VIA D’AMELIO – Procuratore SALVATORE DE LUCA: mafia e appalti, pista nera, il nido di vipere ed altro ancora…

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In attesa della terza audizione in Commissione Parlamentare Antimafia del dottor Salvatore De Luca, riportiamo il testo unificato delle trascrizioni di quanto esposto a nome della Procura di Caltanisetta nelle sedute del 9.12.2025 e del 10.2.2026

 

Chiedo scusa se sarò tedioso e, ve lo anticipo, non sarò breve. Solitamente si dice «sarò breve», ma spesso non è vero; io, invece, voglio iniziare con la sincerità e dire che non sarò breve. Mi siano consentite due, forse tre, premesse. Sicuramente lor signori sono perfettamente avvezzi al linguaggio giudiziario, tuttavia appare opportuno premettere che io adotterò, come è doveroso, la terminologia imposta dalla legge circa la presunzione di innocenza. Quindi, non dirò mai «è certo», «vi è la prova» o «siamo sicuri che».  
Il linguaggio che adotterò, perché questo è previsto dalla legge, come è giusto che sia, farà riferimento a indizi. Userò il condizionale, il «presunto» e sottolineerò anche quando sono ipotesi e valutazioni del mio ufficio.
Faccio un’altra premessa. Io sono il portavoce di un gruppo di lavoro, se vogliamo usare una terminologia latina, il primo tra i pari. Si tratta di un gruppo di lavoro, a parer mio, particolarmente coeso, anche se formato da professionalità eterogenee, alcuni sono anche molto giovani, ma hanno notevoli esperienze. 

Per quanto riguarda l’eterogeneità del gruppo, preciso che siamo cinque magistrati, il procuratore aggiunto Pacifico e io, i colleghi qui presenti, nonché la sostituta Nadia Caruso. Abbiamo sempre preso le decisioni in modo unanime. Solitamente è difficile che in materie così delicate ci sia la perfetta sintonia di un gruppo di lavoro, in realtà in tanti anni di esperienza non mi era mai capitato, ed è un onore per me. Sono stato fortunato a lavorare in un gruppo così coeso e, secondo me, così attrezzato culturalmente.
Devo dare, altresì, atto che vi è stata in tutta l’attività della DDA di Caltanissetta una piena sintonia con la Procura nazionale antimafia. La sinergia con la Procura nazionale antimafia si è sviluppata su più livelli: una costante informazione reciproca; tre atti di impulso da parte della Procura nazionale su alcuni filoni di indagine; in varia guisa e su vari procedimenti sono stati applicati a procedimenti della procura di Caltanissetta quattro sostituti della DNAA (con la doppia «A», perché è anche antiterrorismo) che si sono perfettamente inseriti nella coesione del gruppo di cui ho parlato.
In particolare, ci tengo a dire che, prima di iniziare le indagini sul cosiddetto «filone mafia-appalti», ho ritenuto opportuno informarne il Procuratore nazionale, dottor Melillo, che è stato perfettamente d’accordo con noi sull’opportunità di iniziare delle indagini su questo filone, anzi di riiniziare, perché già ce ne sono state tante.
È opportuno anche delineare bene l’oggetto della presente discussione.
Come ho avuto modo di dire nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e in alcune interviste per ricordare la figura di Paolo Borsellino, abbiamo in corso filoni di indagine aperti su tutte le principali ipotesi, almeno quelle astrattamente ragionevoli, riguardanti le cause o i concorrenti esterni delle stragi del 1992.
Oggi parlerò principalmente del cosiddetto «filone mafia-appalti» facendo un accenno ad altri filoni. Abbiamo ottenuto, secondo la nostra valutazione, i migliori risultati – o i peggiori, sono punti di vista – proprio in questo filone di indagine. Gli altri filoni, tranne uno, sono ancora in corso, in una fase in cui è necessario attendere l’esito di ulteriori accertamenti prima di poter delineare un’ipotesi sufficientemente suffragata della pubblica accusa.
In particolare, per quanto riguarda il cosiddetto «filone mafia-appalti» nonché le concause delle stragi del 1992, quindi sia quella di Capaci sia quella di via d’Amelio – o «Falcone e Borsellino», come dir si voglia – ci sembra opportuno delimitare l’oggetto dell’indagine e l’arco cronologico, fondamentale per cercare di essere chiari sul periodo che deve essere attentamente analizzato, altrimenti si rischia di fare una certa confusione.
L’arco cronologico di rilievo, secondo l’ufficio di Caltanissetta, almeno secondo l’ipotesi accusatoria che noi abbiamo formulato, è quello in cui presso l’ufficio di Palermo ha esercitato le funzioni di procuratore il dottor Pietro Giammanco.
Si rischia, altrimenti, di fare grande confusione. Se si analizza l’attività della procura di Palermo come un unicum, un continuum tra l’attività che ha svolto la procura di Giammanco e la procura di Grasso, tra l’altro con un’alternanza di sostituti eterogenei che poco hanno a che fare l’uno con l’altro, quelli dell’ultimo periodo con quelli del primo periodo, è evidente che si può non centrare il bersaglio.
Affermare – faccio un esempio – che Buscemi Antonino è stato perseguito a partire da maggio 1993 per noi è un riscontro ulteriore che nel 1992 non si è fatto quello che si doveva fare.Dopo la strage di Borsellino cambia l’Italia. Cambia l’Italia perché ci sono state due stragi, cambia l’Italia perché c’è la forza propulsiva di «Mani pulite» che scompaginerà un intero sistema politico; cambia lo stesso gruppo imprenditoriale detto «Ferruzzi», nel 1993 vi è il preciso declino economico del gruppo.
Cambia il procuratore e ciò che era fattibile o, secondo la nostra ipotesi, voleva la dirigenza della procura fino a luglio del 1992, cambia decisamente a partire dalla riunione che ha sfiduciato Giammanco e, ancor di più, quando arriva, i primi di gennaio del 1993, il procuratore Caselli.
Faccio solo un breve accenno a questo e poi passiamo ad altri punti.
Perché è profondamente diversa la procura di Caselli da quella del procuratore Giammanco? Certamente il procuratore Caselli dà un nuovo impulso a certe indagini, non ha alcun interesse politico o personale a bloccare le indagini o a rallentare a insabbiare le indagini su mafia-appalti.
Il problema quale sarà? Lo accenneremo dopo: o per volontà propria – altra premessa: adotterò sempre l’ipotesi più favorevole a un soggetto quando vi sono due alternative – o perché non correttamente informato,

il procuratore Caselli porterà avanti una strenua difesa dell’attività antecedente alla sua immissione in possesso, cioè quella svolta dal procuratore Giammanco, affermando che tutto è stato regolare e che nessun problema è stato posto in essere.

Tuttavia, come avremo modo di vedere meglio in seguito, la relazione della procura di Palermo che è stata depositata nel 1999, credo, alla Commissione nazionale antimafia è, a nostro avviso, profondamente lacunosa: mancano proprio gli elementi che rendono problematica la cosiddetta «indagine mafia-appalti» da parte della procura di Palermo.
In conclusione, il fatto che dopo si siano fatte le cose è, a parer nostro, un indice ulteriore che prima non si sono fatte.

Passiamo alle cause o, per meglio dire, alle concause e alle finalità delle stragi. Non so se si può parlare di tre concause o, per meglio dire, di due precondizioni, due conditio sine qua non, e una concausa. A parer nostro, le precondizioni sono: l’isolamento, prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino nell’ambito della procura di Palermo; la sovraesposizione prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino presso la procura di Palermo – e non solo presso la procura di Palermo. Terzo: riteniamo vi siano gravi indizi – anche riguardo alle precondizioni riteniamo vi siano concreti indizi, noi parliamo sempre così, lo ribadisco – molteplici e concreti indizi per affermare che la gestione del «filone mafia-appalti» presso la procura di Giammanco sia una delle concause della strage di via d’Amelio e che vi siano elementi per ritenere che sia anche una delle concause della strage di Capaci.

Prima precondizione, quindi, l’isolamento. Vi sono precisi indizi che emergono, tra le altre cose, sia dalle dichiarazioni rese a sommarie informazioni dall’attuale senatore Scarpinato all’ufficio sia dall’esito di un’intercettazione tra il dottor Gioacchino Natoli e il presidente Matteo Frasca, presidente della corte d’appello di Palermo, sia dall’interrogatorio reso dal dottor Natoli.
Nel corso di un colloquio con il presidente Frasca, il dottor Natoli gli riferisce: «Roberto Scarpinato – ora non ricordo la parola esatta, ma si riferisce al senatore Scarpinato – mi ha detto che Giammanco di porcherie ne ha fatte, ma questa no».

Il testo esatto è questo: «Natoli: “Me lo dice Roberto Scarpinato: ‘Giammanco, Giammanco, il quale ha fatto tante porcherie, ma questo no, questo non è… non abbiamo mai pensato che potesse arrivare’”». Riteniamo che si riferisse alle ipotesi che noi formuliamo nei confronti del dottor Natoli, ma parlando, evidentemente, di altre «porcherie», cioè fatti, ovviamente, non corretti. Assunto a sommarie informazioni, il senatore Scarpinato ha detto di non ricordare di avere detto questa frase, ma, anche se l’avesse detta, avrebbe fatto sicuramente riferimento all’isolamento, all’emarginazione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
Nel corso dell’interrogatorio il dottor Natoli, una volta avuta indicata quale fonte di prova queste affermazioni di Scarpinato, le ha confermate dicendo: «Sì, effettivamente c’è stato l’isolamento di Falcone e di Borsellino».
Questa posizione assunta dinanzi all’ufficio di Caltanissetta non era stata altrettanto netta da parte del senatore Scarpinato dinanzi al CSM nel corso dell’audizione del luglio del 1992, anche se erano stati indicati dei fatti dai quali, per certi versi, si poteva desumere un atteggiamento non lineare del dottor Giammanco nei confronti, prima, di Giovanni Falcone e, poi, di Paolo Borsellino; sono un’assoluta novità, invece, rispetto alle dichiarazioni rese dal dottor Natoli dinanzi al CSM.
Credo sia importante analizzare alcune di queste affermazioni, non perché ci piaccia o abbia rilievo di per sé da un punto di vista etico rilevare un comportamento o, per meglio dire, delle dichiarazioni del dottor Natoli dinanzi al CSM non condivisibili o rispetto alle quali ci sia il sospetto di mendacio, ma perché, secondo la nostra ipotesi, questo atteggiamento dinanzi al CSM è un preciso riscontro della nostra ipotesi accusatoria.

In particolare, il dottor Natoli dinanzi al CSM, a domanda del presidente, ha dichiarato: «Sui rapporti Giammanco-Falcone non posso dire nulla, perché io arrivo alla procura di Palermo quattro mesi dopo che Falcone è andato via, quindi non ho alcuna conoscenza diretta del problema». «Indiretta?» – gli chiede il presidente – «Indiretta neppure, perché – ripeto – Falcone si era trasferito a Roma, quindi ci si sentiva telefonicamente, ci si vedeva di tanto in tanto a Palermo, ma ovviamente l’intensità del rapporto non era più tale, come quando ci vedevamo tutti i giorni». «Ciò significa che sui cosiddetti “diari” lei non avrebbe nulla da poterci dire?» «No, sui diari non sono in grado di dire». «Tutti questi punti li ha letti, li conosce?» «Sì, li ho letti su Il Sole 24 Ore». «Quindi, non può darci nessun contributo, né diretto né indiretto?» «No, né diretto né indiretto».
Nel corso della stessa audizione i giovani colleghi, segnatamente Antonella Consiglio, de relato Domenico Gozzo, marito della Consiglio, che ha avuto raccontato da lei quanto ora riferirò, e il collega Antonino Napoli hanno dichiarato che nel corso di una riunione dei Movimenti per la giustizia, di cui – fatto notorio, emerge da tutte le carte – il dottor Gioacchino Natoli era uno dei leader indiscussi, il dottor Giovanni Falcone, a richiesta dei colleghi, preoccupati dal fatto che stesse lasciandoPag. 9Palermo per andare al ministero, ha dichiarato, apertis verbis, con molta chiarezza: «Non ci sono più le condizioni per lavorare a Palermo, non posso più lavorare a Palermo, non mi fanno lavorare a Palermo».
Subito dopo, tra l’altro, Antonino Napoli ha avuto anche con lui una conversazione privata sul punto, dove Giovanni Falcone ha confermato questa sua linea, che se ne andava perché non riusciva più a lavorare. Non ha fatto riferimento espresso al dottor Giammanco, ma non era certamente un sostituto che poteva impedire al procuratore aggiunto Falcone di lavorare adeguatamente.
Nel corso del suo interrogatorio, il dottor Natoli ha confermato di essere presente a tale riunione. Vi sono, quindi, indizi ben concreti per ritenere che il dottor Natoli dinanzi al CSM abbia mentito. Non so se l’avere sentito con le sue orecchie Falcone affermare queste cose sia indiretta o diretta, come conoscenza, ma certo la domanda era omnicomprensiva: diretta o indiretta, copriva qualunque interpretazione si potesse dare di questa fonte di conoscenza.

Per il momento non mi dilungherò oltre su questa audizione del dottor Gioacchino Natoli, che però è particolarmente importante. Se avrete modo di raffrontarla con quella dei dottori Pignatone e Lo Forte avrete modo di constatare – almeno noi questo abbiamo notato – l’assoluta omogeneità.
Anzi, ci sembra che addirittura il dottor Natoli vada oltre. Quindi, c’è da chiedersi – e lo vedremo dopo – perché ha preso questa posizione di strenua difesa del dottore Giammanco quando, in generale, se non si scavasse sull’attività precedente, non vi sarebbe nessun motivo né personale né… – purtroppo devo scendere anche su argomenti che solitamente non vengono toccati, ma qui hanno rilevanza – insomma, non ha neanche un interesse associativo, non fa parte del suo gruppo. Anzi, dal Pag. 10punto di vista della politica giudiziaria, i Movimenti per la giustizia non sono particolarmente favorevoli alla procura del dottor Giammanco.
Antonella Consiglio e Antonio Napoli, tra gli altri, che hanno partecipato a quella riunione, sono turbati, quantomeno, dalla situazione che si era venuta a creare all’interno della procura tra il dottor Giammanco e il dottor Falcone.
Quindi, senza scavare su ulteriori argomenti sarebbe veramente strano, quasi impossibile capire perché il dottor Natoli prende questa posizione dinanzi al CSM. Casomai approfondiremo in seguito.
Visto che ci sono tante cose da dire, su alcune cose note preferirei sorvolare per rassegnarvi quelle che sono le nostre valutazioni e i nostri accertamenti che portano un quid pluris a quanto già si è detto. Se sarà ritenuto opportuno, in una seconda seduta siamo disponibili ad approfondire tutto a domanda. Anche perché mi rendo conto che sarà noioso sentirmi tre o quattro ore. Non dite di no, perché è scientifico: la curva dell’attenzione andrà calando, c’è poco da fare. Quindi, preferisco concentrarmi sulle cose che riteniamo nuove o dove la nostra valutazione diverge, totalmente o parzialmente, da quanto affermato sin qui.
Passiamo alla sovraesposizione.
Come è noto, o credo sia noto, vi sono stati numerosi procedimenti aperti e poi archiviati per eterogenei reati nei confronti di magistrati della procura di Palermo, proprio in relazione alla gestione del procedimento mafia-appalti, alcuni per calunnia e altri per corruzione. Una serie di procedimenti, quindi, poi archiviati.
Anche in questo caso prenderemo la posizione più favorevole agli indagati o, in ogni caso, alle parti che non sono Pag. 11sottoposte a indagini secondo le nostre valutazioni. D’altronde vi sono delle archiviazioni che non sono state neanche riaperte.
Non vi sono elementi tali per ritenere che vi furono episodi corruttivi sia a carico del procuratore Giammanco sia a carico del dottor Pignatone tuttavia, come è doveroso che sia, anche escludendo una responsabilità per corruzione – al riguardo c’è l’archiviazione della dottoressa Gilda Loforti, che noi condividiamo per l’80-90 per cento circa, con alcune cose da precisare – vi sono dichiarazioni di collaboratori che accusano sia il dottor Pignatone che il procuratore Giammanco di corruzione, rese soprattutto da Cancemi e Giovanni Brusca per quello che riguarda il dottor Pignatone e Cancemi e Siino, con delle precisazioni per quello che riguarda il dottor Giammanco.
Si tratta di dichiarazioni storiche. In estrema sintesi, Cancemi parla del dottor Pignatone, che era a disposizione di Enzo Piazza, noto costruttore mafioso, condannato con sentenza irrevocabile, di Palermo; Giovanni Brusca dice di aver appreso da Totò Riina che il dottor Pignatone era nella disponibilità dei fratelli Buscemi, Salvatore e Antonino.
Noi abbiamo trasmesso tutte le memorie difensive, perché è giusto che codesta Commissione abbia tutti gli elementi, anzi è doveroso che abbia tutti gli elementi a difesa. Abbiamo trasmesso anche le memorie difensive che sono state depositate. Nelle memorie difensive il dottor Pignatone fa giustamente notare la genericità delle affermazioni, che, in buona sostanza, possono coincidere pressappoco con voci che giravano in cosa nostra, un chiacchiericcio nell’ambito di cosa nostra. È ben possibile che abbia ragione. In ogni caso, giudiziariamente non sono sicuramente sufficienti per affermare una responsabilità.

Il problema, sia per il dottor Giammanco sia per il dottor Pignatone, è verificare se si sono posti in una situazione tale di inopportunità di esercizio delle funzioni in un contesto tale e abbiano mostrato un’immagine all’esterno che ha dato luogo a queste voci ricorrenti nell’ambito di cosa nostra.

Ovviamente, se vengo accusato di un qualcosa o girano voci sul mio conto senza che ci sia una mia posizione inopportuna, c’è poco da fare, probabilmente non gradiscono la mia presenza e mi vogliono togliere di mezzo.
Se, però, io stesso mi sono posto in una posizione assolutamente inopportuna e do l’immagine a cosa nostra di una dirigenza debole, malleabile o addirittura corrotta, io sovrespongo enormemente chi, invece, viene ritenuto incorruttibile, inflessibile. «La dirigenza è malleabile». Prima Giovanni Falcone, poi Paolo Borsellino: «con questi non c’è niente da fare, sono inflessibili, incorruttibili, bravi: fermiamoli, fermiamo questi, tanto con gli altri non abbiamo problemi». Scusatemi se lo dico, ma nel gergo di cosa nostra chi fa il suo dovere è un «gran cornuto», giusto per dare una nota di colore. Detto da un mafioso, quindi, è un complimento.
Diamo un’occhiata alla posizione dei protagonisti della vicenda.
Il procuratore Giammanco ha un problema che è stato sottolineato diverse volte, anche nel corso delle audizioni del CSM, di un’amicizia esibita, viene detto nel corso delle audizioni, ostentata, nei confronti dell’onorevole Mario D’Acquisto, ritenuta persona particolarmente vicina all’onorevole Lima. Non è un caso che dalle carte emerga che mezz’ora dopo l’omicidio Lima sul posto vi era già l’onorevole D’Acquisto. Non è questo, chiaramente, il punto fondamentale.
Si potrebbe pensare: sarebbe grave nascondere l’amicizia, invece se la si ammette è un atto di sincerità, non si ha nulla da nascondere. Questo oggi, questo dopo le stragi. In realtà riteniamo – è una nostra ipotesi – che sino al periodo delle stragi l’ostentazione di certe amicizie fosse un’esibizione di potere, non di sincerità. Non voglio arrivare agli estremi – che Pag. 13non sono poi preistoria, ma vanno negli anni Ottanta – di procuratori generali che esaltavano la funzione benefica della mafia o di magistrati che si facevano vedere in giro con uomini d’onore nei piccoli centri perché era la manifestazione che i poteri andavano d’accordo tra di loro. Sto parlando non di questioni antidiluviane, ma degli anni Settanta, primi anni Ottanta.
Non è questo il caso di Giammanco, ovviamente, ma l’ipotesi è che questa ostentazione di amicizia con un personaggio politico che, certamente, aveva il suo peso, agganciato a personaggi politici ancora di maggior peso, potesse sembrare all’esterno – e noi riteniamo che così fosse – un’esibizione di potere.

