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UMBERTO LUCENTINI â Â giornalista- scrittore e amico di BorsellinoÂ
 âA fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio lâesame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnatoâ: servitore dello Stato fino in fondo, Paolo Borsellino, magistrato nato e morto a Palermo, ha portato allâestremo la sua scelta professionale e di vita. Ucciso insieme agli uomini della scorta, il 19 luglio del 1992, nella strage di via DâAmelio, Paolo Borsellino è stato inserito dalla speciale commissione della Santa Sede nellâelenco dei martiri della giustizia del XX secolo. E da martire, Borsellino, ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita: dopo unâaltra strage, quella del collega e amico Giovanni Falcone (era il 23 maggio del â92, con il giudice câerano la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta).
Borsellino era diventato il ânemico numero uno della mafiaâ. Ma, a esser piĂš precisi, nel mirino dello cosche Borsellino è da anni, almeno dallâ80, quando inizia ad indagare con il capitano dei carabinieri Emanuele Basile sul clan dei âcorleonesiâ di Totò Riina e Bernardo Provenzano, allora sconosciuti âpicciottiâ destinati a diventare i sanguinari capi della mafia siciliana. Da quel momento, la âmissioneâ antimafia di Borsellino diventa una strada senza ritorno.
Nato a Palermo il 19 gennaio del 1940, in un quartiere borghese e popolare insieme, quello della Magione, Borsellino respira unâaria di rigore morale senza però chiudere gli occhi davanti al piccolo mondo della delinquenza che lo circonda. Figlio di farmacisti, quindi appartenente ad una delle famiglie piĂš in vista del quartiere, Borsellino resta molto affezionato alla Magione, dove da bambino frequenta lâoratorio di San Francesco e gioca con un altro bimbo della zona, Giovanni Falcone.
Cresciuto in una famiglia che aderisce al fascismo, il piccolo Paolo durante i bombardamenti degli americani si trasferisce ad Alcamo con la famiglia. E al momento dello sbarco degli alleati riceve un ordine dalla madre: âNon accettare nulla dagli americaniâ.
Queste vicende e i racconti di âZio Ciccioâ, reduce della Campagna dâAfrica, gli suscitano curiositĂ sulle vicende del periodo fascista: una delle prime âbravateâ di Paolo è una tappa a Belmonte Mezzagno, un paesino che dista mezzora di autobus da Palermo, dove va a prendere informazioni sui suoi nonni.
Dopo avere frequentato il Liceo classico âMeliâ si iscrive alla facoltĂ di Giurisprudenza. AllâUniversitĂ , nel 1959 Borsellino aderisce allâorganizzazione Fuan Fanalino, un gruppo studentesco legato alla destra. Membro dellâesecutivo provinciale, delegato al congresso provinciale, viene eletto come rappresentante studentesco nella lista del Fuan Fanalino: lâattivitĂ politica lo coinvolge, ma riesce a conciliare politica e studio senza grossi problemi . Il 27 giugno 1962, allâetĂ di 22 anni, Borsellino si laurea con 110 e lode. Pochi giorni dopo, subisce la perdita del padre: ora è affidato a lui il compito di provvedere alla famiglia.
Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per superare il concorso in magistratura. Ci riesce nel 1963. Per non perdere la licenza della farmacia impegna il primo stipendio di giudice per riscattarla: la sorella Rita, piÚ piccola di lui, ne diventerà la titolare dopo la laurea. Nel 1965 Borsellino inizia la sua carriera di magistrato: è destinato al tribunale civile di Enna, come uditore giudiziario. Nel 1967 il primo incarico operativo: pretore a Mazara del Vallo, nel periodo del dopo terremoto. Intanto, il 23 dicembre del 1968, Borsellino si sposa con Agnese Piraino Leto, una giovane palermitana che gli darà tre figli. Il giudice continua a lavorare a Mazara facendo la spola ogni giorno da Palermo.
Nel 1969 il trasferimento alla pretura di Monreale, praticamente il ritorno a casa. Ă lĂŹ che Borsellino comincerĂ a conoscere da vicino la mafia, quella âselvaggia e spietataâ dei âcorleonesiâ, e lavora fianco a fianco con il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. I due costituiscono un tandem investigativo affiatato, che continuerĂ a lavorare anche dopo il 1975, quando Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo e a luglio entra allâUfficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il capitano Basile lavora alle indagini antimafia, scopre veritĂ fino ad allora solo immaginate, ordina arresti sulla base delle indagini del capitano Basile. Ă lâ80 quando il capitano viene ucciso in un agguato. E per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta. Da quel momento il clima in casa Borsellino cambia.
