COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA 🟥 Le rotte del narcotraffico

 
 
 
XIX LEGISLATURA Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere RESOCONTO STENOGRAFICO  Seduta n. 105 di Martedì 31 marzo 2026

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE CHIARA COLOSIMO

  La seduta comincia alle 11.20.

 

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche tramite l’impianto audiovisivo a circuito chiuso, nonché via streaming sulla web-tv della Camera dei deputati.

 

 


Audizione di Giovanni Tartaglia Polcini, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, nell’ambito del filone di indagine dedicato al crimine organizzato transnazionale con particolare riguardo alle rotte del narcotraffico.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione di Giovanni Tartaglia Polcini, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, nell’ambito del filone di indagine dedicato al crimine organizzato transnazionale con particolare riguardo alle rotte del narcotraffico.
  Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme dell’audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione. I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell’audito o dei colleghi. In tal caso, non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv.
  Nel dare la parola al consigliere Giovanni Tartaglia Polcini, voglio ringraziarlo molto per la sua disponibilità e cortesia. Come sentirete, ha una conoscenza più unica che rara dell’argomento che stiamo trattando in questo filone.

  GIOVANNI TARTAGLIA POLCINI, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Grazie, presidente.
  Ringrazio la Commissione parlamentare e gli onorevoli senatori e deputati per questa grande opportunità. Sono qui per rappresentare il frutto del lavoro di dieci anni dedicato dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dalle istituzioni della Repubblica italiana a un filone, nelle relazioni internazionali, che prende sempre più piede dal punto di vista della rilevanza contenutistica e che viene definito «diplomazia giuridica».
  Ho con me una presentazione in PowerPoint, che mi aiuterà a illustrare i contenuti della relazione. Mi sono permesso di redigere un documento, per lasciare anche elementi di dettaglio, con le fonti di riferimento circa quanto dirò.
  La diplomazia giuridica si declina in vari aspetti: il più importante ai nostri fini è quello della cosiddetta «capacity building» per il contrasto al crimine organizzato transnazionale. In particolare, è stata definita scientificamente come l’insieme strutturato di attività con cui uno Stato promuove valori, norme, metodologie e buone pratiche, con l’obiettivo di rafforzare l’ordinamento giuridico internazionale e i sistemi giudiziari e di polizia a livello internazionale, oserei dire globale, per la prevenzione e il contrasto alla corruzione, al riciclaggio di capitali illeciti e al crimine organizzato transnazionale.
  Si tratta di un’attività molto complessa, che fa da crocevia rispetto a varie istanze. Innanzitutto, risponde a una vocazione, che è quella del nostro Paese, che è quella della nostra nazione. L’Italia cinquant’anni fa, quarant’anni fa si è trovata da sola a dover fronteggiare una minaccia, che si manifestava nelle sue forme più virulente, e all’epoca non c’erano expertise, non c’era uno Statuto speciale, non c’era qualcosa di strutturato: ha dovuto rispondere ponendo il meglio di sé. Ecco perché è possibile parlare di vocazione italiana per il contrasto alla mafia, anche a livello internazionale. A questa vocazione corrisponde simmetricamente una domanda internazionale: l’Italia è fatta oggetto quotidianamente di domande di assistenza tecnica in materia di giustizia e sicurezza, per replicare metodi, expertise e capacità in favore di altri Paesi.
  Non si tratta solo di un’attività filantropica dal punto di vista delle relazioni internazionali, perché le ricadute di questa attività, di questo impegno per la nostra sicurezza nazionale sono evidenti a tutti. C’è ancora un ulteriore valore da tenere in considerazione, ossia quello del rispetto della rule of law globale: l’Italia si fa portatrice di modelli di riferimento rispetto ad altri che sono alternativi, sempre nel rispetto dei princìpi dello stato di diritto e delle libertà fondamentali, così come è avvenuto per tutta l’esperienza antimafia italiana.
  Di recente questa attività gode di un mandato dell’Unione europea e sempre di più di un mandato delle Nazioni Unite, dunque ha una legittimazione multilaterale che si manifesta attraverso un atteggiamento, un’attitudine tutta italiana, che è quella del partenariato. In buona sostanza, l’Italia si presenta come partnercondividendo le proprie esperienze a livello di parità con i Paesi destinatari, beneficiari di questo sforzo. Esportiamo esperienza tecnica, ma anche modelli in sé.
  Un’altra cosa da tenere presente è che questa attività risponde all’evidenza che alcuni fenomeni criminali si presentano nel pianeta con decenni di ritardo o di anticipo. Noi abbiamo avuto la sfortuna storica di dover fronteggiare per primi questo tipo di minaccia. Il dato diacronico può costituire un vantaggio competitivo a livello internazionale.
  Abbiamo sviluppato, per questo, una metodologia, che non è altro che il frutto della ricostruzione di come l’Italia ha risposto alla minaccia mafiosa. Questa metodologia risponde simmetricamente ai bisogni dei Paesi con i quali entriamo in rapporto e tende al necessario rafforzamento delle istituzioni di questi Paesi per rispondere a quella che noi definiamo «minaccia globale» e finisce addirittura per essere un’attività di supporto e di coordinamento all’azione giudiziaria a livello internazionale. Si può dire che la diplomazia giuridica accompagna, precede e rafforza la cooperazione giudiziaria.
  Fondamentale in tutte le attività che ho descritto è il ruolo del nostro sistema della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e delle direzioni distrettuali antimafia, che fanno di questo modello un unicum nel panorama mondiale.
  Volendo percorrere brevemente gli ultimi anni e capire da dove origina, se noi dovessimo ricercare una matrice potremmo dire che il padre della diplomazia giuridica antimafia italiana è Giovanni Falcone e, con lui, Paolo Borsellino. Giovanni Falcone fu l’ideatore della Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite contro il crimine internazionale organizzato, cui è seguita la Convenzione di Merida, contro la corruzione. L’Italia ancora oggi è protagonista di un’azione a livello internazionale per leggere queste due convenzioni insieme.
  A distanza di vent’anni dal 2000, l’Italia si è resa protagonista dell’adozione di due risoluzioni: la prima definita «Risoluzione Falcone» per il contrasto patrimoniale al crimine organizzato, la seconda sul meccanismo di revisione reciproca, per rendere quella Convenzione di Palermo viva e vitale, nel 2020 la Conferenza degli Stati partner delle Nazioni Unite nell’ambito della Convenzione di Palermo.
  Tutto questo resterebbe lettera astratta se non fosse, poi, proiettato nella realtà operativa di chi è chiamato a svolgere Pag. 6l’attività di prevenzione e di repressione del crimine organizzato a livello internazionale. In questa ideale evoluzione si pone un’iniziativa della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo della Repubblica italiana, che noi definiamo «piattaforma di Palermo», una piattaforma operativa di interscambio di dati, esperienze e informazioni tra magistrati del pubblico ministero a livello internazionale.
  Vi riporto un esempio concreto. Un magistrato di una procura distrettuale italiana potrebbe non conoscere le linee strutturali di operatività di un gruppo criminale globale, come il Primeiro Comando da Capital o il Tren de Aragua, dei quali avete sentito parlare nelle precedenti audizioni. La piattaforma di Palermo rende possibile un interscambio immediato di dati ed esperienze, riduce le distanze ed elimina quelle asimmetrie informative che a volte fanno da ostacolo all’attività giudiziaria a livello internazionale.
  Vado rapidamente sul piano teorico. La diplomazia giuridica si fa di armonizzazione di leggi e di capacity building. Per l’armonizzazione normativa è arrivato il momento di prendere atto dell’esistenza di un ordinamento giuridico internazionale e multilaterale, a volte nemmeno troppo esplorato dalla nostra accademia e dai piani di studio internazionali in materia di diritto penale. Vi è, poi, il tema della capacity building, una metodologia tutta italiana. Nel corso degli anni abbiamo cercato di capire come l’Italia ha reagito al fenomeno mafioso. L’Italia ha reagito rafforzando le competenze dei propri magistrati e dei propri funzionari di polizia, rafforzando le istituzioni giudiziarie di polizia e amministrative, ammodernando il proprio quadro normativo e creando una cultura della legalità che non ha simili a livello mondiale, una disseminazione valoriale che ci ha visti tutti uniti sui percorsi della prevenzione e del contrasto alla mafia.
  Questi quattro pilastri – capacity building, institutional building, law building e consensus building – sono il metodo riconosciuto a livello mondiale per fare capacity building e assistenza tecnica in materia di contrasto alle mafie. Il G7 nel 2024 li ha certificati come «metodo mondiale», quindi non si tratta più solo di una proposta italiana, ma di un metodo riconosciuto a livello globale.
  Adesso passiamo alla pars destruens, nel senso che dobbiamo pensare a qual è il termine di riferimento di questo sforzo italiano. Il termine di riferimento è una criminalità organizzata che è cambiata moltissimo. Negli ultimi dieci anni personalmente ho registrato un fenomeno di globalizzazione dai segnali, gli effetti verticali di conoscenza che vengono da queste attività di missione, da queste esperienze di interazione, che sono impressionanti e che possiamo cercare scientificamente di ridurre a tre grandi direttrici o vettori.
  La prima direttrice è la globalizzazione o mondializzazione. Esistono già delle organizzazioni criminali che hanno la possibilità di agire globalmente. Si è passati da una fase nella quale c’erano relazioni stabili tra organizzazioni che rimanevano all’interno delle territorialità dei Paesi di origine all’esistenza di reti criminali che agiscono a livello globale.
  La seconda direttrice, il secondo vettore è la mimetizzazione. Sempre più queste organizzazioni criminali si infiltrano nell’amministrazione della cosa pubblica attraverso la corruzione, nell’economia legale attraverso il riciclaggio di capitali illeciti, nei sistemi penitenziari cercando, attraverso i sistemi penitenziari, di ottenere il controllo del territorio e il consenso della criminalità organizzata nel suo complesso.
