Una certa antimafia li aveva già condannati, anni di indagini, intercettazioni e accuse infamanti – compresa quella mafiosa sul legale – rilevano un nulla di fatto
Avolte la giustizia sembra muoversi seguendo una sceneggiatura già scritta, dove i ruoli sono assegnati prima ancora che inizino le riprese. In questa storia, il copione prevedeva un nuovo capitolo del “depistaggio infinito” sulla strage di via D’Amelio, con protagonisti inaspettati: un avvocato storico, un giornalista di fama e un ex killer che ha deciso di parlare dopo trent’anni. Ma le carte depositate dalla Procura di Caltanissetta, che ora chiede l’archiviazione per l’avvocato Ugo Colonna e per Michele Santoro, raccontano una realtà molto diversa, fatta di sospetti pesanti che si sono sciolti come neve al sole davanti alla mancanza di prove concrete.
La richiesta di archiviazione, depositata il 3 marzo scorso e firmata dal Procuratore della Repubblica Salvatore De Luca e dal Procuratore aggiunto Pasquale Pacifico, chiude anni di indagini che avevano portato questi due nomi al centro di accuse pesantissime – tra cui, per Colonna, quella con aggravante mafiosa ex art. 416 bis.
Il risultato è che non c’è nulla. Nessun indizio di reato, nessuna prova di concorso. Eppure quegli anni di sospetti pubblici, amplificati da certa antimafia che tutto vede tranne che la mafia, hanno pesato come macigni su chi era costretto a dimostrare l’ovvio.
Per capire il senso di questa vicenda bisogna tornare al 30 gennaio 2020, quando Maurizio Avola, mafioso catanese della famiglia Santapaola-Ercolano con decine di omicidi alle spalle, si presenta per la prima volta davanti ai magistrati di Caltanissetta e racconta di aver partecipato alla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, quella in cui morì il giudice Paolo Borsellino insieme agli uomini della sua scorta. Non si limita ad autoaccusarsi: indica come compartecipi altri uomini di cosa nostra catanese, tra cui Aldo Ercolano, Eugenio Galea e Marcello D’Agata.
E parla anche della presenza di Matteo Messina Denaro. Cosa che in effetti, come Il Dubbio ha rivelato, emerge anche dalle intercettazioni di Totò Riina quando era al 41 bis.
Avola non è un “pupo” costruito in laboratorio come Scarantino. Avola la mafia l’ha fatta davvero, ha partecipato a decine di omicidi e le sue dichiarazioni in passato hanno retto al vaglio di molti processi. Eppure, quando tocca il tasto di via D’Amelio e punta il dito contro i vertici di Cosa Nostra catanese, scatta qualcosa. Una parte dell’antimafia, quella che sembra più interessata a mantenere lo status quo dei “misteri eterni” che a cercare i fatti, alza subito il muro. L’accusa è gravissima: Avola sta mentendo e lo sta facendo sotto la regia del suo legale e di chi quel racconto lo ha trasformato in un libro, “Niente altro che la verità”.
Ugo Colonna, l’avvocato che segue Avola da una vita, finisce nel tritacarne. Viene sospettato di essere il suggeritore, il “regista occulto” di una calunnia architettata per chissà quale fine. La Procura mette sotto controllo i telefoni, usa i trojan, analizza ogni spostamento. Cercano il passaggio di denaro, cercano l’accordo segreto tra il legale e i giornalisti Michele Santoro e Guido Ruotolo. Vogliono dimostrare che quelle rivelazioni sono state comprate o imbeccate.
Ma cosa dicono davvero queste carte? Analizzandole a fondo, emerge un quadro di una banalità quasi disarmante per chi cercava il complotto a ogni costo.
Gli inquirenti hanno monitorato un incontro del settembre 2020 tra Avola, il suo legale e i giornalisti. Si aspettavano di captare chissà quali istruzioni per falsificare la realtà. Invece non hanno trovato nulla che andasse oltre un normale rapporto professionale. La Dia di Caltanissettadeve ammettere che quell’incontro non ha fatto emergere alcun comportamento irregolare.