Il giudice comincia a vivere sotto protezione, le sue abitudini di vita cambiano, anche se si sforzerĂ di non farlo pesare ai tre figli che intanto crescono. Il suo modo di fare, la sua decisione, influenzano il âsentireâ dei suoi familiari. La moglie ricorderĂ cosĂŹ quegli anni: âIl suo modo di esercitare la funzione di giudice lo condivido, perchĂŠ anchâio credo nei valori che lo ispirano⌠Non penso mai, per egoismo, per desiderio di una vita facile, di ostacolarlo⌠Non è stato un sacrificio immolare la sua vita al mestiere di giudice: Paolo ama tantissimo cercare la veritĂ , qualunque essa siaâ.
La scorta costringe il giudice e la sua famiglia a convivere con un nuovo sentimento:Â la paura.
Borsellino ne parla e la affronta cosĂŹ: âLa paura è normale che ci sia, in ogni uomo, lâimportante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avantiâ. Nellâufficio istruzione nasce il âpool antimafiaâ di Falcone, Borsellino e Barrile, sotto la guida di Rocco Chinnici. Borsellino comincia a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa. Parallelamente continua il lavoro nel pool.
Questa squadra funziona bene, ma si comprende che per sconfiggere la mafia il pool, da solo, non è sufficiente. Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, lâistituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi.
I magistrati del pool pretendono lâintervento dello Stato perchĂŠ si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta. E infatti la mafia reagisce: il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con unâautobomba. Borsellino è intimamente distrutto, dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita. Il âcapoâ del pool, il punto di riferimento, viene a mancare. Borsellino con molta preoccupazione commenta: âLa mafia ha capito tutto: è Chinnici la testa che dirige il Poolâ.
A sostituire Chinnici arriva a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto e il pool, sempre piĂš affiatato, continua nellâincessante lavoro raggiungendo i primi risultati: âSentiamo la gente fare il tifo per noiâ. Nel 1984 viene arrestato il potente ex sindaco democristiano Vito Ciancimino, si pente il boss Tommaso Buscetta, e Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei âpentitiâ nelle indagini e nella preparazione dei processi.
Comincia la preparazione del maxiprocesso, e i protagonisti delle indagini continuano a cadere sotto il piombo mafioso. Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti sullâisola dellâAsinara per concludere lâistruttoria del maxi-processo e predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi.
Falcone è con la moglie, Borsellino porta con sĂŠÂ la famiglia. Lucia, la figlia piĂš grande, si ammala di anoressia psicogena, Tornato a Palermo, il giudice dovrĂ affrontare anche questa battaglia. La figlia guarisce, il maxi-processo decolla, e Borsellino chiede il trasferimento alla Procura di Marsala per ricoprire lâincarico di Procuratore Capo.
Borsellino scopre i legami tra i clan della provincia e quelli palermitani, raccoglie le confidenze dei primi collaboratori di giustizia. E quando, nel 1987, Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool di Palermo, Borsellino si schiera a favore di Falcone: criticherĂ il successore di Caponnetto per aver âsmembratoâ il pool, finisce sotto processo al Consiglio superiore della magistratura. Riabilitato, torna a lavorare e continua ad assestare nuovi colpi alle cosche.
FinchĂŠ, con lâistituzione della Procura nazionale antimafia e delle Direzioni distrettuali antimafia, rientra a Palermo come procuratore aggiunto, dove si occuperĂ delle indagini sulla mafia di Agrigento e Trapani. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta.
In una dichiarazione si può riassumere lo stato dâanimo di Borsellino in quel momento: âUn pentito è credibile solo se si trovano i riscontri alle sue dichiarazioni. Se non ci sono gli elementi di prova, la sua confessione non vale nulla. Ă la legge che lo dice⌠e io sono un giudice che questa legge deve applicarla.
I rapporti tra mafia e politica? Sono convinto che ci siano. E ne sono convinto non per gli esempi processuali, che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è lâessenza stessa della mafia che costringe lâorganizzazione a cercare il contatto con il mondo politico. Ă maturata nello Stato e nei politici la volontĂ di recidere questi legami con la mafia? A questa volontĂ del mondo politico non ho mai credutoâ.
Si apre la corsa alla Superprocura, e nel maggio del â92 sembra che Falcone abbia raggiunto i numeri necessari per essere nominato. Ma il 23 maggio, Falcone, che nel frattempo era stato nominato direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, torna a Palermo e viene ucciso nella strage di Capaci. Per Borsellino è un colpo durissimo.