Anche qui abbiamo dichiarazioni al CSM del dottor Natoli che appaiono singolari. Il dottor Natoli ha affermato che sull’onorevole D’Acquisto, in buona sostanza, tutto era noto anche al CSM che aveva nominato il procuratore Giammanco e che non vi era una transitività tra D’Acquisto e Lima, quindi era un’affermazione ellittica, non si poteva dire «D’Acquisto uguale Lima»; non vi era nulla di particolarmente disdicevole. Questo è il senso: non potete accostare D’Acquisto a Lima e dire «è amico di D’Acquisto, quindi è amico di Lima». In sede di audizione del CSM gli è stato fatto notare che, in realtà, in una sentenza, non di condanna nei confronti dell’onorevole D’Acquisto, si faceva riferimento a episodi che potevano indurre un magistrato a prendere le distanze dall’onorevole D’Acquisto, sentenza tra l’altro nota al dottor Natoli e passata in giudicato. A questo punto, sinceramente non ho ben capito, a seguito dell’indicazione di questa sentenza, quale sia la posizione del dottor Natoli che parla per parecchie pagine di rapporti tra politica e mafia, di problemi generali, nonché di un’indagine che aveva già fatto lui sull’onorevole D’Acquisto per reati contro la pubblica amministrazione. Alla fine, per pochezza mia, non Pag. 14ho capito bene quale fosse l’affermazione finale, cioè se fosse inopportuna l’amicizia con l’onorevole D’Acquisto o meno.

A parer nostro, era molto inopportuna e il fatto che non fosse ellittico l’accostamento tra l’onorevole D’Acquisto e Salvo Lima deriva da un ulteriore particolare che viene riferito dal senatore Scarpinato dinanzi al CSM, cioè che hanno dovuto bloccare il procuratore Giammanco, che voleva andare al funerale di Lima. Quindi, vi erano dei rapporti che inducevano il dottor Giammanco a partecipare in prima persona al funerale di Lima, che sarebbe apparsa una delle cose più inopportune che si potessero fare in quel momento.
Oltre a ciò, il dottor Giammanco aveva delle parentele molto difficili in Bagheria, che è un grosso centro – come voi saprete – in provincia di Palermo, anche grosso centro di mafia, di dominio di Provenzano dopo la suddivisione dei poteri, dopo la cattura di Riina. Si tratta di un suo cugino di primo grado, il dirigente dell’ufficio tecnico comunale di Bagheria, e del figlio dello stesso, quindi suo nipote. Questo nipote, poi, è stato condannato con sentenza irrevocabile, ma in periodi successivi.
Cosa vi era che poteva essere subito a conoscenza del dottor Giammanco per indurlo, nonostante fosse palermitano e magistrato e conoscesse – si presuppone – la realtà di Bagheria? Cosa poteva indurlo anche se non avesse saputo nulla di Bagheria?
Suo cugino era imparentato con i Mineo, di cui il capostipite era un capomafia di Bagheria, poi ucciso nel 1985 in sede di regolamento di conti mafiosi ed è affine di suo cugino perché aveva sposato una Mineo. Fatto ancora più rilevante, nel 1985 i carabinieri – questo è indicato nel provvedimento di scioglimento del comune di Bagheria del 1993 – indicano il nipote del procuratore Giammanco quale giovane imprenditore rampante, collettore della gestione degli appalti in sede di Bagheria e dei contatti tra imprenditoria e mafia.
Non è una sentenza di condanna, ma qui non stiamo parlando di pene detentive. Stiamo parlando della prudenza che deve usare un magistrato prima di inserirsi in un contesto lavorativo.
Da qui è nata anche la dichiarazione del Cancemi, che il Giammanco era a disposizione di Provenzano. Come ho già detto, Bagheria è dominio di Bernardo Provenzano.
Tutto ciò creava delle situazioni di inopportunità tali che, nell’ambito di cosa nostra, nell’ipotesi più favorevole al dottor Giammanco, circolavano delle voci sul suo conto, tra le quali, ad esempio: «Rivolgiamoci al procuratore Giammanco perché suo cugino è dei nostri». In buona sostanza, queste sono le affermazioni che giravano: «Rivolgiamoci a Giammanco perché è amico dell’onorevole D’Acquisto».

Diverse le cause che, secondo il mio ufficio, hanno creato una situazione di totale inopportunità per il dottor Pignatone di stare nell’ufficio di Palermo o che quantomeno avrebbero dovuto impedirgli di avvicinarsi a qualunque procedimento riguardasse mafia-appalti o, se vogliamo restringere al massimo, qualunque procedimento riguardasse Buscemi, Bonura, Piazza e il gruppo Ferruzzi.

Fa parte di recenti accertamenti che il dottor Pignatone non è cresciuto in un appartamento comprato dal noto costruttore Enzo Piazza, ma è cresciuto, dal 1963 al 1976, in una palazzina di sette piani per quattordici appartamenti. Ebbene, di questi quattordici appartamenti, otto erano abitati – non di proprietà, abitati – da componenti della famiglia Piazza, quattro dalla famiglia Pignatone e solo due da altri due nuclei familiari. Il dottor Pignatone si è trasferito lì quando aveva 14 anni ed è andato via quando era uomo fatto e già magistrato. Pochi numeri civici più avanti – questa palazzina è in via Uditore 7/C, a Palermo – al n. 13 abita, invece, la famiglia di Bonura Francesco. Giustamente, sottolinea nella sua memoria difensiva il dottor Pignatone che vi è una contraddizione nelle dichiarazioni: oltre a essere generiche e infondate, sono anche contraddittorie tra di loro. Giovanni Brusca parla di disponibilità nei confronti dei Buscemi e Cancemi parla dei Piazza. Secondo il mio ufficio, la contraddizione è meramente apparente perché si tratta – Piazza, fratelli Buscemi, Bonura Francesco – di un gruppo talmente amalgamato, talmente intrecciato da essere un tutt’uno inscindibile: i Buscemi sono fratelli, entrambi mafiosi, entrambi imprenditori; Bonura Francesco è cognato dei Buscemi per averne sposato una sorella; Chiovaro Aurelio, che abita sempre in quella palazzina, è cognato di Enzo Piazza per avere sposato Piazza Rosa, una sorella di Enzo Piazza. Sia i Bonura che i Chiovaro che i Buscemi sono soci della Calcestruzzi Palermo, che poi sarà acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna. Vi sono concreti indizi, tra i quali le dichiarazioni dibattimentali del Siino, nonché una dichiarazione di Pennino, che Buscemi Salvatore, Piazza Vincenzo e Bonura Francesco siano anche iscritti alla massoneria. Tutti e tre saldamente intrecciati nel mondo imprenditoriale, tutti e tre condannati con sentenza irrevocabile per mafia e collegati tra loro da legami di affinità e di parentela. Bonura abita pure vicino ai Piazza, come se non bastasse, nella stessa strada. Voler fare una distinzione, quindi, è un po’ difficile. Ci sono interessi così stretti di parentela, di mafia – che forse è la cosa più importante – di massoneria, che rendono difficile distinguere gli uni dagli altri. Sono tutti e tre soci dell’Immobiliare Raffaello, che avrà un rilievo nella vicenda. Si tratta di un’immobiliare dove, se si Pag. 17riuniscono i soci, diventa una riunione di cosa nostra. In buona sostanza, capita che ci sia la società dove c’è un mafioso, tutti i suoi parenti o persone ritenute vicine. L’Immobiliare Raffaello ha un capo mandamento, un capofamiglia e un associato: una riunione di questa società può comportare un arresto in flagranza per associazione mafiosa, se si riuniscono. Non è facile da trovare un tipo di società del genere.
Sempre a proposito del contesto in cui è cresciuto il dottor Pignatone, vi è una ambientale del Bonura in cui, parlando con un altro soggetto, oltre a dire cose che non voglio neanche riportare sulla famiglia Pignatone, perché non hanno particolare rilievo in questa sede, afferma che la signora Pignatone lo prendeva sottobraccio – «andiamo di qua», «andiamo di là» – denotando un certo grado di familiarità e confidenza con la signora, che può derivare da una conoscenza, una frequentazione che non sia meramente di acquisto di un appartamento od occasionale. Il dottor Pignatone lo ha giustificato dicendo che sua madre era un tipo espansivo e cordiale. Attenzione, non vorrei essere frainteso: stiamo parlando di cordialità legittima, nessuno pensi a volgarità inaudite. Stiamo parlando di amicizia, di cordialità legittima, roba tra amici, insomma. Non vorrei essere frainteso per mia pochezza. Secondo noi, però, costituisce un riscontro che tra i nuclei familiari c’era una certa confidenza.   
Il dottor Pignatone ha anche affermato che nel condominio in cui hanno abitato per tanto tempo, dove per un certo tempo vi è stato anche Enzo Piazza, oltre ai Chiovaro, al padre e ai fratelli, tutta la famiglia Piazza, in realtà c’erano stati rapporti solo formali perché vi era una certa differenza sociale, una notevole differenza sociale e culturale.
Signori, ormai ho una certa età e ricordo com’erano i condomini degli anni Sessanta, soprattutto se piccoli: le porte Pag. 18aperte, le signore che bussavano a casa dell’altra, si fermavano sul pianerottolo a parlare per mezz’ora, un’ora. Se si aveva bisogno di una cosa ci si rivolgeva alla vicina: «Mi tiene i bambini? Io non posso in questo momento». Gli anni Sessanta e anche i primi anni Settanta erano ben diversi dal contesto in cui viviamo oggi. Adesso nei condomini magari non si sa neanche chi sta alla porta accanto. Il contesto prima era profondamente diverso e non credo che le differenze sociali o culturali impedissero di instaurare rapporti di maggiore cordialità e di conoscenza.
Il dottor Pignatone, poi, lascia la casa in via Uditore perché si sposa e abita un paio di anni in un altro appartamento della moglie. Negli anni Ottanta la famiglia Pignatone fa un grossissimo acquisto di un immobile in via Turr, venduto dall’Immobiliare Raffaello, cioè Buscemi, Piazza, Bonura. Si tratta di circa ventisei immobili, che comprendono non solo appartamenti, ma anche esercizi commerciali e garage. Non ha una funzione solo abitativa, perché il padre – credo – compra anche esercizi commerciali, quindi ha anche una funzione speculativa. Sono complessivamente ventisei: non sono tutti grandi immobili, alcuni sono meri garage o altro.Sul punto noi non siamo perfettamente d’accordo con quanto dice nel suo provvedimento di archiviazione la collega Gilda Loforti, che, a scanso di equivoci, ha fatto un lavoro eccezionale. Io qui rappresento un ufficio che si muove all’unisono in queste attività, ho le deleghe alla forza di polizia giudiziaria, che collabora. La collega Gilda Loforti, veramente compianta, non per modo di dire, era assolutamente sola, questa è una premessa doverosa, e ha fatto un lavoro, secondo noi, eccezionale. La collega Gilda Loforti si concentra esclusivamente – forse non se ne aveva neanche notizia – sull’appartamento che viene venduto formalmente alla moglie del dottor Pignatone, ma in realtà in una memoria difensiva del 2000 egli ammette che è stato venduto a sé stesso.
Purtroppo, i primi accertamenti sono stati fatti in un periodo in cui non vi era più la documentazione bancaria, ma si afferma, nel decreto di archiviazione, che tutto è stato provato mediante assegni. Non che sia una prova della colpevolezza, ma che sia stata provata la regolarità dell’acquisto no, perché le matrici degli assegni non provano un bel niente.
A casa mia, che sono notoriamente disordinato, dei vecchi tempi ho blocchetti di matrici buttati nei cassetti, a volte in bianco: li potrei riempire mettendoci quello che mi pare. Non che sia una prova, ripeto, della colpevolezza, ma non vi è neanche la prova contraria, che sia stato pagato regolarmente. Non era più possibile fare accertamenti bancari.
Tra l’altro, nella stessa memoria difensiva il dottor Pignatone, evidentemente rendendosi conto della pochezza del prezzo pagato, afferma di aver pagato 20 milioni in nero. Anche qui non si deve fare del mero moralismo, non ci interessa, le nostre non devono essere valutazioni etiche. Dobbiamo vedere in quale situazione di inopportunità si va a ficcare una persona.
Il dottor Pignatone afferma – ed è l’ipotesi a lui più favorevole – di aver pagato 20 milioni, o qualcosa di più, in nero al capo mandamento Buscemi Salvatore, del mandamento Uditore-Boccadifalco-Passo di Rigano.
Non è reato, perché siamo sottosoglia, però è un illecito amministrativo. Il problema non è dire che i magistrati non dovrebbero farlo. I magistrati sono esseri umani: una parte dei magistrati, come di tutte le categorie, fa cose che non si devono fare. Ritengo che siano un’assoluta minoranza, ma, come in tutte le categorie, ci sono magistrati che fanno ciò che non si deve fare, anche se tutti lo fanno. Era estremamente diffuso pagare in nero. A scanso di equivoci vi dico che l’appartamento acquistato da mia moglie nel 2000 è stato pagato con assegni circolari. Anche se la prassi era diffusissima, non tutti lo facevano.
Questa – è lo stesso dottor Pignatone che ce lo dice – è evasione fiscale, che di per sé non ci interessa eticamente, ma è un’evasione fiscale fatta con il capo mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco, Buscemi Salvatore, conclamato con sentenza irrevocabile, successiva, ovviamente, allora non era conclamato.
Tutta la famiglia Pignatone fa grossi acquisti. Qui non stiamo parlando di responsabilità penale, stiamo parlando di situazioni di inopportunità. Tutta la famiglia fa un notevole acquisto di immobili dall’Immobiliare Raffaello.
Vi è una consulenza che abbiamo fatto sul punto. Attenzione, devo dire con la massima lealtà che, ovviamente, consulenze che fanno una stima del valore degli immobili difficilmente possono essere troncanti. Vi anticipo che una consulenza della difesa potrebbe anche dire cose ben diverse. Non è questo il punto. Certo è che il prezzo pagato dal dottor Pignatone non fosse congruo perché non credo che altrimenti si sarebbe esposto a dei rilievi su questa evasione fiscale.
La consulenza ci dice che in particolare i prezzi pagati dalla famiglia Pignatone sono notevolmente inferiori a quelli di mercato. Rispetto a tutti i prezzi pagati dagli altri soggetti che hanno acquistato immobili in quella stessa palazzina, – qui però è difficile capire chi e quanto ha pagato in nero ciascuno, non so chi e quanto era in buoni rapporti per avere sconti, dal complesso dei prezzi pagati dagli altri acquirenti – la famiglia Pignatone ha avuto come minimo un 10 per cento in meno nel prezzo, che non è una cifra travolgente, ma tenuto conto del valore di tutti gli immobili sono svariati milioni.
Al riguardo il dottor Pignatone ha svolto, nelle sue difese, ragionamenti che non sono da rigettare in toto, ha detto: «Era un grosso affare, pagavamo in contanti, quindi, tutto sommato, anche se fosse vero, uno sconto del 10 per cento ci sta». Non è peregrina come osservazione, potrebbe anche starci. Nel 1982 il Bonura viene arrestato in flagranza per il duplice omicidio Chiazzese.
Il dottor Pignatone si astiene. Aveva già detto nella memoria difensiva del 2000 che non era tenuto, ma lo ha fatto per meri motivi di opportunità. Bene. Nell’ultimo interrogatorio ha precisato che gli è sembrato particolarmente opportuno astenersi perché doveva comprare un altro immobile dall’Immobiliare Raffaello, un garage. Quindi, i rapporti con l’Immobiliare Raffaello sono continuati – per carità, per immobili di valore minore – anche quando era quantomeno ben noto che uno dei soggetti non era condannato con sentenza irrevocabile, ma era detenuto per duplice omicidio di mafia. Non è esattamente una quisquilia.
A parte tutto, il dottor Pignatone dice di non saperlo, ma in una relazione di minoranza, a firma dell’onorevole La Torre, i Buscemi, i Piazza e i Bonura vengono indicati.  
Si pone una ulteriore, per certi versi doverosa… Chiaramente non si può muovere un’accusa a un figlio per alcune affermazioni che vi sono nelle Relazioni antimafia a carico del padre. Il professor Pignatone, padre del dottor Giuseppe Pignatone, risulta avere quale testimone di nozze il defunto onorevole Volpe. L’onorevole Volpe, sempre nella relazione della Commissione antimafia, è indicato quale collegamento tra mafia e politica nella provincia di Caltanissetta. L’onorevole Volpe è anche testimone di nozze di uno dei due fratelli Di Cristina. L’altro fratello verrà ucciso e sarà, secondo la ricostruzione più plausibile, il primo omicidio che darà la stura alla grande guerra di mafia degli anni Ottanta.