  Il terzo canale è quello dell’innovazione tecnologica. Dirò una cosa che fa capire quanto sia importante investire, guardando al futuro, nel rafforzamento delle capacità delle nostre 8forze di polizia e della nostra autorità giudiziaria in materia di contrasto al crimine organizzato nell’innovazione tecnologica. Percorro questa ideale strada argomentativa partendo dalla globalizzazione del crimine transnazionale organizzato. Se mi si chiedesse come si fa ad affermare che esistono già dei gruppi criminali a livello globale risponderei che esistono perché quotidianamente abbiamo arresti eccellenti di nostri latitanti oltreoceano e in Europa di latitanti delle altre parti del globo. Abbiamo una chiara composizione delle popolazioni carcerarie che ci indica la presenza di criminalità organizzata oltre il confine: riciclaggio di capitali illeciti, proventi di attività delittuose commesse a 12-15 mila chilometri di distanza dall’Italia, continui cambiamenti di rotte, soprattutto del narcotraffico – pensiamo a quanto è avvenuto in Europa, dai porti del sud dell’Europa al nord dell’Europa negli ultimi dieci anni –, la sempre maggiore disponibilità di tecnologie sofisticate, prima, ahimè, da parte dei big criminal network e, in seconda battuta, come reazione, da parte delle istituzioni di enforcement.
  Ho preparato qualche esempio significativo per darvi un’idea di come si può sostenere l’esistenza di gruppi criminali globali. Pensiamo all’arresto di due latitanti, Nicola Assisi e suo figlio, avvenuto in Brasile, se non sbaglio nel 2019. Ricordo una circostanza, per darvi un’idea di ciò di cui parliamo: in occasione del sequestro di questi due italiani non fu possibile contare il danaro che avevano a disposizione perché era in tale quantità che, nonostante il numero consistente e importante di funzionari di polizia brasiliana impegnati in quell’operazione, si poté solo pesare il danaro, non si poté contare, era talmente tanto che avrebbe portato problemi anche a livello di sicurezza.
  Pensiamo al caso del Primeiro Comando da Capital. Il Primiero Comando da Capital è un gruppo criminale nato nelle prigioni di San Paolo, che oggi possiamo considerare un big Pag. 9criminal network a livello globale, le cui pressioni sono anche in Europa. Sul Primeiro Comando da Capital ci sarebbe da approfondire anche il punto di vista delle origini. So che avete audito il collega e amico Lincoln Gakiya, il massimo esperto a livello mondiale di questo gruppo criminale, che ha dedicato la sua vita al contrasto di tale gruppo criminale. Ebbene, anche in questo caso la famosa globalizzazione dell’idea del crimine torna con una ricostruzione che potrebbe essere utile. Le relazioni criminali tra diverse parti del globo possono essere distinte: ci può essere un affare comune – immaginiamo tra la nuova camorra organizzata e il Primeiro Comando da Capital o tra la ‘ndrangheta e il Primeiro Comando da Capital – e ci può essere una osmosi di esperienza. Noi abbiamo idea che, ahimè, in questo caso ci possa essere stata una osmosi di esperienza per una compresenza nella stessa cella di alcuni detenuti esperti nell’organizzazione criminale di un gruppo che sorge all’interno delle carceri e che potrebbe aver giovato, in senso negativo, alla formazione del Primeiro Comando da Capital nella prigione di San Paolo, perché c’è un’evidenza storica di una compresenza per anni di due napoletani nella stessa cella del fondatore del Primeiro Comando da Capital.
  Pensiamo alla cattura di Rocco Morabito, che è stato per la prima volta arrestato e poi allocato in una prigione a Montevideo, dalla quale è fuggito con una fuga rocambolesca e con il supporto del Primeiro Comando da Capital.
  Pensiamo a come si sta espandendo il Tren de Aragua venezuelano, anch’essa organizzazione criminale, nata nelle carceri del Venezuela, che fa della tratta di esseri umani il suo core business e che, attraverso la dorsale andina, ha raggiunto addirittura il Cile. So che avete ascoltato il procuratore nazionale del Cile, Valencia, in una ideale rilettura di quel fenomeno criminale. Aggiungo come tassello che c’è stata una recente Pag. 10operazione della polizia spagnola che ha condotto all’arresto di tredici appartenenti al Tren de Aragua, tra i quali uno stretto congiunto del fondatore e capo indiscusso di questa organizzazione criminale. L’operazione è avvenuta in Europa, in Spagna.
  Pensiamo all’omicidio del collega procuratore paraguaiano Marcelo Pecci Albertini, un esempio fulgido di magistrato impegnato nel contrasto al crimine organizzato, che aveva scoperto alcuni filoni di indagine che coinvolgevano la Tripla Frontera, che è il punto di riferimento più importante del narcotraffico dall’America Latina verso i Paesi del Nord America e verso l’Europa. Aveva iniziato a censire una presenza significativa anche di gruppi criminali terroristici di matrice islamica ed è stato ucciso da colombiani, in Colombia, durante il viaggio di nozze. Un collega con il quale abbiamo avuto il privilegio di percorrere un periodo di tempo insieme, del quale resta la memoria e l’esempio, come per la magistratura italiana è avvenuto per i nostri eroi nel cui segno continuiamo a lavorare.
  Pensiamo all’omicidio del candidato presidenziale in Ecuador, Fernando Villavicencio, che dopo un comizio elettorale, lui che aveva fortemente denunciato l’infiltrazione del crimine organizzato in una certa parte della pubblica amministrazione dell’Ecuador, fu ucciso da un commando di colombiani, sei colombiani e un settimo ecuadoriano, che subito dopo l’omicidio sono stati uccisi in carcere per evitare che si potesse ricostruire la matrice di questo omicidio.
  Abbiamo esempi significativi in America Latina che ci dimostrano l’esistenza di hub criminali a livello mondiale e che ci spaventano in ragione del fatto che questi gruppi criminali hanno lo sguardo puntato verso l’Europa.
 La seconda direttrice di cui volevo parlarvi è la mimetizzazione del crimine transnazionale organizzato. Ve l’ho anche velocemente rappresentata con la metafora dell’infiltrazione di Giovanni Falcone: un liquido, la mafia liquida, che penetra un solido, ossia la nostra società. Più forte è la società meno possibile è l’infiltrazione. L’Italia ha messo questa visione olistica alla base di una serie di documenti e provvedimenti a livello multilaterale. Prima eravamo soli, oggi tutti seguono questa ricostruzione.
  È interessante vedere che in tutti i Paesi con i quali abbiamo intessuto relazioni e per i quali svolgiamo attività di capacity building le modalità operative della corruzione sono identiche a quelle studiate nell’esperienza antimafia italiana: si passa dalla corruzione per unico atto, la piccola corruzione, che gli inglesi chiamano «petty corruption», che noi possiamo tradurre «micro corruption», a un’esigenza della criminalità organizzata di avere all’interno dell’amministrazione pubblica persone stabilmente al servizio dell’interesse criminale. Questo avviene soprattutto a livello di enti locali con la cosiddetta «messa a libro paga». Anche questo si manifesta come un modo di operare insufficiente delle mafie. Le mafie tendono a una infiltrazione di maggior significato dal punto di vista contenutistico, tendono a infiltrare propri uomini all’interno dell’amministrazione pubblica, e questo avviene scalando i più alti livelli dell’amministrazione pubblica. I mafiosi non si pongono limiti a livello di infiltrazione.
  Ho censito per voi un caso, che forse è rimasto un po’ relegato nelle bacheche mediatiche, quello di un candidato Presidente della Repubblica in Guatemala che fu arrestato dalla DEA a Miami durante la campagna elettorale perché stava negoziando con alcuni cartelli messicani, quindi rappresentanti di cartelli messicani del narcotraffico, la messa a disposizione Pag. 12dei porti e degli aeroporti del Guatemala nel caso in cui fosse stato eletto Presidente. Costui chiedeva in cambio, naturalmente, il finanziamento della sua campagna elettorale. Ecco che cos’è la state capture, per come la possiamo immaginare.
  Sono tutte fonti aperte, lo dico per la massima tranquillità.
  Uno dei canali di mimetizzazione, di infiltrazione, forse il più insidioso per come abbiamo studiato recentemente la situazione latino-americana, è l’infiltrazione nei sistemi penitenziari. Dove non ci sono strutture basate sull’esperienza, come quella che ha condotto l’Italia all’adozione del 41-bis dell’ordinamento penitenziario, di circuiti speciali nell’ambito della classificazione dei detenuti e del loro trattamento, nelle carceri si creano situazioni realmente difficili da gestire, dove il proselitismo, la radicalizzazione e anche l’addestramento dei detenuti da parte dei capi delle organizzazioni criminali è una esperienza quotidiana. Le carceri, in questo caso, possono diventare veri e propri hub per reclutare e creare nuove generazioni di narcotrafficanti, questi eserciti del male.
  Noi abbiamo un caso specifico, il caso dell’Ecuador. Mi permetto di richiamare l’attenzione su questo perché nella vita non è semplice trovare la possibilità di dimostrare statisticamente la bontà delle proprie tesi. Noi abbiamo preso in mano, per volontà del Presidente della Repubblica dell’Ecuador, attraverso il nostro ambasciatore d’Italia lì, il sistema penitenziario ecuadoriano affiancando quelle strutture, quelle istituzioni. C’è un mio collega che vive stabilmente in Ecuador, con l’autorizzazione del Consiglio superiore della magistratura: si chiama Paolo Di Sciuva e svolge un incarico fuori ruolo di affiancamento a queste istituzioni.
  Come potete vedere nel grafico, la linea rossa mostra che cosa è accaduto in Ecuador come violenza carceraria fino a quando non abbiamo iniziato a lavorare semplicemente applicandoi princìpi di cui all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Come potete vedere, la linea rossa da novembre 2021 precipita, semplicemente perché abbiamo iniziato a far classificare i detenuti e a separare i detenuti più pericolosi dagli altri cosiddetti «comuni», primi infrattori. Nel frattempo, la violenza cittadina nel mondo libero, a cui è dedicata la linea blu di questo grafico, continuava a crescere.
  Avete, quindi, una doppia prova di quanto l’applicazione di un semplice istituto giuridico, sulla base del principio diacronico, perché è stato sviluppato in un ordinamento che è stato approvato prima, può cambiare la vita delle persone e avere un impatto su un ordinamento democratico nel suo complesso.
  Tutto questo avviene perché vi sono attori. Come vi ho detto, l’attore principale in questo percorso è la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, il sistema delle direzioni distrettuali antimafia e, naturalmente, delle forze dell’ordine italiane, ma abbiamo anche un attore che va considerato un modello, secondo me, paradigmatico a livello globale, che è l’Istituto italo-latino-americano, un’organizzazione internazionale che ha un accordo di sede a Roma e che ha al suo interno, nella membership, i venti Paesi dell’America Latina, per come noi la conosciamo geograficamente. Perché è importante il concetto dell’organizzazione internazionale? Perché questa non è un’agenzia di expertise, non nasce come un’agenzia di expertise: è un’organizzazione internazionale come lo sono le Nazioni Unite e i Paesi che ne fanno parte se ne sentono membri. Dunque, la condivisione di temi delicati come possono essere quelli della giustizia e della sicurezza diventa molto più semplice e anche il principio di co-ownership diventa molto più semplice da affermare.