Gli viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma Borsellino rifiuta, sebbene sia consapevole che quella sia lâunica maniera che ha per condurre in prima persona le indagini sulla strage di Capaci.
Ad un mese dalla morte dellâamico Falcone, tra le fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di raccontarlo: âPerchĂŠ non è fuggito, perchĂŠ ha accettato questa tremenda situazione⌠per amore.
La sua vita è stata un atto dâamore verso questa cittĂ , verso questa terra che lo ha generato. PerchĂŠ se lâamore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa cittĂ e la patria a cui essa appartiene. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera, dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivoâ.
Borsellino vuole collaborare alle indagini sullâattentato di Capaci di competenza della procura di Caltanissetta.
Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice cerca di sentirne il piĂš possibile. Arriva la volta di Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con Borsellino perchĂŠ sapevano di potersi fidare, perchĂŠ ne conoscevano le qualitĂ morali e lâintuito investigativo. Continua a lottare per poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo.
Ma il 19 luglio 1992 va in via DâAmelio, a prendere la madre per accompagnarla dal medico. Unâautobomba, posteggiata tra tante altre auto, senza che nessuna autoritĂ si preoccupasse di istituire una zona rimozione, esplode. Il giudice muore con i suoi cinque agenti di scorta. Amava ripetere, lui religiosissimo, scherzandoci su per esorcizzare la morte: âNon sono nĂŠ un eroe nĂŠ un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perchĂŠ la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederĂ nellâaldilĂ . Ma lâimportante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento. Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire serenoâ.
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9.10.2023 Umberto Lucentini
Ma nellâaudizione ho sentito parlare â tra lâaltro- del delitto del capitano Basile e del tentativo di orientare la sentenza del processo nel â92, dei pentiti che il procuratore Borsellino stava ascoltando nei suoi ultimi giorni di vita e dellâagguato a Rino GermanĂ trasferito a Mazara del Vallo dopo unâinchiesta scomoda, del dossier mafia appalti del Ros e delle riunioni in procura a Palermo allora guidata da Giammanco e delle sue pressioni per chiudere le indagini su politici, del nido di vipere di cui parlò Borsellino e del ruolo di funzionari legati ai servizi di sicurezza, della mancata bonifica di via DâAmelio nei giorni dopo la strage di Capaci e dellâaltissimo rispetto delle istituzioni che Borsellino aveva e ha trasmesso alla sua famiglia, del comunicato di Caponnetto che subito svelò che dopo via DâAmelio non si trovava lâagenda rossaâŚ
Umilmente, non credo che il procuratore Borsellino meriti ancora, dopo tanti anni, che si insulti chi racconta tutti questi fatti invocando un depistaggioâŚâ
Fonte: FB
La âpalermitudineâ di Paolo Borsellino. LA VERITAâ NEGATA
Paolo Borsellino 1992⌠La veritĂ negata: Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino viene ucciso dalla mafia in via DâAmelio, mentre si reca a trovare la madre. La cronologia dei drammatici ultimi giorni che portano Paolo Borsellino dritto verso il sacrificio della propria vita.
Il ricordo dei figli, sempre accanto al padre, magistrato in lotta contro le trame oscure della mafia e dei suoi complici; la loro enorme delusione e amarezza per le tante lacune, le troppe omissioni e manipolazioni, che hanno caratterizzato le inchieste sulla strage di via DâAmelio.
I processi clamorosamente smentiti dopo 26 anni da una sentenza che ha certificato il depistaggio, definito uno dei piĂš gravi della storia giudiziaria del nostro Paese, che ha tanti protagonisti e comparse: un danno, per la collettivitĂ tutta, che a causa del troppo tempo trascorso ha reso difficilissima, se non addirittura impossibile, la ricostruzione della veritĂ processuale. La veritĂ negataâŚ
Questo libro, che racconta la storia di Paolo Borsellino e del suo mondo, non è una semplice riedizione in occasione dei trentâanni dellâattentato costato la vita anche ai poliziotti della scorta, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Claudio Traina, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina. Queste pagine rilette oggi sono anche un atto dâaccusa nei confronti di chi non ha onorato lâesempio di Paolo Borsellino.