Sempre nella Relazione antimafia del 1988 vengono indicati i rapporti tra il professor Pignatone e Calogero Vizzini, a tutti noto, e si indica un comizio – parlo sempre del padre – voluto da Calogero Vizzini, in cui si esaltava la virtù della mafia, diversa dalla delinquenza.
Ripeto, non si tratta di una sentenza di condanna, si tratta della Relazione antimafia, che potrebbe lasciare il tempo che trova. Era un collegamento della mafia di Caltanissetta perché, come sarà noto, la famiglia Pignatone è originaria di San Cataldo, un comune adiacente a Caltanissetta.
Il professor Pignatone è stato per lungo tempo un uomo politico della Democrazia Cristiana, poi uno dei protagonisti del milazzismo, dopodiché è approdato come presidente dell’ESPI (Ente Siciliano per la Promozione Industriale), un grossissimo ente siciliano. L’ESPI è uno dei due soci della SIRAP, che è la protagonista di mafia-appalti.
Il dottor Pignatone ha prodotto una memoria in cui vi è una serie di documenti che dimostrerebbero il fatto che il professore ha dato luogo a una serie di atti amministrativi che portarono avanti battaglie di legalità, in contrasto con la SIRAP; quindi, non ha in alcun modo agevolato la SIRAP. Da alcune intercettazioni riguardanti i dirigenti della SIRAP emerge, secondo i loro colloqui, che vi fosse un contrasto politico riguardante la gestione di un’enorme massa di danaro tra la SIRAP e l’ESPI, cioè chi dovesse gestire questa massa di denaro – parliamo di circa mille miliardi di lire di allora – se in prima persona l’ESPI o la SIRAP, con l’allora presidente Rino Nicolosi che un po’ ondeggiava e che, nel contesto del conflitto interno di mafia-appalti, se dovesse avere l’egemonia cosa nostra o la Pag. 23politica creava problemi alla SIRAP e a cosa nostra stessa. Tanto che Giovanni Brusca afferma che mandò una minaccia esplicita a Rino Nicolosi perché l’ostruzionismo nei confronti di cosa nostra finisse e la SIRAP potesse avere il via libera, quindi, vi fosse la preminenza di cosa nostra sulla politica. L’intimidazione fu accolta e non ci furono più problemi a riguardo.
Ovviamente, ci esprimiamo sempre in termini di meri indizi.
A parte il tempo trascorso, come fa notare giustamente il dottor Pignatone nella sua memoria, rimane da capire perché si sia astenuto una volta per il duplice omicidio Chiazzese in relazione a Bonura Francesco, abbia sottolineato nel corso dell’interrogatorio di non essersi mai occupato di processi a carico di Enzo Piazza, ma non abbia ritenuto opportuno astenersi quantomeno nel filone mafia-appalti dove, autorizzando, ad esempio, le intercettazioni a carico dei dirigenti della SIRAP, vi era l’alta probabilità che emergessero non reati, ma fatti riguardanti il padre, perché parlare di SIRAP poteva significare anche parlare di ESPI. In ogni caso, i contatti politici del professor Pignatone erano tali che forse non era opportuno neanche occuparsi di queste intercettazioni.
Il discorso è completamente differente per quello che riguarda il dottor Guido Lo Forte. Là abbiamo una serie di elementi, a volte anche contraddittori, che ci hanno indotto addirittura a escludere un’iscrizione a suo carico, sia perché non coinvolto direttamente nei due specifici procedimenti di cui parlerò in seguito, sia perché la sua attività è, in una certa misura, subito dopo, molto più lineare, sia perché non ci sono dichiarazioni di collaboratori nei suoi confronti.
Anche il dottor Lo Forte ha acquistato un appartamento in via Turr. Dall’atto di acquisto risulta essere stato pagato in contanti. La formula è bruttissima, perché, ovviamente, se c’è qualcosa da nascondere, si dà atto dinanzi al notaio di aver già Pag. 24pagato in contanti. Il dottor Lo Forte ci ha detto di aver pagato con assegni e ha specificato di non aver pagato in nero nulla. Fatto sta che i collaboratori non accusano, neanche come voci, come «sentito dire», il dottor Lo Forte. Evidentemente nelle famiglie Uditore e Passo di Rigano o in altre famiglie queste chiacchiere non giravano, e i collaboratori non riportarono nulla su Lo Forte.
Esiste una situazione un po’ incresciosa riguardante la posizione di Siino Angelo.
Riteniamo che non si possa trarre alcunché a carico del dottor Lo Forte dalle dichiarazioni del Siino, quelle registrate quantomeno dal colonnello Meli, perché non hanno un valore giudiziario e perché, come sottolineato nell’archiviazione di Gilda Loforti, sono anche contraddittorie tra di loro. Ci sono dichiarazioni dove viene lodata l’attività coraggiosa e onesta del dottor Lo Forte e altre dichiarazioni dove lo si indica come colluso o corrotto.
A parte tutto, sono rese come fonte confidenziale, quindi hanno un valore giuridico pari a zero.
Una volta assunto nelle forme di legge, il collaboratore Angelo Siino non ha detto una sola parola contro il dottor Lo Forte, affermando solo che Lima aveva chiesto a Siino e a Farinella «una ‘nticchia di grasso per ungere Giammanco» – e gli consegnarono, infatti, in due tranche 700 milioni di lire – ma di non avere la prova che la somma sia stata effettivamente consegnata al procuratore Giammanco.
Al riguardo, in modo molto elegante, molto soft, la dottoressa Gilda Loforti sottolinea che forse vi furono delle inopportunità sul modo in cui fu sentito Angelo Siino all’inizio e cioè, per alcuni mesi di seguito, solo da Palermo e dopo da Caltanissetta.
Furono poste anche alcune domande che riguardavano, anche se genericamente, i magistrati di Palermo e che – sottolinea Gilda Loforti – questo può avere creato un certo imbarazzo in Siino, che tra l’altro era un furbacchione, non un «killeraccio», che sapeva benissimo muoversi in tutti gli ambienti.
In più, al contrario di quello che vedremo, sembrerebbe, anzi – visto che non ci vuole la prova dell’innocenza, ma ci vuole la prova della colpevolezza – l’attività del Lo Forte è assolutamente lineare. Appena va via il procuratore Giammanco, è uno dei firmatari, insieme al senatore Scarpinato e ad altri sostituti, nel maggio del 1993 di una richiesta cautelare per 416-bis e altro, a carico anche di Buscemi Antonino, che verrà accolta.
Da questo potrebbe presumersi che o – ma è la peggiore delle ipotesi – il dottor Lo Forte ha accettato il rischio di sovraesporsi nei confronti di Buscemi Antonino, pur avendo ricevuto qualche trattamento di favore o avendo pagato in nero, oppure non aveva nulla da nascondere. Questa è la tesi che dobbiamo adottare perché è la più favorevole e perché non è provata l’altra. Delle due ipotesi bisogna adottare quella più favorevole: non aveva alcun interesse personale a difendere il Buscemi Antonino e, una volta venuto meno il procuratore Giammanco, ha proceduto senza alcun indugio anche all’arresto di Buscemi Antonino. Per tutta questa serie di fattori, abbiamo ritenuto che non vi fossero gli estremi per iscrivere il dottor Lo Forte.

Tirando le somme, a noi pare – dico «noi» come ufficio di Palermo – che questa situazione, che noi riteniamo di assoluta inopportunità, in cui hanno esercitato le loro funzioni rispettivamente il procuratore Giammanco e il dottor Pignatone, abbia contribuito grandemente a sovraesporre sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino.

Le riteniamo anche delle precondizioni: qualunque sia la causale o la concausa a cui si voglia attribuire maggiore credibilità, riteniamo che queste due precondizioni siano sussistenti.
Per completezza, riguardo all’isolamento devo dire, perché non voglio tralasciare elementi a difesa, che nella memoria del dottor Pignatone sono indicate una serie di interviste, una serie di articoli, ad esempio uno di Paolo Borsellino in cui avrebbe affermato che l’isolamento non era stato la causa dell’omicidio di Giovanni Falcone. Al riguardo, rileviamo che è un fatto notorio che un magistrato prima lo si isola, lo si sovraespone e poi lo si uccide. Lo diceva anche Giovanni Falcone: un magistrato prima lo si isola e poi lo si uccide. È proprio un bersaglio ambulante un magistrato che viene emarginato e isolato. Ovviamente non ci sogniamo minimamente di mettere in dubbio le parole di Paolo Borsellino, non avrei la minima legittimazione né professionale né morale per mettere in dubbio le parole di Paolo Borsellino. Ci permettiamo di mettere in dubbio l’esito dell’articolo.
Come ha detto la dottoressa Sabatino in sede di audizione del CSM, il dottor Borsellino era molto amareggiato, contrariato dall’esito di alcune interviste che, per il modo in cui erano costruite, per le frasi che erano state estrapolate, falsavano il suo pensiero. Anche qui, voglio sottolinearlo due volte, non è che quello che afferma Borsellino sia una sciocchezza, anzi è una pietra miliare un’affermazione di Paolo Borsellino, e lo stesso dicasi di Giovanni Falcone. Il punto è come tutto viene riportato dai giornali. La dottoressa Sabatino sul punto – lo ripeto – ci riporta delle confidenze amareggiate del dottor Borsellino, tanto che poi decise di non rilasciare più interviste nell’ultimo periodo.
Allo stesso modo, sempre nella memoria del dottor Pignatone viene sottolineato che, sia in articoli di professori amici di Giovanni Falcone sia in un’intervista di Giovanni Falcone, si fa riferimento alla funzione positiva dell’attività svolta presso il ministero, al fatto che fosse di primaria importanza svolgere questa attività a Roma. Questo è perfettamente comprensibile, non c’è bisogno neanche di pensare a estrapolazioni o false interpretazioni del giornalista. Giovanni Falcone lascia Palermo perché lì non può più lavorare e sceglie, ovviamente, una sede dove pensa di essere molto utile. Viene sommerso da critiche, perché si stava vendendo al nemico, si faceva soggiogare dalla politica. Questo era il senso, ora non ricordo il tenore letterale di tutte le frasi. Era evidente che volesse dare dimostrazione pubblica nel dire: «No, non mi vado a divertire, io vado al ministero per fare una cosa che sarà utilissima per tutta la magistratura italiana». Ci mancherebbe altro che uno come Giovanni Falcone lasciava Palermo a denti stretti, obtorto collo, per andare in un posto dove non avrebbe concluso assolutamente nulla.
A parer nostro, queste interviste di Giovanni Falcone dove si dà conto dell’utilità che avrebbe svolto e che aveva già svolto presso il ministero non cambiano proprio nulla circa l’isolamento e la sovraesposizione dello stesso.

Passiamo al filone mafia-appalti. Credo che alcuni manifestino particolare scetticismo circa mafia-appalti come concausa. Sinceramente, non capisco.
Faccio una premessa che mi sono dimenticato di fare prima. Scusatemi, verrò ricordato come il procuratore delle premesse. Come ho già detto, noi abbiamo una serie di filoni di indagine aperti, alcuni anche molto impegnativi, ma ho affermato – mettendoci la faccia – che noi, allo stato, non siamo in grado di escludere categoricamente nessuna concausa.
Detto questo, dobbiamo affermare che la concausa sulla quale abbiamo trovato maggiori elementi e maggiori riscontri è proprio mafia-appalti. Altre concause non ci sentiamo di escluderle,Pag. 28ma allo stato o sono in corso oppure, almeno per una certa parte, non hanno dato alcun esito.
In particolare, desidero – sempre come premessa – spendere due parole circa la pista nera. Noi abbiamo in corso delle indagini sulla pista nera. Ciò che sinceramente ci appare un po’ strano, un po’ singolare è che si insista su un certo filone legato alla pista nera. Mi riferisco alla pista Delle Chiaie a seguito delle dichiarazioni rese da Romeo Maria e anche dal luogotenente Giustini. Se qualcuno vorrà approfondire l’argomento lo approfondiremo, ma sinceramente mi pare un’autentica perdita di tempo, e già ne abbiamo perso abbastanza su questa pista, continuare a parlare di questa vicenda.
Dalle dichiarazioni del luogotenente Giustini, di Maria Romeo e dalle presunte dichiarazioni – che non ci sono mai state – del collaboratore Alberto Lo Cicero viene fuori una pista che giudiziariamente vale «zero tagliato». Ripeto, «zero tagliato». Non mi dilungo perché mi sembra di farvi perdere tempo sul punto. C’è un’archiviazione tranciante del GIP, un GIP – tra parentesi – che non è certamente appiattito sulle nostre posizioni: diverse volte ci ha dato torto, certe volte abbiamo appellato, certe volte ha avuto ragione lui e certe volte, però, abbiamo avuto ragione noi.

Per quanto riguarda il filone relativo a Delle Chiaie, attenzione, non stiamo dicendo che escludiamo che Delle Chiaie possa aver avuto un ruolo. Non abbiamo elementi allo stato, ma non ci sentiamo neanche di escluderlo, visto che uno stragismo di destra storicamente in Italia c’è stato, ma prove che sia collegato alle stragi del 1992 non ne abbiamo.
Non prove, ma anche concreti elementi.
Questo filone, che ci era stato prospettato subito dall’attuale senatore Scarpinato, che ha fatto proprio gli ultimi giorni prima di andare in congedo per pensionamento, al di là del fatto che – ma questo è un dato meramente formale – è stato fatto in violazione dell’articolo 11 del codice di procedura penale, senza il minimo coordinamento con la procura di Caltanissetta, perché avrebbe dovuto chiedere semplicemente: «Sapete nulla dell’omicidio Agostino?». No. Si è fatta, invece, un’indagine sulle stragi, senza alcun coordinamento con la procura di Caltanissetta che – per carità – in quel momento poteva essere considerata acefala, perché c’era solo un ottimo procuratore aggiunto che faceva il lavoro del procuratore, di due procuratori aggiunti e del dirigente amministrativo. Per cui, sì, in quel momento poteva essere considerata acefala la procura di Caltanissetta, però un coordinamento con l’unica procura che aveva la competenza sulle stragi forse era opportuna, ma questo è un dato formale.
Appena abbiamo ricevuto gli atti eseguiti dal dottor Scarpinato è successo tutto l’inverso di mafia-appalti. Cioè, siamo partiti da questa idea: ragazzi, qui c’è una pista eccezionale, questa fa la differenza. Poi abbiamo preso le carte, abbiamo preso tutti gli atti che riguardavano quell’indagine e ci siamo resi conto che – come ho già detto – era «zero tagliato».
Non lo dice la procura di Palermo. Lo dice il giudice. Non dice «zero tagliato», ma è troncante.
Addirittura, noi, forse sbagliando, eravamo stati un po’ più morbidi su Romeo Maria, che è l’unica vera fonte in questa vicenda, e abbiamo detto: «Poverina, vicende personali tragiche». Il GIP ha adombrato un rapporto do ut des, anzi il tentativo della persona informata di avere un rapporto do ut des con il luogotenente Giustini pur di ottenere quello che voleva, cioè una sorta di programma di protezione o di ricongiungersi ad Alberto Lo Cicero. Il GIP è andato oltre rispetto a quello che abbiamo detto noi.
A parte tutto, tutte le dichiarazioni non hanno né capo né coda, si contraddicono tra loro.
Signori, io chiudo qui su questo punto. Chi vorrà mi farà le domande e, chiaramente, non mi sottrarrò.
Sempre sulla pista nera, abbiamo fatto ulteriori indagini, ma per ora non voglio entrare nei particolari. Abbiamo intercettato..        

Abbiamo svolto più di due anni di indagini sul noto Paolo Bellini, condannato con sentenza irrevocabile per la strage di Bologna, due anni di intercettazioni, anche ambientali, molto fruttuose da un certo punto di vista e totalmente infruttuose da un altro punto di vista. Molto fruttuose perché, come forse è noto, nonostante una condanna in primo grado all’ergastolo per strage, Paolo Bellini era ancora a piede libero. Dalle nostre intercettazioni, invece, sono emerse gravi esigenze cautelari, che abbiamo subito trasmesso ai colleghi di Bologna e in pochi giorni è stata applicata la misura detentiva a Paolo Bellini, esclusivamente sulle intercettazioni che noi abbiamo trasmesso. Quindi, sotto questo punto di vista sono state fruttuose, perché  certamente non era opportuna la libertà di un soggetto già condannato per un fatto di una gravità inaudita, non gravissima ma di una gravità inaudita.
Per altro verso queste stesse intercettazioni, che sono state molto fruttuose per le esigenze cautelari, non hanno permesso di arrivare a elementi particolarmente significativi e alla partecipazione di Paolo Bellini alle stragi del 1992. Anche questo, se lo desiderate, lo approfondiremo in altra sede.
Per altro verso vi accenno – ma sul punto non accetterò domande perché abbiamo indagini in corso che c’è un’ulteriore pista nera, chiamiamola così, che stiamo approfondendo e che potrebbe dare risultati, ma non siamo in grado di anticipare alcun esito. Quindi, sul punto vi pregherei di non fare domande perché sul punto non potrei dire nulla. Ho già accennato in tutte le sedi che ci sono più piste aperte: alcune hanno avuto una parte di ostensibilità – la pista sull’agenda rossa e la pista sulla massoneria hanno avuto momenti di ostensibilità – e su altre non posso dire assolutamente nulla.

Andiamo, quindi, a mafia-appalti come concausa sulla quale noi riteniamo, come ufficio di Caltanissetta, di aver trovato numerosi e concreti riscontri. Innanzitutto, vi sono molte sentenze che indicano come probabile o come particolarmente probabile il filone mafia-appalti come concausa. Non mi dilungo, dato che il tempo stringe: abbiamo il Capaci-bis, il Borsellino-quater, che richiama anche il Borsellino-ter, il processo trattativa Stato-mafia (appello) – che, attenzione, è stato smentito in diritto e non sulle considerazioni in fatto, le analizzeremo meglio in seguito – le sommarie informazioni del collega Ingroia e soprattutto le sommarie informazioni, peraltro di cui ha parlato anche in altre occasioni, dell’ex collega Antonio Di Pietro, che riteniamo di particolare attendibilità.
Vi sarebbero anche le dichiarazioni rese dall’allora capitano De Donno, dall’allora colonnello Mori e anche dall’allora maresciallo Canale sulla riunione alla caserma Carini di Paolo Borsellino. Al riguardo sottolineiamo – poi eventualmente approfondiremo a seguito di domande – che De Donno sin dall’inizio, nel 1992, rende dichiarazioni su un incontro con Paolo Borsellino che verteva anche su mafia-appalti. Effettivamente, la presenza di Mori e contenuti più specifici sono stati aggiunti in un secondo tempo, ma sul punto non abbiamo solo le dichiarazioni di De Donno e del generale Mori, ma anche quelle di Canale.
Per essere prudenti, giacché si potrebbe ritenere in qualche misura che gli stessi siano parti in causa in questa vicenda, non fonderemo le nostre conclusioni, principalmente o in buona parte, su queste affermazioni, per un’estrema prudenza che appare sempre opportuna. Ripeto, potrebbero essere considerate parti interessate alla vicenda.
Come vedremo, le fonti sull’interessamento di Paolo Borsellino in relazione all’indagine mafia-appalti sono plurime. Ho citato quella dell’ex collega Antonio Di Pietro perché addirittura particolarmente toccante, ha una sua plasticità, una sua forza, sulla bara di Giovanni Falcone.

Nella mia relazione indicherò con «mafia-appalti» in senso stretto il procedimento riguardante le indagini del ROS dei Carabinieri(parlare solo di numeri è un po’ freddo e a volte non ci si capisce), il n. 2789 del 1990 notizie di reato, della procura di Palermo ovviamente; parlerò del «procedimento Buscemi-bis» o «procedimento doppione» in relazione a quello assegnato al dottor Natoli, Sciacchitano e pool, userò il numero, 3589/91/NR (Palermo, ovviamente).

E poi chiamerò effettivamente procedimento n. 1500 del 1993, quello poi riaperto dal dottor Pignatone, che sarà l’unico caso in cui ci occuperemo di un procedimento successivo alle stragi, perché secondo le nostre valutazioni da tale procedimento emergono ulteriori elementi che indicano un interesse del dottor Pignatone a coprire la posizione Buscemi Antonino-gruppo Ferruzzi.
Andiamo al procedimento mafia-appalti in senso stretto.
Una notazione di carattere generale, innanzitutto: è stato detto, anche da alcuni magistrati – sommarie informazioni di De Francisci e altro – ed è stato in varia guisa utilizzato anche dalle difese, che in realtà il rapporto mafia-appalti, cioè quello depositato il 16 febbraio 1991 presso la procura di Palermo, non fosse esaustivo, non fosse granché. De Francisci, in gergo colorito, lo ha definito «vacante», cioè privo di fondamento. Lo riferisce in relazione a un colloquio con Giovanni Falcone, che ha subito ribattuto: «Ma ci si può lavorare».
  È questo il punto, secondo noi, fondamentale.
A volte queste valutazioni vengono prospettate come se il pubblico ministero italiano fosse una specie di pubblico ministero anglosassone, cioè l’avvocato della polizia che sta là inerte ad attendere che la polizia deposti sulla scrivania il materiale per dirgli «okay» oppure «non avete dove andare». In realtà, addirittura nella Costituzione, articolo 109 della Costituzione, e poi nel codice di procedura penale, articoli 358 o 370, emerge che non è che il pubblico ministero, ricevuta la notizia dalla polizia giudiziaria, dice «no, non c’è tutto, allora chiudiamo». Non funziona così in Italia. Anzi, è un preciso dovere del pubblico ministero dirigere e coordinare la polizia giudiziaria, che ha una dipendenza funzionale dalla procura.
Quindi, se il filone, la notizia che viene prospettata è una bufala totale, si prende tutto e si chiude; se il filone è importante, è interessante o addirittura è eccezionale, la procura deve profondere ogni sforzo, ogni mezzo perché le indagini siano portate a compimento. Quindi, questa affermazione che il rapporto non fosse completo lascia il tempo che trova.