  Noi abbiamo numerosissimi progetti, perché godiamo di un mandato che ci conferisce anche una finanza significativa, come Pag. 14il progetto «EL PAcCTO» e il progetto «Falcone e Borsellino». Sono sigle che per molti potrebbero restare vuote. L’importante è che si sappia che attraverso questi progetti si declina il metodo della capacity buildingitaliana, vuoi contro il traffico di cocaina, vuoi per la sicurezza delle frontiere terrestri, vuoi per la riconversione delle coltivazioni nei Paesi andini, che attualmente sono massicciamente per le foglie di coca, ad altre possibili forme di sviluppo economico.
  Ci sono anche programmi di recente finanziati dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale per le forze di polizia, perché le nostre forze di polizia, così come la nostra magistratura, sono un modello. Penso, ad esempio, alla Guardia di finanza, fatta oggetto di richieste specifiche di replica in numerosi Paesi nei quali lavoriamo.
  Possiamo anche enumerare alcuni risultati. Anche in questo caso è semplice: abbiamo – non mi piace dire «esportato» – condiviso il modello del delitto di cui all’articolo 416-bis nei codici penali di svariati Paesi e per altri Paesi siamo in corso d’opera: la legge antimafia argentina, una modifica del codice penale in Brasile, addirittura una doppia modifica del codice penale in Brasile e un intervento normativo in Ecuador fanno sì che oggi i nostri pubblici ministeri da una parte all’altra dell’oceano possano stabilire la partecipazione di un soggetto ad un’organizzazione criminale come delitto in sé e dunque parlare la stessa lingua.
Abbiamo replicato, aiutato ad adattare il modello della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo all’ordinamento giuridico cileno, con la creazione di una Fiscalia che si definisce supraterritorial. Il Cile, Paese investito da una crisi di sicurezza enorme negli ultimi anni, si è attrezzato e ha cercato l’aiuto dell’Italia esattamente come precedentemente rappresentato.Pag. 15
  Stiamo costruendo, insieme ai Paesi del Mercosur, un’agenzia antimafia, Mercosur inteso soprattutto come il nocciolo duro: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Si affacciano tre Paesi (Argentina, Brasile, Paraguay) su uno dei luoghi più difficili da controllare dal punto di vista geopolitico, che noi conosciamo come il Triple Frontera. Questi Paesi avvertono l’esigenza di un cambio di passo nella prevenzione e nel contrasto alla pressione criminale in quella zona.
  Mi sono reso protagonista di un esercizio su fonti aperte. Ho semplicemente inserito, su una mappatura di Google, una ricerca di articoli che mi evidenziassero i sequestri di armi e di stupefacenti avvenuti nel continente latino-americano negli ultimi periodi e non nei porti a livello marittimo. La concentrazione massima del risultato è stata sulla Triple Frontera, su questo luogo che si trova nel centro, nel cono sud dell’America Latina. Ecco il significato di questa agenzia internazionale antimafia, perché loro hanno compreso che non ce la potrebbero mai fare da soli. Dalle capitali, da Brasilia, da Buenos Aires, non potrebbero mai riuscire a risolvere il problema della pressione di gruppi criminali, come il Primeiro Comando da Capital, il Comando Vermelho, attraverso attività di cooperazione giudiziaria tradizionalmente intese. Uno dei nostri punti di forza sta nella confisca e nel contrasto patrimoniale. Abbiamo diffuso questo punto di forza e il modello italiano è divenuto il modello globale.
  Abbiamo diffuso il concetto di circuiti penitenziari speciali con l’articolo 41 in numerosi Paesi. Abbiamo creato reti di cooperazione penitenziaria. Prima di noi i brasiliani non sapevano che i loro fuggitivi erano detenuti in Paraguay. I paraguaiani non sapevano che i loro fuggitivi erano detenuti in Argentina e i rispettivi istituti penitenziari non avevano idea della gravità e della pericolosità dei detenuti, perché non ne Pag. 16conoscevano la storia criminale. Abbiamo semplicemente diminuito le asimmetrie informative e creato delle reti di cooperazione penitenziaria.
 Abbiamo istituito nuove forze di polizia penitenziaria che guardano al modello del nostro nucleo investigativo centrale, del nostro gruppo operativo mobile. Abbiamo creato comitati tecnici interistituzionali, il concetto del coordinamento. Abbiamo, ad esempio, stabilito un protocollo per l’impiego degli agenti sotto copertura, noto come «Protocollo di Palermo».
Abbiamo offerto supporto per la creazione e il funzionamento di squadre investigative congiunte da parte della nostra magistratura antimafia sia nazionale che distrettuale. Abbiamo promosso una strategia regionale anticorruzione per tutta l’America Latina, perché istituzioni stabili e sicure sono alla base anche dello sviluppo economico. Abbiamo creato quella che vi ho definito «Piattaforma di Palermo», un nuovo modo di fare cooperazione giudiziaria a livello internazionale.
Abbiamo anche dei capitoli in alcuni progetti, come il progetto EL PAcCTO (Europa Latinoamérica Programa de Asistencia contra el Crimen Trasnacional Organizado) del quale sono direttore aggiunto, che hanno delle attività operative. Questi sono i numeri delle persone che sono state localizzate ed arrestate attraverso il programma EL PAcCTO, sia in America Latina sia in Europa, perché la globalizzazione non è unidirezionale. Abbiamo addirittura supportato uno degli strumenti più importanti della lotta al crimine organizzato recente, che è tutto di matrice italiana, ideato dalla Polizia italiana, che si definisce Silver Notice, che in buona sostanza è la modalità di individuazione, tracciamento e anche sequestro per l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari che hanno ad oggetto capitali illeciti all’estero.
  Abbiamo aumentato il numero dei Paesi che partecipano al gruppo pilota di Silver Notice e abbiamo addirittura ha dato Pag. 17luogo alla prima Silver Notice della storia che dall’Italia ha raggiunto un capitale italiano fuggitivo in questo caso all’estero nella città di Natal in Brasile.
  Io sono molto orgoglioso degli strumenti operativi, perché danno quella risposta necessaria a fornire un senso anche di appartenenza e motivazionale per tutto l’investimento che si fa in questo settore. A maggio di quest’anno ci ritroveremo con i colleghi di altre procure. Il Procuratore nazionale antimafia convoca un incontro, il 23 maggio, a Palermo, per ricordare, come sempre lui dice e abbiamo detto, Giovanni Falcone lavorando, lavorando insieme ai colleghi che provengono da almeno venti altre giurisdizioni, procuratori nazionali, in incontri che non sono convegni di studio, sono incontri che valorizzano le rispettive esperienze anche ai fini investigativi. È proprio per questo che mi permetto di attirare la vostra attenzione sull’ultima linea argomentativa che avevo immaginato di consegnare come spunto di riflessione. Ben inteso, follow the money è un made in Italy istituzionale che ci rende orgogliosi nel mondo e che dà lo spessore della grandezza dell’uomo Giovanni Falcone e della sua esperienza che io paragono a quella dei grandi della storia, perché ha cambiato il paradigma nel modo di investigare e di contrastare i fenomeni criminali. Se non ci fosse stato lui, saremmo ancora alla ricerca di un metodo. Sono passati tre decenni e il mondo presenta nuove sfide. Non abbiamo più danaro fisico. Non si sposta il danaro fisico.
  È necessario, dunque, affiancare a questa intuizione straordinaria la capacità tecnica, perché la sfida più urgente per il contrasto internazionale è quella di comprendere l’importanza del mercato dei dati delle criptovalute. Uno studio dell’Università di Padova, sempre italiano, e lo dico con orgoglio, ha dimostrato che ogni volta che si sequestra una determinata quantità di cocaina il mercato mondiale di Blockchain subisce una inflessione misurabile. Questo studio consegna un dato di conoscenza scientifico inoppugnabile. Una quantità enorme di danaro proveniente dal narcotraffico viene investita in Blockchain. Non sono solito dare grandezze numeriche perché bisogna essere prudenti, però vi dico quello che dicono gli altri. Le fonti che per me sono più accreditate nel caso parlano del 70 per cento dei proventi del narcotraffico investito in Blockchain. È evidente che noi dobbiamo guardare ai Blockchain, dobbiamo iniziare a rafforzare risorse tecniche ed impegno anche a questa nuova area, passando da quello che viene definito storicamente come follow the money al nuovo concetto di follow the data, che non è altro che la proiezione del pensiero di Giovanni Falcone nel terzo millennio.
  Concludo con una nota che è di consuntivo e di prospettiva. Dobbiamo superare la logica episodica di una rogatoria o di una mutual legal assistance perché i gruppi criminali internazionali si combattono attraverso l’esperienza antimafia.
Noi siamo il Paese dei fascicoli contenitori, dei collaboratori di giustizia, della ricerca degli elementi di riscontro, del 41-bis. Dobbiamo far comprendere che se si vogliono contrastare queste organizzazioni criminali in modo vincente, questa è la strada. Dobbiamo rafforzare la cooperazione giudiziaria, integrare i sequestri fisici con l’analisi dei flussi digitali, avere carceri più sicure per impedire il comando criminali dall’interno. La stragrande maggioranza delle estorsioni più pericolose commesse in America latina sorgono dall’interno delle carceri, in alcuni casi vengono commesse addirittura sul territorio straniero rispetto a quello nel quale si trova il carcere dal quale viene l’ordine.
  Dobbiamo fare sì che ci sia una diffusione della cultura della legalità. Abbiamo detto che Giovanni Falcone è il padre della diplomazia giuridica, Paolo Borsellino è il padre della disseminazionevaloriale. Egli aveva ben compreso quanto sia importante formare un consenso sociale, condividere i valori della legalità a livello addirittura di pedagogia sociale, oltre che attraverso azioni di enforcement. Dobbiamo dire – questo è un capitolo nuovo e ringrazio ancora il presidente per questa enorme opportunità – che i nostri progetti stanno guardando al modello normativo come nuovo capitolo di azione. Abbiamo capito che, guadagnata la fiducia di altri Paesi al livello in cui siamo oggi possiamo spingerci veramente per creare delle basi comuni a livello normativo, prendendo il nostro Statuto speciale antimafia come punto di riferimento.
  Si tratta di uno sforzo condiviso e plurisoggettivo, semplicemente volto alla promozione e al rafforzamento dei principi dello Stato di diritto a livello globale; princìpi dello Stato di diritto che vedono nell’antimafia uno dei suoi capitoli più importanti e consistenti in termini di ricadute pratiche per il livello di esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di milioni di individui.
  Grazie per questa opportunità.