C’è poi la questione dei soldi. Avola, in alcune intercettazioni con la ex moglie, parlava di circa 13.000 euro ricevuti tramite il suo avvocato, giustificandoli come proventi del libro di Santoro. Gli investigatori hanno scavato nei conti, hanno interrogato Santoro e Ruotolo. I giornalisti sono stati chiari: hanno donato ad Avola una somma modesta, circa 1.500 euro, per aver contribuito al libro. Dei famosi 13.000 euro che Avola millantava non se n’è trovata traccia.
Ci sono poi i comportamenti dell’avvocato Colonna nei confronti di Avola dopo la scarcerazione: l’avvocato ha fatto da garante per un mutuo contratto dall’ex moglie di Avola, ha aiutato l’ex collaboratore a trovare un impiego presso una società di infrastrutture il cui titolare è un suo conoscente, ha stipulato il contratto di locazione dell’appartamento dove Avola vive e ne paga i canoni mensili. La procura stessa definisce tutto questo “senza dubbio inusuale in un contesto di normale rapporto professionale”. Ma alla fine il ragionamento è lineare: tutto quello che è emerso ha una spiegazione alternativa plausibile. Colonna ha dichiarato, sia davanti alla Commissione parlamentare antimafia sia nel corso dell’incidente probatorio, di aver agito come curatore nella vendita dei beni del padre di Avola dopo la morte di quest’ultimo. Lo ha anche dimostrato con le carte.
Una spiegazione che la procura ritiene compatibile con i fatti. E soprattutto: dalle intercettazioni svolte per anni – anche con captatore informatico – non è mai emersa una conversazione tra Avola e soggetti appartenenti ad apparati istituzionali che potessero aver orientato le sue dichiarazioni. Non è emersa la prova che Colonna abbia ispirato il racconto di Avola, né che abbia fatto da tramite tra lui e terzi ignoti.
Il caso di Michele Santoro è per certi versi diverso, ma l’esito è lo stesso. Il giornalista era indagato per diffamazione a mezzo stampa a seguito di una querela presentata da Aldo Ercolano, uno dei boss catanesi accusati da Avola, in relazione al contenuto del libro.
La procura ha concluso che al momento della pubblicazione, nel 2021, Santoro non poteva sapere che le dichiarazioni di Avola fossero false. Aveva esaminato gli atti giudiziari disponibili senza trovare contraddizioni evidenti e si era fondato sulla circostanza che Avola fosse stato ritenuto credibile in precedenti procedimenti.
Le criticità che hanno poi portato il Gip Santi Bologna ad archiviare per mendacio erano emerse solo dopo, e non erano conoscibili con la normale diligenza professionale. Manca l’elemento psicologico del reato.
Le intercettazioni mostrano un Avola preoccupato di non essere creduto dai magistrati. In un momento di sfogo ipotizza che potrebbero arrestare tutti, lui, l’avvocato e i giornalisti.
Un timore che la Procura legge come sospetto, ma che sembra la reazione di chi si sente accerchiato da un sistema che ha già deciso di non volerti ascoltare. Colonna, dal canto suo, raccomanda ai giornalisti di non dire ad Avola di essere stati sentiti dai pm, temendo che l’ex killer, saputo dell’interrogatorio, possa ritrattare tutto per sfinimento. Anche qui, una lettura colpevolista ha cercato di vedere il marcio dove c’era solo la gestione complicata di un testimone difficile.
Le carte di Caltanissetta, lette senza il filtro del pregiudizio, ci dicono che il castello delle accuse era fatto di sospetti e suggestioni, non di fatti.
Le accuse di depistaggio erano state urlate dai palchi di una certa antimafia come se fossero verità scolpite nella pietra. Un’antimafia che sembra preferire la comodità dei teoremi attrattivi alla fatica di verificare se i catanesi abbiano davvero avuto un ruolo nell’esplosivo di via D’Amelio.
Forse è giunto il momento di tornare ai fatti della strage, quelli raccontati da chi c’era, senza aver paura di scoprire che la realtà è meno romanzata, seppur di gran lunga più inquietante.
L’incognita dell’esplosivo rimane, quello che Borsellino aveva individuato (come?) proveniente dall’ex Jugoslavia. Tale episodio è cristallizzato nel primo verbale di Agnese Borsellino. Ed è proprio quello prelevato dai catanesi. Ma ad oggi, nessuna risposta o approfondimento giudiziario.
Via D’Amelio: il giudice archivia Avola, ma non chiude la pista catanese