La domanda era: la pista era quella giusta? Sicuramente sì. La pista indicata nel rapporto mafia-appalti è di eccezionale rilievo, perché è una fotografia della dottrina Falcone: mafia, imprenditoria e politica. Infatti, Giovanni Falcone non ha esitato a mostrare il suo interesse o a lodarla in tutte le sedi possibili e immaginabili. Quindi, una volta che la polizia giudiziaria ha imboccato la pista giusta, la procura deve profondere ogni sforzo possibile, anche a costo di stimolare con forza, con atti formali la polizia giudiziaria a portare avanti il filone.

Superato questo, non mi dilungo particolarmente sui tempi di assegnazione e di valutazione dell’informativa, che hanno comportato alcuni mesi di perdita di tempo. A parer mio, non è un elemento troncante, è un elemento da tenere in considerazione. Mi riporto integralmente a quello che viene detto nell’archiviazione della dottoressa Loforti e non mi pare il caso di perdere ulteriore tempo su questo punto.
Altra cosa che è, invece, importantissima da sottolineare – nel corso del suo interrogatorio, addirittura il dottor Pignatone si è stupito piacevolmente della posizione dell’ufficio – è la seguente. La nostra valutazione non porta a dire che l’indagine fu frenata perché non fu chiesta la misura cautelare nei confronti di Buscemi Antonino e di altri, ma principalmente di Buscemi Antonino. Noi affermiamo a chiare lettere che non c’erano gli elementi per richiedere una misura cautelare nei confronti di Buscemi Antonino. È questo il fatto, però, su cui bisogna riflettere: dopo due anni non è stata fatta una sola indagine su Buscemi Antonino.
Si potrebbe dire: «Ma questo ci ha detto il ROS». E allora? Il filone è importante? Sì, secondo la nostra valutazione è eccezionale. Devi dirigere tutte le forze disponibili per verificare questo filone. Verificare, perché siamo Pag. 35in sede di procura. Non è che devi avere, per far partire le indagini, la prova.
Quando partono le indagini deve esserci – prima bastava il fumus – qualche elemento, deve essere ragionevole la pista. Qua la pista è eccezionale.
Mafia-appalti, in relazione alla posizione di Buscemi e del gruppo Ferruzzi, come è arrivata è stata archiviata; non è stato fatto un solo atto di indagine. È vero che il rapporto sul punto non era esaustivo. Proprio per questo si dovevano concentrare le indagini su questo punto, perché il rapporto non era esaustivo. Siccome non sei l’avvocato della polizia, tu dici: «questa pista è eccezionale, facciamo questo, facciamo quello».

Attenzione, tornerò sul punto, anche su queste cose, altrove. Chi non ha esperienza nella vita di una procura può anche non percepire immediatamente come funzionano le cose, anche un magistrato che ha fatto tutta la sua vita da giudicante. Una procura funziona in un certo modo: se un filone appare interessante, tu procuratore, tu sostituto chiami la polizia giudiziaria e dici: «Qua dobbiamo arrivare, dobbiamo concentrarci su questo».
La cosa strana di questa vicenda, e da qui traiamo ulteriori elementi a carico, è che sembra che l’importanza di questo filone sia stata colta solo da Giovanni Falcone e da Augusto Lama.
Dei personaggi di livello eccezionale che prestavano servizio nella procura di Palermo, il gotha dell’antimafia italiano, sembra che non si siano resi conto del rilievo, per quanto tutti pubblicamente si ispirino alla dottrina Falcone.
Augusto Lama, che io ho visto in tutta la mia vita una sola volta, ha percepito l’eccezionale rilevanza di questa indagine. Per carità, era un collega bravissimo, ma non è che avesse particolari esperienze in materia di mafia, non poteva avere certo il know-how di cui godeva la procura di Palermo, la procura di punta nella lotta antimafia. Augusto Lama ha Pag. 36percepito subito l’importanza di questa indagine. Nelle dichiarazioni rese anche dinanzi a questa Commissione dal dottor Natoli emerge un certo disinteresse, quasi se si facesse una cortesia ad Augusto Lama nel dare seguito a questa indagine, come se non riguardassero in prima persona, non dovesse essere una pista prioritaria anche per la procura di Palermo. Questo lo approfondiremo particolarmente in seguito, perché le indagini che farà il dottor Natoli riguardano mafia-appalti perché seguono la traccia che era stata delineata per la prima volta dal ROS dei Carabinieri. Ma questo ci porterà molto tempo per esaminare il procedimento assegnato al dottor Natoli e ad altri, che secondo gli indizi e la nostra valutazione è un autentico buco nero, proprio in senso di astrofisica, cioè non emerge neanche la luce, non c’è informazione sul punto.
In relazione strettamente a mafia-appalti ci sono delle stranezze, ma in realtà una è una cosa gravissima e l’altra è indicativa di un certo atteggiamento teso a non fare chiarezza sulla vicenda.
Quando scoppiano le polemiche in relazione all’asserito insabbiamento, da parte dei mass media, a opera della procura di Palermo dell’indagine mafia-appalti, polemiche che si trascinano e si acuiscono anche con riferimento alla politica o ad altro, molti hanno avanzato, anche in tesi difensiva: «va bene, ma il nome di Lima non c’era, il nome dell’onorevole tal dei tali non c’era». E quindi? A parte che nel pre-rapporto – chiamiamola pre-relazione o nota a firma De Donno – si diceva «proseguiremo le indagini a carico di imprenditori e uomini politici di livello nazionale», c’è un fattore ulteriore da sottolineare.
Innanzitutto, ritorniamo alla vita della procura, che si muove – ve lo ripeto – secondo logiche completamente diverse dal giudicante. Se nel 1991 – non adesso, ma nel 1991 – a un pubblico ministero arriva una nota del genere, cioè «sono in corso accertamenti, su cui riferiremo, su uomini imprenditori» e passi, ma già basta e avanza quello «e uomini politici di livello nazionale», possiamo avere due ipotesi: che il pubblico ministero a cui va questo foglio sia un uomo molto prudente o che sia un pubblico ministero di quelli inarrestabili, che vuole fare luce assolutamente su tutto. Sia in un caso che nell’altro, salta dalla sedia appena legge questa nota e convoca la polizia giudiziaria per chiederle di che cosa si sta parlando.
Il rapporto tra la procura e la polizia giudiziaria se si tratta di «furtarelli» è cartaceo, ma se stiamo parlando di un argomento del genere – politici di livello nazionale coinvolti in mafia-appalti – non si svolge con il cartaceo, ma si svolge con un continuo e costante colloquio tra pubblico ministero e polizia giudiziaria.
Ipotesi improbabile che nel corso di questi colloqui informali la polizia giudiziaria abbia mentito o si sia rifiutata di dire al pubblico ministero – che poi erano Pignatone e Lo Forte – chi erano questi uomini politici, quantomeno a livello di ipotesi.
L’ipotesi ci pare molto improbabile, ma una volta scoppiate le polemiche e una volta che è in corso un danno potenziale all’immagine dell’ufficio, io – che certamente non sono nel gotha dell’antimafia, mi ritengo, spero, un sufficiente magistrato che ha fatto il proprio dovere – prendo carta e penna e scrivo: «Caro comandante del ROS, entro quindici giorni mi devi riferire se è vero che ci sono uomini politici implicati in questa vicenda, nonché mi devi allegare tutti gli atti che riguardano i su indicati uomini politici. Firmato cordialmente» e inviato a firma del procuratore o degli aggiunti o dei sostituti. Al che, normalmente, il comandante della forza di polizia giudiziaria che si occupa delle indagini salta dalla sedia e si precipita a rispondere al procuratore. Ma, prendiamo le due ipotesi: il ROS non risponde – ma dopo un sollecito una cosa del genere mi pare assai improbabile – o risponde negativamente «no, non c’è nessun uomo politico» e se ne assume tutte le responsabilità oppure risponde positivamente e dice al dottor Giammanco «sì, c’è l’intercettazione su Salvo Lima, si, c’è l’intercettazione che riguarda quest’uomo politico».
Abbiamo la sensazione che questa risposta non sarebbe stata gradita dal dottor Giammanco.
Chiesto al dottor Pignatone e anche al dottor Lo Forte – in sede di sommarie informazioni, perché, come già detto, non è indagato – e chiesto anche al dottore Sciacchitano – «come mai non avete pensato di fare una cosa del genere?» le risposte andavano da «Non ci abbiamo pensato» a «Giammanco non lo voleva fare, ha preferito cercare una via di mediazione», un po’ all’italiana del vogliamoci bene, per cui un contatto con Subranni per attestazioni di stima reciproca, assolutamente inutili in una vicenda del genere, perché la tempesta, lo tsunami veniva dai mass media su elementi ben precisi e certamente non sarebbe stato un comunicato così formale a dissuaderli. Infatti, così non è stato.

C’è, invece, un fatto gravissimo, che non mi pare fin qui sia mai stato sottolineato. Il fatto gravissimo è che il 6 agosto 1991 il procuratore Giammanco, di cui dinanzi al CSM molti sostituti si sono sbracciati a parlare della correttezza, della regolarità e della non ingerenza nelle attività dei sostituti, manda una sorta di bigliettino di auguri informale – non viene neanche protocollato – alla dottoressa Livia Pomodoro e allega una relazione di sintesi dell’attività e del filone mafia-appalti e ci mette il rapporto con tutti gli allegati. Questo è presumibilmente reato, e anche grave: articolo 326, violazione del segreto, per tabulas.
La giurisprudenza della Cassazione afferma che, giustamente, la rivelazione di segreti di ufficio deve avere una sua offensività, così come per tanti altri reati dice che quando è inoffensivo viene meno uno degli elementi del reato. In questo caso comporta un grave nocumento e una grave ingerenza nell’attività di indagine. È lo stesso dottor Pignatone che sottolinea la gravità del gesto, lui stesso dice «forse anche reato». Certo, vale sempre la presunzione di innocenza, quindi anche in questo caso.

Il punto è che il dottor Natoli aveva parlato della perfetta correttezza della gestione del dottore Giammanco e della non ingerenza.
Per la verità ne aveva parlato anche il senatore Scarpinato e ne hanno parlato i dottori Lo Forte e Pignatone
. Emerge che il dottor Natoli certamente lo sapeva a partire dalla fine del 1991, perché lo ammette egli stesso. Il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone lo sapevano, ma non ci sanno indicare con precisione se lo avessero saputo prima o dopo l’audizione al CSM. Per la verità, Lo Forte aggiunge che probabilmente prima della strage di Falcone l’ha saputo.

A parer nostro, il fatto che il dottor Natoli l’abbia saputo nel novembre 1991 è un concreto elemento sul fatto che lo sapessero anche Lo Forte e Pignatone, perché, come avremo modo di dire in seguito, Natoli era una persona che godeva della piena fiducia di Giammanco, ma certamente non godeva di una fiducia maggiore di quella che potessero godere, quantomeno da un punto di vista cronologico, Lo Forte e Pignatone.
Ancor di più, il dottore Natoli non ricorda, ed è comprensibile dopo trentadue anni, chi glielo abbia detto. Ma chi può averglielo detto? Non certo il giovane sostituto appena arrivato, non certo il sostituto che non stava nel rapporto di massima fiducia di Giammanco, perché una cosa del genere chiaramente viene fuori solo quando vi è un rapporto fiduciario strettissimo. Non è che gli altri magistrati della procura di Palermo fossero a conoscenza di questa vicenda. Ebbene, nessuno ne parla dinanzi al CSM.
Secondo la nostra valutazione, al di là della presunzione di innocenza, bastava questo per fare scattare un procedimento disciplinare o un’incompatibilità ambientale che in quel periodo il CSM usava in modo quasi equipollente. Poi c’è stata giurisprudenza del giudice amministrativo che ha dato l’altolà, distinguendo l’incompatibilità ambientale, incolpevole, disciplinare quando vi è una colpevolezza. Questo è un punto su cui finora non si è sottolineata adeguatamente la gravità.
Altro punto è lo smembramento dei filoni. Non è un argomento troncante. Io sto mettendo qui tutto quello che c’è da dire, ma anticipandovi con la massima lealtà che questo non è un argomento di particolare rilievo, però con gli altri… È opportuno fare mega indagini e piccoli processi: questa è la dottrina Falcone. Se cominci a smembrare nel corso dell’indagine, soprattutto se fai una indagine su un’associazione, perdi i pezzi e rendi il tutto più debole. A noi non è parso opportuno. Ripeto per l’ennesima volta che non è questo l’elemento troncante.

Vengo a un elemento, invece, che, secondo noi, è di massimo rilievo. Una volta giunte le carte da Massa Carrara – le indagini di Augusto Lama, per capirci – viene creato un doppione di quella notizia di reato che è arrivata su Buscemi Antonino e il gruppo Ferruzzi in mafia-appalti, filone che rimane occulto in modo incomprensibile per molti anni, tant’è che anche in alcuni scritti difensivi o anche in note che riguardano codesta Commissione si afferma che nessuno ne sapeva niente, forse per un problema di informatizzazione perché in quel periodo l’informatizzazione non era stata completata. Secondo noi le cose non stanno così e lo esamineremo funditus in relazione al procedimento assegnato al dottor Natoli.

Vi sono – qui vado velocemente perché sono state ampiamente analizzate nell’archiviazione Gilda Loforti che sul punto condividiamo – perquisizioni negate, mancanza di omissis che riguardano anche in questo caso Buscemi Antonino, gruppo Ferruzzi e intrecci societari.
Manca, secondo gli indizi che abbiamo rilevato, un’autentica collegialità per tutti. Ci sembra particolarmente attendibile la dichiarazione resa da Alfredo Morvillo, cognato di Falcone, che dice che in realtà questa collegialità era apparente perché veniva spezzettato il procedimento e ciascuno si occupava di determinate posizioni. Chiaramente, chi si occupava delle posizioni importanti e collazionava poi il tutto aveva il polso della situazione e gli altri no.
A proposito della mancanza di collegialità, la dottoressa Gilda Loforti cita anche le dichiarazioni rese a sommarie informazioni dal dottor Scarpinato, oggi senatore. Queste dichiarazioni non sono particolarmente convincenti perché, e qui mi riferisco alla richiesta di archiviazione a firma dell’attuale senatore Scarpinato e del dottor Lo Forte, non è, come ho già detto, che la posizione di Buscemi Antonino fosse da rinvio a giudizio o ancor peggio da misura cautelare, ma perché non si era fatto nulla per rafforzarla, zero.
A quel punto, se la volevi archiviare la potevi archiviare. Sarebbe stato un suicidio l’esercizio dell’azione penale, assoluzione sicura. Il punto è la motivazione che è stata data nella richiesta di archiviazione. La motivazione in soldoni è la seguente: su Buscemi Antonino non c’è assolutamente nulla, punto. Il senatore Scarpinato dice che non se ne è occupato e se ne è occupato il dottore Lo Forte. Non ho motivo per smentirlo. Il dottor Lo Forte dice: «Non mi ricordo, ma non lo escludo». Non ho motivo per dubitare delle affermazioni del senatore Scarpinato. Il punto è un altro. Contestualmente, il senatore Scarpinato era titolare del procedimento per misura di prevenzione a carico di Buscemi Antonino. Quindi, è abbastanza singolare che si sia rimesso alla valutazione del dottore Lo Forte, soprattutto se la valutazione del dottore Lo Forte era in questi termini, perché un’affermazione del genere, fatta dalla procura, rende anche inidonea la prosecuzione di un procedimento di misura di prevenzione, che si deve basare su indizi, sospetti.
Se tu, procura, dici: «Su questo non abbiamo assolutamente nulla», come puoi contemporaneamente continuare la misura di prevenzione? Come puoi tu, co-assegnatario del procedimento penale, firmatario della richiesta di archiviazione, disinteressarti completamente in una posizione che invece dovrai trattare in sede di misure di prevenzione? Infatti, diligentemente, il senatore Scarpinato, allora sostituto, finito di firmare la richiesta di archiviazione, scrive ai carabinieri e dice loro: «Mandatemi tutto quello che avete su Buscemi Antonino». Lì verranno fuori le indagini di Massa Carrara, le dichiarazioni di Calderone, che già la procura di Palermo aveva, ma che nell’opera di rastrellamento meritorio di tutte le carte per fare la misura cautelare nei confronti di Siino più quattro non si accorge di avere a carico di Buscemi Antonino. Per cui, nella misura di prevenzione c’è tutto: le indagini di Massa Carrara, le dichiarazioni di Calderone diligentemente raccolte dal senatore Scarpinato. In sede di procedimento penale non c’è niente.
La diligenza del senatore Scarpinato è molto apprezzabile in sede di misura di prevenzione, però è in contraddizione con l’atteggiamento mantenuto in sede penale.
È una motivazione inaccettabile. Ripeto, se fosse stata presa letteralmente dal dottor Scarpinato, così come firmava la richiesta di archiviazione la metteva nel fascicolo di misure di prevenzione e chiudeva pure le misure di prevenzione, che hanno bisogno pur sempre di sospetti, di indizi e di elementi di fatto.

Sono elementi minori, ma ve li rassegno. Qui, però, ci muoviamo in un ambito di discrezionalità, di opportunità e di pervicacia che pure è una dote del pubblico ministero. L’archiviazione nei confronti di Claudio de Eccher è molto ben motivata, però forse si poteva fare di più prima di motivarla – e ciò si trae dalla richiesta di misura cautelare che sempre sarà firmata nel maggio del 1993 dal dottor Scarpinato e dal dottor Lo Forte, tutti e due firmatari anche della richiesta di archiviazione – perché in realtà le intercettazioni delle telefonate che coinvolgevano Claudio de Eccher tramite Li Pera potevano essere anche abbastanza chiare e le smentite date anche in via documentale da Claudio de Eccher non sembrano sufficienti anche perché si parla della totale mancanza del rapporto fiduciario ma lo licenziarono come dipendente e lo ripresero come consulente, dandogli l’immobile e la linea telefonica intestata alla società. Già questo è un po’ strano, tant’è che viene sottolineato anche nella richiesta di misura cautelare.
Dopodiché, si fa riferimento a una serie di intercettazioni nella richiesta di misura cautelare già presenti nel rapporto del 16 febbraio del 1991, nonché di intercettazioni telefoniche pervenute nell’ottobre dello stesso anno, quindi a richiesta di archiviazione avvenuta, nonché a tutta una serie di documenti che o erano già in possesso o che dovevano venire in possesso ed essere analizzati dalla procura tramite i sequestri alla società, i sequestri fatti a Li Pera e a tutti gli altri soggetti coinvolti.
Cosa si dice in sostanza? «Il ROS, alcune intercettazioni importanti su Claudio de Eccher, ancora non le aveva trasmesse». Visto che si tratta di un soggetto imprenditoriale della massima statura prima di archiviare si può sempre delegare il ROS e dire: «Verifica, riascolta, dimmi che altro c’è a carico di de Eccher». Questo non è stato fatto da quanto ci risulti. Pag. 44Questo problema del riascolto delle bobine da cui si traggono elementi nuovi e a volte sorprendenti lo vedremo meglio in seguito, in relazione alla vicenda del procedimento assegnato a Natoli ed altri.
Probabilmente, ripeto, sia de Eccher sia quello che sto facendo adesso possono essere…
Due minuti e ho finito. Mi scuso, ma avevo anticipato che non sarei stato breve.