  PRESIDENTE. Grazie a lei. Vi avevo detto che la conoscenza era notevole. Approfitto per dare un’altra informazione, visto che il consigliere ha citato Paolo Di Sciuva. Lui e Paolo Di Sciuva il 3 marzo scorso sono stati insigniti dal Presidente dell’Ecuador dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica. Questo è il riconoscimento del lavoro che avete fin qui sentito e che penso ci possa rendere tutti orgogliosi.
  Do la parola alla senatrice Rando.

  VINCENZA RANDO. Grazie, non solo della profondità, ma anche dalla chiarezza nell’esposizione. Devo chiedere alcuni chiarimenti. Parto dai tre blocchi che lei riferiva: la globalizzazione, la mimetizzazione e l’innovazione tecnologica.Pag. 20
  In merito alla globalizzazione dice che si passa da rapporti di relazione che c’erano tra gruppi malavitosi a una struttura unitaria. In questo senso, come si manifesta? Quali sono le relazioni interne quando diventa struttura unitaria? È verticistica? È orizzontale?
  Vengo alla mimetizzazione. È chiaro che a nelle mafie più locali capiamo che oggi non si devono far vedere molto, c’è la mafia liquida. Come si manifesta in alcuni territori in cui c’è invece la necessità di apparire rispetto a questa nuova formula della mimetizzazione?
  Sull’innovazione tecnologica sono assolutamente d’accordo. Questa massa di denaro, che ha un peso, nemmeno si può contare, come si ricicla? Nel nostro Paese vediamo anche nuove forme di riciclo, in piccolo.
  Lei citava in ultimo la pedagogia sociale. Anche nel mondo che voi guardate c’è una forte attenzione su questo tema? Mi riferisco alla società civile e organizzata.
  Riprendo un’altra cosa che avevo dimenticato, ovvero il riuso sociale dei beni confiscati. Come si manifesta? Noi abbiamo una buona normativa. Il nostro impianto normativo è il migliore del mondo. C’è un’attenzione perché si comprende qual è il senso vero della qualità della democrazia nel riutilizzo sociale dei beni confiscati?
  Grazie.

