L’ex pm indagato dalla Procura di Caltanissetta per il dossier mafia-appalti si difende Non vuole passare alla storia come indagato archiviato. Ha ragione, ma se vuole la verità…
Gioacchino Natoli si difende. E ha diritto di farlo: la Costituzione lo presume innocente, esattamente come presume innocenti i suoi indagati di un tempo.
Nel comunicato diffuso ieri, l’ex pm del pool palermitano oggi indagato dalla Procura di Caltanissetta per favoreggiamento aggravato nel dossier mafia appalti rivendica un principio che queste colonne difendono da sempre: non consentirò di passare alla storia come un indagato ‘archiviato».
Ha ragione. L’archiviazione non è verità, è una resa: lascia sospeso chi è stato indagato, con il sospetto che aleggia a vita. Condizione che Natoli, da pubblico ministero, avrà inflitto più di una volta a cittadini che non avevano un ufficio stampa per rispondere.
Ma se le accuse del procuratore De Luca «indagine apparente», bobine smagnetizzate, brogliacci distrutti, un doppione d’inchiesta tenuto segreto persino al capo dell’ufficio dovessero corrispondere al vero, staremmo parlando di una delle pagine più oscure della storia giudiziaria italiana: un insabbiamento che, secondo la Procura nissena, fu sicura concausa della strage di via D’Amelio». Cioè della morte di Paolo Borsellino.
Fatti troppo gravi per essere ar chiviati in un comunicato stampa.
E qui viene il punto. Per il favoreggiamento. Natoli è già tutelato dal la prescrizione: il reato è estinto. Può dormire sonni tranquilli. Ma se davvero vuole difendere il suo onore se davvero non vuole passare alla storia come l’archiviato sospeso un solo gesto sarebbe coerente: rinunci alla prescrizione e si sottoponga al giudizio.
L’hanno fatto altri uomini dello Stato, portati alla sbarra con accuse infamanti. Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni, Marcello Dell’Utri hanno affrontato un processo durato dieci anni, dalla condanna in primo grado all’assoluzione definitiva in Cassazione. Sono andati fino in fon do. E oggi possono dire di essere stati assolti non da un comunicato ma da una sentenza. Quella è ve- rità giudiziaria. Quella restituisce l’onore.
Un altro nome, più vicino al la vicenda: Carmelo Canale, carabiniere, per anni al fianco di Paolo Borsellino. Anche lui ha rinunciato alla prescrizione per farsi giudica- re nel merito e uscirne con l’onore pulito. Scelta coerente e coraggio- sa, accompagnata fin davanti al- la Corte EDU. Il garantismo non è il privilegio del ceto è una regola uguale per tutti.
Dunque, dottor Natoli: la difesa si fa in aula, non in sala stampa. Rinunci alla prescrizione, entri nel processo, e dimostri davanti a un giudice quello che oggi affida a un foglio A4. È la strada più dura, ma è l’unica che restituisce la verità – sua, e quella, molto più grande, che l’Italia aspetta da trentaquattro anni.
Sul processo trattativa Stato-mafia e sul suo epilogo in Cassazione si veda, sul blog dello Studio, Il tramonto di una carriera: Alfredo Montalto e l’illusione della trattativa.
STEFANO GIORDANO
“Studio Legale Giordano & Partners
17.4.2026

