Il capo della Polizia Pisani: «Via la divisa a Cinturrino. Il caso di Rogoredo è chiaro e grave, lo destituiamo subito. Rispetto delle scelte dei pm e dei giudici»

 

di Giovanni Bianconi CORRIERE DELLA SERA 25.2.2026

Parla il capo della Polizia: «Abbiamo indagato noi sul caso di Rogoredo, e l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato. Nemmeno lo scudo penale avrebbe salvato l’agente»

 
 

Prefetto Vittorio Pisani, perché ha definito l’assistente capo Cinturrino un ex poliziotto?
«Perché ieri, subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato».

Senza attendere l’esito, almeno parziale, del procedimento penale?
«Sì, perché chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».

L’indagine sui fatti di Rogoredo è ancora in corso. Quali aspetti restano da chiarire?
«Innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso».

Si possono immaginare responsabilità più ampie rispetto a Cinturrino e ai suoi colleghi indagati?
«L’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere».

Perché sottolinea l’intesa con l’autorità giudiziaria?
«Perché il rapporto sinergico di massima fiducia non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda, proprio a garanzia della massima trasparenza e rigore con cui verificare l’operato di un poliziotto».

Non c’è stata alcuna percezione di ostilità nei vostri confronti, da parte dell’autorità giudiziaria, in questa o in altre inchieste?
«Noi non l’abbiamo mai riscontrata. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale. La polizia giudiziaria fa le proprie considerazioni sul piano investigativo, il pubblico ministeronell’ottica di promuovere l’azione penale, il giudice dell’indagine preliminare per l’applicazione delle misure cautelari. Sono funzioni diverse».

Quindi non c’è tensione tra «la polizia che arresta» e «la magistratura che scarcera»?
«Se un pm ritiene che gli elementi prospettati dalla polizia giudiziaria non siano sufficienti per chiedere un’ordinanza di custodia cautelare, o un gip non la emette perché le esigenze cautelari illustrate dal pm non lo convincono, lo fa sulla base di valutazioni prettamente tecniche che rientrano nelle funzioni della magistratura. E questo non significa non avere fiducia nelle forze di polizia, ma che ognuno svolge il proprio ruolo».

È andata così anche dopo la manifestazione di Torino del 31 gennaio degenerata in guerriglia urbana?
«Sì, lì la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».

Il cosiddetto «scudo penale» per chi commette ipotetici reati con «evidente causa di giustificazione», non ancora in vigore, avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo? Ed è utile che venga introdotto?
«Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini. E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro».

Da che cosa?
«Dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro Paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza».

Come si può evitare che, tra interventi in materia di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico, le forze di polizia vengano tirate in ballo nelle polemiche tra forze politiche di maggioranza e di opposizione?
«Il nostro compito è garantire l’esercizio delle libertà fondamentali e dei diritti dei cittadini, a tutela delle istituzioni democratiche, indipendentemente da quale sia la compagine politica che esercita le funzioni di governo. L’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze».

La scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti a Torino non rischia di giustificare un uso eccessivo della forza da parte vostra, contando su una certa “copertura politica”?
«No perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto».

A volte non sembra, come due anni fa con le manganellate agli studenti di Pisa…
«Lì i poliziotti si sono presentati e fatti identificare, viene contestato loro un eccesso colposo dell’uso legittimo della forza e affronteranno il processo penale con dignità, e se verranno accertate responsabilità ne risponderanno. Si tratta di un episodio isolato, ma pure in quel caso sono stati indagati diversi manifestanti. Il punto centrale resta quel delicato equilibrio tra esercizio dei diritti e sicurezza, soprattutto a tutela dei manifestanti pacifici».

Vittime pure loro dei manifestanti violenti?
«Solo nel 2 o 3 per cento delle circa 12.000 manifestazioni svolte nell’ultimo anno, abbiamo registrato l’infiltrazione di gruppi minoritari violenti che colgono l’occasione per scatenare la guerriglia urbana e aggredire le forze dell’ordine, scegliendo il momento più opportuno per entrare in azione. Provocando così un uso della forza da parte dei nostri reparti che sono addestrati con professionalità e schierati a protezione dell’intera collettività».