GIOVANNI TARTAGLIA POLCINI, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Grazie a lei per le stimolanti domande. Se mi consente, andrei a ritroso, partendo dalla pedagogia sociale. In questo caso mi permetto di approfittare della sua domanda per chiarire anche un altro concetto. Molte volte, quando noi trasferiamo questo know how con gli altri Paesi, incontriamo anche una difficoltà legata alla mutevolezza degli scenari politiciPag. 21di riferimento. Per cui, facciamo grandi investimenti, creiamo istituzioni, modifichiamo norme insieme, formiamo persone e con un cambio di Governo, soprattutto in Paesi non con una stabilità dal punto di vista istituzionale, tutto questo rischia di andare perduto perché viene vissuto come un qualcosa di tecnocratico, quasi di imposto dall’alto, non viene compreso.
  È buona norma, dal punto di vista scientifico, prima ancora che dal punto di vista valoriale, accompagnare i tre pilastri di cui avevo parlato, della capacity building, della institution building e della law building, con il consensus building, perché creare le basi con il coinvolgimento della società civile, del settore privato, dell’accademia, della stampa, per una comprensione di quello che è l’humus del valore dell’antimafia dà un elisir di lunga vita anche alle riforme, agli sforzi che si pongono. Noi ne abbiamo contezza. Nei Paesi dove abbiamo celebrato le cosiddette «conferenze di consenso sulle riforme», che accompagnavano le riforme, abbiamo visto una resistenza di lungo periodo delle proposte.
  Fondamentale è la pedagogia sociale e il coinvolgimento della società civile. È molto importante e lo è per un semplice dato. Vorrei fare una metafora di tipo strategico militare. Noi dobbiamo pensare a qual è l’ultimo scopo delle mafie. L’ultimo scopo delle mafie è quello di essere accettate culturalmente come un male necessario, così come la corruzione. Le mafie vogliono conculcare la mentalità dei nostri concittadini sul fatto che non si possa vivere bene se non attraverso determinati sistemi. Se noi prendiamo questo come termine di riferimento, ed è un termine di riferimento storico, non possiamo pensare di fronteggiare questa minaccia solo attraverso l’uso degli strumenti di natura istituzionale. Quindi, ben venga, non solo Pag. 22come un fatto di accompagnamento, non deve essere episodico, deve essere strutturato.
  Il secondo punto, interessantissimo, e la ringrazio per la domanda, è sul riuso sociale dei beni confiscati. In America Latina esistevano due modelli fino a qualche anno fa: il modello italiano, destinazione a fini sociali, il modello colombiano, vendita dei beni, per fare cassa e per rafforzare le istituzioni di enforcement.Finanche la Colombia adesso tende al modello italiano, perché è l’unico modello che viene considerato come termine di riferimento. Non è sufficiente confiscare i beni ai mafiosi, è fondamentale dimostrare alla società che quei beni possono tornare alla società secondo quello che è un circolo virtuoso. Noi abbiamo fondato su questo uno dei capitoli più importanti nella storia dell’antimafia italiana. Ricordo un piano operativo per lo sviluppo del Mezzogiorno, addirittura dagli anni Duemila, che voleva spingere per il rafforzamento istituzionale. Siamo forti di un’esperienza. Secondo quel principio diacronico in alcuni casi possiamo esportare già il concetto di agenzia dei beni confiscati, in altri casi non c’è una realtà così matura, sono ancora alla fase nella quale ad esempio il demanio oppure un commissario straordinario può occuparsi di questa materia. Sta a noi la capacità di adattare la proposta alla loro capacità di recepire la nostra proposta.
  Vengo alla prima domanda su come agiscono le strutture. Le faccio un esempio semplice, che poi può essere banale. Questa è un’audizione che si inserisce in un’attività che è volta al contrasto al narcotraffico e quindi parlo di quello. Esiste una prova provata dell’esistenza di reti nei macro traffici. Le faccio il caso dell’Ecuador.
  L’Ecuador non produce cocaina eppure è la piattaforma di esportazione dell’80 per cento della cocaina che dall’America Latina raggiunge gli Stati Uniti e l’Europa. Come ce lo possiamo Pag. 23spiegare questo? Sicuramente è impensabile che le organizzazioni criminali dell’Ecuador dominino in Messico, in Brasile. È più logico immaginare che le organizzazioni criminali brasiliane e messicane abbiano una compartecipazione attiva, una vigilanza territoriale, un controllo del territorio sulla zona costiera dell’Ecuador. Ergo, non è una relazione che noi possiamo ricostruire come si faceva in passato, unico atto per singoli affari, singolo carico dove il nostro broker fa una sorta di negoziato e alla fine stabilisce il prezzo per una partita e una spedizione. Questo è un nuovo sistema del crimine organizzato transnazionale. Mi permetto solo di dire che proprio dove c’è la costa dell’Ecuador interessata da questa piattaforma di esportazione ci sono le carceri totalmente controllate in passato dal crimine organizzato, da queste bande con questi nomi famigerati, i Tiguerones, i Choneros, che, a nostro avviso, da fonti aperte, senza fare riferimento ad alcune investigazioni in corso, sono sicuramente degli hub, dei cartelli più noti, messicani, che si sono in buona sostanza impadroniti della gestione di quel territorio e anche del ciclo criminale.
  Pensiamo che per far arrivare una dose di cocaina nella periferia di Roma abbiamo un Paese nel quale si produce, un Paese dal quale si esporta, che è diverso, e l’abbiamo visto nel caso dell’Ecuador, un Paese dove si conserva, dove avviene lo stoccaggio, perché molte volte il mercato non chiede quantità enormi, quindi fa attendere, perché tutto il flusso è regolato dalle logiche identiche a quelle di qualsiasi altra merceologia, e poi abbiamo un luogo finale di consumo. Noi abbiamo già quattro realtà territoriali distinte, che teoricamente dovrebbero rispondere a organizzazioni criminali distinte per un unico traffico. È impensabile che queste non siano in sistema tra loro. È evidente che bisogna considerare una nuova dimensione della minaccia.Pag. 24
  Con riferimento alla mimetizzazione, mi permetto di dire che ce lo insegna la storia. Abbiamo visto che in Italia alcune organizzazioni criminali hanno iniziato, attraverso singole imprese, per finire a controllare interi cicli economici e li possiamo anche censire. Forti di questa esperienza, siamo in grado di agire.
  C’è il tema degli appalti, per esempio, di opere pubbliche e pubbliche forniture. Noi siamo in grado di dimostrare che l’interesse delle mafie sugli appalti in America Latina – questo è un discorso che trova proprio una tabula rasa – non c’è, perché hanno una esperienza in questa materia. Noi spieghiamo loro che a volte lo stesso appalto viene deciso perché deve lavorare una impresa che fa parte dell’organizzazione criminale, non perché c’è un’esigenza pubblica per quel tipo di intervento. C’è un bando fotografia che caratterizza le sembianze dell’impresa che deve vincere. C’è un sub contratto d’appalto con la possibilità di far lavorare coloro i quali non hanno la legittimazione dal punto di vista giuridico per lavorare, che ci sono addirittura falsi in certificazioni e così via.
  Per quanto concerne l’ultimo aspetto, quello della tecnologia, mi permetto di dirle che, secondo me, è in rerum natura che ci sia una particolare capacità delle organizzazioni criminali di arrivare prima nell’utilizzo di queste strutture di carattere tecnologico. Pensiamo ai messaggi e alle conversazioni criptate tra membri delle organizzazioni criminali che hanno richiesto un intervento addirittura normativo per consentire di intercettare e di captare determinate conversazioni che altrimenti sarebbero rimaste non solo materialmente impossibili da acquisire, ma nemmeno da utilizzare processualmente secondo quelle che sono le nostre conoscenze.
  In buona sostanza, è, ahimè, un tema, quello che l’insicurezza globale che viviamo oggi è figlia di queste caratteristiche della criminalità organizzata.