In egual misura, in relazione all’archiviazione dell’imprenditore Catti, in realtà l’archiviazione viene fatta sulla base degli stessi elementi presenti nell’informativa oltre all’interrogatorio del Catti e dei suoi indagati, dove, peraltro, in relazione alla vicenda Salomone non ha dato nessuna collaborazione né elementi favorevoli. Ciò verrà detto proprio nella richiesta di misura cautelare che verrà dopo a carico dell’imprenditore Salomone.
Lì probabilmente era il caso di verificare se, oltre agli appalti SIRAP di cui parlava il ROS, vi fosse stata una qualche cortesia del gruppo Siino o di altri gruppi imprenditoriali che dovevano ripagare il Catti per avere ritirato il ricorso amministrativo, dovevano ricompensarlo della cortesia.
Non è stata fatta un’indagine suppletiva sul punto. Anche questo non è un elemento troncante. Ciò che emerge è una pluralità di punti, alcuni, come ho già detto, molto gravi, altri meno gravi, in cui l’andazzo complessivo è stato di un’indagine morbida, non particolarmente calibrata.
L’ultimo punto che su questa parte voglio spendere, che non è la parte principale, perché la parte principale sono gli altri due procedimenti di cui parleremo in seguito, è la riunione del 14 luglio e l’atteggiamento del procuratore Borsellino nei confronti di alcuni colleghi.
A parere dell’ufficio la rilevanza della riunione del 14 luglio è sopravvalutata. Era una di quelle liturgie, quelle riunioni formali dove il procuratore fa una riunione per dire che tutto è lecito, tutto è perfetto, si riferisce quello che si vuole riferire, perché nessuno conosce funditus l’indagine, né la può conoscere date le dimensioni, fra l’altro. Parte una lunghissima relazione su dati tecnici. Poi, chiaramente, in base alla prova dichiarativa possono esserci delle parziali divergenze su piccoli aspetti, ma non sull’elemento essenziale.
L’elemento essenziale è che alla riunione del 14 luglio non ci fu uno scontro tra Borsellino e la dirigenza.
L’altro elemento che a noi sembra corroborato da numerosi indizi è che non si parlò di richiesta di archiviazione in quella sede.
Perché non ci fu scontro? La strategia e la personalità di Borsellino escludevano che si arrivasse a uno scontro in quella sede, perché Paolo Borsellino aveva una mentalità di rispetto delle istituzioni e delle gerarchie negli ambiti ufficiali. Per cui, poteva in sede privata, nella riservatezza di una stanza o al telefono, scontrarsi con Giammanco, ma in una sede pubblica, davanti ai sostituti, non l’avrebbe mai fatto. Questo ce lo dice Antonio Ingroiamolto chiaramente. Anche altri ci dicono del carattere di Paolo Borsellino, che non aveva alcuna intenzione di andare allo scontro pubblico con il procuratore Giammanco, per un duplice ordine di motivi.
In primo luogo, perché nel suo carattere non c’era questo scontro frontale con le istituzioni in una sede pubblica, con eventuale fuga di notizie che indebolisse tutto l’ufficio. In secondo luogo, perché dice chiaramente ad Ingroia: «Giammanco è troppo potente. Non voglio fare la fine di Giovanni Falcone, devo seguire un’altra strategia». Attenzione, non è che stiamo parlando di Borsellino che ha paura di Giammanco, Borsellino è un leone. Questo sia chiaro, documentalmente provato.
È un onore per noi rendere dichiarazioni accanto alla borsa di Paolo Borsellino. Non che Borsellino avesse paura di Giammanco, il punto era ottenere un risultato. Come poterlo ottenere senza essere neutralizzato? Giammanco dopo la strage di Falcone era più debole, ma aveva ancora una forza tale per paralizzare Paolo Borsellino.
Paolo Borsellino inizia a muoversi undercover, a fare le sue indagini, a non riferire su cose molto importanti a Giammanco nei confronti del quale non nutriva più alcuna fiducia e non solo nei confronti del procuratore Giammanco. Non essendo co-assegnatario del procedimento mafia-appalti, non essendo il procuratore, non essendo in posizione di forza in quel momento era inutile andare allo scontro aperto. Avrebbe altrimenti dovuto fare come Giovanni Falcone, salutare distintamente sbattendo la porta, dicendo: «Io qui non posso più lavorare» e andarsene.
La strategia di Paolo Borsellino, però, di cui ci parla Antonio Ingroia che era la persona più vicina a Paolo Borsellino in procura, ce lo dice chiaramente. A parte altre affermazioni circa il carattere di Paolo Borsellino.
Apro una parentesi. Neanche la richiesta di archiviazione, ove fosse stata resa nota – e, secondo noi, non è stata resa nota in quella sede – sarebbe stata troncante. L’archiviazione è come un oggetto, non vorrei dire un’arma. Dipende che uso se ne fa. Se tu fai una richiesta di archiviazione e ottieni un’archiviazione per seppellire il tutto, bene. Se hai intenzione di archiviare per riaprire è tutt’altra vicenda. Attenzione, non sono cose neutre, che discendono automaticamente. Anche secondo il codice di procedura penale, non è che archivi, poi decidi di riaprire e scrivi al GIP: «Signor GIP, riapra queste indagini perché ne voglio fare altre». No, devono esserci dei nuovi elementi che ti inducono a riaprire per fare altre indagini. Se l’archiviazione è fatta con intenti tombali, sepolcrali si può anche, entro certi limiti, bypassare o prendere sottogamba eventuali nuovi elementi. Se stai sul pezzo e hai l’intenzione di fare un’archiviazione per continuare le indagini, è estremamente agevole riaprire le indagini. Paolo Borsellino non avrebbe avuto nessun problema nel riaprire le indagini, fermo restando che di richieste di archiviazione, secondo le nostre valutazioni, lì non se ne fa menzione.
Ci sono un paio di frasi, di cui una del dottor Pignatone, da attenzionare: «fece la relazione dopo aver depositato la richiesta di archiviazione». Dice una frase suggestiva, leggendola en passant sembrerebbe che abbia parlato anche della richiesta di archiviazione, ma in realtà la frase dice tutt’altro. Il dottor Lo Forte ha fatto la relazione dopo che aveva depositato la richiesta di archiviazione. Non ha detto che ha parlato della richiesta di archiviazione.
Se le parole hanno un senso, e il dottor Pignatone le parole le sa usare, non si parla di esplicitazione della richiesta di archiviazione, fermo restando che neanche questa è troncante. È indicativo, invece, ciò che dice Ingroia alla fine di questa riunione, perché i soggetti che sapevano o intuivano che cosa si stava muovendo là erano pochissimi, gli anziani della DDA o chi aveva un rapporto particolare con Paolo Borsellino, come nel caso di Ingroia. Per la verità, dando due versioni differenti, in un primo momento Ingroia ha dichiarato: «Si rivolse o a Pignatone o a Lo Forte, non ricordo bene a chi dei due e disse: “non me la contate giusta voi due”,con la solita ironia di Paolo Borsellino». Poi, ha dichiarato, invece, recentemente, all’ufficio di Caltanissetta: «Alla fine della riunione si rivolse a Lo Forte e a Pignatone e gli disse “voi due non me la contate giusta”». C’è una prima dichiarazione in cui dice: «Si rivolse a uno dei due, non mi Pag. 49ricordo a chi» e ce n’è una seconda in cui dice: «Si rivolse a tutti e due alla fine della riunione».

Secondo dei concreti indizi e secondo la valutazione del nostro ufficio, Paolo Borsellino a quel punto nutriva un’estrema diffidenza nei confronti di Giammanco, Natoli e Lo Forte.

Da che cosa si può trarre un’argomentazione del genere? Oltre a delle dichiarazioni rese da Antonio Ingroia, che parla di Paolo Borsellino che non intende riferire certe notizie al procuratore, abbiamo la vicenda Mutolo su cui – diteci voi se siamo noi a sbagliare – nessuno sembra aver notato la gravità di un gesto. Paolo Borsellino, in un momento in cui si apparta con Mutolo – erano presenti Natoli e Lo Forte nella stanza, ma non alla discussione – riceve in via confidenziale da Mutolo quella che in quel momento era una bomba atomica, cioè la collusione di Contrada, numero tre del SISDE, con cosa nostra e la collusione di Domenico Signorino con cosa nostra stessa, quindi uno degli uomini di punta prima del maxiprocesso e poi in procura generale e il numero tre del SISDE. In quel momento era la cosa più grave e inaudita che potesse arrivare alle orecchie di un pubblico ministero.
Ricevuta questa notizia, Paolo Borsellino saluta distintamente Natoli e Lo Forte e parte. Dopodiché, sabato mattina arriva in procura e riferisce a Giammanco? Manco per idea. Lo dice a Teresi e a De Francisci.
Anche qui penso di tediarvi, ma vi devo rendere noto come funziona una procura sul punto. Se una notizia del genere io la riferisco a due colleghi che con quell’indagine, con la gestione del collaboratore, non c’entrano nulla e non la riferisco ai co-assegnatari e al procuratore, scoppia una guerra. Tanto per capirci, noi a Palermo diciamo che questa è una «tagliata di faccia», è l’estremo oltraggio o insulto che si possa fare a un collega. Tu sei mio co-assegnatario, ma io non ti riferisco una notizia del genere che non è una cosa di poco conto, ripeto.
È la notizia più grave che in quel momento potesse arrivare alla procura di Palermo, che infatti «desta – dice De Francisci – il mio totale sgomento». La riferisce a due colleghi di sua fiducia, completamente estranei alla gestione del collaboratore. Il tutto dopo essere stato nella stanza del procuratore.
Si potrebbe dire: «va lì il 18 mattina ed era un sabato, noi non c’eravamo». Questo va bene se io avessi dovuto riferire notizie ordinarie ai miei colleghi, tipo: «Sulla mafia di Gela è emerso pure questo, vedi tu che devi fare, ne parliamo lunedì». Non puoi riferire ad altri, estranei all’indagine, estranei alla gestione del collaboratore, una notizia che non comunichi prima ai co-assegnatari, con il consenso dei co-assegnatari e del procuratore, perché si tratta di una notizia che è esplosiva, di eccezionale e stratosferica rilevanza.
Per assurdo potremmo dire che Paolo Borsellino avrebbe in tal modo compiuto una scorrettezza incredibile. Invece ha un senso, perché Paolo Borsellino non aveva più fiducia nella dirigenza dell’ufficio. Allora, siccome ancora non era stato verbalizzato, perché Mutolo non lo aveva verbalizzato, e bene ha fatto perché l’indomani Paolo Borsellino sarà morto, parla con due colleghi di cui si fida e gli dice: «Guardate che c’è questa cosa». Quindi, anche dopo la morte di Borsellino si sapeva che Mutolo queste notizie le aveva. Quindi, se preso da angoscia o ansia per la strage che c’era stata ci avesse ripensato poteva essere adeguatamente pungolato e stimolato perché i colleghi erano stati messi al corrente che Mutolo era in grado di parlare di questo.
Non andiamo neanche al merito della sostanza. Non è un problema di sentenza irrevocabile o meno. È sempre la logica della procura ex ante. È una bomba atomica. Come procura chiaramente la devi ritenere della massima rilevanza.
Poi, Paolo Signorino si è suicidato, non c’è stata una sentenza di condanna. Contrada è stato condannato, ma poi abbiamo avuto la sentenza della Corte EDU che riguarda il diritto.
Riteniamo che questa mancata informazione su un elemento così esplosivo in relazione al quale Paolo Borsellino doveva anzitutto fermarsi un secondo, chiamare i due colleghi e dirgli: «Guardate che mi ha appena detto questo». Quella era la cosa principale da fare, oppure, venerdì sera o sabato mattina, se non ne voleva parlare al telefono per motivi di opportunità, gli diceva: «Picciotti, domani mattina è sabato, non me ne frega niente – lui è il procuratore aggiunto, loro sono i sostituti – venite che vi devo parlare». I due sostituti andavano lì a parlare con Paolo Borsellino che gli avrebbe detto: «Ragazzi, Mutolo mi dice queste cose inaudite, di inaudita gravità. Che facciamo? Posso dirla, secondo voi, anche ad altri? È il caso? Facciamo circolare la notizia? Dobbiamo informare il procuratore?» Evidentemente sì. Di una notizia del genere è chiaro che si deve parlare con il procuratore e valutare subito il da farsi, come stimolare, quando fare il prossimo interrogatorio, che atteggiamento prendere e come verbalizzarlo. Tutto questo, ripeto, non è avvenuto ed è, a parer nostro, anche se non è stato fin qui mai segnalato, il massimo atto di sfiducia che il procuratore aggiunto Borsellino potesse fare nei confronti della dirigenza e nei confronti del dottor Natoli, che pure parla di strettissima amicizia con Paolo Borsellino.
Se non ci fosse una giustificazione, come abbiamo visto, ben fondata – Borsellino sapeva quello che faceva – questa è roba da procedimento disciplinare. Non puoi comportarti così. Questo comportamento avviene in condizioni straordinarie in cui ti stai giocando, anzi sei sicuro che ti ammazzeranno e ti attrezzi perché la notizia non si perda e la dai a persone di tua fiducia e non a quelli di cui non ti fidi.