Dopo le ultime violenze c’è chi ha evocato lo spettro del terrorismo e dell’eversione…
«Dal nostro osservatorio possiamo dire che le iniziative di guerriglia urbana stanno assumendo una dimensione internazionale, a causa di convergenze di gruppi dell’area antagonista e anarchica di diversi Paesi. Per questo sono stato promotore di un working group europeo sulle pubbliche manifestazioni, per uno scambio tempestivo sul piano della cooperazione internazionale e di informazioni sui movimenti di questi gruppi. Rispetto al passato registriamo una maggiore volontà di aggressione alle forze dell’ordine, e per evitare il rischio di derive eversive dell’ordine democratico continuiamo a svolgere un’attività di prevenzione rivelatasi fin qui efficace, grazie a monitoraggi continui e a un modello info-investigativo che non ha eguali all’estero».

 

Padre MAURIZIO PATRICIELLO sul caso di Rogoredo: «La divisa non è un privilegio ma un servizio: chi tradisce paghi, chi resta serva a testa alta»


 

 

24.2.2026 Nel pomeriggio di ieri ha parlato ai giornalisti anche VITTORIO PISANI,  Capo della Polizia di Stato. CINTURRINO? Un delinquente.

 
 
L’immagine sana è quella dei colleghi investigatori della questura di Milano e questo è molto importante, perché noi abbiamo necessità di essere punto di riferimento per la nostra collettività e il cittadino deve avere quotidianamente fiducia nel nostro operato”, ha detto.
“Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l’arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente, sia l’immagine sana del nostro modo di operare”, ha aggiunto.
Le indagini,
ha detto ancora Pisani, “sono state effettuate molto velocemente, grazie a una sinergica fiducia della magistratura” e alla “collaborazione con la squadra mobile di Milano“.
All’esito di queste indagini – ha spiegato riguardo al coinvolgimento di altri poliziotti – saranno presi i dovuti provvedimenti disciplinari nei confronti degli altri soggetti che sono rimasti coinvolti e che hanno reso interrogatorio”. E ha concluso:
La posizione dell’amministrazione è molto chiara, di estremo rigore professionale: a nessun poliziotto è consentito operare al di fuori delle regole, giuridiche e deontologiche. Lo stato di diritto non è un principio giuridico astratto, noi per primi siamo tenuti a dimostrarlo concretamente ogni giorno perché è un metodo di lavoro. Il rispetto della persona umana, dell’integrità fisica e della sua dignità è un dovere assoluto”, che “va esercitato nei confronti di chiunque e garantito a colui che commette un reato”.
 

24.2.2026 Pusher ucciso a Rogoredo, colleghi Cinturrino a pm: “Chiedeva soldi e droga, usò martello contro disabile”

lnterrogatorio di convalida oggi per Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia che accusato di aver sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri, lo scorso 26 gennaio al boschetto di Rogoredo. “Ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste”, ha detto l’avvocato Piero Porciani, suo legale difensore, uscendo dal carcere milanese di San Vittore dove da ieri il poliziotto è recluso.
Cinturrino “è tristissimo ed è pentito di ciò che ha fatto”, ha detto il legale questa mattina arrivando al carcere milanese. “Ha ammesso le sue responsabilità, è pentito soprattutto della fase successiva” di come si sono svolti i fatti, ma sostiene di aver sparato “perché ha avuto paura”. E sa che “quello che è stato fatto dopo da lui e dai suoi colleghi è uno sbaglio”, ha spiegato. Ha avuto paura di Mansouri, continua Porciani, perché “un delinquente che si mette una mano in tasca non sai se ha una caramella, un sasso, un coltello o una pistola”. E comunque “a 30 metri è chiaro che anche se avesse voluto colpire Mansouri non ci sarebbe riuscito con le armi che gli agenti hanno in dotazione. Questo è chiaro e pacifico”.
L’avvocato sostiene poi che “il collega di Cinturrino che ha preso la valigetta in commissariato non poteva non sapere cosa c’era all’interno”. “Una cosa Cinturrino ci tiene a dire -aggiunge il legale- lui non ha mai preso un centesimo da nessuno. Me l’ha garantito”.
Ieri il capo della polizia, Vittorio Pisani, riferendosi a Cinturrino, ha parlato di “un ex poliziotto, di un delinquente”: “Che venga cacciato, io sono d’accordo -dice Porciani- perché, giustamente, una persona così nel’Amministrazione non ci sta. Tuttavia per me ‘delinquente’ non è uno che sbaglia, ma è uno che delinque. Sono due cose diverse”.
Ora, aggiunge, “lui si scusa con tutte le persone di cui ha tradito la fiducia. Sostiene di essere pentito nei confronti di tutta l’Italia perché dice ‘io sono quello che dovevo far osservare la legge e ho sbagliato’. E questa mi sembra una cosa di una persona molto pentita. E’ triste per la sua famiglia, per i suoi colleghi e per l’Amministrazione, che ha servito per tanti anni”. Quanto al 28enne che ha perso la vita, “sia sua mamma che lui sono andati in chiesa a pregare. Penso sia la cosa migliore che si possa fare”, conclude.