  FEDERICO CAFIERO DE RAHO. Ringrazio il consigliere Giovanni Tartaglia Polcini per la meravigliosa rappresentazione che ci ha fatto.
  Vorrei concentrare la mia attenzione e quindi la domanda sull’aspetto che lei da ultimo ha considerato, le Blockchain. Proprio quelle rappresentano sostanzialmente l’oggetto più difficilmente individuabile, contrastabile, controllabile. Laddove si utilizzano somme di danaro veramente straordinarie, passando attraverso questi canali che nella quasi totalità sono sottratti alle vigilanze bancarie e finanziarie dei singoli Paesi, in che modo si potrebbe, attraverso una normativa, entrare a contrastare efficacemente questi flussi di danaro che viaggiano su canali che sono totalmente estranei ai nostri sistemi bancari e finanziari? Ancora oggi se ne parla tanto, ma non è questo un tema che può riguardare il singolo Paese, è un tema che dovrebbe riguardare il mondo intero. Nella sua esperienza, come si potrebbe arrivare ad una normativa che consenta effettivamente di individuare, tracciare, verificare i contenuti e i passaggi di danaro attraverso questi canali? Sicuramente, attraverso lo studio che è stato fatto dall’Università di Padova, qualche elemento in più lo si è appreso, per quanto, devo dire, resto stupito del fatto che riesca addirittura a rilevare una perdita del 70 per cento su canali che sono ben difficilmente verificabili e individuabili. A un risultato di questo tipo dal punto di vista scientifico è difficile, almeno per me, comprendere come si sia arrivati. Purtuttavia, credo che da quello si possa partire per comprendere in che modo affrontare il fenomeno e contrastarlo a livello mondiale.
  Grazie, consigliere.

