“Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l’arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente, sia l’immagine sana del nostro modo di operare”, ha aggiunto.
Le indagini, ha detto ancora Pisani, “sono state effettuate molto velocemente, grazie a una sinergica fiducia della magistratura” e alla “collaborazione con la squadra mobile di Milano“.
“All’esito di queste indagini – ha spiegato riguardo al coinvolgimento di altri poliziotti – saranno presi i dovuti provvedimenti disciplinari nei confronti degli altri soggetti che sono rimasti coinvolti e che hanno reso interrogatorio”. E ha concluso:
Il pizzo, la droga e le protezioni, il ‘sistema Cinturrino’
In realtà, l’assistente capo Carmelo Cinturinno era tra le “mele marce” di cui ha parlato il questore di Milano Bruno Megale, dopo il suo fermo per l’omicidio di Abderrhaim Mansouri, 28 anni, ucciso con un colpo di pistola alla testa nel boschetto di Rogoredo.
Un poliziotto a due facce, noto per i tanti arresti fatti nella zona sud di Milano, come lui stesso ha ricordato nel primo confronto con il pm la sera stessa della morte di Manosuri, ma anche per le tante voci che giravano su di lui. Di certo “una persona pericolosa” per i delinquenti ma anche per i suoi colleghi, che infatti lo temevano al punto da finire indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. “E’ una persona che incute timore, è rude”, ha detto uno dei 3 agenti finiti sotto inchiesta. Tutti hanno messo a verbale che Cinturrino si sarebbe attivato quella sera “più volte per raccomandare che la versione della ‘legittima difesa’ venisse sostenuta senza esitazioni” e che loro avevano il “timore” che potesse “aggredirli e far loro del male”.
D’altronde non aveva esitato a sparare, un colpo secco alla tempia per uccidere Mansouri, e poi la messinscena della pistola messa accanto al cadavere. Resta da chiarire il movente, ma è certo che tra i due ci fosse una conoscenza pregressa, oltre che “un patto scellerato”: Cinturinno gli chiedeva 200 euro e 5 grammi di cocaina per lasciarlo in pace ma qualcosa si deve essere rotto e lo spacciatore aveva cominciato ad aver paura. Il suo legale gli aveva consigliato di filmare gli incontri con i tentativi di estorsione e Mansouri sembrava aver accettato per poi ricredersi. Da qui la paura e le minacce di morte.Perché anche questo era il “sistema” Cinturrino: una protezione illimitata ai pusher del quartiere Corvetto, dove viveva con la compagna, pugno di ferro con quelli di Rogoredo, con richieste di soldi anche ai tossicodipendenti. Italiani i primi, nordafricani i secondi, ai quali riservava tutta la sua crudeltà, visto che era solito “percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello”, come scrivono il procuratore di Milano Marcello Viola e il pm Giovanni Tariza nella richiesta di custodia cautelare in carcere. Ha usato la pistola invece con Mansouri e i suoi colleghi hanno pensato che potesse usarla anche contro di loro: “Ho avuto questo pensiero – ha detto un agente interrogato – Cinturrino è una persona pericolosa”. ANSA