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Paolo Borsellino, la veritĂ negata â RAI NEWS
Il giornalista Umberto Lucentini racconta il magistrato ucciso da Cosa nostra il 19 luglio di trentâanni fa
Palermo non gli piaceva, e anche per questo imparò ad amarla. PerchĂŠ Paolo Borsellino apparteneva a quella umanitĂ che dimostra i sentimenti nella concretezza dei gesti, senza tanti annunci programmatici o di interesse: âPerchĂŠ il vero amore consiste nellâamare ciò che non ci piace per poterlo cambiareâ.
EÂ Borsellino ci ha provato con tutti i suoi mezzi, fino al 19 luglio del 1992, a cambiare Palermo e a sconfiggere la mafia, senza perdere il sorriso nĂŠ la gentilezza. Da Monreale a Palermo, da Marsala allâAsinara. Da giudice istruttore a procuratore della Repubblica, ma anche da padre, marito, amico: sempre a disposizione di un prossimo che aveva necessitĂ di essere ascoltato e senza far sentire il suo grado di magistrato.
A quasi trentâanni dalla strage di via DâAmelio, Umberto Lucentini, giornalista e autore della biografia Paolo Borsellino (San Paolo Edizioni, 2022), tratteggia nuovamente il suo ritratto e contribuisce a custodirne lâintegritĂ della sua figura negli anni.
Qual è stato il suo primo incontro con Paolo Borsellino?
Lâho conosciuto subito dopo il suo arrivo a Marsala. Lavoravo al Giornale di Sicilia e collaboravo con il settimanale Europeo, occupandomi giĂ di cronaca giudiziaria. Dovevo scrivere per il settimanale un articolo su una procura di periferia, quale Marsala, e di un magistrato che aveva appena terminato lâistruttoria del maxi processo. Mi incuriosiva capire cosa avrebbe fatto un magistrato di quel calibro in un contesto periferico.
Il periodo di Marsala delinea una delle caratteristiche principali di Borsellino: la capacitĂ di anticipare i tempi, intuire quanto la mafia di provincia incidesse su quella palermitana.
Borsellino quel giorno mi spiegò che indagando sul maxi processo, quindi sulle cosche di Cosa nostra, sullâascesa dei corleonesi di Totò Riina e Bernando Provenzano, aveva scoperto che questi capomafia avevano un legame fortissimo con la provincia di Trapani e piĂš in generale con le zone di Mazara del Vallo e Castelvetrano, che ricadevano sotto la competenza territoriale della procura di Marsala. Borsellino è stato il primo a capire che i legami di Cosa nostra palermitana con quella provincia erano fortissimi. Si è scoperto solo dopo il 1992 e le stragi che Totò Riina era solito passare parte della sua latitanza a Mazara del Vallo. Inoltre Borsellino, con lâaiuto degli investigatori, ha capito il ruolo della famiglia Messina Denaro, da cui proviene Matteo, il piĂš pericoloso latitante italiano ricercato dal 1993.
La nomina di procuratore a Marsala fu anche oggetto di critiche da parte di Leonardo Sciascia nellâ articolo I professionisti dellâantimafia. Quali furono le reazioni di Borsellino?
Sciascia scrisse un articolo per Il Corriere della sera in cui di fatto Borsellino veniva dipinto come un professionista dellâantimafia, perchĂŠ il Consiglio Superiore della Magistratura in quella occasione aveva preferito destinare allâincarico di procuratore di Marsala un magistrato che aveva unâanzianitĂ inferiore rispetto allâaltro concorrente, e di fatto compiendo una scelta di campo, preferendo chi aveva una professionalitĂ in temi di lotta contro Cosa nostra, rispetto a un altro magistrato. Essere additato come professionista dellâantimafia è stato davvero troppo. Borsellino ha capito subito che probabilmente Sciascia era stato indotto in errore nello scrivere quellâarticolo e nellâesprimere quelle valutazioni su di lui, tantâè che anni dopo in un successivo incontro con Sciascia, proprio a Marsala, i due ebbero un incontro di âpacificazioneâ. Lâarticolo di Sciascia è stato importante e al tempo stesso nefasto perchĂŠ ha dato fiato alla parte di societĂ che osteggiava il lavoro dei magistrati antimafia in Sicilia. La polemica fu un tentativo, utilizzato da molti, per indebolirli.
Lâorganizzazione del pool è lâintuizione decisiva per la lotta contro la mafia. Quanto è stata determinante la complicitĂ tra i quattro giudici, con il nuovo metodo investigativo?