GIOVANNI TARTAGLIA POLCINI, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Grazie a lei per la domanda. Rispondo innanzitutto sulla strategia di possibile miglioramento e di rafforzamento, che non è altro che evocativa della metodologia che ho provato a illustrare oggi. Bisognerebbe investire molto di più nella capacità degli investigatori dal punto di vista tecnico, perché è arrivato il momento di considerare questa una priorità, come in passato sono state altre le priorità. Ed è giusto, perché è la storia che insegna dove investire maggiormente. Ergo, forse è arrivato il momento di rendere iper-specializzata la nostra polizia giudiziaria in questo settore e di rafforzare, dove è necessario, dove non è già stato fatto, le organizzazioni istituzionali deputate a questa forma di contrasto. Non è un caso che anche la recente normativa a livello nazionale – a livello mondiale abbiamo avuto la terza convenzione globale sul cybercrime, che ha immediatamente colto la sfida – ha allargato la competenza dell’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale a livello distrettuale per quanto riguarda la cyber-delinquenza. Sono segnali e su questo bisogna costruire.

  Probabilmente, come diceva l’onorevole, e su questo concordo, non è possibile agire da soli, perché non ha alcun senso agire da soli, rispetto a un mercato che, per sua natura, è un mercato immateriale e che non ha frontiere terrestri, per cui non è assolutamente arrestabile o controllabile con un approccio di natura territoriale.
  Mi permetto, per evitare di lasciare, per necessità di sintesi, non chiaro il passaggio sullo studio dell’università di Padova, di leggere un breve tratto di questi risultati, che possono essere utili a corroborare quanto ho rappresentato. «La ricerca utilizza una metodologia di event study applicata ai sequestri internazionali di cocaina. Questa ricerca dà una variabile di Panalisi i cui risultati sono di straordinaria importanza per le strategie investigative internazionali. Lo studio dimostra che i grandi sequestri di droga – qui danno una grandezza, superiore a 500 chili – sono associati a un aumento statisticamente ed economicamente significativo delle transazioni in bitcoin nelle ventiquattro ore successive. Il meccanismo ipotizzato e confermato da questi dati di carattere matematico è il seguente: i grandi sequestri interrompono la catena di approvvigionamento delle organizzazioni criminali, costringendole a ricostruire urgentemente le scorte attraverso nuovi acquisti non pianificati. Per finanziare questi straordinari, le organizzazioni disinvestono le proprie riserve in criptovalute trasferendole verso entità meno tracciabili, per poi utilizzarle come mezzo di pagamento verso i produttori e i fornitori della sostanza stupefacente». Questo per non dare adito – non sono un grande esperto in materia di criptovalute – a una lettura della ricerca diversa da quella che è la sua presentazione dal punto di vista ufficiale.
  Concludo rispondendo che probabilmente questa è la nuova frontiera. Non è un caso che anche la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, pensando al prossimo incontro di Palermo, ha inteso focalizzare la propria attenzione proprio su questa nuova sfida. Ne abbiamo avuto uno a Palermo nel 2024, uno a Foz do Iguaçu, nella Triple Frontera, con le procure di svariati Paesi europei e latinoamericani, per concentrarci sul tema delle rotte, e uno ad Amsterdam, dove per la prima volta abbiamo affrontato il tema della tecnologia. Ne avremo uno quest’anno nuovamente a Palermo e ancora un altro a Lisbona. Il prossimo, che è un incontro di tutti i procuratori nazionali, che hanno interesse a partecipare a questo tipo di nuova forma di cooperazione giudiziaria, sarà interamente dedicato al «follow the data», a questa nuova sfida.

RAOUL RUSSO. Grazie, presidente. Ringrazio il consigliere della relazione, che ho trovato estremamente puntuale e ben strutturata, in grado di darci un’idea globale delle sfide con cui ci dobbiamo confrontare.
  In questa relazione lei ha richiamato più volte la Convenzione di Palermo, che rappresenta il principale strumento di diritto internazionale di contrasto alla criminalità organizzata a livello transnazionale. In questa convenzione è stato introdotto un meccanismo di revisione nel 2018, un processo tra pari di valutazione, che provvede a monitorare gli esiti di questa collaborazione. Ebbene, rispetto a queste attività di monitoraggio continuo, stando alla sua esperienza, quali sono le lacune normative che sono emerse con maggiore frequenza in tali cicli di valutazione? In che modo è possibile farvi fronte? Quale ruolo può avere l’Italia, che può essere considerata un modello nell’ambito della normativa antimafia, nella promozione presso gli Stati che partecipano a questo accordo delle forme necessarie a correggere le carenze più significative?

GIOVANNI TARTAGLIA POLCINI, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Grazie. È chiaro che la Convenzione di Palermo come trattato – adesso conta addirittura su 190 Paesi membri – è una legge che potremmo definire universale, ma come tutte le convenzioni rischia di rimanere una lettera, un auspicio, se non è accompagnata da meccanismi volti a persuadere gli Stati ad applicarla in modo concreto. Ecco il significato di quella risoluzione su un meccanismo di peer review, che non è altro che un modo per far sì che gli Stati si controllino a vicenda a un livello di parità, al fine di consentire una misura effettiva – non una misurazione percettiva – di quello che si è fatto o di quello che si deve ancora fare. Questo meccanismo di revisione termina con alcune raccomandazioni, che hanno come oggetto Pag. 29proprio dei termini di riferimento specifici. Per esempio, bisogna aggiornare il quadro normativo perché la convenzione non è stata applicata nel codice penale, bisogna rafforzare i poteri dell’autorità giudiziaria perché la convenzione non è stata attuata nel codice di procedura penale, bisogna consolidare la legislazione speciale perché mancano i meccanismi amministrativi di accompagnamento nella lotta alla mafia e così via.
  Il quadro, tuttavia, non è ancora tale da consegnarci, come avviene per altre convenzioni che hanno già avuto quattro o cinque cicli di peer review, questo, invece, è giovane come ciclo di peer review, una statistica sufficiente per definire una grandezza di carattere globale. Di certo, posso rispondere che, mentre in altre situazioni l’Italia segue alcuni standard, in questo settore e nella convenzione di riferimento l’Italia è lo standard globale. Ma ciò comporta una doppia responsabilità. I valutatori possono provenire da tutti i 190 Paesi membri. Si chiama valutazione passiva vista dal lato dello Stato che la riceve, valutazione attiva vista dal lato dello Stato che la svolge. Tutti i 190 Paesi devono sottoporsi a questo ciclo di revisione. Al termine della revisione, come dicevo, ci sono delle raccomandazioni e i Paesi devono dimostrare di implementare queste raccomandazioni. È lì che viene il ruolo dell’Italia, perché da quel momento nasce una sorta di ricerca spasmodica di assistenza tecnica dal nostro Paese, che è lo standard di riferimento, per far sì che quelle raccomandazioni possano essere implementate. Diventa quasi un brand. Per esempio, se c’è una raccomandazione per una maggiore formazione dei magistrati, si assiste a una forte richiesta acché questa formazione possa essere seguita dai magistrati italiani. Questo per dare una risposta empirica alla sua domanda.