Ho sentito la necessità di approfondire quanto detto con un flash nella precedente audizione circa la «pista nera», intesa esclusivamente con riferimento alle propalazioni di Romeo Maria e del luogotenente Giustini Walter, eventualmente con le spiegazioni di Lo Cicero Alberto, perché per mia ingenuità ho pensato che vi fosse ben poco da dire, tenuto conto della chiarezza del materiale che avevamo a disposizione.
Tuttavia, una successiva trasmissione televisiva ha portato degli elementi che è necessario approfondire, perché è inutile nascondere che in una materia come quella che trattiamo gli elementi nuovi o seminuovi che vengono portati dai mass media poi entrano a far parte del materiale procedimentale e bisogna tenerne conto.
Ribadisco che sento al massimo livello il dovere di assicurare la completezza e la correttezza dell’informazione, perché questo mi impone la legge, ovviamente nei limiti delle mie capacità e salvo errori, che sono sempre possibili.
Ritengo necessario sottolineare, sebbene lo abbia già detto chiaramente nella precedente audizione, ma forse ad alcuno è sfuggito, che faccio riferimento solamente al procedimento che riguarda le propalazioni di Romeo Maria e Giustini Walter e quelle eventuali – ora vedremo in quali termini – di Lo Cicero Alberto. La «pista nera» da tutto questo non rimane totalmente esclusa, anzi – a scanso di equivoci lo ripeto – ci sono delle vicende, come l’omicidio Mattarella e la vicenda di Paolo Bellini, che meritano sicuramente ampia riflessione e approfondimento.
Proprio in relazione alla vicenda dell’omicidio Mattarella, sul quale non abbiamo competenza, ma incidenter tantum ho fatto parte anche della procura di Palermo come procuratore aggiunto e coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Palermo, devo dire che certamente è una tragica vicenda che merita tutti gli sforzi che sono stati profusi in tanti anni dalla procura di Palermo, non foss’altro che per la tragica e coraggiosa deposizione della signora vedova Mattarella e tutti gli altri elementi. Si tratta di materiale magmatico, in relazione al quale è necessario ogni sforzo della magistratura, ogni approfondimento. Si tratta di questione seria, molto seria. Lo stesso dicasi per le vicende di Paolo Bellini, di cui parleremo in un’altra occasione. Abbiamo avanzato richiesta di archiviazione, ma ciò non significa che anche questo argomento non meriti, eventualmente al sopraggiungere di nuovi elementi, ben possibili, ulteriori approfondimenti e valutazioni. Come emerge dalla dottrina Falcone, come Falcone ha più volte spiegato, il problema è che non si va a processo con elementi che sono fragili, perché le assoluzioni diventano irrevocabili, ma si archivia e poi, al sopravvenire di nuovi elementi, si riaprono le indagini con nuovi termini.
Voglio ribadire che il gruppo stragi della procura di Caltanissetta adotta un metodo, che credo sia condiviso da tutti gli uffici, che è quello di seguire gli elementi probatori (lo dico in senso atecnico), gli elementi delle indagini. Non siamo certamente pilotati da pregiudizi ideologici o politici, massimalismo o altre patologie, che potrebbero teoricamente affliggere un ufficio, non foss’altro perché il gruppo stragi della procura di Caltanissetta è composto da magistrati che hanno tutti gli orientamenti culturali che sono presenti nell’Associazione nazionale magistrati. Per cui, se, putacaso ed erroneamente, qualcuno di noi si facesse pilotare o suggestionare, anche inconsciamente, da pregiudizi, verrebbe subito smentito dagli altri. In ogni caso, senza un metodo rigoroso e scientifico, il gruppo si spaccherebbe e potremmo dichiarare fallito il gruppo stragi di Caltanissetta nel giro di due settimane. Come ho già detto, tutte le nostre decisioni vengono prese all’unanimità.
Del resto, che il gruppo stragi si muova a 360 gradi, come si suol dire con locuzione ormai logora, è testimoniato dal procedimento che riguarda le propalazioni di Avola Maurizio, dal procedimento a carico dell’avvocato Menicacci e altro, dove la procura di Caltanissetta ha chiesto e ottenuto misura cautelare detentiva, dalla misura cautelare a carico di Bellini Paolo, che, nonostante condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di Bologna, era ancora a piede libero. A seguito dell’invio dell’esito delle nostre intercettazioni, è stata subito applicata la misura cautelare e detentiva al Bellini Paolo stesso.
La vicenda di cui ci occuperemo riguarda Lo Cicero Alberto. Sarò estremamente sintetico sul punto perché il tempo è davvero poco. A dicembre 1991 subisce un tentato omicidio particolarmente violento. Subito dopo la sua convivente – aveva una relazione sentimentale con Romeo Maria – inizia un rapporto confidenziale con i carabinieri.
Lo Cicero viene convinto a collaborare e vi è un incontro fra Lo Cicero e il dottor Vittorio Teresi e probabilmente anche con il dottor Aliquò il 1° giugno 1992.
Il 15 giugno 1992 vi è una riunione di coordinamento fra l’ufficio di Caltanissetta e quello di Palermo. Il 24 luglio 1992 inizia ufficialmente la collaborazione di Lo Cicero Alberto.
Il 5 ottobre 1992 vi è l’ormai celeberrima nota trasmessa dall’allora capitano, oggi generale Cavallo Gianfranco. Da maggio a luglio 2007 vi è una serie di colloqui investigativi svolti dal sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Gianfranco Donadio.
L’11 novembre 2007 muore Alberto Lo Cicero, già gravemente malato, quando aveva reso i colloqui investigativi.
Il 18 novembre 2021 vi è un atto d’impulso a firma del procuratore Cafiero de Raho, a cui seguono le indagini della procura generale di Palermo, che peraltro il 23 agosto 2021 aveva sollecitato la Direzione nazionale antimafia ad approfondire il tema oggi oggetto della relazione.
Seguiranno le nostre indagini, la nostra richiesta di archiviazione del 15 marzo 2024 e l’archiviazione da parte del giudice per le indagini preliminari Bologna del 23 aprile 2024. Faccio il nome del giudice anche se solitamente non sarebbe neanche opportuno farlo, perché si potrebbe creare confusione fra le persone fisiche che fanno parte dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta. Ritorno a bomba sul metodo che l’ufficio adotta, tentando e ritengo riuscendo a rimanere al di fuori, a non essere condizionato da pregiudizi ideologici. La gestione dei collaboratori di giustizia è l’atto più delicato che viene affidato a un pubblico ministero prima, poi chiaramente ci sarà l’esame del giudice delle parti.
I principali disastri giudiziari sin qui registrati sono stati causati da una inesperta o non adeguata trattazione dei collaboratori di giustizia. Mi riferisco al caso Tortora e al depistaggio ad opera di Scarantino, che molto probabilmente con una migliore gestione dei collaboratori si sarebbero potuti evitare.
Il collaboratore di giustizia è uno strumento fondamentale, ma molto pericoloso se non gestito adeguatamente. Fortunatamente la maggior parte dei collaboratori, con piccole imprecisioni ed errori o con piccole menzogne, rende adeguatamente la situazione di cui parla. Vi sono collaboratori che tendono a parlare solo dei loro nemici e non dei loro amici e questi vanno stimolati, pungolati, messi alle strette, da un punto di vista giuridico ovviamente.
Vi sono collaboratori che – fortunatamente molto rari – sono come un jukebox: tu digiti quello che vuoi sentire, insisti e prima o poi ti dirà quello che vuoi sentire. Sono quelli che tendono a compiacere il pubblico ministero. Questi sono pericolosissimi. Qui sta proprio la professionalità del pubblico ministero, che deve bloccare questa spirale perversa e fare in modo che il collaboratore non vada avanti in una progressione accusatoria, perché pensa così di accreditarsi meglio, di compiacere il pubblico ministero. Ovviamente tutto questo avviene in perfetta buonafede da parte del pubblico ministero o di altri.
Il caso Scarantino è stato clamoroso per il presunto depistaggio. Vale ancora la presunzione di innocenza. Abbiamo due doppie conformi di declaratoria di prescrizione, il procedimento non è irrevocabile, quindi vale anche in questo caso la presunzione di innocenza. Che questo sia l’orientamento assolutamente pacifico della Cassazione, cioè di un’analisi assolutamente rigorosa delle propalazioni dei collaboratori, emerge anche recentemente dalla sentenza della Cassazione, I Sezione penale, che ha annullato la sentenza di condanna nei confronti di Madonia Antonino per l’omicidio Agostino, vicenda veramente tragica. La sentenza della Cassazione sottolinea innanzitutto che delineare un ampio contesto o addirittura delineare una causale specifica costituisce un elemento che deve seguire e confermare gli elementi individualizzanti gravi, univoci e concordanti che vi sono a carico dell’imputato. Quindi, prima determinare gli elementi che individualizzano la responsabilità dell’imputato, poi si potrà parlare di ampio contorno, di contesto della situazione e di eventuale causale. Senza gli elementi individualizzanti, contorno e causale per la Cassazione, orientamento costante, valgono ben poco.
Incidenter tantum rilevo che anche dalla sentenza di Cassazione emerge palesemente che servirsi di collaboratori inaffidabili – Lo Forte viene indicato specificamente – in realtà è un danno non solo per la giustizia, ma per la stessa pubblica accusa, serve solo a inquinare il materiale probatorio e indebolirlo.
Andiamo, ora, necessariamente alla vicenda che stiamo trattando, con un’altra brevissima premessa. Il decreto di archiviazione e l’ordinanza di custodia cautelare, di cui parleremo a breve, sono a firma del GIP Santi Bologna. Sarebbe quasi ultroneo, quasi superfluo sottolinearlo, ma non si tratta certamente di GIP, ove ve ne siano, appiattito sulle posizioni della procura. Anzi, se vogliamo fare una battuta, ogni tanto è la procura che si appiattisce sulle posizioni del GIP. Vi è stata, e probabilmente vi sarà, un’ampia dialettica procedimentale con il GIP Bologna, ove è capitato – si tratta, a parere nostro, di un giudice molto preparato e molto attento – che noi, tirando le somme e leggendo le motivazioni, abbiamo ritenuto «sì, il giudice ha ragione, dobbiamo confluire sulle motivazioni del giudice». Altre volte è capitato, fortunatamente, di avere ragione.
Ad esempio, per la vicenda Giustini il GIP aveva ritenuto che vi fosse stata lesione del diritto di difesa perché avrebbe dovuto essere iscritto come indagato fin dall’audizione della procura generale di Palermo, quindi prima della nostra audizione. Tutte le sommarie informazioni erano inutilizzabili per lesione del diritto di difesa, avrebbe dovuto essere sentito come indagato, e la competenza sarebbe stata della procura di Palermo. Questo nell’ambito della richiesta di misura cautelare nei confronti di Menicacci e Romeo e anche di Giustini Walter.
Il tribunale del riesame ci ha dato ragione, addirittura disponendo la misura cautelare nei confronti del Giustini. Con la Cassazione abbiamo fatto quasi una «pari e patta». La Cassazione ha ritenuto che la nostra procedura fosse perfettamente corretta e legittima, potevamo e dovevamo sentirlo a sommarie informazioni, quindi nessuna lesione del diritto di difesa, però vi era una carenza della motivazione nella parte dell’elemento soggettivo riguardante il Giustini, quindi ha annullato nella parte cautelare riguardante esclusivamente il Giustini.
Vi sono, però, dei punti in cui, onestamente, rivalutando la materia, che riguardano proprio la fattispecie odierna, abbiamo dovuto dare ragione al GIP.
Voglio precisare che le indagini sono state condotte non solo dal gruppo stragi della procura di Caltanissetta, ma vi erano anche due sostituti della Procura nazionale antimafia applicati a tale procedimento.
Quindi, era particolarmente ampia la rosa dei pubblici ministeri. In relazione al rapporto Borsellino-Alberto Volo, secondo il quale in un primo momento avevamo ritenuto che Paolo Borsellino effettivamente seguisse la «pista nera», siamo stati smentiti da un’ampia motivazione del GIP, che ha ritenuto del tutto inattendibili le dichiarazioni di Alberto Volo, richiamandosi anche a numerose sentenze, altre prese di posizione in altri procedimenti.
In un primo momento noi, come ufficio di procura, abbiamo affermato che effettivamente era ben possibile, anzi probabile che Paolo Borsellino, secondo le dichiarazioni Alberto Volo, seguisse la «pista nera». Siamo stati smentiti dal GIP, abbiamo trovato le sue motivazioni ottime e abbiamo aderito, alla fine, alla sua impostazione.
Lo stesso dicasi per l’attendibilità di Romeo Maria, praticamente l’unica persona informata che abbia parlato di Stefano Delle Chiaie. Probabilmente per erroneo buonismo o per sottovalutazione di tutti gli elementi, abbiamo ritenuto che l’attendibilità della Romeo Maria fosse molto precaria, ma non abbiamo affondato il coltello. Il GIP Bologna, con serrata motivazione, ha detto che la credibilità di Romeo Maria era da valutare in termini del tutto negativi, ha ritenuto assolutamente negativa la valutazione dell’attendibilità di Romeo Maria, scavalcandoci. Le motivazioni, effettivamente, le abbiamo trovate molto buone, quindi sono state esaminate in una prima parte nella nostra richiesta di misura cautelare di cui ho parlato. Quindi nella richiesta di archiviazione abbiamo aderito alla posizione del GIP e abbiamo trasformato le dichiarazioni da «inattendibili» ad «assolutamente inattendibili». Quello «zero tagliato» di cui ho parlato nella precedente audizione. Vogliamo cambiare terminologia? Purissima aria fritta, ma la sostanza non cambia.
Sotto certi punti di vista, potremmo essere anche lusingati dal fatto che alcuni non vedano nel panorama giudiziario altro  che la procura di Caltanissetta. Siamo esseri umani: parlane, parlane anche male, l’importante è che ne parli. Sembra che alcuni ritengano o abbiano una visione procuro-centrica, procura di Caltanissetta. Non esiste altro. Noi, tenendo i piedi ben ancorati al suolo, riteniamo che quando le nostre richieste, le nostre valutazioni sono state seguite da un provvedimento del giudice non impugnato e non più impugnabile, ciò che conta è il provvedimento del giudice.
Ringraziamo per tutta l’attenzione che viene posta nei confronti delle nostre valutazioni, ma in molti campi vi sono già sentenze o provvedimenti del giudice. Ciò vale per la pista mafia-appalti, di cui abbiamo già parlato. Non c’è questo improvviso botto della procura di Caltanissetta, che la ritiene concausa. Ci sono quattro sentenze che lo dicono apertamente. Per cui, sotto questo punto di vista, nulla di nuovo. Sono state le indagini, gli approfondimenti della procura di Caltanissetta un quid novi, ma ne hanno già parlato le sentenze ampiamente.
Qui abbiamo un provvedimento del competente GIP e, come vedremo, abbiamo anche una valutazione della Procura nazionale antimafia nella persona del Procuratore Grasso, nonché dell’allora sostituto della DNA, Gianfranco Donadio.
Quindi non siamo soli in queste valutazioni, che ora porteremo avanti.
Gran parte delle dichiarazioni della Romeo, che hanno costituito il fulcro di tutte le indagini, sono rese de relato, cioè è un’altra la fonte. La fonte è Alberto Lo Cicero che nel corso degli atti formali, quelli che contano perché utilizzabili, sommarie informazioni e interrogatori, non ha mai menzionato Stefano Delle Chiaie.
Accenno subito che a noi piacerebbe tantissimo utilizzare i colloqui investigativi di Alberto Lo Cicero, probabilmente i nostri discorsi sarebbero più brevi e sarebbe troncante la situazione, ma non possiamo, perché la legge dice che sono  assolutamente inutilizzabili, perché vi è una direttiva, una circolare del Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e perché, al di là del dato formale, che purtroppo in questa vicenda è stato violato a destra e a manca, vi è un motivo sostanziale che ci spinge, oltre alla stima che portiamo al Procuratore Melillo, ad adottare questa posizione.
Il motivo sostanziale è il seguente, ed è grave violarlo: solitamente si tratta di un detenuto o, nel caso in cui fosse a piede libero, indagato o già condannato per gravissimi reati di criminalità organizzata, il quale deve essere sicuro che quello che dirà nel corso del colloquio investigativo rimarrà nel colloquio investigativo.
Possono derivare anche gravi pericoli per l’incolumità fisica del dichiarante – non è un collaboratore – in quella sede. L’audito, in sede di colloquio investigativo, deve avere questa certezza, per cui può anche, nelle sue strategie, che possono essere anche perverse, mollare qualche elemento di particolare rilevanza su un latitante, su un deposito di armi, pur senza collaborare. Quelle cose dette a mezza voce, quasi in un rapporto confidenziale.
Tutto questo sarebbe messo gravemente in pericolo ove si incominciassero a utilizzare i colloqui investigativi come se fossero atti giudiziari utilizzabili.
Se si trattasse solo di un dato formale, vi dico la verità, mi assumerei le mie responsabilità, come sono solito fare, e senza particolari timori violerei un feticcio solamente formale, ma privo di offensività. In questo caso, come ho già detto, c’è una ragione sostanziale che ci induce a tutelare il segreto del contenuto del colloquio investigativo, qua attenuato perché si tratta di un soggetto, ohimè, deceduto, ma che vale come regola generale, ovverosia i futuri soggetti che sosterranno un colloquio investigativo devono sapere che questo colloquio investigativo non verrà sbandierato a destra e a sinistra, anche perché da un punto di vista mediatico  potrà essere utile, da un punto di vista procedimentale è assolutamente inutile.
Andiamo ora alla valutazione dell’attendibilità e della credibilità di Lo Cicero. Questo rende possibile un’analogia fra la posizione di Lo Cicero e quella di Scarantino, ossia la mancanza totale di credibilità. A costo di essere tedioso, devo spiegare che la suprema Corte ritiene – ormai in modo categorico e sempre costante – che vi siano tre step per quel che riguarda la valutazione del collaboratore.
Il primo è la credibilità, lo step più importante, perché in mancanza di quella viene meno quasi tutto a cascata. La credibilità è dovuta alla personalità, alle funzioni e al lavoro svolto dal collaboratore. La domanda è: per la sua posizione, per la sua caratura criminale, per il lavoro che svolgeva, era astrattamente in grado di conoscere le notizie che ci viene a riferire? Risposta: no. Chiaramente sto facendo un esempio generico. Questo perché era uno «scassapagghiaru», non poteva parlare direttamente con Totò Riina, ad esempio.
Il secondo step è l’attendibilità delle dichiarazioni. Spesso facciamo un «fritto misto» per sintesi e diciamo che è assolutamente inattendibile, ma in realtà da un punto di vista di scienza giuridica, secondo la giurisprudenza dovremmo separare. Poi si parla di inattendibilità generica e specifica, ma siamo là, è la stessa cosa. L’attendibilità delle dichiarazioni è che siano verosimili, prive di vizi logici e di evidente inverosimiglianza.
Il terzo step, altrettanto fondamentale, riguarda i riscontri oggettivi individualizzanti sulla responsabilità dei soggetti chiamati in correità.
Finito questo, come abbiamo visto nella precedente sentenza della Corte di cassazione, si può e si deve esaminare il contesto storico, il quadro in cui si inserisce la condotta criminosa e la causale. Ma se questi tre passaggi non sono stati superati, è assolutamente inutile, per quel che riguarda le responsabilità penali, andare a tracciare solo contesti e causali.
La valutazione dell’attendibilità di Lo Cicero è stata fatta nella sentenza del 27 luglio 1995 del tribunale di Palermo, sezione quinta. Qui si pone subito un parallelo con Scarantino. Afferma il tribunale di Palermo – poi diventerà irrevocabile nella sentenza Biondino Girolamo + 23 – che Lo Cicero ha certamente mentito circa la sua qualifica di uomo d’onore di cosa nostra. Si potrebbe dire: non è che ha mentito su un omicidio o su un grosso traffico di droga. No, è un elemento devastante per la credibilità di un collaboratore perché, come ormai acquisito da tutta l’esperienza giudiziaria, certe notizie possono essere apprese, posso essere conosciute dal collaboratore solo se uomo d’onore. Per questo, il tribunale di Palermo ha detto che tutte le dichiarazioni in cui Lo Cicero afferma essergli stato ritualmente presentato un altro soggetto come uomo d’onore sono praticamente carta straccia. Aver mentito sulla sua qualifica di uomo d’onore mina totalmente la credibilità del collaboratore. Tutto ciò che riferisce in quanto uomo d’onore diventa carta straccia.