La testimonianza dei colleghi indagati

“Sì, l’ho visto chiedere soldi e droga”, è stata una delle risposte secche che un collega di Cinturrino ha reso durante il recente interrogatorio al pubblico ministero di Milano Giovanni Tarzia. Sentito come indagato per favoreggiamento e omissione di soccorso, il quadro che emerge è quello di un agente che cercava di stare lontano dal 41enne assistente capo. “Non mi ispirava fiducia, ho sempre chiesto di non lavorare con lui.
Io ho sempre fatto presente all’ispettore di non metterci insieme, e dopo un po’ anche lui si è reso conto che Carmelo aveva atteggiamenti non belli. Era aggressivo, allungava le mani.
Io personalmente ho visto che si portava un martello e una volta lo ha usato per picchiare i tossici”. Un’arma che usava “quando i tossici non gli dicevano dove erano i soldi e dove era la sostanza”.
A farne le spese è stato anche un invalido, frequentatore del boschetto. “Con lui era diventato un accanimento. Diverse volte Cinturrino lo ha indagato, ma spesso si sfogava con lui. Gli alzava le mani è capitato anche che ha usato il martello con lui. Gli chiedeva soldi e droga. In più occasioni l’ho visto con un martello, lo teneva sotto la manica in modo che non si vedesse”.

Parole condivise da un altro agente anche lui presente il pomeriggio del 26 gennaio scorso in via Impastato a Rogoredo. “Urla, schiaffi, qualche colpo con un pezzo di legno. Spesso ce lo riferivano i tossici, io lo avrò visto cinque o sei volte colpire qualcuno. Io lo redarguivo perché a me non piaceva per niente questo atteggiamento. Io ho visto solo qualche ceffone, ma dei colpi col bastone me lo hanno detto i tossici. Lo faceva per farsi dire dove era la sostanza. Mi hanno riferito che ‘se danno tutto’ non li arrestano. Io sono rimasto stupito, mi hanno detto che con ‘Luca’, soprannome di Carmelo, facevano così, davano la sostanza e lui non li arrestava”.
E a verbale spunta anche un racconto inedito di qualche giorno prima l’omicidio di Mansouri che viene decritto come una sorta di ossessione per l’assistente capo. “Lui è andato nel bosco, ma l’ho solo visto andare nel bosco, poi è tornato e per ‘gratificare’ i tossici gli ha dato della sostanza stupefacente, sicuramente cocaina, non so se ci fosse altro. Mi sembra fosse una dose ma non sono sicuro”.
E che i soldi consegnati dai frequentatori del boschetto potessero finire dritte nelle tasche del fermato, è il sospetto degli interrogati. “Ho avuto il sentore. Ma visto personalmente no. Una volta ricordo che durante un sommario controllo di un tossico gli abbiamo trovato una banconota da 20 euro. Io l’ho data a Carmelo”, ma quei soldi “non gli sono mai stati restituiti e non abbiamo fatto nessun verbale di sequestro”. E aggiunge: “si parlava spesso in Commissariato (Mecenate, ndr) del fatto che fosse una persona poco raccomandabile. Io ho sempre cercato di limitare al minimo i rapporti con lui”.