  PRESIDENTE. Grazie. Ne approfitto per fare tre rapide pennellate, solo perché l’occasione è ghiotta. La prima riguarda Pag. 30le rotte marittime e le cooperazioni negli scali portuali. Proprio questa mattina ho letto un lancio d’agenzia di un sequestro di 400 chili di cocaina nel porto di Gioia Tauro, che, come sappiamo, anche da voi è individuato tra i porti centrali come varco primario per i cartelli sudamericani. Rispetto alla sua conoscenza di questa materia, quali sono i principali ostacoli che non permettono di seguire le segnalazioni dai porti di origine? Perché non sempre diventano indagini nei Paesi europei?
  Passo alla seconda. L’Africa occidentale è diventata, nel tempo, una piattaforma strategica di transito per il narcotraffico. Secondo la sua esperienza, i programmi di diplomazia giuridica italiana stanno affrontando questa dimensione? Come possiamo collaborare per poterla affrontare?
  In ultimo, quella che è diventata una mia fissazione, i colleghi lo sanno, visto che ultimamente faccio questa domanda a tutti gli auditi, per cui non posso non farla anche a lei, visto quello che segue e quello che sa. Che cosa mi dice del radicamento europeo del Primeiro Comando da Capital (PCC)? Personalmente inizio a essere preoccupata dei vari segnali che emergono dalle nostre audizioni. Abbiamo meccanismi di allerta precoci e una cooperazione tra uffici necessaria a contrastare questa espansione in Europa e in Italia del PCC?
  Prego.

GIOVANNI TARTAGLIA POLCINI, magistrato, consigliere giuridico presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Grazie, presidente. Cercherò di rispondere nell’ordine. Per quanto riguarda le rotte marittime, anche questo è uno dei punti più importanti. Proprio in questi giorni stiamo lavorando su un’ipotesi di iniziativa progettuale per un porto in Ecuador dove si trova un fusion centre (centro di fusione) realizzato dall’Unione europea, che è un centro di fusione di Pag. 31informazioni tra autorità di polizia attive a livello portuale, che è una buona idea, però adesso deve essere messa in marcia. Non è un caso che anche in questa ipotesi l’organizzazione di questa attività francese e portoghese, in collaborazione con l’Ecuador e l’Unione europea, ha chiesto il coinvolgimento dell’Italia.
  Il problema centrale che identifichiamo sul terreno sta in un disallineamento operativo e informativo tra i porti di origine e quelli di destinazione. Questo purtroppo è legato all’assenza di sistemi di allerta precoce. Non c’è un dialogo in tempo reale tra le autorità dei porti di origine e le autorità dei porti di arrivo.
  Ci sono possibili proposte che potremmo fare. Innanzitutto potremmo prevedere un maggiore coinvolgimento delle autorità doganali e dell’Organizzazione mondiale delle dogane in questo specifico settore. Potremmo pensare, come si è fatto in altri settori, a un sistema di indicatori di rischio standardizzati, quantomeno a livello europeo, perché potremmo permettercelo per il grande livello di cooperazione che abbiamo a livello europeo. Potremmo potenziare la cooperazione investigativa congiunta. Potremmo addirittura pensare – qui mi lancio un po’ più in là – a sistemi strutturati di intelligence e vetting del personale portuale. Dico questo perché il tema della corruzione è un tema serio. Noi abbiamo avuto un caso di un lavoratore portuale remunerato con 250 mila euro semplicemente per il suo contributo al trasferimento di un container.
  Questo ci fa capire che a livello portuale non ci troviamo più di fronte a singoli episodi ma a una vera e propria cattura di infrastrutture strategiche. Non è un caso che anche le rotte seguano le infrastrutture strategiche. Non è una novità per questa Commissione, è un fatto notorio che i più importanti sequestri di cocaina degli ultimi anni abbiano riguardato il Nord Europa, il porto di Rotterdam e il porto di Anversa, cosa impensabile in passato, semplicemente perché non c’è lo stessostandard di approfondimento che si applica in altri porti. In mancanza di un unico standard di approfondimento chi deve, come fa un imprenditore, stabilire dove inviare un carico fa un calcolo costi-benefici e decide di andare dove rischia di meno.
  Rispondo alla sua seconda domanda. Nella relazione scritta che ho predisposto ci sono riferimenti specifici al coinvolgimento di Paesi africani occidentali nelle rotte di cocaina. In particolare abbiamo concentrato la nostra attenzione su Guinea-Bissau, Senegal, Ghana, Nigeria, Mali, Niger, Togo e Capo Verde, e nel caso di specie abbiamo addirittura rinvenuto, agendo su fonti aperte e dialogando con le istituzioni di questi Paesi, delle convergenze strategiche delle rotte del narcotraffico con le rotte della migrazione irregolare e la tratta di esseri umani, il che ci chiama a un’attenzione crescente anche nei confronti di questa parte del globo. Non è un caso che a Palermo, a maggio 2026, gli inviti a partecipare a questo interscambio di dati, informazioni ed esperienze sono stati estesi ai procuratori di questi Paesi.
  Per quanto riguarda la sua terza e ultima domanda, non tocco temi di carattere investigativo che fuoriescono dalla competenza dell’esercizio, perché sono vita vissuta dei colleghi che lavorano nelle procure della Repubblica, però dalle fonti aperte noi sappiamo di alcuni risultati investigativi, già pubblicati, circa la presenza in Europa di rappresentanti del Primeiro Comando da Capital. Le dico una cosa, però, che può anche apparire un po’ forte: la storia ci insegna che molte volte sono le diaspore a facilitare i processi negativi. Nel caso di specie sappiamo che l’Europa soffre, vive una migrazione latino-americana, si giova, peraltro, di una migrazione latino-americana, tuttavia esistono anche coloro i quali hanno fatto una scelta di vita di tipo diverso. Sono esportatori non di buonavolontà, democrazia, valori, diritti e doveri, bensì esportatori di una capacità criminale non comune.
  Personalmente concentrerei l’attenzione, per quanto riguarda il Primeiro Comando da Capital, sulle carceri, perché è attraverso le carceri che avviene questo tipo di penetrazione. Abbiamo vissuto questo fenomeno in America Latina, quando abbiamo scoperto il modo di ingresso del Primeiro Comando da Capital in altri Paesi. Pensate che stiamo parlando di un’organizzazione criminale la cui presenza è censita in atti giudiziari già in ventidue Paesi.
Quindi, parliamo di un’organizzazione criminale di livello globale. Noi, peraltro, non dobbiamo meravigliarci, perché il canone della ‘ndrangheta è presente a livello globale e conosciamo questo tipo di fenomeno. Però, molte volte manca quella preventiva attenzione che serve a evitare che questi fenomeni si cronicizzino e incancreniscano come un virus all’interno dei Paesi nei quali si verifica questa invasione. Pertanto, una maggiore attenzione ai sistemi di allerta precoce e lo sforzo fatto dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nello scambiare queste informazioni e questi dati sono un investimento strutturale strategico di lungo periodo, perché consentono di cogliere immediatamente un dato che, in assenza di elementi di conoscenza, potrebbe rimanere del tutto neutrale anche dal punto di vista investigativo.

  PRESIDENTE. Grazie mille. È stata un’audizione molto interessante per gli spunti e per il prosieguo del nostro lavoro su questo tema.
  Nel rinnovare il ringraziamento al nostro ospite, dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 12.