Il tribunale si dilunga dicendo che le menzogne di Lo Cicero sono reiterate su tanti altri aspetti: ha mentito circa l’omicidio Cassarà; non ha la più pallida idea della geografia, della terminologia e del «bon tonistituzionale» di cosa nostra; non distingue i mandamenti di Resuttana e di Tommaso Natale-San Lorenzo, che sono fra l’altro contigui e dovrebbe conoscere; porta avanti delle valutazioni circa la potentissima famiglia Madonia, come se fossero dei gregari del Mariano Tullio Troia. Questo ben si capisce. Se tu sei un soggetto non uomo d’onore che per motivi di lavoro ha frequentato in epoca datata – esamineremo pure questo – Mariano Tullio Troia, ti rendi conto che si tratta di un uomo potente, vedi entrare e uscire persone, pensi che il centro dell’universo mafioso sia Mariano Tullio Troia, sbagliando clamorosamente.
Il tribunale conclude che Lo Cicero è assolutamente non credibile e inattendibile e può essere utilizzato per quelle parti che sono riscontrate a tal punto che le dichiarazioni diventano quasi accessorie.
La stessa posizione adotta il giudice per le indagini preliminari Bologna in relazione alla posizione di Lo Cicero. Il giudice per le indagini preliminari Bologna non esamina le dichiarazioni rese nel colloquio investigativo, esamina l’attendibilità di Lo Cicero in quanto sarebbe la fonte di tutte le dichiarazioni di Romeo Maria. Nel suo decreto di archiviazione, il giudice per le indagini preliminari afferma: «La tendenza al mendacio di Lo Cicero condiziona irreversibilmente la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni, rispetto alle quali è improponibile pensare di poter estrarre con la certezza che richiede l’odierna sede elementi di verità, salvi i casi in cui quanto riferito non sia sorretto da riscontri talmente forti e omnicomprensivi e si badi rispetto e a ogni singolo punto della propalazione, da rendere le dichiarazioni di Lo Cicero quasi accessorie». Sempre il giudice per le indagini preliminari afferma: «Non vi è neanche la prova che Lo Cicero conoscesse Stefano Delle Chiaie, né tale prova si può desumere dalle dichiarazioni del collaboratore Onorato Francesco, per quanto attendibile».
La stessa posizione, forse addirittura ancora più forte, il giudice per le indagini preliminari Bologna ha nei confronti delle propalazioni della Romeo Maria, rispetto alle quali – lo ripeto – siamo stati scavalcati in sede di richiesta di misura cautelare da parte del giudice per le indagini preliminari e in sede di archiviazione abbiamo poi aderito. Il giudice per le  indagini preliminari sul punto è particolarmente caustico, ma secondo noi effettivamente centra l’obiettivo. Basta una frase: «Il racconto della Romeo che consegna l’istantanea del “capo dei capi” impegnato nel baciamano di un capo mandamento – sarebbe Mariano Tullio Troia – in un contesto nel quale erano presenti una pluralità di persone affiliate all’organizzazione appare davvero grottesco e degno di una ambientazione cinematografica di un film di Ciprì e Maresco». Non sono parole nostre, sono parole del giudice per le indagini preliminari.
Per mera completezza devo dire che noi aderiamo in toto a questa valutazione più rigorosa, più severa dell’attendibilità di Romeo Maria che ha operato il giudice per le indagini preliminari Bologna, tranne per un singolo particolare, che per noi non è del tutto convincente, ma che non cambia nulla circa l’inattendibilità palese di Romeo Maria. Giustamente il giudice per le indagini preliminari – noi non l’avevamo sottolineato nella nostra richiesta – rileva che Giustini Walter ha reso dichiarazioni circa delle profferte sentimentali e sessuali di Romeo Maria nei suoi confronti e da ciò trae la conseguenza, ma si trae da numerosi altri elementi, che è un personaggio disponibile a tutto pur di ottenere un programma di protezione e di ricongiungersi a Lo Cicero Alberto, che intanto è già stato portato in località protetta. Secondo noi questa affermazione, legittima in sede penale – quando hanno rilevanza penale, anche questi fatti devono essere purtroppo valutati – non è pienamente provata, questa profferta di Romeo Maria, perché ci siamo chiesti: quante volte capita che un uomo valuti in modo assolutamente erroneo una manifestazione di simpatia, un gioco? Diciamo che facilmente si può equivocare. Forse gli uomini meno prudenti con facilità ritengono di avere fatto nuove conquiste o che vi siano state profferte sentimentali o sessuali. Per cui, questo a noi onestamente non pare provato. È un’ulteriore dimostrazione della dialettica intensa che c’è tra noi e il giudice per le indagini preliminari Bologna.
Non vi è bisogno di questo. A sommarie informazioni, Romeo Maria ci dice chiaramente che cosa la spinge: «Io ho fatto la confidente, io ho fatto collaborare Alberto Lo Cicero. Alberto Lo Cicero è stato portato in località protetta e io sono stata abbandonata». Vi è questa rincorsa di questa donna, comprensibile dal punto di vista umano – forse sto ricadendo nel buonismo – ma ingiustificabile dal punto di vista giudiziario, una rincorsa ad accreditarsi dando sempre nuove notizie, sempre più eclatanti.
Non si tratta – andiamo alla nota del 5 ottobre 1992 – dell’indignazione di Romeo Maria perché non si era fatto nulla sulle grandi dichiarazioni di Lo Cicero su Stefano Delle Chiaie, che non esistevano. Si tratta di una donna che si è sentita separata dal suo compagno, che tenta in qualunque modo di ricongiungersi allo stesso.
All’epoca ancora credevamo che ci fosse qualcosa da salvare in tutto questo. Io le ho detto: «Signora, c’è anche un problema di giustizia?». Dopo tre o quattro domande mi ha detto: «Sì, anche questo». Quello che le è venuto spontaneo è stato questo. Che sia questa la pista seguita lo dimostra il fatto che poi spara a zero, contraddicendosi anche su questo, contro tutto e contro tutti, procuratore Aliquò, sostituto Vittorio Teresi, procuratore Caselli. Mette pure il procuratore Caselli nel novero dello Stato che l’ha abbandonata perché gli ha chiesto di essere sentita con lettera e non è mai stata ricevuta, non ha mai avuto nessun riscontro.
Nomina il procuratore Caselli, Giustini, Coscia, Arcangioli, tutti. Poi, a tratti, in certe dichiarazioni si contraddice e dice: «Vittorio Teresi è una brava persona, mi fido; di Giustini mi fidavo». Poi, in un’altra dichiarazione ancora ritorna sulla posizione precedente. Si tratta di persona informata che su ogni  argomento si lancia in una girandola di dichiarazioni in cui poi alla fine è quasi impossibile trovare non la verità, ma una dichiarazione definitiva. Se la sentissimo oggi probabilmente ci sarebbe un’ulteriore versione su tutto quanto. C’erano delle presunte audiocassette, numerose, sulle quali vi era registrato di tutto: i colloqui di Stefano Delle Chiaie con Menicacci e Romeo Domenico, fratello di Romeo Maria; i colloqui fra Romeo Maria e Lo Cicero. Penso che le sommarie informazioni siano a disposizione di codesta Commissione, quelle rese dalla trascrizione di Romeo Maria. Non si è capito niente. Chi le ha duplicate, perché poi la teste di riferimento chiamata ha smentito dicendo: «non le ho duplicate». Quante erano? Chi le ha distrutte? Dove si trovano? C’è di tutto. Non mi dilungo. Questo è un ulteriore argomento che sarà adottato anche dal Procuratore Grasso e dal sostituto Donadio in relazione alla mancanza di spessore di tutto quanto per dare luogo a un atto d’impulso.
Onestamente, dilungarsi sull’attendibilità di Romeo Maria mi sembra inutile. Un argomento che è particolarmente importante riguarda i colloqui Lo Cicero/Borsellino. Come vedremo, ne parla esclusivamente Romeo Maria per quel che ci è dato di sapere, cioè secondo lo spezzone trasmesso da Report non ne parla neanche Lo Cicero. Questo lo valuteremo. Ne parla solo Romeo Maria. Nella sua prima versione alla procura generale di Palermo: «Lo Cicero era sentito da un magistrato» – presumibilmente Aliquò o Vittorio Teresi – «Nell’occasione c’ero pure io, c’era Borsellino che si fermò a parlare per una decina di minuti con Lo Cicero. Dopo questo colloquio Borsellino è uscito e mi ha salutato. Lo Cicero non mi ha mai riferito quello che ha detto al dottore Borsellino». Ma poi vi sono le dichiarazioni a Report. Non è che mi interessino i mass media di per sé, mi interessano i mass media quando vengono a incidere sul materiale probatorio.
Nelle dichiarazioni a Report abbiamo una significativa progressione non dopo trent’anni, ma dopo pochi mesi rispetto a quanto dichiarato alla procura generale di Palermo. In buona parte poi le dichiarazioni rese a Report saranno in qualche misura confermate, con piccoli particolari diversi, anche alla procura che io rappresento.
Secondo questa nuova versione del fatto: «Lo Cicero fu convocato personalmente e in modo segreto da Paolo Borsellino» – quindi non perché doveva essere sentito da altro magistrato come dichiarato alla procura in precedenza – «Si appartarono nella stanza di Borsellino. C’erano solo gli uomini della scorta di Borsellino e nessun altro. Era un palazzo deserto. Ci hanno fatto entrare da un ingresso secondario, nella massima segretezza, perché Paolo Borsellino non si fidava di nessuno. Lo Cicero e Borsellino hanno avuto un colloquio che è durato dalle 19 a mezzanotte». – dai dieci minuti iniziali riferiti alla procura generale di Palermo – «Uscendo dal colloquio Lo Cicero mi raccontò tutto quello che aveva detto a Paolo Borsellino, fra cui che era andato a fare un sopralluogo con Stefano Delle Chiaie sul luogo, al tunnel dove verrà messo l’esplosivo per l’attentato di Capaci a Giovanni Falcone, alla sua scorta e a Francesca Morvillo».
Se si tratta di piccole differenze, non ho capito nulla io. È completamente stravolto l’incontro presunto fra Borsellino e Lo Cicero, su cui prima era una cosa en passant, di dieci minuti, dopodiché diventa un colloquio formidabile che dura ore, ore e ore in piena notte e del quale la Romeo viene a sapere il contenuto, in buona parte riguardante Delle Chiaie. Ce n’è più che a sufficienza. Sempre per quel che riguarda l’attendibilità di Lo Cicero, forse è meglio fare riferimento, perché forse alcuni potrebbero da ciò trarre una attendibilità di Lo Cicero, al fatto che un collaboratore successivamente parla di un progetto omicidiario, ovviamente successivo al tentato omicidio effettivo a carico di Alberto Lo Cicero. È segnatamente Scarano che afferma nel 1996 che negli anni 1993-1994 era stato progettato l’omicidio di Alberto Lo Cicero chiamando in causa Gaspare Spatuzza.
Gaspare Spatuzza, a parere dell’ufficio, non solo il nostro, ma credo di tutte le procure d’Italia, è il collaboratore di giustizia più attendibile che ci sia mai stato. Per Gaspare Spatuzza non parliamo solo di collaborazione, addirittura parliamo di pentimento etico, autentico pentimento, cosa che la legge peraltro non prevede come condicio sine qua non, ma è anche abbastanza rassicurante quando, oltre al patto do ut des Stato-collaboratore di giustizia, che è quello previsto dalla legge, sopravviene anche un pentimento reale, etico, per gli orrori che si sono causati.
Gaspare Spatuzza smentisce totalmente Scarano circa questo progetto omicidiario.
Quindi, già in base a questo si potrebbe smentire l’assunto: «diceva la verità, tanto è vero che lo volevano uccidere. Probabilmente aveva cose importanti da dire, quindi gli volevano tappare la bocca prima».
Ma a prescindere dall’azzeramento del presunto progetto omicidiario di Gaspare Spatuzza, vi è un’argomentazione logica che riteniamo abbastanza forte in base anche alle regole, alla mentalità di cosa nostra ancora in quel periodo. Siamo ancora nel periodo in cui cosa nostra non perdona nulla a chi denuncia, a chi collabora, a chi apre la bocca. Vale la regola allora che chi fa una cosa del genere è un uomo morto, prima o poi dovrà essere ucciso.
Quindi, nulla di strano se, oltre a tutto quanto era stato fatto ad altri collaboratori, si volesse aggiungere l’omicidio di Lo Cicero che, attenzione, una sua utilità l’aveva avuta perché per primo aveva indicato, pur nel mendacio di essere uomo d’onore, dei soggetti (e qui bisogna dirlo) che non erano mai stati attenzionati. Li aveva visti che entravano e uscivano dalla stanza di Mariano Tullio Troia e li avete indicati. Non glieli avevano presentati come uomini d’onore, ma questo è un altro discorso.
Vi è di più. Quando una persona è scomoda per cosa nostra, perché fa pienamente il suo dovere, perché adempie ai suoi doveri di cittadino, come si suol dire, è un business, lo devi ammazzare perché è scomodo. Se cosa nostra o qualunque altra organizzazione criminale – non c’è bisogno di andare alle regole di cosa nostra, è un fatto anche umano – ritiene che il collaboratore, il denunciante, sia «scorretto» e cioè li voglia incastrare con falsità, come nel caso di Lo Cicero, non è più business, diventa fatto personale. Gli va il sangue agli occhi. Se tu sei uomo d’onore e dici la verità: «mi è stato presentato come un uomo d’onore Tizio», bene, ma se Tizio si sente chiamato in correità pur essendo effettivamente uomo d’onore, ma scorrettamente perché Tizio che non è uomo d’onore sostiene che gli è stato ritualmente presentato, non c’è bisogno di ricorrere alle regole di cosa nostra. È chiaro che la rabbia monta ed è evidente che la rappresaglia che in ogni caso vi sarebbe nei confronti dei soggetti corretti che fanno danni a cosa nostra diventa ancora più certa, più impetuosa e più ineluttabile nei confronti di magistrati, giornalisti, collaboratori che cosa nostra realmente o presuntivamente ritiene scorretti.
C’è anche un altro elemento – risulta sempre dall’intervista di Report – che ha una rilevanza probatoria nel procedimento e per questo ne parlo. Walter Giustini, medio tempore, dopo l’audizione della procura generale di Palermo e prima dell’audizione della procura nissena, e noi non avevamo nessuna conoscenza del contenuto di questa intervista, non era stata trasmessa, dichiara a Report che Lo Cicero gli aveva riferito di aver visto un paio di volte Stefano Delle Chiaie a Capaci.
Quando io ho sentito questa intervista alla televisione ho detto: interessante, sentiamo il resto. Fine. Come «fine»? Da giovanissimo una volta vidi un film in bianco e nero – non ricordo altro – in cui si affermavano due cose: il cane che morde l’uomo non fa notizia, l’uomo che morde il cane fa notizia, e questo non c’entra con l’odierna audizione, ma il parametro del giornalista è «chi, come, dove, quando». Io non so se questi parametri siano cognizioni filmiche, non so se questi parametri debbano essere adottati da un giornalista sempre e comunque, ma sicuramente debbono sempre essere adottati dall’autorità giudiziaria.
È un’interessante notizia di partenza, ma può avere un rilievo eclatante oppure diluirsi in poca roba. Tanto per essere chiari: una cosa che, a domanda, il Giustini riferiva: «sì, mi ha detto di averlo visto alla fine del 1991, inizi del 1992, nel lungomare di Capaci che si pigliava il gelato con sua moglie e con Romeo Domenico, che era il suo autista» o da solo, quel che si voglia, oppure: «sì, mi ha detto di averlo visto proprio davanti all’imbocco del tunnel di Capaci che stava mettendo una cassetta di tritolo nel tunnel». È evidente che si tratta di due dichiarazioni completamente diverse. Sarebbe stato interessante che si fosse scavato sul punto.
Sentito a sommarie informazioni, il giornalista Mondani – nota di colore – mi ha detto che questo faceva parte del segreto professionale e non avrebbe dovuto dirmelo, ma visto che io ero collaborativo (non lo so, mi ero comportato bene, mancava solo un buffetto sulla guancia, in questo caso) me lo diceva. Insomma, uno strappo alla regola. E aggiungeva che non c’era altro. Ripeto, il fatto è singolare, tant’è che il GIP Bologna dubita, non abbiamo la prova, che il giornalista Mondani abbia detto sul punto la verità. È un concreto dubbio, nulla di più, non abbiamo la prova di falsità.
Dal punto di vista giudiziario, vi dico solamente che se io avessi fatto delle sommarie informazioni di Walter Giustini, che mi riferiva un fatto del genere, e poi non gli avessi fatto nessuna domanda e avessi presentato ai miei colleghi queste sommarie informazioni, avrebbero detto: «dopo che ha detto?»; «non gli ho fatto altre domande»; «come ti senti, Salvo, come stai?» mi avrebbero detto. Questo dal punto di vista giudiziario.
Dal punto di vista giornalistico non so che cosa presupponga la deontologia professionale, non è il mio campo, non mi posso permettere di esprimermi.
C’è un dato molto preoccupante su questo e può riguardare in via generale i rapporti tra autorità giudiziaria e giornalista. Mondani – non so se esprimendo la posizione di tutto il servizio pubblico, di RAI 3, di Report o la sua personale, ma ne parlava come se fosse un’impostazione generale di Report – ci dice: «tutto il girato fa parte del segreto professionale». Eh no! Poi mi ha risposto, per cui il problema di approfondire non c’è stato. Questo è molto preoccupante: come «fa parte del segreto professionale»? Secondo la Corte EDU, la Corte europea, ai fini della tutela della libertà di informazione il giornalista deve tutelare la fonte. Qua la fonte non era da tutelare, era bello stampato in televisione che rendeva dichiarazioni. C’era ben poco da tutelare la fonte, ha reso dichiarazioni su un fatto.
Tutto quello che il soggetto intervistato dice quantomeno su quel fatto non può essere, secondo la nostra valutazione, coperto da segreto professionale. Faccio due esempi evidenti. Se il Giustini a successiva domanda avesse detto: «no, mi ha detto che l’aveva visto che passeggiava a Capaci e si mangiava il gelato» o qualunque altra risposta sarebbe andata bene. No, non mi ha voluto rispondere: «Non voglio rispondere» oppure «Ora che ci penso, non sono più tanto certo di quello che ho detto, anzi propendo per il “no”, non mi ha mai detto cose del genere». Questo è il segreto professionale? A parer mio no. Sarebbe, ma io non metto assolutamente in dubbio la buonafede senza prove concrete, un utilissimo strumento per occultare una manipolazione evidente del fatto.
Voglio dire anche delle cose ovvie, perché è bene chiarirle. Ovvio che la libertà di opinione, la libertà di stampa e di informazione devono essere tutelate al massimo grado e devono essere ben accette da parte di chiunque valutazioni, anche drastiche e ostili. È il sale della democrazia. Il fatto, però, da cui devono partire tali valutazioni deve essere delineato con quello che si ha a disposizione, in modo certo. Quindi, che una eventuale successiva smentita o modifica di precedenti dichiarazioni nel corso dell’intervista faccia parte del segreto professionale noi, come ufficio di Caltanissetta, lo escludiamo nel modo più categorico. Ripeto: poi ha risposto alla domanda perché sono stato collaborativo, quindi il problema giuridico non si è posto.
Il punto è rimasto irrisolto perché, una volta appresa la notizia giornalistica, noi abbiamo invitato il Giustini a rendere interrogatorio e si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma prima di ciò – l’ho già accennato – il Giustini aveva reso delle sommarie informazioni. Si tratta di persona che ha un certo umorismo e ama anche i paradossi.
Quando gli abbiamo chiesto: «ma perché non avete fatto indagini su Stefano Delle Chiaie?» ci ha detto: «Maria Romeo ci ha riferito che tramite il fratello conosceva Stefano Delle Chiaie. Se ci avesse detto “conosco Pippo Baudo” avremmo dovuto fare indagini su Pippo Baudo?». Lo dice il luogotenente Walter Giustini. Non devo difendere, qui, Walter Giustini, ma è evidente che si tratta di  una risposta paradossale, proprio per far capire all’interlocutore che non c’era alcun motivo per fare indagini su Stefano Delle Chiaie, sennò il binomio Stefano Delle Chiaie-Pippo Baudo sarebbe un po’ azzardato.
Ha negato che la Romeo avesse dato ulteriori indicazioni su Stefano Delle Chiaie e la Romeo, per la verità, sul punto conferma. Ha negato che il Lo Cicero avesse parlato di Stefano Delle Chiaie.
Io non mi voglio appigliare a dati formali. Davanti al giornalista non aveva alcun obbligo di dire la verità, ma dinanzi a noi ha l’obbligo di dire la verità, a pena di essere incriminato, ma non è solo questo problema evidente. Il problema è che quando lo abbiamo sentito sul punto…