Il pool è una vera ârivoluzione culturaleâ ancora oggi, vista a tanti anni di distanza. Il metodo investigativo, inventato da Rocco Chinnici e proseguito con Antonino Caponnetto, mette a disposizione di tutti i magistrati le informazioni. Certamente la complicità è stata fondamentale: Falcone e Borsellino si conoscevano fin da bambini, frequentavano la stessa parrocchia ed essersi ritrovati da adulti, da magistrati a Palermo, con le stesse fondamenta e principi, ha rappresentato lâarma vincente. Scherzavano e parlavano lo stesso linguaggio, ed essendo cresciuti in un quartiere popolare, conoscevano sia âgli sbirriâ che il modo di pensare dei mafiosi. Avevano la stessa âpalermitudineâ, Falcone e Borsellino: sapevano cogliere i segnali, decifrare gli sguardi di chi era stato mafioso e che si fidava di loro come magistrati, decidendo di diventare collaboratore di giustizia. La loro complicitĂ e la loro origine comune sono state messe al servizio del pool antimafia.
E il linguaggio di Borsellino è stata la sua arma vincente?
Borsellino ha sempre avuto la capacitĂ di mettersi alla pari con gli altri. Questo era il suo segreto. Durante il nostro primo incontro, da giornalista di 24 anni, alle primissime armi, quel giorno mi sono sentito⌠Enzo Biagi: quel pomeriggio mi ha dedicato almeno unâora del suo tempo, raccontandomi dal maxi processo allâ incarico a Marsala, dandomi attenzione, facendomi sentire come un giornalista importante, anche se ovviamente non lo ero.
Falcone e Borsellino. Due mondi distanti per politica, idea di famiglia, carattere e senso dellâumorismo. Ă stata una totale complementarietĂ ?
Il carattere dei due era molto diverso. Falcone appariva molto piĂš chiuso eppure, come racconta Manfredi, Borsellino del periodo trascorso allâAsinara, rideva e scherzava e si divertiva a pescare, sembrava un altro uomo in quei giorni: non aveva il condizionamento di essere sempre allâerta, di temere che ogni cosa che avrebbe detto o fatto poteva essere interpretata a suo sfavore e finire nel tritacarne mediatico. Poi il fatto che Falcone non avesse figli e Borsellino sĂŹ, era una differenza enorme, ma per la paura di dover svolgere il proprio lavoro quotidianamente e pensare a unâeventuale ritorsione sulla famiglia. Che poi avessero avuto da giovani idee politiche distanti, non penso che sia mai stato motivo di ostacoli nelle loro relazioni.
Nel suo libro biografico, sottolinea una sequenza di numeri ricorrenti nella vita del giudice: la morte a 52 anni, come il padre e lo zio, le stanze in successione di Borsellino e Falcone, 63 e 64. Câè quasi una cabala che giustifica il fatalismo di Borsellino, questo come si concilia con il suo cattolicesimo?
I figli di Borsellino â Lucia, Manfredi e Fiammetta â e la moglie, Agnese, con i quali di fatto ho scritto questo libro, raccontano che Borsellino scherzava spesso con il tema della morte, per esorcizzarla. Fiammettaprima dellâestate del â92 gli comunica che vuole andare in Africa con alcuni suoi amici, e il padre le risponde: âSe tu sei in Africa in un villaggio sperduto, come faccio a telefonarti per dirti che mi hanno ammazzato?â. Questa è una frase drammatica detta alla figlia con il sorriso sulle labbra, ma che rende evidente quale fosse lâatteggiamento di Borsellino nei confronti del fatalismo, che non è mai stata rassegnazione. Negli ultimi giorni della sua vita ripeteva: âDevo fare in frettaâ, ma non solo per convinzione della morte ormai prossima, ma perchĂŠ voleva ottenere risultati investigativi nel piĂš breve tempo possibile.
La biografia, in origine, doveva essere un poâ diversa: un libro scritto a quattro mani con Borsellino.
