rispondendo indirettamente alle accuse rivolte dalla premier Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa di inizio anno.
Lia Sava: «Le estorsioni sono ancora una emergenza»
«Cosa nostra è ancora una realtà. Esiste e si va riorganizzando. Ed è lungi dall’essere sconfitta. Certo, non spara più, non ha più bisogno di uccidere, ma i suoi traffici, i suoi affari li fa, eccome. Sa realizzare i propri obiettivi di controllo del territorio con la cura di sempre, come fa da oltre 170 anni» sono queste le parole del Procuratore generale di Palermo Lia Sava, che fa il punto sulla situazione della mafia sul territorio del distretto della Corte d’Appello di Palermo. Ma non solo. Nel suo intervento ha affrontato diversi temi. Tra questi criminalità giovanile, droga, carceri e degrado sociale, soprattutto dopo gli ultimi fatti di sangue che hanno coinvolto dei giovani a Palermo e Monreale. «Le estorsioni sono ancora una emergenza e nella relativa realizzazione ci sono mutamenti che allarmano perché, a volte, constatiamo amaramente che sono gli stessi imprenditori che chiedono al mafioso di riferimento di mettersi ‘a posto’ con il pizzo – indica Sava -. Questo che cosa significa? Che se stiamo riuscendo a “contenere” Cosa nostra, è solo perché c’è un’attività requirente eccellente, che si esplica in tutto il distretto. Un’attività attenta, strategica e scrupolosa». Il magistrato ha poi puntato poi la lente di ingrandimento sulla situazione delle carceri. E spiega: «Il settore carcerario ci allarma particolarmente, perché al suo interno si verificano episodi di estrema gravità che devono essere arginati. A partire dai telefoni cellulari che entrano nelle celle, unitamente ad altri sofisticati sistemi di comunicazione con l’esterno». Sava ha poi puntualizzato che «la facile introduzione, negli istituti penitenziari, di minuscoli apparecchi telefonici e di migliaia di sim, destinate a una breve durata per annientare le eventuali attività di intercettazione, ha neutralizzato l’annosa questione dell’inoperatività dei detenuti che, ormai, dalle loro celle, continuano ininterrottamente la militanza mafiosa, in videochiamata, collegandosi ad un altrettanto sicuro citofono, sì da interloquire sulle questioni di maggiore rilievo e da realizzare, con facilità, vere e proprie riunioni di mafia. Ed il carcere, ove sono frequenti rivolte ed episodi di violenza, specie con riguardo al settore dell’Alta Sicurezza, merita tutta l’attenzione possibile per arginare l’incancrenirsi di focolai malsani e perniciosi per l’esterno» e ha aggiunto che si associa «alle preoccupazioni più volte manifestate dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza Mazzamuto per la drammaticità di ciò che accade nelle nostre carceri. In molteplici circostanze si è avuto modo di intercettare detenuti impegnati in conversazioni con altri affiliati liberi, realizzate con l’ausilio di sperimentati sistemi organizzativi volti a convocare gli interlocutori, a recapitare loro il tele-citofono e ad adottare ogni precauzione per evitare che l’interlocuzione potesse essere intercettata. Così sono state ordinate affiliazioni mafiose, estorsioni, pestaggi ed organizzati traffici di stupefacenti fondati sulle alleanze dalle diverse “famiglie” mafiose, alleanze favorite dai criptofonini che hanno reso possibile il dialogo, costante e riservato, non solo con i trafficanti di droga, a beneficio degli affari, ma anche tra i vari mandamenti, a benefìcio della stessa essenza unitaria dell’associazione».