Provò a crearsi l’alibi, 3 messaggi dopo lo sparo a Mansouri

Da i verbali dell’interrogatorio di uno dei poliziotti, emerge anche un altro dettagli: Cinturrino ha provato a ingannare i colleghi presenti al momento dello sparo con tre messaggi.
Interrogato dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, l’uomo in divisa ha mostrato tre messaggi che Cinturrino gli ha inviato alle 17.46 di quel lunedì. “E’ arrivato in fondo Zac. Zio. Vieni che è lì”, scrive il 41enne che fa riferimento al soprannome del giovane pusher di origine marocchina a cui da tempo dà la caccia quando è impegnato nei controlli anti spaccio nel boschetto di Rogoredo.
L’orario è decisivo: Mansouri è stato colpito con un colpo di pistola sparato a una distanza di oltre 20 metri alle ore 17.33, morirà dopo una lunga agonia sul terreno fangoso.
La chiamata di Cinturrino ai soccorsi arriva alle ore 17.55, ben 22 minuti dopo lo sparo e nonostante le false rassicurazioni ai colleghi di aver già chiamato il 118.
“Alle 17.46 quando ho ricevuto questi messaggi avevo già visto il corpo a terra, ma al momento ero molto scioccato. Credo che questi messaggi siano stati inviati da Carmelo per tutelarsi, per far credere che a quell’ora Zack non era ancora morto come per dirmi ‘vieni che lo prendiamo’” spiega il poliziotto sentito nei giorni scorsi dal pm Tarzia. ADNKRONOS 


Il pizzo, la droga e le protezioni, il ‘sistema Cinturrino’

 

In realtà, l’assistente capo Carmelo Cinturinno era tra le “mele marce” di cui ha parlato il questore di Milano Bruno Megale, dopo il suo fermo per l’omicidio di Abderrhaim Mansouri, 28 anni, ucciso con un colpo di pistola alla testa nel boschetto di Rogoredo.
Un poliziotto a due facce, noto per i tanti arresti fatti nella zona sud di Milano, come lui stesso ha ricordato nel primo confronto con il pm la sera stessa della morte di Manosuri, ma anche per le tante voci che giravano su di lui. Di certo “una persona pericolosa” per i delinquenti ma anche per i suoi colleghi, che infatti lo temevano al punto da finire indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. “E’ una persona che incute timore, è rude”, ha detto uno dei 3 agenti finiti sotto inchiesta. Tutti hanno messo a verbale che Cinturrino si sarebbe attivato quella sera “più volte per raccomandare che la versione della ‘legittima difesa’ venisse sostenuta senza esitazioni” e che loro avevano il “timore” che potesse “aggredirli e far loro del male”.
D’altronde non aveva esitato a sparare, un colpo secco alla tempia per uccidere Mansouri, e poi la messinscena della pistola messa accanto al cadavere. Resta da chiarire il movente, ma è certo che tra i due ci fosse una conoscenza pregressa, oltre che “un patto scellerato”: Cinturinno gli chiedeva 200 euro e 5 grammi di cocaina per lasciarlo in pace ma qualcosa si deve essere rotto e lo spacciatore aveva cominciato ad aver paura. Il suo legale gli aveva consigliato di filmare gli incontri con i tentativi di estorsione e Mansouri sembrava aver accettato per poi ricredersi. Da qui la paura e le minacce di morte.Perché anche questo era il “sistema” Cinturrino: una protezione illimitata ai pusher del quartiere Corvetto, dove viveva con la compagna, pugno di ferro con quelli di Rogoredo, con richieste di soldi anche ai tossicodipendenti. Italiani i primi, nordafricani i secondi, ai quali riservava tutta la sua crudeltà, visto che era solito “percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello”, come scrivono il procuratore di Milano Marcello Viola e il pm Giovanni Tariza nella richiesta di custodia cautelare in carcere. Ha usato la pistola invece con Mansouri e i suoi colleghi hanno pensato che potesse usarla anche contro di loro: “Ho avuto questo pensiero – ha detto un agente interrogato – Cinturrino è una persona pericolosa”.    ANSA

 


27.1.2026 Il  poliziotto che ha ucciso lo spacciatore: “Mi ha puntato contro un’arma, ho avuto molta paura. L’ho riconosciuto: era Zack”

 

Milano, i verbali dell’assistente capo di 41 anni che ha sparato un colpo di pistola alla testa al 28enne Mansouri da una distanza di 31 metri: “In tanti anni qualcosa ho visto e fatto, ma questa era un’altra cosa. Di recente l’uomo era stato fermato da una volante, non ci ho mai avuto a 