Nel periodo da procuratore a Marsala, Borsellino stava cominciando unâinchiesta importantissima che partiva da Partanna, grazie alla testimonianza di Piera Aiello e Rita Atria (testimoni di giustizia raccontate in un altro libro di Umberto Lucentini, Maledetta Mafia, ndr). in quanto appartenenti, loro malgrado, ad una famiglia mafiosa. Borsellino ha potuto fare luce su un territorio fino ad allora blindato, dove i segreti di mafia non trapelavano. Gli proposi di scrivere un libro sulle donne e la mafia, un tema che allora, nel â91, non era cosĂŹ frequente, ma un fenomeno che stava rivelando tutta la sua importanza. Borsellino era dâaccordo, però suggerĂŹ di ampliare il libro con la sua vita da giudice, successi e delusioni, gli amici che lo avevano tradito e i nuovi che aveva incontrato a Marsala. Il progetto era iniziato cosĂŹ, poi Borsellino fu trasferito a Palermo e non abbiamo fatto in tempo a finire il libro. Dopo il 19 luglio, è stata la famiglia Borsellino a dirmi: âQuesto progetto deve andare avanti. Paolo Borsellino deve continuare a vivere anche grazie alle parole di un libroâ. E abbiamo cominciato questa bellissima avventura. TORTUGA Â
Via dâAmelio, Lucentini âCronaca di una strage annunciataâ
âLa strage di via DâAmelio è davvero la cronaca di una morte annunciata perchè se noi torniamo indietro al 23 maggio, giorno dellâattentato a Capaci, da quel momento cominciano i 57 giorni della morte annunciata di Paolo Borsellino. Tutti sapevano che era il giudice e amico piĂš vicino a Giovanni Falcone ed era ovvio il rischio che correva. Eppure nessuno in via DâAmelio aveva istituito la zona rimozione per le auto, nessuno aveva provveduto a proteggere la vita di Borsellinoâ. CosĂŹ il giornalista Umberto Lucentini, intervistato da Claudio Brachino per lo speciale Primo Piano dellâagenzia Italpress dedicato al 30ennale della strage di via DâAmelio.
Lucentini nel suo libro âPaolo Borsellino 1992⌠La veritĂ negataâ scritto con Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino, figli del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 a Palermo, ricostruisce tutta la vita del giudice e ricorda il momento in cui arrivò in via DâAmelio: âCâera di tutto, eppure le indagini che dovevano occuparsi di preservare il luogo della strage non sono state dal punto di vista professionale ineccepibili. Poi câè la storia dellâagenda rossa che teneva sempre con sè, quella agenda che era in auto nella borsa di Borsellino è sparita, si è saputo subito che mancava allâappello ma dellâagenda rossa non câè tracciaâ. Nella strage persero la vita anche cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.
âBorsellino â prosegue Lucentini â in quel periodo del 1992 a Palermo indagava per un certo periodo sul delitto di Salvo Lima, ma indagava anche sulle rivelazioni che stavano facendo importanti pentiti di mafia con un ruolo di primo piano ai vertici di Cosa Nostra e stava raccogliendo dichiarazioni che mettevano in luce le complicitĂ con esponenti della politica e della magistratura. La mafia da sola aveva i propri interessi per eliminare Borsellino, ma sapeva che aveva un prezzo da pagare altissimo perchè dopo la morte di Falcone lo Stato aveva iniziato a reagire. Paolo Borsellino era una persona che aveva un altissimo senso delle istituzioni, quando negli ultimi giorni della sua vita ha cominciato a sapere da fonti attendibili che câerano delle collusioni è stato fisicamente male, lo ha raccontato la moglie Agnese. Per lui, uomo di Stato tutto dâun pezzo, era impossibile ammettere che ci fosse qualcuno dei suoi colleghi o altri uomini delle istituzioni che potessero avere collusioni con la mafiaâ.
Lucentini sottolinea come per Borsellino la giustizia veniva prima di tutto, âuna giustizia che deve essere veloce e giusta, lui non partiva da una tesi precostituita per arrivare a un obiettivo, raccoglieva fatti e testimonianze e dopo traeva le proprie conclusioni, è una ereditĂ professionale ma anche morale ed etica perchè a lui non interessava raggiungere la propria tesi ma interessava avere giustizia. Borsellino â sottolinea â è un esempio, unâereditĂ che ci impone di scegliere da che parte stare. Ho una grandissima ammirazione, al di lĂ dellâaspetto personale, per la signora Agnese e per Lucia, Manfredi e Fiammetta perchè hanno dimostrato con i loro comportamenti di vita quotidiana quanto siano i testimoni della grandissima umanitĂ , profonditĂ e generositĂ di Borsellinoâ. Infine un ricordo personale: âEra una persona di grande umanitĂ e disponibilitĂ verso il prossimo, senza un secondo fine. Io lâho conosciuto a 24 anni, ero un giovane giornalista mentre lui era giĂ un grande magistrato, quel giorno in cui lo vidi per la prima volta ho trovato un uomo grande e io mi sentii Enzo Biagi perchè mi dedicò tanto del suo tempoâ, conclude Lucentini.  (ITALPRESS) BLOG SICILIA 9.7.2022
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Pantelleria, Umberto Lucentini presenta il suo libro su Paolo Borsellino
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