Dario Greco: «Situazione carceraria indegna»
Nella sua relazione l’avvocato Dario Greco, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo, tra i diversi temi affrontati c’è stato quello dei ristretti negli istituti penitenziari. «L’anno 2026 – ha dichiarato – inizia con una situazione carceraria indegna per il nostro Paese, peggiore di quella dell’inizio del 2025, che era già peggiore degli anni precedenti, con un aumento dei detenuti di oltre 3.300 rispetto al 2023, raggiungendo il numero di 63.499 ristretti e con un sovraffollamento carcerario superiore al 135% rispetto alla capienza effettiva.Di queste, ben 15.642 persone (ossia il 25%) sono presunte innocenti, perché ancora in attesa di sentenza definitiva. Per non parlare dei suicidi dei ristretti, ben 80 nel 2025, degli atti di autolesionismo, delle cure mediche negate, della cronica incapacità di creare condizioni di reinserimento e di rieducazione. Mi chiedo e Vi chiedo: c’è un limite oltre il quale tutto ciò non sarà più tollerabile? C’è un limite oltre il quale la costante violazione dei nostri Prìncipi costituzionali e della Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo, ci imporrà di fare qualcosa? Qual è il limite delle nostre coscienze, superato il quale dovremo intervenire, sospendendo le pene o adottando provvedimenti di clemenza? Recentemente è stata avanzata da importanti studiosi, tra cui il pres. Mazzamuto, che saluto, il dott. Alecci, il prof. Romano e il prof. Serio, la proposta dell’indulto differito di 3/6 mesi, al fine di consentire l’attuazione del trattamento penitenziario del dimettendo e dare continuità al percorso riabilitativo. Si tratta di una proposta estremamente interessante, anche perché, a fronte di condizioni disumane dei nostri istituti penitenziari, coloro che devono espiare le loro colpe non sono i ristretti, ma tutti noi che trascuriamo il problema, voltandoci dall’altra parte».
De Lucia: «Cosa nostra e’ dietro l’angolo pronta a continuare le sue attività criminali e capace di guardare al futuro»
«Qualcuno ha la tentazione di dire che la mafia é superata ed e’ ormai una delinquenza di straccioni. Io ho il dovere di ricordare i risultati che abbiamo ottenuto. Proprio nel 2025 sono state emesse 409 misure cautelari in indagini di mafia. Cosa nostra e’ dietro l’angolo pronta a continuare le sue attività criminali e capace di guardare al futuro». Lo ha detto il Procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario.
De Lucia ha anche detto che «Quando tocchiamo la Carta Costituzionale dobbiamo farlo in modo studiato e riflessivo. I cittadini vogliono una giustizia che funzioni, che abbia tempi accettabili e soluzioni giuste e nessuna di queste esigenze troverà soluzione con il referendum di marzo». «Ci si dice che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non verranno toccate perché le norme relative non saranno modificate ma – ha osservato de Lucia – se quegli articoli non trovano conferma nella Costituzione vivente non sono nulla“. De Lucia ha voluto ringraziare inoltre le forze dell’ordine «per il lavoro instancabile che rendono“. “Lo faccio – ha aggiunto riferendosi alle parole del Vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nel governo Meloni, Antonio Tajani – pensando ai ragionamenti che si sentono sulla loro dipendenza dal potere giudiziario. L’alternativa è la soggezione all’ esecutivo che non era quello che si voleva in Costituzione».
Morosini: «Serve una giustizia a misura d’uomo»
In linea con queste considerazioni del presidente Frasca anche il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, che ha stigmatizzato anche lui le “velleità teoriche” che si scontrano con “una realtà difficile, anche per la presenza di Cosa nostra”, perché «chi ha a cuore la giustizia non pensa alle statistiche, ma all’impatto che può avere sui cittadini e sulle famiglie». E ha rimarcato che «il clima in questo periodo non pare particolarmente favorevole. In questa campagna referendaria, in tanti, anche nelle istituzioni e in segmenti non trascurabili dell’avvocatura, accusano i giudici italiani di non terzietà e di non imparzialità, insistono sull’incapacità dei magistrati di eleggere i membri togati nell’organo in difesa della loro autonomia e indipendenza, tanto da volere un sorteggio. Simili interventi oltre a erodere profondamente la fiducia del cittadino nello Stato, sono suscettibili di rendere assai difficoltosa quella sintonia tra diversi attori istituzionali e professionali necessaria per avere una giustizia a misura d’uomo».
Di Domenico: «Ecco i numeri»
Quasi distopico è stato, infine, l’intervento del rappresentante del ministero della Giustizia, Lina Di Domenico, che non si è soffermata sulla riforma, ma si è limitata a leggere una lunga relazione fatta di numeri legati ad assunzioni ed investimenti, volti anche al recupero delle strutture giudiziarie e persino di quelle carcerarie. Milioni e percentuali che però, come hanno messo in evidenza tutti, non rendono la giustizia più veloce, più efficace e giusta per i cittadini. Per la quale sarà, purtroppo, necessario attendere ancora.
Roberto Greco
Inaugurazione dell’anno Giudiziario 2026