Milano – “Da lontano, vicino all’ingresso, vedo due figure che inizialmente si avvicinano verso di noi, poi uno l’ho perso di vista, mentre l’altro… L’ho rivisto avvicinarsi e fermarsi”.  Sono le 17.30 di lunedì, la scena si svolge in un sentiero incastonato tra i binari della ferrovia e le rampe della Tangenziale Est. Via Impastato, quartiere Rogoredo, Milano. A descrivere la scena al pm Giovanni Tarzia, nel corso dell’interrogatorio in Questura, è l’assistente capo di 41 anni che poi sparerà a quella “sagoma“ da una distanza di 31 metri, uccidendo con un colpo alla testa il ventottenne marocchino Abderrahim Mansouri, ritenuto un esponente di spicco della famiglia che governa lo spaccio nell’area dell’ex “boschetto della droga“.

L’agente di polizia è indagato per omicidio volontario

Con lui, ora indagato per omicidio volontario, ci sono altri cinque colleghi del commissariato Mecenate, due in divisa e tre in borghese: hanno appena arrestato un pusher bengalese di 28 anni, ’cavallino‘ nascosto sotto una tenda a distribuire ’palline‘ al confine tra Milano e San Donato. È in quei secondi che l’assistente capo, in abiti civili, vede l’uomo una cinquantina di metri più in là: “Quando siamo arrivati a circa venti metri, la persona si è fermata. Ci siamo qualificati dicendo ‘Fermo, polizia’ e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro”. Si scoprirà solo dopo che è una riproduzione a salve di una Beretta 92, ma l’assenza del tappo rosso la rende identica a un’arma vera.

I colleghi in commissariato “lo chiamavano con lo pseudonimo di Zack”

“Io, che nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passoper iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto”. “Lei lo vedeva in faccia?”, la domanda del pm Tarzia. “Sì, l’ho riconosciuto perché era una persona nota al commissariato – la risposta –. Lo chiamavano con lo pseudonimo di Zack. So che di recente era stato fermato da una volante del commissariato, non ci ho mai avuto a che fare”.

Il foro di entrata del proiettile (rimasto conficcato nel cranio) compatibile con una traiettoria frontale

Mansouri dopo il colpo cade all’indietro: morirà durante il trasporto al Niguarda. “Ho avuto molta paura. In tanti anni di servizio in polizia, qualcosa ho visto e ho fatto, ma questa era un’altra cosa”, aggiunge il poliziotto a una domanda rivoltagli dal suo legale, Pietro Porciani. La ricostruzione messa a verbale verrà passata al setaccio dai colleghi della Squadra mobile e confrontata con gli esiti di autopsia e test balistici: il foro di entrata del proiettile (rimasto conficcato nel cranio) è compatibile con una traiettoria frontale.

Chi è Abderrahim Mansouri: l’aggressione ai finanzieri, gli alias, le indagini per droga

Le prime tracce di Mansouri in Italia risalgono all’agosto 2016, quando fu controllato da due finanzieri in via San Bernardo, a un paio di chilometri da via Impastato: aggredì i militari con calci e pugni e provò a sfilare la pistola a uno di loro prima di essere arrestato. Nel maggio 2021, con l’alias di Zuahir Whage, fu nuovamente ammanettato in un’operazione antidroga della Polfer. Quattro mesi fa, è stato indagato per stupefacenti e ricettazione.

In tasca aveva hashish, cocaina ed eroina per rifornire i pusher: potrebbe aver scambiato gli agenti per rapinatori

E l’altra sera aveva in tasca 70 grammi di hashish e 29 tra cocaina ed eroina: probabilmente era lì per rifornire i pusher. Il suo comportamento anomalo (quasi sempre gli spacciatori scappano quando si imbattono nella polizia) fa ipotizzare agli investigatori che abbia scambiato gli agenti per rapinatori del pusher bengalese e che sia spuntato da un canale per metterli in fuga. Il fratello del 28enne ucciso ha nominato un avvocato, la legale è Debora Piazza. Per la famiglia della vittima, fa sapere Piazza, deve essere “accertata tutta la verità, perché non convince affatto la versione resa dall’agente sulla dinamica di quanto accaduto”. IL GIORNO