Esattamente quaranta anni fa, il silenzio pesante di un’aula blindata veniva rotto dal rumore metallico delle manette e dal brusio di centinaia di imputati. Non era un processo qualunque: era il Maxiprocesso di Palermo, l’atto di sfida più imponente che lo Stato italiano avesse mai lanciato a Cosa Nostra.
Oggi, guardando indietro a quel 10 febbraio 1986, non celebriamo solo una ricorrenza giudiziaria, ma il momento in cui l’invisibilità della mafia finì per sempre.
La genesi: un’astronave verde contro il caos
Per ospitare i 475 imputati e le migliaia di faldoni nati dal lavoro del Pool Antimafia, fu necessario costruire un’aula bunker in tempi record (appena sei mesi) accanto al carcere dell’Ucciardone. Un’opera ingegneristica che molti chiamarono “l’astronave”, un fortino di cemento armato capace di resistere ad attacchi missilistici.
Ma il vero cuore pulsante non era nelle mura, bensì nelle intuizioni di due uomini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Grazie al “metodo Falcone” — seguire i soldi per scovare i boss — e alle rivelazioni del “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, la magistratura riuscì a mappare per la prima volta l’organigramma della Cupola.
I numeri di un colosso giudiziario
Il processo non ebbe precedenti per dimensioni e impatto mediatico:
| Categoria | Numeri |
| Imputati | 475 |
| Avvocati difensori | Circa 600 |
| Capi d’imputazione | Oltre 400 (omicidi, traffico di droga, associazione mafiosa) |
| Pagine di atti | 600.000 |
| Sentenze definitive (Cassazione) | 19 ergastoli e 2.665 anni di reclusione |
Il clima: Tra “circo” e tragedia
Chi c’era ricorda un’atmosfera surreale. Da una parte, i boss chiusi nelle gabbie che cercavano di intimidire la corte con sguardi d’acciaio o sceneggiate, come Luciano Liggio che fumava il sigaro o chi si cuciva le labbra. Dall’altra, la città di Palermo che viveva sospesa tra la speranza di un cambiamento e la paura di una reazione violenta.
Il coraggio dell’ordinario: i Giudici Popolari
Se Falcone e Borsellino erano i bersagli dichiarati, i sei giudici popolari (e i loro supplenti) furono gli “eroi per caso” di questa vicenda. Erano insegnanti, impiegati, casalinghe. Persone che, a differenza dei magistrati, non avevano scorte, non avevano addestramento e vivevano nei quartieri di Palermo, spesso fianco a fianco con i parenti degli stessi imputati che dovevano giudicare. Per quasi due anni, queste persone dovettero rinunciare alla loro privacy e sicurezza. Ricevettero minacce, telefonate anonime e pressioni psicologiche costanti. La loro presenza era fondamentale per la validità del processo. Se Cosa Nostra fosse riuscita a intimidirli al punto da far saltare il numero legale, il processo sarebbe naufragato. Nel dicembre 1987, rimasero chiusi nel bunker per 35 giorniconsecutivi per deliberare, isolati dal mondo, mentre fuori la città tratteneva il respiro.
I 6 Giudici Popolari titolari furono Lidia Tusa (Insegnante), Maddalena Cucchiara (Insegnante), Francesca Vitale (Casalinga), Teresa Cerniglia(Insegnante), Pietro de Lisi (Impiegato) e Mario Lombardo (Impiegato). A loro si aggiunsero le due giudici supplenti, che seguirono ogni singola ora del processo per quasi due anni, pronte a subentrare in caso di necessità: Beatrice Genuardi e Mimma Ganci.
Durante il processo, la pressione fu tale che molti di loro vissero in uno stato di isolamento volontario. È emblematico il caso di Lidia Tusa: quando il Presidente Giordano lesse il verdetto (che impiegò oltre un’ora e mezza), lei e le sue colleghe indossavano il tricolore con una solennità che commosse l’opinione pubblica.
Per quegli oltre 600 giorni di udienze, ricevettero un gettone di presenza quasi simbolico, a fronte di un rischio personale incalcolabile. Molti di loro, negli anni successivi, hanno dichiarato che la loro più grande vittoria non fu solo la condanna dei boss, ma il fatto di essere riusciti a portare a termine il processo nonostante i tentativi di Cosa Nostra di farlo saltare attraverso l’astensione o il timore dei giurati.
I volti della Corte: I Magistrati giudicanti
Mentre il Pool Antimafia istruiva le indagini, il compito di gestire un dibattimento esplosivo e di scrivere la sentenza storica spettò a una terna di magistrati che dimostrarono un equilibrio e una fermezza fuori dal comune.
Alfonso Giordano (Presidente)
Fu il volto della giustizia in aula. Con una pazienza infinita, gestì le interruzioni dei boss, le finte crisi epilettiche degli imputati e le eccezioni procedurali dei difensori. La sua conduzione fu impeccabile: evitò che il processo si trasformasse in una rissa, garantendo il diritto di difesa anche ai criminali più feroci, rendendo così la sentenza finale inattaccabile.
Pietro Grasso (Giudice a latere)
All’epoca giovane magistrato, a lui spettò l’immane compito di redigere la sentenza. Una mole di lavoro titanica: migliaia di pagine che dovevano trasformare le intuizioni del Pool in prove giuridiche definitive. Grasso trascorse mesi circondato da fari di carta, costruendo l’architettura legale che avrebbe retto fino in Cassazione.
Domenico Signorino (Pubblico Ministero)
Insieme a Giuseppe Ayala, rappresentò l’accusa in aula. Fu lui a condurre i serrati interrogatori e a sostenere l’impianto accusatorio contro la Cupola. La sua figura è ricordata per la determinazione con cui affrontò il confronto diretto con i boss.
A loro va aggiunto Vincenzo Mineo (scomparso nel 2021), primo dirigente di cancelleria presso il tribunale di Palermo e figura chiave del Maxiprocesso. Collaboratore stretto di Giovanni Falcone, fu responsabile dell’allestimento e della gestione dell’aula bunker dell’Ucciardone, curandone poi il materiale documentale fino alla pensione.
L’eredità oggi: Cosa resta del 1986?
Quarant’anni dopo, il Maxiprocesso resta la pietra angolare della lotta alla criminalità organizzata. Ha dimostrato che Cosa Nostra non era un’entità astratta, ma un’organizzazione unitaria e gerarchica.
Tuttavia, la cronaca recente ci insegna che la battaglia non è finita. Se la mafia delle stragi è stata sconfitta tra le sbarre dell’Ucciardone, quella odierna è più silenziosa, “liquida”, infiltrata nell’economia legale e nel mondo digitale. Celebrare questo anniversario significa ricordare che la legalità non è un traguardo raggiunto, ma un esercizio quotidiano di memoria e vigilanza.
Quarant’anni dopo, è giusto ricordare che il Maxiprocesso non fu solo un trionfo della legge, ma un trionfo della cittadinanza. Quei giudici popolari rappresentavano noi: la parte della società che decide di non voltarsi dall’altra parte, anche quando il prezzo è la propria serenità.
Roberto Greco