Il 09.05.2022, sommarie informazioni Walter Giustini. Ci ha quasi presi in giro sulle domande che gli facevamo: «ma che mi state chiedendo, Pippo Baudo?».

Andiamo a un altro punto essenziale, sempre sulla erroneità di una visione nisseno-centrica, cioè di questa primazia, priorità assoluta in tutti i campi delle affermazioni della procura di Caltanissetta, in positivo o in negativo. Che le dichiarazioni della Romeo Maria e anche le dichiarazioni rese in colloquio investigativo da Alberto Lo Cicero siano «zero tagliato» emerge chiaramente dalla mancanza di un atto d’impulso nel 2007, dopo i colloqui investigativi, nonché dalle dichiarazioni rese prima a sommarie informazioni e poi a dibattimento dal Procuratore Grasso e dal sostituto della Procura nazionale antimafia Gianfranco Donadio.
Giova premettere che l’atto d’impulso è un atto importante, ma rimesso all’assoluta discrezionalità del Procuratore nazionale antimafia. Non è impugnabile.
Il presupposto per l’atto di impulso non è che ci sia la prova di nuovi elementi, ma che vi sia la probabilità di nuovi elementi significativi sui quali è utile svolgere indagini. È una valutazione probabilistica molto ampia, ampiamente discrezionale e – ripeto – non impugnabile.
Lo stesso Donadio a dibattimento ha affermato che in alcuni casi era talmente urgente che hanno fatto atti di impulsi ad horas e, nel caso di un collaboratore di giustizia che si sentiva male, in piena notte.
Il Lo Cicero, e questo emerge palesemente da tantissimi atti, quando è stato oggetto di due colloqui investigativi era un moribondo, infatti dopo pochi mesi morirà. Se avesse avuto un minimo di rilievo approfondire quello che aveva detto Alberto Lo Cicero nel colloquio investigativo, il Procuratore Grasso, che non è certamente il primo che passa, con la sua esperienza, si sarebbe precipitato a trasmettere gli atti (non a noi, non c’eravamo allora alla procura di Caltanissetta, siamo nel 2007), si sarebbe precipitato a fare un atto di impulso e magari a fare anche una telefonata («sentitelo subito, perché sta malissimo»).
Dal punto di vista della valutazione discrezionale, concordemente, ciò hanno dichiarato a dibattimento sia il Procuratore Grasso sia il sostituto Donadio, hanno ritenuto che non vi fosse materiale non per fare un processo, ma per fare un atto d’impulso, che – ripeto – significa: «cara procura di Caltanissetta, c’è questa roba, vedi tu; secondo noi, è molto opportuno approfondire; l’esito non si può sapere, però approfondisci perché potrebbe essere utile». Questo è, detto in soldoni e con parole non tecniche, l’essenza dell’atto di impulso.
Il fatto che sia mancato addirittura un atto di impulso in relazione a un collaboratore di giustizia moribondo significa che – giustamente, diciamo noi – il Procuratore Grasso e il sostituto Donadio abbiano ritenuto che non c’era «trippa per  gatti», altrimenti sarebbe assolutamente incomprensibile. Il fatto che abbiamo perso appresso a queste fonti dichiarative due anni, secondo noi assolutamente inutilmente, dà pienamente ragione alla valutazione fatta dal Procuratore Grasso e dal sostituto Donadio.
Ci troviamo, poi, di fronte a delle dichiarazioni un po’ strane dello stesso dottor Donadio, rese sempre a Report (potenza delle telecamere), in cui il dottor Donadio, ora in pensione, ritiene che il colloquio tra Borsellino e Lo Cicero ci sia stato. Premessa del narratore di Report: «La procura di Caltanissetta ritiene inattendibile Romeo Maria» già abbiamo detto che c’è tanto di provvedimento del giudice «ma il dottor Donadio ritiene, invece».
Questa affermazione è strana, non ha motivato circa tale convincimento, ma, a meno che non si tratti di un dogma di fede, di un assioma o di metafisica o di palla di vetro, l’unica fonte è la Romeo Maria, che ufficialmente il Donadio ha detto che non costituiva materiale sufficiente neanche per fare un atto di impulso. Probabilmente anche noi magistrati a volte ci facciamo suggestionare dalle telecamere, è una debolezza umana, altrimenti non si capirebbe bene il senso di un’affermazione del genere posto in relazione alla mancanza di elementi, di fare un atto di impulso sulle dichiarazioni di Romeo Maria.
Molto più interessante è l’intervista rilasciata dal dottor Vittorio Teresi a Report. Premessa: noi valutiamo il dottor Teresi come persona perfettamente attendibile, al di sopra di ogni sospetto, quindi quello che dirò è dovuto semplicemente a perfetta buonafede all’esito del lambiccarsi sempre le stesse idee. Il dottor Teresi dice a Report che, leggendo la sua relazione di servizio, non ricorda di aver parlato con Borsellino, ma ne deduce, in termini più o meno di certezza, che, tenuto conto del contenuto della relazione di servizio, ha parlato con Paolo Borsellino. Nella relazione di servizio, tra gli altri argomenti, si parlava dell’allora onorevole Guido Lo Porto, del Movimento sociale italiano.
Potrei dire che sono tardive, perché è stato sentito a sommarie informazioni ed è stato sentito a dibattimento, e questa deduzione – attenzione – dal punto di vista giudiziario, la mera valutazione-deduzione conta molto meno del dire: «sì, mi ricordo che». È un po’ tardiva tenuto conto anche che nel corso delle sommarie informazioni questa relazione di servizio gli è stata mostrata, ha avuto modo di leggerla, per cui non è un quid novi. Avrebbe avuto, quantomeno a dibattimento, tutto il tempo di affermare ciò.
In realtà, e qua questa intervista potrebbe aver portato un elemento di chiarezza, ragioniamo su un punto, sempre riportato nel corso della trasmissione.
I colleghi Russo e Camassa ci hanno detto a sommarie informazioni – non a noi, sono dichiarazioni datate – che, a un certo punto, c’era un rapporto confidenziale, videro Paolo Borsellino piangere, affermando che era stato tradito da un amico. Non c’è perfetta coincidenza sulle date: Massimo Russo credo lo collochi il 12 giugno 1992 e la Camassa più verso il 22 giugno 1992, ma siamo lì. Il tradimento di un amico aveva avuto un effetto devastante – ed è ben comprensibile – su Paolo Borsellino. Niente di peggio del tradimento di un amico.
Vittorio Teresi potrebbe non ricordare un normale colloquio di lavoro in cui parla con Borsellino e gli dice: «Riferisce che il capo mandamento è Tizio, che comanda quest’altro, e poi ci dà degli elementi che potrebbero essere utili sulla strage di Capaci, perché ha visto movimenti strani, poco prima della strage, di Tizio, di Caio e di Sempronio» non di Delle Chiaie. Lo Cicero, fino a quel momento e anche oltre, non ha mai dichiarato qualcosa su Delle Chiaie. Dopo trent’anni si può anche scordare, ma se a Borsellino, che tutto era tranne un  uomo di ghiaccio, era un uomo di cervello, ma anche di cuore e di coraggio, non era un iceberg, non era un uomo di ghiaccio, era un uomo che sentiva le passioni, avesse detto all’improvviso: «guarda che il tuo amico Guido Lo Porto frequenta Mariano Tullio Troia» è ragionevole presumere che Paolo Borsellino una reazione l’avrebbe avuta, e questo sarebbe stato un fatto indimenticabile.
Io mi posso scordare di aver detto a Pasquale Pacifico: «sai, c’è questo nuovo potenziale» allora non era neanche collaboratore ufficialmente «che potrebbe riferire cose utili sulla strage»; «sì, va bene». Dopo trent’anni ce lo siamo scordato tutti e due, e buonanotte. Se, però, gli riferisco un fatto che lo tocca personalmente ed è per lui devastante, tranne che si tratti di una persona che ha un controllo totale sulle sue emozioni, l’uomo di ghiaccio, sempre impassibile, qualunque cosa succeda, e Borsellino, secondo le nostre valutazioni, da tutto quello che emerge, dalle carte, dalle conoscenze personali, non era così, questa reazione Vittorio Teresi se la sarebbe dovuta ricordare. Non era un normale colloquio di lavoro, ma un fatto che toccava sul privato i sentimenti di Paolo Borsellino. Nessuna reazione ricorda. Addirittura non ricorda nemmeno di avergli parlato.
Da ciò si trae non la prova, ma un elemento sul fatto che probabilmente l’amico traditore non fosse il Lo Porto, non lo considerasse proprio questo amico fraterno. Non vi è la prova. È un indizio, secondo noi, abbastanza valido. Rimane, purtroppo, il mistero – e quello che dice Teresi non ci aiuta a risolverlo – dell’identità dell’amico che aveva tradito Paolo Borsellino.
Devo anche dire che come premessa dell’intervista di Vittorio Teresi, per dare un colore e maggiore veridicità alle sue dichiarazioni (non ce n’era bisogno, secondo noi), il narratore  della trasmissione Report adombra che questi documenti siano nuovi (li abbiamo sottoposti sia a sommarie informazioni e sono stati ricordati a dibattimento) e adombra: «Vittorio Teresi oggi ricorda meglio i dettagli delle indagini sulla strage di Capaci del 23 maggio 1992 perché, nascosti in archivio, sono riemersi documenti decisivi per ricostruire le prime mosse di Paolo Borsellino».
E poi: «abbiamo un documento di importanza fenomenale, ossia una relazione di servizio fatta dal dottor Teresi». Ora, «nascosti in archivio» è falso. Vado sul tenore letterale: se la lingua italiana ha un significato, «nascosti in archivio» presupporrebbe che la procura di Palermo questa relazione di servizio l’abbia voluta occultare in qualche modo perché non doveva essere trovata. Poche volte abbiamo avuto la documentazione di Palermo con tale velocità e semplicità. La relazione di servizio era pure nell’indice del fascicolo, non bisognava neanche sfogliarlo tutto. A volte non sono indicizzati. Si guardava l’indice e già si poteva trovare.
Se l’italiano ha un significato, «nascosti in archivio» allora si dovrebbe riferire a tutti i procedimenti di tutte le procure d’Italia già definiti, perché i procedimenti definiti vanno in archivio. Quindi, abbiamo decine di migliaia, centinaia di migliaia, non so quanti procedimenti nascosti negli archivi. Sono riemerse, come se a un tratto cominciassero a levitare queste relazioni di servizio fuori dal fascicolo. Le abbiamo chieste, le abbiamo trovate noi, le abbiamo inserite nel nostro fascicolo, sono state utilizzate in sede di sommarie informazioni, le ha lette Vittorio Teresi e sono state utilizzate anche a dibattimento.
A parte che si parla di «archivio», quindi noi non c’entriamo, perché in archivio non le abbiamo mai messe, voglio qui difendere la procura di Palermo. Che cosa si pretende per non nasconderle in archivio? Che questa relazione di servizio fosse incorniciata e messa nella stanza del procuratore, al centro tra la bandiera italiana e quella europea? «Nascosto in archivio» è inaccettabile, ammanta tutto di complotto, che in questo caso non c’è. Alcuni elementi di opacità emergeranno dalle indagini della procura di Caltanissetta. Non è questa l’opacità che è emersa dalle indagini. Sono altre e sono emerse dalle nostre indagini.
Facciamo, per un attimo, una sorta di simulazione, perché serve anche a noi, con metodo popperiano, verificare le nostre valutazioni. Le dichiarazioni di Lo Cicero trasmesse da un soggetto anonimo in cassetta a Report io non le posso né smentire né confermare. Spero che Report abbia fatto delle verifiche circa la mancata manomissione, alterazione o altro di queste audiocassette, che sono state trasmesse da anonimo, quindi non c’è una fonte che le confermi. Io non posso, proprio per quel vincolo che ho, né confermare né smentire.
Partiamo da queste dichiarazioni trasmesse a Report. A parte che si tratta di una estrapolazione di ore e ore di colloqui investigativi, io non so che cosa c’è nella restante parte, ma forse sarebbe utile averle sottomano tutte. A noi sarebbe molto piaciuto, lo dico espressamente, utilizzare i colloqui investigativi di Lo Cicero, molti scalpitavano pur di poterle utilizzare, perché avrebbe facilitato il lavoro enormemente, ma non lo possiamo fare per i motivi che vi ho già detto. Senza né ammettere né smentire il contenuto di queste dichiarazioni, mi limito a dire che la situazione peggiora enormemente: non solo, come in partenza, la Romeo Maria è inattendibile e Lo Cicero è inattendibile, ma si smentiscono pure tra di loro.
Andiamo a vedere il contenuto di queste dichiarazioni, l’elemento essenziale riguardante Delle Chiaie. Lo Cicero dice: «Nel mio andare e venire da casa mia a casa della Romeo Maria, andata e ritorno, più volte ho visto un’autovettura blu di servizio, come quelle che usate voi» parlava al magistrato «nei pressi del tunnel dell’autostrada Capaci-Palermo, dove è stato fatto l’attentato. L’ho visto più volte». Poi valuteremo anche l’intrinseca attendibilità di una dichiarazione del genere, ma intanto verifichiamo che cosa ci ha detto. Quello che dice Lo Cicero, se si potesse utilizzare e fosse vero, ma io non lo posso confermare, spazzerebbe via tutto quello che ha dichiarato Romeo Maria de relato. Romeo Maria ha dichiarato che Stefano Delle Chiaie doveva procurare l’esplosivo presso la cava del Sensale (lo chiama in un altro modo, lo chiama «Sarzana»). Una cosa folle: cosa nostra avrebbe bisogno di Delle Chiaie per andare a pigliare il tritolo in una cava di un soggetto vicinissimo a cosa nostra. Quando mai per queste cose c’è stato bisogno di un ideologo di Avanguardia Nazionale. Ci mandavano uno «spicciafaccende» di cosa nostra a prendere il tritolo.
Cosa ancora più devastante, è stato un paradigma di sciocchezze dette, il sopralluogo di Delle Chiaie con Lo Cicero, che si spaventava perché già aveva subìto un tentato omicidio, che non era uomo d’onore e che avrebbe avuto affidato Stefano Delle Chiaie, che concorreva nella strage di Capaci, cioè il massimo di segretezza di cosa nostra. Secondo me non ci sono molte parole da spendere. Con tanti uomini di fiducia che hai, tu ti vai a pigliare uno che hai tentato di ammazzare da poco, che non è uomo d’onore e che magari potrebbe collaborare da un momento all’altro. Il tutto non per andare a fare un’estorsione, ma per andare a fare la strage di Capaci. Si può sostenere di tutto.
Fonte di queste dichiarazioni di Romeo Maria è Alberto Lo Cicero. Ma Alberto Lo Cicero dice questo? No, dice una cosa assolutamente diversa: per caso, passando da lì, ha visto un’autovettura con tre persone a bordo, di cui uno era Delle Chiaie, più volte. Se ci fosse stato nel colloquio Report avrebbe trasmesso anche le dichiarazioni di Lo Cicero sui suoi eventuali incontri con Paolo Borsellino. Non c’è traccia di questo. Una presunzione: visto che l’argomento era importante, l’incontro con Borsellino… Non vi è traccia di questo. Quindi, anche su questo la Romeo Maria rimane smentita.
Viene a sua volta smentito Lo Cicero, perché Romeo Maria non dice… Tra l’altro, non si capisce bene, perché Report non trasmette la parte in cui Lo Cicero parla funditus di questo incontro con l’autovettura con a bordo Delle Chiaie. È una parte in cui dice: «già le ho detto di avere visto più volte questa autovettura». Non sappiamo che cosa ha detto nella prima parte e non si capisce bene – non lo sappiamo – se almeno una di queste volte la Romeo Maria fosse a bordo con Lo Cicero o meno. La Romeo Maria non dice né di avere visto direttamente una cosa del genere né che Alberto Lo Cicero glielo abbia riferito. Alberto Lo Cicero ha ripetuto sempre: «mi ha riferito di aver fatto il sopralluogo con Stefano Delle Chiaie sul luogo dell’omicidio». È evidente che tra vedere per caso più volte una autovettura nei pressi e andare a fare un sopralluogo perché comandato da Mariano Tullio Troia sul luogo della strage io qualche piccola differenza la vedo.
Passiamo, adesso, al fatto che si smentiscono a vicenda, non si confermano a vicenda. Abbiamo due soggetti che sono già palesemente inattendibili, che si smentiscono pure a vicenda. Andiamo, adesso, alla intrinseca attendibilità di questa dichiarazione, quanto sia verosimile questa dichiarazione. Abbiamo Lo Cicero che, ogni volta che passava da lì, trova Delle Chiaie con l’autovettura blu. Sembra quasi che Totò Riina o Mariano Tullio Troia gli abbiano fatto un contratto di guardiania sul tunnel. Maria Tullio Troia diceva a Stefano Delle Chiaie: «vatti a mettere là e controlla in quel cunicolo chi passa». Delle Chiaie è ai massimi livelli della destra eversiva, è un ideologo, è un capo, è un soggetto che parlava con Pinochet, non è uno «spicciafaccende» che sta lì a controllare il tunnel. Scherziamo? Era come dire, per equivalente, che Stefano Delle Chiaie, Totò Riina e il capo dei servizi segreti stavano lì davanti al tunnel di Capaci e controllavano per giorni e giorni questo tunnel. A noi pare sinceramente che non abbia alcuna verosimiglianza. Ci mancavano solo, su questa autovettura blu, la bandierina di Avanguardia Nazionale e quella dei servizi segreti, tanto per essere più riservati.
Sinceramente, non credo si possa tirare fuori nulla da questo. Il buonsenso imporrebbe di dire: passiamo avanti e occupiamoci di piste più serie, come quelle che ho indicato, che vale la pena di approfondire in un modo o nell’altro. Qualcosa di serio c’è. Non è che voglia fare Cicero pro domo sua, ma emerge proprio dalle indagini di Caltanissetta.
Il tempo stringe, non posso dilungarmi più di tanto. La nota del capitano Cavallo del 5 ottobre 1992 fu inviata al Gruppo 1 dei carabinieri, al ROS dei carabinieri, alla procura di Palermo, alla procura di Caltanissetta, alla procura presso la pretura di Palermo. Allora c’erano due procure in tutti gli uffici giudiziari.
Siamo andati di persona presso gli archivi dei carabinieri e non abbiamo rinvenuto nulla. Il procuratore Tinebra, con tutta una serie di stranezze, manda una delega praticamente in bianco al Gruppo 1 carabinieri di Palermo, e l’ha pure sollecitata due volte. Il fatto che si siano perse è statisticamente improbabile, ma non impossibile perché sono state spedite per posta ordinaria.  
Al di là della stranezza del dato, prova che siano pervenute ai carabinieri, in particolare del Gruppo 1, non ne abbiamo.
Abbiamo la prova dell’opacità, grave opacità la chiama il GIP Bologna, della condotta del procuratore Tinebra, sul quale – come è noto – stiamo svolgendo delle indagini nell’ambito della massoneria deviata. Grave opacità del procuratore Tinebra che, di fronte a una nota di questo tipo, che potenzialmente poteva essere molto importante, manda una delega assolutamente generica, come se si trattasse di un furto Enel: vi mando questa nota, fate le indagini che volete. Dopodiché, fa due solleciti, poi la acchiappa e la mette nel fascicolo «mandanti esterni», che poi avrà tanti altri titolari.
È singolare per quanto riguarda le prassi delle procure e quello che è ragionevole. Quando, dopo il secondo sollecito, non ti arriva niente, tu sollevi il telefono (il procuratore di Caltanissetta che si occupa delle stragi): «caro comandante, rispondetemi subito». La risposta sarebbe arrivata immediatamente e avrebbe spiegato che «qua non è arrivato nulla»; «va bene, ve lo mando per fax». Il GIP ritiene gravemente opaca questa condotta.
Altresì, sempre dalle nostre indagini, ed è per questo che abbiamo chiesto e ottenuto misura cautelare, emerge un grave depistaggio, in senso atecnico, perché non è un pubblico ufficiale, dell’avvocato Menicacci e del Romeo Domenico, fratello di Romeo Maria. Il GIP ha preso atto di queste anomalie, concreti dubbi, nubi, ma ha affermato chiaramente che né l’uno né l’altro – lo afferma in un caso nella sua ordinanza di custodia cautelare e nell’altro nel suo decreto di archiviazione – possono avere un valore individualizzante circa una eventuale responsabilità di Delle Chiaie in ordine alla strage di Capaci. Si tratta, al più, di labile indizio. Rifacciamoci all’orientamento costante della Cassazione, come già abbiamo detto. Può far parte del contesto, può far parte del contorno, ma non è, secondo il GIP, secondo la Cassazione, e noi condividiamo, un elemento individualizzante dal quale si possa trarre qualcosa di positivo in ordine alla vicenda della partecipazione del Delle Chiaie alla strage di Capaci.
Ammirevole, per carità, lo sforzo del giornalista Mondani di trovare nuovi elementi. In particolare, parlo dell’intervista a un  giornalista che ha lavorato al Giornale di Sicilia nell’ambito della quale Martorana dice che nel febbraio-marzo 1992 Delle Chiaie si presentò con una persona, che forse era l’avvocato Menicacci, al Giornale di Sicilia per motivi pienamente leciti. Però, la testimonianza raccolta da Report non conferma la parte più delicata delle rivelazioni di Maria Romeo: gli incontri di Delle Chiaie con il boss Troia o quelli per reperire esplosivo a Capaci. L’indagine, più giornalistica che giudiziaria, sul punto continua. Non è una valutazione del nostro ufficio, lo scrive Marco Lillo su il Fatto Quotidiano. Indagine giornalistica, non giudiziaria.
Marco Lillo è una delle firme di punta in materia giudiziaria de il Fatto Quotidiano, almeno secondo la nostra valutazione, giornalista che cura moltissimo, per quel che ho verificato dalla rassegna stampa, lo studio degli atti e di tutte le vicende, uno studio molto accurato, molto lodevole sotto questo punto di vista, ma in genere porta avanti valutazioni che sono molto divergenti da quelli della procura di Caltanissetta. Una volta tanto che le valutazioni de il Fatto Quotidiano e della procura di Caltanissetta siano convergenti quantomeno su Martorana ci pare molto soddisfacente.
Desidero concludere – prendetelo come uno sfogo personale o come un Cicero pro domo sua – dicendo che le indagini in generale sulle stragi sono difficilissime, non foss’altro perché si fanno a trentatré anni dalle stragi.
Il tempo incomincia a scadere, l’orologio ticchetta, molti dei protagonisti sono deceduti, altri sono molto anziani, i ricordi si affievoliscono. Noi valutiamo sempre con attenzione tutte le voci divergenti, da qualunque settore provengano. È chiaro che, se le riteniamo irragionevoli o infondate, ci lasciano del tutto indifferenti. Non è un’affermazione di arroganza o di spocchia. Lo diciamo perché pensiamo di stare facendo solo ed esclusivamente il nostro dovere.

In questo siamo confortati, abbiamo la migliore gratificazione, il miglior premio che si possa immaginare: i figli di Paolo Borsellino ci hanno manifestato, anche in atti pubblici, la loro fiducia, la fiducia nel nostro operato. È chiaro che anche senza questa manifestazione di fiducia noi come magistrati proseguiremmo il nostro lavoro come se niente fosse. Ma certamente ci conforta, ci dà maggiore forza morale, ci convince a fare ancora di più e meglio il nostro lavoro. Non ambiamo a migliore gratificazione. Noi stiamo lavorando per i figli di Borsellino e per tutte le altre persone offese, barbaramente trucidate, e i loro prossimi congiunti. Sono tutti meritevoli del massimo sforzo della giustizia, dal primo all’ultimo. Non solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tutte le vittime delle stragi.

È per questa ragione che, nell’ambito di quel mio dovere di corretta informazione nei confronti delle persone offese e dei prossimi congiunti, nonché dell’opinione pubblica, perché stiamo parlando di stragi, desidero, ove codesta Commissione me lo consenta, andare avanti nelle audizioni, pensando di fare il mio dovere, ma assolutamente disponibile a pagare un prezzo personale, anche elevato, perché il bene da raggiungere è superiore all’eventuale nocumento nel quale io possa incorrere ove avessi valutato erroneamente alcuni aspetti formali della vicenda.

 

STRAGE VIA D’AMELIO 🟥 Le audizioni del procuratore De Luca in Commissione Antimafia – Le trascrizioni e i video